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centotre-e-tre n.9 Cuba libre

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning

Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana

La scorsa puntata vi avevo promesso di approfondire la conoscenza con un’altra vincitrice del Grammy Latino, perciò cominciamo senza altri indugi.

Nel 1990 facevo il fotografo per una rivista di non vedenti che si chiamava “Perlomeno il cuore non duole”, e il mio capo mi spedì a Cuba a fotografare Celia Cruz, che tornava in patria dopo trent’anni per un concerto nella base americana di Guantanamo.

“Scusi capo, ma Guantanamo fa cagare, ci sono dei gabbioni e dei tizi in tuta arancione, e i soldati sparano ai cubani per divertimento e poi si fanno coprire da Jack Nicholson che fa il colonnello che poi però in tribunale sbrocca, che foto possono venire fuori?”

“Ma a me che cazzo me ne frega, io li odio i non vedenti, mi toccano tutta la rivista, me la lasciano piena di ditate. Ho provato a spiegarglielo che è carta patinata, ma loro niente, duri proprio.”

Non feci altre domande e partii per assistere a quello che per i cubani era un autentico evento.

Celia Cruz, il cui vero nome era Úrsula Hilaria Celia de la Caridad de la Santísima Trinidad Cruz Alfonso, ma non ci stava sulla carta d’identità, era nata a Cuba nel 1925, e già prima di avere compiuto venticinque anni era una cantante con un discreto successo, aveva inciso delle canzoni e se ne andava in tournèe. Per dire, io a venticinque anni potevo spiegarti grossomodo chi erano i personaggi di un fumetto di Hulk.

A trentacinque lasciò Cuba per una tournèe che toccò Messico e Stati Uniti, e una volta arrivata lì disse Fidel puzzacacca e dichiarò che non sarebbe più tornata, perché Cuba es la alma de mi corazon, ma si sta meglio altrove, e finché ci fosse stato Castro al potere lei gli avrebbe fatto i pernacchi da lontano con due mani. Perché è facile difendere un regime quando non ci stai sotto, il sogno cubano, il comunismo reale, parli con un idealista italiano e Cuba viene fuori come il paradiso terrestre e quelli che scappano sono tutti degli illusi che vogliono la televisione a colori e non hanno capito che fuori si sta peggio che dentro, e sarà anche vero, ma un regime è un regime e un regime non è mai un buon sistema di governo, e allora vaffanculo a Castro, io sto con Celia Cruz. Sono tanti gli esuli dell’isola che aspettano il tiraggio di gambina del lider maximo, ma finora lui li sta seppellendo tutti.

Celia Cruz se n’è andata nel 2003 senza tornare veramente alla sua terra: l’unica rimpatriata fu appunto quella del 1990 alla base americana di Guantanamo, che è un po’ come litigare con tua suocera e passare il pranzo di natale da solo nella trattoria di fronte a casa sua.

Io c’ero quel giorno, e posso raccontare l’emozione della cantante a rivedere la sua terra oltre la recinzione e il filo spinato, e quando raccolse un pugno di terra dicendo che non se ne sarebbe mai più separata, e del tenente che l’accompagnava, che le rispose “Va bene signora, ma allora sarebbe meglio che raccogliesse della terra vera, quello è sterco di asino, vede?”.

“Azùcar!”, esclamò lei, com’era solita fare, sfoggiando il suo sorriso migliore e pulendosi la mano sulla giacca del militare.

Celia Cruz, campione dei pesi massimi categoria drag

Fu un concerto commovente, seppure breve. Celia Cruz indossava un vestito pieno di sbuffi colorati sulle spalle, e i soliti occhialoni che la facevano sembrare un transessuale con dei precedenti nel pugilato semi professionistico. Quando risalì sull’aereo che la portava via per sempre dalla sua terra pianse a lungo, e parecchi la imitarono anche al di qua delle transenne, fra gli uomini in divisa e quelli con la tuta arancione. Non credo che un governo dovrebbe impedire a qualcuno di tornare a casa propria, e voi mi chiederete “e allora i Savoia?” e io vi rispondo che i Savoia sono un discorso un po’ tanto diverso, e comunque in Italia ci sono tornati pure loro e con tanto di inchino, cosa che mi farebbe venir voglia di esiliare anche quelli che si sono prostrati in salamelecchi, ma finirei per contraddire il discorso di cui sopra, e mi pare di avere già scritto una montagna di minchiate, considerato che volevo solo allacciarmi a Celia Cruz per dire che a me il sogno cubano fa cagare il cazzo.

