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centotre-e-tre n.11: con una mano spacca una montagna, con l’altra mano invade la Germania.

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche

Non ci credevate più nemmeno voi, eh? Vi sembrava l’ennesimo progetto che comincio e mollo a metà come quella volta che sono rimasto incinto e poi dopo un anno e mezzo di gravidanza mi sono scocciato e mi sono tolto il cuscino da sotto la maglietta e tutti a dire che non finisco mai quello che comincio, tipo quell’altra volta che ho cominciato a scrivere un romanzo di fantascienza e l’ho interrotto quando il protagonista che si chiama come me si mette con la donna di cui è perdutamente innamorato, vero? E invece eccola qua, come mi è venuta e chi lo sa, direbbe il cantante che ha un ritratto magico nascosto in solaio che più passa il tempo più quello resta identico però il cantante invecchia malissimo e pure rincoglionisce.

In questo episodio abbandoniamo le atmosfere fumose dei locali jazz di New York e torniamo da dove siamo partiti, in Italia. Così se decidessi di piantare lì posso almeno dire di avere chiuso il giro. E parliamo di Primo Carnera, come vi avevo promesso.

“Ma questa rubrica non dovrebbe trattare di musica? Primo Carnera era un pugile!”

Bravi. Un pugile. Un pugile enorme, due metri e zerocinque, centoventicinque chili, scarpe taglia cinquantadue. Una specie di fenomeno, tanto che la sua carriera cominciò in Francia, proprio come attrazione di un circo, una di quelle figure pubblicizzate come “Venghino signori chi riesce a battere il gigante Mangiabambini si porta via il montepremi”, o qualcosa di analogo. Aveva diciassette anni.

Già una foto così con Eustachio “Scellapezzata” Scapazzoni non l’avresti potuta fare.

Come pugile Carnera non fu mai il grande campione di cui raccontavano i nostri nonni, già dall’esordio europeo buona parte dei suoi incontri risultò truccata, e quando attraversò l’Atlantico finì per battersi in incontri organizzati dalla mafia locale: in meno di un anno, nel 1930, Carnera ottenne ventitré vittorie, ma in alcuni casi la combine era così evidente che ad un certo punto Luciano Moggi si è alzato ed è uscito dal palasport scuotendo la testa, e già alla fine di aprile la National Boxing Association lo aveva squalificato a vita dai propri campionati. A Carnera, non a Moggi. Per fortuna l’autorità della NBA si estendeva a soli tredici stati, e il pugile poté continuare ad esercitare la sua professione praticamente ovunque. Come se il vigile ti sequestra la patente e tu non ce l’hai e allora ti porta via la tessera della Basko.

Ancora adesso la NBA, che nel frattempo ha cambiato nome nel più pomposo World Boxing Association, non è che una delle quattro federazioni che organizzano i campionati di pugilato nel mondo, ma non chiedetemi come funziona nello specifico perché non l’ho capito bene neanch’io.

In pratica diventare il campione del mondo del WBA non ti autorizza a tirartela che sei il pugile più forte del mondo, perché la stessa cosa la sta dicendo contemporaneamente il campione del mondo dell’International Boxing Federation, quello della World Boxing Organization e quello del World Boxing Council.

Sono sicuro che ai vertici di queste quattro federazioni ci siano delle antipatie molto profonde, e non fatico a credere che quando si incontrano i rispettivi campioni ogni tanto si piglino a cazzotti.

Ma torniamo a Carnera, che nel 1933 manda al tappeto Ernie Schaaf, provocandogli un’emorragia cerebrale che lo ucciderà alcuni giorni più tardi.

Un po’ come se io facessi a botte col mio gatto, immagino.

Il pugile italiano cade in depressione, non vuole più picchiare nessuno, fa come Superman quando si ritira e piglia botte anche dal bulletto del bar con la camicia di flanella.
Poi gli amici, la famiglia, e perfino la madre di Schaaf lo convincono a ripensarci. Quest’ultima gli offre perfino un altro figlio da prendere a sberle, dai, non fare complimenti, e così Carnera ci ripensa e si mette ad allenarsi per sfidare Jack Sharkey, il campione mondiale dei pesi massimi.

C’è grande attesa, il Madison Square Garden è già affollato da due mesi, mentre Carnera è sui monti a spaccare legna e dare pugni ai quarti di bue e fare le flessioni su un braccio solo e correre su per le scale del municipio di Philadelphia, e Jack Sharkey si allena in una palestra fichissima supertecnologica piena di ragazze che lo guardano con gli occhi dell’ammore.

Il 29 giugno 1933 i due pugili salgono sul ring, per quello che viene presentato come l’incontro del secolo. Sharkey indossa un accappatoio a stelle e strisce, saltella qua e là, fa il figo, poi se lo toglie e sotto porta dei pantaloncini con scritto sul davanti “peso massimo”; Carnera ha un asciugamano bianco legato in vita, l’ha recuperato nello spogliatoio prima di uscire. Quando se lo toglie il pubblico può vedere un paio di mutandoni del Dottor Gibaud, neanche troppo puliti.

L’arbitro decreta l’inizio del match. Carnera sta lì, fermo, ciondola un po’ quando Sharkey riesce a mandare a segno i suoi colpi, ogni tanto alza un braccio e gli molla una cartella terrificante, tipo gli schiaffoni nelle Sturmtruppen di Bonvi. Al sesto round Sharkey va giù, Carnera è il campione mondiale dei pesi massimi. Posso immaginare come dev’essere stata l’atmosfera in città, nel 1930 vivevano a New York 440.000 italiani, quasi tutti fra Brooklyn e Manhattan. Dev’essere stato un po’ come a Parigi nel 2002, quando il Senegal battè la Francia per 1-0 ai mondiali di Corea: una rivincita dell’immigrato nei confronti del paese che lo sfrutta, gli parla una lingua che non capisce e gli rende la vita impossibile. Non fatico ad immaginare questa fiumana di stereotipi in canotta e baschetto, coi baffi e l’accento siciliano, che sciama per le strade della città e grida e canta tutta la notte, e americani merde e viva l’Italia e Primo Carnera, Maria amiamoci che domani si torna a casa nostra che nostro figlio dovrà nascere italiano.

Per replicare quest’effetto, Peter Jackson fece mettere Gandalf e Frodo a distanze diverse davanti alla telecamera. Non so perché l’ho detto.

La biografia del pugile prosegue, ma non abbiamo tutto il giorno, e poi a noi interessa l’aspetto musicale, che viene qui rappresentato in una tournèe teatrale che il nostro intraprese alla fine della carriera sportiva, insieme a Renato Rascel. Non ce l’ho un brano tratto da quella tournèe, e neanche uno di Carnera che canta le canzoni, perciò vi beccate una canzone di Rascel, che io me lo ricordo quand’ero bambino e c’era questa trasmissione che si chiamava Buonasera Con.., e ogni mese cambiava conduttore, ed erano sempre personaggi che poi dopo qualche anno morivano: Rascel, Macario, Tino Scotti.. Credo di avere assistito a una specie di canto del cigno della televisione che guardavano i miei genitori, oltre a tutta la serie di Goldrake, che poi era la ragione per cui mi ciucciavo quel varietà a tratti divertente, ma spesso meh (avevo sempre fra i cinque e i dieci anni, cosa potevo capire?). I miei ricordi d’infanzia sono pieni di cose discutibili guardate perché facevano ridere, da quell’avanspettacolo estinto di Tino Scotti a Renzo Montagnani e Alida Chelli che portavano in scena degli sketch così brutti che neanche il Drive In di Ricci, allo stesso Drive In con D’Angelo e Beruschi e Greggio, che a riguardarli oggi mi viene la colite. Facevano ridere, si guardavano. Non importa che fosse umorismo fuori portata per un bambino delle elementari, lo guardavo tutto e cercavo di capire quello che riuscivo. È stata una bella palestra, e i risultati li vedo oggi, quando faccio una battuta e dall’altra parte dello schermo mi rispondono col tumbleweed.

Poi ti chiedono come mai non hai la fidanzata.