Morì negli Stati Uniti, dove abitava, e la cerimonia funebre venne officiata nella chiesa di San Patrizio, a New York, davanti a una folla oceanica. Per l’occasione il suo amico Victor Manuelle cantò questa canzone qui:


Pensateci quando morirete e al vostro funerale ci saranno solo persone che pregano e piangono.

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“I am Vinz Clortho, Keymaster of Gozer, are you the Gatekeeper?”

E questo era il titolo che volevo usare per un post comune, dedicato ai numerosi che avevano raggiunto il mio blog cercando parole tipo “brigata speloncia” o “origini di devil”. Poi la mia attenzione è stata attratta da qualcosa di più urgente: mi sono trovato un nido di calabroni in solaio!
Non un nido piccolo, piuttosto una roba delle dimensioni di una grossa oca, pieno di insetti all’apparenza pacifici, ma troppo grandi per provare a stuzzicarli. Che fare?

Inutile consultarsi col Subcomandante Marzia, secondo lei non c’è bisogno di intervenire, basta lasciarli stare lì, dopotutto non l’hanno mai punta, poverini..
Ho provato a chiamare i vigili del fuoco, ma mi hanno detto che loro non si occupano più di disinfestazione, ora bisogna chiedere all’Asl.
Ho chiamato l’Asl. La centralinista andava di fretta e mi ha chiesto da dove chiamo, poi mi ha passato un interno.
Qui un tizio mi ha interrotto dicendo che loro si occupano di vaccinazioni. No, neanche a me sembra una buona idea catturare ogni singolo calabrone e fargli una puntura, molto meglio cercare altrove.
Richiamo la centralinista di prima e le chiedo di passarmi l’ufficio ambiente, o qualcosa di simile.
E’ sempre scoglionata, mi passa un altro ufficio dove faccio squillare a vuoto una decina di minuti.
Non provo più a richiamare, sarebbe inutile. Cerco il numero di un disinfestatore privato, ma non mi risponde nessuno.
Allora chiedo a mio padre, che mi suggerisce di farmelo da me.
Certo, rispondo, basta avere sottomano l’occorrente, qualcosa che faccia del fumo con cui allontanare gli insetti, un sacco per metterci dentro il favo, una siringa piena di cortisone e un defibrillatore in caso di punture.. Meglio cercare ancora.
Mia sorella ha avuto un problema analogo, ma erano api, e stavano in giardino, e il giorno dopo sono andate via da sole.
Mia madre mi suggerisce di chiedere a un ragazzo del paese che alleva api, forse ha l’attrezzatura per proteggersi e farselo da soli.
Nel frattempo trovo il numero della Asl che si occupa di questi problemi, e chiamo.
Mi dice uno che loro non lo fanno, chiedere ai vigili del fuoco. Ancora? Guardi che sono stati loro a dirmi di chiamare qui! Mi suggerisce di telefonare a un gruppo di ex vigili del fuoco, membri in pensione della protezione civile e volontari, che si occupano di queste cose a un prezzo abbordabile, che le imprese di disinfestazione sono carissime.
Mi dà il numero. Risponde una signora anziana che si tiene sul vago, dice che l’interessato non c’è, che mi farà richiamare.
Qualche ora dopo mi squilla il cellulare, una voce camuffata mi dice “Fra dieci minuti in stazione, binario tre, in fondo al marciapiede. Vieni solo.”
Dieci minuti sono lì, ci sono alcune persone che aspettano il diretto per Genova. Le supero e arrivo fino in fondo al marciapiede. Un tizio con gli occhiali scuri mi segue. Ha un sigaro in bocca. Immagino che sia lui il mio contatto, oppure sono di nuovo incappato in un maniaco.
Mi lascio raggiungere ostentando indifferenza, è proprio lui. Mi parla sottovoce, forse teme che abbia addosso qualche cimice. Si sa, quando hai in casa un gatto è facile prendersi dei parassiti.
“Mi chiamo John Smith, per gli amici Hannibal. Posso risolvere il suo problema”.
“Buongiorno, mi chiamo Pablo, ho dei calabroni in solaio. Come operate voialtri?”
“Siamo in quattro: io, Murdock, Sberla e Baracus. Arriviamo, affumichiamo ed estirpiamo il problema alla radice”.
“E se tornano?”
“Non tornano, abbiamo un sistema sicuro per dissuaderli. Facciamo saltare il solaio con una carica di esplosivo”.
“Mi sembra un po’ drastico. quanto costate?”
“L’intervento si aggira intorno ai 250 euri”.
Minchia! Mi costa di meno una puntura di cortisone e un defibrillatore, grazie. Dico al tizio che non se ne fa niente e lo guardo salire sul treno con l’aria scontenta. Semmai lo chiamerò quando in solaio ci farà il nido un tirannosauro. No no, niente da fare, me ne occuperò io con mezzi artigianali come facevano i nonni. Nel caso qualcosa dovesse andare storto non mantenete questo blog aperto in mia memoria, e soprattutto NON VENITE AL MIO FUNERALE CON LA MIA FACCIA STAMPATA SULLA MAGLIETTA!
Per la cronaca, Devil ha acquisito i suoi superpoteri da piccolo, quando per salvare un vecchio che stava per essere travolto da un camion è stato investito da una sostanza radioattiva, che lo ha reso cieco e gli ha accentuato gli altri sensi. Quando suo padre è stato ucciso dai cattivi lui ha deciso di diventare un paladino della giustizia, si è fatto chiamare Daredevil e quando non fa l’avvocato cerca di complicare la vita al signore del crimine di New York, Kingpin.