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l’orda

Da oggi a Ronco abbiamo l’Emergenza Immigrazione. Cosa vuoi, non vogliamo farci mancare niente come nei grossi centri, così appena si è liberata la vecchia sede della Croce Rossa l’abbiamo stipata con un’orda di quattro africani. Sono un po’ preoccupato, non tanto per il logico aumento della criminalità, che in fondo due stupri te li puoi anche gestire, e ci sono delle tizie in paese che si fregano già le mani, quanto per l’ovvia conseguenza che l’Emergenza Immigrazione si porta appresso: i banchetti della leganord. Ecco, a me i banchetti della leganord fanno incazzare ancora di più di quelli del pidielle, perché se questi ultimi sono occupati da individui beceri che non sanno distinguere un politico da un criminale in quelli del carroccio ci trovi dei primati cui non si è sviluppato neanche il pollice opponibile, e ogni volta che devono darti un volantino te lo tirano addosso, e ti va bene, che per attirare l’attenzione tirano la propria merda. E facci dei discorsi se ci riesci. Ti rispondono a slogan, con la bocca spalancata e un po’ storta sputacchiano gli unici concetti che le loro menti dalla capacità di un blister di tictac riescono ad assimilare: “Rimandiamoliacasalorooh” berciano ai passanti, “Noallamoscheaah”, li senti già da lontano. E poi ti dicono che non è vero che sono razzisti, che Tosi a Verona ha mandato via solo le testedicazzopericolose e adesso con gli immigrati c’è un bel rapporto.
Tosi.
Quello che è stato condannato per istigazione all’odio razziale.
Quello che nella propria lista elettorale ha candidato un neonazista.
Quello che dopo l’elezione ha fatto triplicare lo stipendio di sua moglie.
Quel Tosi lì.
Eh ma parla bene eh! In televisione ha detto quello a quell’altro che era un piacere starlo a sentire.

E io quando mi dicono delle cose così non ce la faccio a ribadire che sono cazzate, per sentirmi rispondere che però anche queglialtri ne han fatte di peggio ci rinuncio. A cosa serve cominciare un dibattito se mancano proprio le basi per portarlo avanti, io dico che così non si può fare e quello mi risponde che però anche voi, perché oramai l’agone politico è Noi e Voi, indipendentemente dalle sfumature, se non sei dei nostri allora sei dei loro e quindi ragioni come il nemico, anche se sono due ore che provi a spiegargli che tu con quelli non ci vuoi avere niente a che fare, che magari neanche vai a votare proprio per la stessa mancanza di ideali che stai denunciando al tuo interlocutore. Niente, “eh ma anche voi e più di noi” si ripete sempre e ti ammazza ogni tentativo di comunicazione civile.

Sai cosa? Se tirano su il gazebo bianco e verde per protestare contro gli immigrati prima gli mostro la carta d’identità, che si capisca che io non sono un clandestino, poi li meno. Senza dire niente. Li meno e basta. Alla peggio sarò proprio come loro, ma di più.


di quando ho obbligato sei persone a salire su una gru

Non guardo la televisione. Non mi interessa, non c'è nessuna trasmissione che mi faccia venir voglia di starci seduto davanti per più di trenta secondi, e quando ne trovo una l'ospite di turno che sbraita mi fa subito passare la voglia.

E' per questo che il video qui sotto non l'avevo mai visto. Si tratta di un frammento della puntata di Annozero di mercoledì scorso, dedicata all'immigrazione. Non è una trasmissione che ami particolarmente, mi disturba la faziosità, anche quando si manifesta dalla parte che condivido, e immagino che il montaggio di alcuni passaggi, specie all'inizio, risulti più efficace proprio grazie alla faziosità di cui sopra. Voglio dire, chi non vorrebbe avere fra le mani quell'individuo piccoletto che comanda le cariche della polizia? E non solo per bruciargli il maglione orrendo che indossa. Sono sicuro che il montaggio convogli ad arte questo genere di risentimento, e cerco di non assecondarlo. In fondo esistono anche poliziotti che non amano pestare i manifestanti indifesi, non li abbiamo mai visti perché quel giorno erano a casa malati.

La questione dell'immigrazione, però, è un problema reale. L'intolleranza sfacciata della lega nord, le leggi razziali, la diffusione della paura, la convinzione dilagante che lo straniero è una minaccia, l'abituarsi a ignorare chi sta male, sono problemi reali, e gravi, coi quali bisogna confrontarsi immediatamente. E' molto più pericoloso un uomo col fazzoletto verde al collo di uno col turbante in testa, perché solo il primo incita all'odio verso il prossimo.

Bisognerebbe che lo guardassimo tutti questo video, e ci ricordassimo che in Italia non ci viviamo da soli, che il 10% del prodotto interno lordo arriva da persone come quelle che stanotte dormono appese a una gru a Brescia. Persone, non cose. Che vivono qui, lavorano, spesso sottopagate, e vengono trattate come delinquenti grazie a individui che hanno risposto "Rimandiamoli a casa loro" a ogni tipo di problema, che si tratti di sicurezza o di lavoro o di costume.

"Eh, ma non gliel'abbiamo mica detto noi di venire in Italia", mi risponderebbe l'anonimo di qualche giorno fa, quello che mi ha commentato il pezzo sulla rumena ammazzata a Roma.
Premesso che se vuoi una risposta ti firmi, che ai troll non si dà da mangiare gratis, sono le bestie come te che hanno messo quelle persone sulla gru, quelle che commentano il video con "vanno tirati giù e rispediti a casa loro". A casa loro. Come se questa non lo fosse. Come se uno stato appartenesse a qualcuno, come se ci fosse un cancello all'ingresso, come se chi viene a bussare tutti i giorni ce l'avesse un altro posto dove andare.
E siete stati voi, quando siete andati a votare questo governo meschino, convinti che vi avrebbe protetto dai pericoli, salvato dalla crisi, dispensato dal dolore.
E sono stato io, tutte le volte che ho lasciato calpestare i miei diritti e quelli degli altri per non offendere, per non essere sempre quello che si lamenta o semplicemente per indifferenza.

Non dovessero vedersi, i video sono qui:

http://www.youtube.com/watch?v=gjLD2Y4kOXE
http://www.youtube.com/watch?v=CTP5QZovkTs

Oppure qui:
http://www.rassegna.it/articoli/2010/11/12/68591/brescia-i-migranti-sulla-gru-restano-in-quattro
 


messaggio elettorale a pagamento – Committente: i miei coglioni

Ieri Bersani, il segretario del Pd, è andato ad aspettare fuori dalla fabbrica gli operai che cominciavano il turno. Forse voleva vedere come sono fatti, o forse è l’ennesima dimostrazione che in campagna elettorale ogni candidato tira fuori il peggio di sé.

Non è il gesto di andare ad aspettare gli operai, anche se di solito sono loro che si presentano sotto Palazzo Chigi e ne aspettano fuori uno qualunque basta menare, è quell’ipocrisia che si manifesta in ogni tizio incravattato che ti ferma per strada e ti mostra orgoglioso tutto il lavoro del suo dentista, in ogni slogan appiccicato ai muri, nell’improvvisa impennata di richieste di amicizia che ricevi su facebook, e quest’anno mi sembra peggio del solito.

Sarà probabilmente che eleggendo il sindaco del paese mi trovo attaccato da un numero doppio di pagliacci, e la mia pazienza, proporzionalmente, dura la metà.

Quattro volte al giorno, la mattina andando al lavoro, all’ora di pranzo quando torno a casa, di nuovo terminata la pausa e infine a sera quando rientro, passo davanti ai tabelloni elettorali ricchi di offerte, e quattro volte al giorno mi ritrovo a incrociare lo sguardo con alcuni esemplari fra i più interessanti.

La più recente è una tizia, candidata alla Provincia, che si offre ben vestita e pettinata, con un vistoso girocollo di perle e lo slogan “E’ una questione di stile di vita”. Andando a leggere più da vicino pare che Stile Di Vita sia in realtà il nome di un’associazione che la candidata in questione sponsorizza, ma non ci vuole Gavino Sanna per capire quale sia il messaggio che quel manifesto intende trasmettere. È lo stesso messaggio a ruoli invertiti che invia l’altro manifesto, quello col tizio vestito da portuale, il primo richiama i ricchi borghesi, il secondo gli operai, solo che in un Paese in cui i disoccupati gravitano intorno al 10% quando vedo una che ostenta il proprio benessere come una virtù mi viene voglia di sputarle in faccia.

Poi c’è la lista di Sinistra Ecologia E Libertà. Le scorse elezioni si chiamava solo Sinistra E Libertà, poi hanno visto che occuparsi di ambiente tira, e hanno aggiunto la postilla. Se gli interessi dell’elettorato continueranno a spostarsi assisteremo a nuove aggiunte, e alle prossime politiche magari avremo la lista Sinistra, Ecologia, Libertà, Occupazione, Vivalafiga.

Non che a livello locale le cose vadano meglio, ho ricevuto il programma della lista di centrodestra e mi sono strofinato gli occhi a leggere il punto dedicato all’immigrazione: si parla di sensibilizzare i cittadini riguardo ai rischi nell’ospitare degli immigrati clandestini, si propongono addirittura controlli incrociati con l’antiterrorismo. Antiterrorismo. A Ronco.