di quando il diavolo ha posseduto la mia doccia

La mia doccia fa paura. Ma non perché sia sporca, benché dopo che ne sono uscito resti uno strato di moquette piuttosto stomachevole a chi non è abituato. No, la mia doccia fa paura per il suo misterioso funzionamento. La manopola dell’acqua calda fa uscire un getto di liquido a 99° C, suppergiù, e se ti ci trovi sotto ti lascia delle strisce rosse dalla faccia alla coscia che per farle sparire ci vuole il miele per rigenerare i tessuti. Uno dice, chi se ne frega, apro l’acqua fredda e miscelo, come si fa in tutte le docce normali. Il problema si presenta lì, quando devi aprire la manopola dell’acqua fredda quel tanto da ottenere una temperatura soddisfacente. È praticamente impossibile, lo scarto fra il gelo e la lava è compresso in uno spazio che non si può misurare neanche con l’apparecchiatura più sofisticata.

La settimana scorsa abbiamo chiamato un prestigioso centro di ricerche giapponese, perché venissero a regolarci la temperatura della doccia. Sono arrivati tre ghostbusters con gli occhi a mandorla e un aggeggio al laser in grado di calcolare l’infinitesimale.
Ci sono stati attaccati due giorni, con computer e calcolatrici e foglietti e collegamenti con non so quale satellite che elaborasse tutti i dati che gli inviavano, e dopo due giorni sono usciti, tutti sudati. Avevano delle pippe che sembravano a un funerale, uno piangeva sulla spalla di un altro, mi hanno rivelato che non ci sono riusciti. La distanza fra il punto di fusione e quello di congelamento è così piccola che non è più matematica, ma filosofia.

Allora ho chiamato un filosofo. Mi ha spiegato che per i greci esisteva questo problema, di misurare l’infinitesimale, mi ha parlato di Euclide, di Eudosso di Cnido, mi ha spiegato una teoria secondo la quale il punto non ha spazio, perciò una linea che contiene infiniti punti non dovrebbe avere spazio eppure ce l’ha, ma due segmenti di lunghezze diverse contengono lo stesso numero di punti. Non ci ho capito una sega, io volevo solo farmi una doccia, per queste cose difficili di solito mando un’email a qualche amico ingegnere.
Me l’ha spiegato come lo spiegherebbe al suo cane.