Ochei, parliamone, a me va benissimo che si compiano azioni di antiterrorismo a Ronco, ma allora bisogna che le cose siano fatte per bene, non che si sbandierino paroloni e poi ci si riduca a fare una telefonata in questura per vedere se il marocchino che viene a vendermi le mutande ha il permesso di soggiorno. No, io voglio i carabinieri di Ronco in tenuta antisommossa, voglio i body scanner in stazione, voglio una schiera di autoblindo avanti e indietro per la via principale a controllare che Bin Laden non si infili dal besagnino a fargli esplodere i peperoni.

L’esagerazione si mostra anche dall’altra parte, ieri ho visto un manifesto grosso così con scritto Ronco Antifascista, e scusate, ma a me questa faccenda dell’antifascismo sembra una minchiata.

Chi si professa fascista oggi, a parte quei quattro pellegrini di forza nuova? Perché è un movimento riconosciuto ormai universalmente come negativo, sbagliato, il fascismo è un’assenza di certi valori che dovrebbero essere radicati in chiunque. Se ti vanti di credere nella violenza, nell’ignoranza, nell’intolleranza, se ti riconosci in un movimento che promuove questi atteggiamenti non sei mica normale, sei un povero idiota, e voglio credere che rappresenti un’esigua minoranza. E’ vero che il partito che ha stravinto alle ultime elezioni ci ha basato la campagna elettorale su questi temi, ma se chiedi a chi lo ha votato se si riconosce nel fascismo ti dirà che loro non hanno niente a spartire con quella gente. Infatti la loro camicia non è mica nera, è verde, e poi non se la prendono con gli ebrei, ma con i musulmani. Ochei, mi rendo conto che è una cazzata, però è significativa, i partiti di centrodestra raccolgono voti da persone che coi nostalgici del manganello non hanno niente da spartire, e allora “votami perché sono antifascista” vale tanto quanto “votami perché ho le orecchie”, è una medaglietta che ti appunti alla camicia per sentirti uno dei buoni, ma tanto varrebbe dichiararsi antiborbonico.

Guardandomi in giro mi sembra che la perplessità sia diffusa, tolti i soliti ultras di qua e di là restano una maggioranza di individui che non sanno a che santo votarsi, incapaci di credere che una croce su un pezzo di carta possa davvero cambiare qualcosa. L’altra sera in piazza ho visto Monicelli augurarsi una bella rivoluzione, qualcosa che riscatti questo popolo dalla sottomissione cui si è sempre piegato, ma chi la fa la rivoluzione? Gli unici in Italia ancora in grado di reagire alle ingiustizie sono stati gli immigrati di Rosarno, che si sono ribellati, sono scesi in strada e hanno spaccato tutto, e la risposta dell’Italia qual è stata? Eh, gli immigrati sono un problema, bisogna fare qualcosa. D’altra parte cosa puoi aspettarti da persone che se il capo del governo è implicato in uno scandalo al giorno non pensano che sia un farabutto, ma che bisogna cambiare la magistratura?

A vedere Santoro l’altra sera in piazza mi sentivo un estraneo in mezzo a tutti quelli che fischiavano quando sullo schermo compariva berlusconi. Non è coi cori da stadio che si elimina il marcio, non è con gli slogan, alla fine scrivere Berlusconi figlio di troia o Santoro figlio di troia è la stessa cosa, il populismo ha due facce identiche, e la cecità di una rispecchia quella che le sta di fronte. La gente va cambiata, non il presidente del consiglio, o quando finalmente cederà il passo ne verrà su un altro peggio di lui. Bisogna ricominciare a insegnare i valori fondamentali della democrazia, l’uguaglianza, la giustizia, la legalità. Non si possono dare per scontati, non lo sono più scontati.


 



Idomeneo

IDOMENEO – Atto I


Idomeneo, re di Creta, torna alla sua isola dopo la caduta di Troia, fischiettando la celebre aria “L’è cheita ‘na bagascia in mà”, ma una burrasca incombe. Per evitare il naufragio promette a Nettuno di sacrificare la prima persona che incontrerà appena sbarcato (“Nettuno ti giuro Nettuno/ Nemmeno il bagnino ci può ormai salvare/ Se mi fai tornare/ a casa però/ Sacrificherò”).


La figlia di Agamennone, Elettra, vestita di nero che le sta benissimo e la rende un figurino, ha appena ucciso sua madre Clitennestra perché invece di dark la voleva paninara, ed è scappata a Creta, dove il matricidio è stato depenalizzato insieme al falso in bilancio. Qui si innamora del figlio di Idomeneo, Idamante (“Idamante è per sempre”). Lui fa già il filo a Ilia, figlia del re di Troia, ma lei è stata inviata a Creta come prigioniera di guerra, e non vuol saperne di mettersi con un cretese. Molto gradevole il duetto, ricco di sottintesi appena accennati, in cui i due si rimproverano le diverse origini (“Cretino! Troiona!”).


Sembra che stia per arrivare la flotta di Idomeneo, Idamante per far colpo su Ilia libera tutti i prigionieri troiani, che si spargono per la città diffondendo un misterioso contagio (“Mi son beccato il trojan virus!”). Elettra lo accusa di essere un traditore, lui le rinfaccia di avere interrotto gli studi (“La scuola radiò Elettra”). In quel momento entra in scena Arbace, confidente del re, a dire che Idomeneo è annegato, ma i due stanno ancora litigando e non lo capiscono (“Arbace che dice? Boh!”).

Quando finalmente Idamante capisce corre via in preda al dolore, mentre Elettra, che è più pratica, realizza che adesso sarà lui il nuovo sovrano, e lo perdona immediatamente.


Sulla spiaggia Idomeneo sbarca, e indovina chi è la prima persona che incontra? Ovviamente Idamante, ma non lo riconosce a causa del troppo tempo passato, e gli chiede di raccontargli come vanno le cose a Creta (“Cosa succede in città”).

Idamante capisce di trovarsi al cospetto del padre, e gli si rivela. Idomeneo è sconvolto, non vuole onorare il proprio voto e fugge a nascondersi nel Golfo Mistico, mimetizzandosi in mezzo ai clarini.

Il primo atto si chiude con Idamante perplesso che si chiede perché suo padre sia corso via così in fretta (“Idomennea”).


INTERMEZZO

Nell’intermezzo non canta nessuno, c’è un bibitaro che gira per il palco offrendo cochecole a sette euri. Elettra entra in scena e ne compra una decina, poi si esibisce in un assolo di diaframma (“Il rutto si addice ad Elettra”).


ATTO II

Idomeneo rivela ad Arbace in cosa consiste il suo voto, ma il suo confidente sta ascoltando l’ipod e per non dargli a intendere che non ha capito una parola si limita a fare si con la testa. Il re gli chiede se non farebbe meglio a mettere in salvo Idamante, e Arbace, che in quel momento sta ascoltando una compilation anni ’80, si mette a cantare “Electrica Salsa babaah babaah”.

Idomeneo invita così suo figlio a riportare Elettra ad Argo, mentre lui farà finta di niente e sacrificherà qualcun altro a Nettuno, sperando che non se ne accorga. Elettra non sta più nella pelle e considera questo viaggio una specie di luna di miele, rispetto a come stava nel primo atto si sente rinata (“Elektra lives again”), ma forse è solo la cocacola che l’ha aiutata a digerire. La cucina cretese infatti è molto pesante, specie se non si è abituati.

Arriva Ilia, che si congratula con Idomeneo di non essere morto, gli rivela di essersi ambientata a Creta e di non voler tornare più a casa. Idomeneo si incazza perché teme che questa extracomunitaria metta in pericolo le tradizioni cretesi, ma non può farle niente perché i prigionieri sono sacri, quindi le consiglia di imparare bene la lingua, cercarsi un lavoro e non toccare i crocefissi. Quando se ne va capisce che la ragazza si è innamorata di Idamante, e si rende conto che se lui dovesse chiederla in sposa ci farebbe una figura di merda giù al circolo dei leghisti.

Idomeneo organizza la partenza del figlio in fretta, e regala un completino intimo molto sexy a Elettra, sperando che la aiuti a riportare Idamante a nozze più sensate.

La comitiva si dirige verso il porto, preceduta dalla banda dei bersaglieri. C’è Elettra che canta “Tu mi fai girar come fossi una bambola” e mostra le cosce, Idamante che vorrebbe restare con Ilia e mugola “Ilia col bene che ti volia”, Ilia che guarda l’amato partire e gli augura ogni bene (“Continua a splendere, pazzo Idamante”), e il coro che si rivolge a Elettra cantando “Ollellè ollallà faccela vedè faccela toccà”.