“Facciamo finta che il punto in cui la tua doccia butta fuori acqua bollente si chiami A, e che quello in cui viene fuori gelida si chiami B. Attraverso il segmento AB passano infiniti punti, siccome il punto non ha dimensioni. Quindi potremmo dire che un segmento, essendo costituito da infiniti punti privi di dimensione, è privo di dimensione esso stesso. Perciò il punto che serve a te, quello che si trova fra A e B, che chiameremo X, si trova in uno spazio che non esiste in natura, essendo situato in un luogo privo di dimensione. Ne deriva che il punto X è Dio. D’altronde, ti avranno insegnato a catechismo, Dio è ovunque, qui, sotto il divano, in camera da letto, e allora perché non nel punto della manopola compreso fra A e B?”
“Allora è per quello che quando non riesco a far venire giù l’acqua tiepida bestemmio?”
“Non l’ho mai considerata sotto quest’aspetto. Essendo il punto X Dio l’unico modo per poter trovare la temperatura ideale è farsi regolare la manopola da un uomo di chiesa”

Ecco che la faccenda si fa complicata, nella casa in cui vivo è molto difficile farci entrare un prete, e ancor di più convincerlo a restare una volta varcata la soglia. Non è tanto per la candela a forma di Stalin che campeggia sopra il caminetto, né per il manifesto di Lenin appeso alla porta del bagno, il più grosso deterrente per un religioso è dato dalla padrona di casa. Marzia, infatti, quando ne vede uno avvicinarsi al cancello comincia a ringhiare e gli abbaia contro. Se mi trovo nei pressi mi basta prenderla per il collare e chiuderla nella legnaia, ma è capitato che il parroco del paese venisse a benedire la casa una mattina che mi trovavo al lavoro. Non sono mai riuscito a sapere cosa sia successo, ma la settimana successiva è tornato il parroco accompagnato da due carabinieri e da un esorcista. Adesso Marzia ha ricevuto un’ingiunzione dal giudice che le proibisce di avvicinarsi a meno di dieci metri dalla chiesa, ma non se ne fa un cruccio, anche prima le era impossibile transitarvi a meno di venti senza mettersi a ululare.

Ho approfittato del primo sciopero dei treni, quando Marzia deve fermarsi a dormire a Genova. Ce n’è uno ogni tre quattro giorni, basta scegliere quello più comodo. Per convincere il parroco a tornare a casa nostra ho avuto bisogno dell’intercessione di quel mio amico in odore di santità di cui parlavo tempo fa. Gli ho fatto dire che volevo convertirmi, che la promiscuità con una comunista mangiabambini mi ha fatto capire l’importanza della religione. Una pecorella da riportare al gregge è un bocconcino troppo invitante per qualunque prete, il giorno dopo era seduto nel mio salotto e mi parlava con la voce vellutata e gli occhi pieni di dolcezza. Se non fossi stato certo che i preti certe cose non le fanno avrei giurato che ci stava provando.
Nonostante le mie certezze mi sentivo un po’ appiccicoso, non so se per i modi del parroco o perché ormai da giorni non mi lavavo, e portai la conversazione sull’idraulica. Gli ho spiegato il mio problema, ho fatto apparire il suo ruolo come fondamentale nella lotta fra il bene e il male, dove il male è rappresentato dal boiler incandescente, certo riscaldato dal demonio.

“Non temere, figlio. Se Mosè ha separato il Mar Rosso non credo che per me sarà più difficile farlo con l’acqua della doccia”, e si è chiuso in bagno.
Cinque minuti dopo è venuto fuori e mi ha detto “prova”. Ho allungato un dito titubante, ma il parroco mi ha afferrato il braccio e me l’ha buttato sotto il getto. Ho gridato di paura, ma l’acqua non scottava. Era alla temperatura perfetta, quella che non ti fa sentire i brividini e non ti fa ritrarre ustionato. L’ho abbracciato, euforico.
“Provala, figlio”, mi ha invitato, sollevandomi la maglietta.
“Magari dopo”, ho risposto, spingendolo fuori dal bagno.
“Allora chiudiamola, che sprecarla è peccato”.
“NO, PERDIO!”
Il parroco mi fissava, sconcertato.
“Volevo dire.. non importa, domenica vengo a confessarmi. Adesso però è meglio che vada, Marzia potrebbe tornare da un momento all’altro”.
Per convincerlo a venire gli avevo detto che sarei stato solo per tutto il giorno, e quest’ultima affermazione mi contraddiceva, ma il don non si è preso il tempo di riflettere, ha fatto su la borsa di pelle nera, il cappotto, e si è dileguato giù per la via.

Oggi avevo la stufa che buttava fuori fumo nero, e non so come interpretare la cosa: sarà una questione di tiraggio o devo preoccuparmi seriamente?