Sul più bello Nettuno manda a Creta un mostro orrendo (“Oua ve massu tütti”) che emerge dalle acque e minaccia i cittadini coi suoi lunghi tentacoli gocciolanti.

Generalmente il mostro viene interpretato dal tenore più brutto del cast, che si presenta in scena avvolto in una manichetta per innaffiare, ma in alcuni teatri particolarmente fighi dove si fa un largo uso di tecnologia digitale si tende a disegnare in computer grafica una riproduzione pressoché perfetta del tenore vestito con la manichetta.

I cittadini cretesi, spaventati dal mostro si rifugiano dentro Sidone, e qui la storia prende una piega piccante, perché Sidone è interpretata da una soprano piuttosto maiala.


ATTO III

La scena si apre nel giardino del palazzo reale, dove Ilia sta cantando il proprio amore per Idamante accompagnata da uno scacciapensieri (“Idamante non partir Doing Deung Doing Deung”), quando questi giunge a informarla della sua intenzione di sfidare il mostro che sta mietendo vittime fra la popolazione; egli lo ucciderà o soccomberà. Però sotto sotto spera in un pareggio che li conduca ai supplementari, dove potrà traccheggiare fino ai rigori, e semmai poi lì se la giocano.

Prima di salutarsi i due giovani si giurano eterno amore cantando una canzone della colonna sonora di Nu jeans e ‘na maglietta.

Improvvisamente entrano Idomeneo ed Elettra, sbattendo forte una quinta, e il re, senza ancora svelargli la verità, ordina al figlio di fuggire altrove; Idamante subito protesta (“E tu mi fai dobbiamo andare ad Argo vai ad Argo vacci tu”), poi si sottomette al volere del padre: partirà solitario, e ciascuno dei personaggi è esacerbato per la terribile situazione, tanto che l’orchestra inizia ad intonare un blues tristissimo, ma siccome non rispecchia abbastanza la disperazione in scena, dopo un paio di giri sfuma in una canzone di Masini.

Arbace suggerisce al re di parlare alla folla per placarla, e prega poi gli dei perché ridiano serenità all’isola (“Un gol un gol, Giunone facci un gol”). Di fronte al palazzo, il Sommo Sacerdote di Nettuno chiede pubblicamente a Idomeneo il nome della Vittima che dovrebbe placare il dio, e il re è costretto a fare il nome di Idamante nella costernazione generale (“Dicci chi è, è Idamante, no dai sul serio chi è, ti dico che è Idamante, piantala su, no davvero è lui, mattesseiffuori!”).

Nel tempio di Nettuno, mentre i sacerdoti preparano il sacrificio, giunge Idomeneo per implorare la pietà degli dei (“Nettuno mi puoi giudicare nemmeno tu”). Improvvisamente si odono grida di giubilo, e Arbace annuncia che Idamante ha ucciso il mostro. Lo stesso principe fa il suo ingresso, pronto a essere sacrificato per il bene collettivo; poi irrompe Ilia chiedendo di essere sacrificata al posto dell’amato. Poi è la volta di Elettra che si è resa conto di essere finita ai margini della storia e chiede di venir sacrificata lei, sperando in un ritorno di popolarità; quindi si presentano in scena con la stessa richiesta Arbace, il sommo sacerdote, un paio di coriste, il bassotuba, un usciere, l’addetto al guardaroba e il guardiano del parcheggio. Improvvisamente il suono misterioso della voce dell’oracolo decreta i voleri dei dio: “Tu hai osato modificare il finale della barzelletta del Fantasma Formaggino!”, e tutto il cast “Eeh?”, e l’oracolo “Scusate, ho preso il copione sbagliato, volevo dire.. haruumm.. Idomeneo cessi d’esser re, regni Idamante, e Ilia a lui sia sposa", e tutti “Aah ecco!”.

Mentre tutti gioiscono per la ritrovata pace e felicità, la sola Elettra si mostra ferita per il verdetto divino: truccata da punk esce di scena cantando un vecchio successo della Rettore (“Elettrashock”). Di fronte al palazzo, Idomeneo dichiara al popolo l’intenzione di abdicare a favore del figlio (“O popolo bruto, su snuda il banano non vedi che giunge l’amato sovrano? ”). Torna in scena il bibitaro che offre chinotti a tutti e il sipario cala sul popolo seduto in terra a gambe intrecciate con una candela accesa in mano a intonare canti di ringraziamento (“Vorrei cantare insieme a voi in magica armonia”).