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una buona scusa

Che poi hanno ragione quelli che dicono che una ferita al braccio provocata da un banale incidente di lavoro non ha il minimo appeal. Quando racconterò come ho fatto a procurarmi quella vistosa cicatrice dovrò essere in grado di fornire una spiegazione più interessante, o il mio interlocutore si annoierà e andrà a parlare con qualcun altro. Certe volte saper mantenere l’attenzione su di sé è fondamentale, riesco a immaginare diversi scenari plausibili in cui tutto il mio futuro potrebbe dipendere da come saprò motivare un taglio all’avambraccio.

  1. Sono a una fiera di fumetti e sono seduto a un tavolo dell’area giochi insieme a un gruppo di fanatici di fantascienza, ci stiamo sfidando a un qualche gioco complicato e sto perdendo. Non ci sarebbe niente di drammatico, senonché per rendere la sfida più interessante ho scommesso una cifra che neanche possiedo, e i miei avversari sono il cacciatore di taglie Boba Fett, il signore dei Sith Darth Vader e un paio di Borg. Decido di giocarmi il jolly, e mi tiro su le maniche. La mostruosa cicatrice fa la sua comparsa, e i malvagi alieni seduti intorno a me la osservano esterrefatti:

    “E come te la sei procurata quella?”, mi chiede Boba Fett.
    “Ah, niente”, minimizzo, “E’ uno scomparto in cui conservo gli attrezzi del mestiere”.
    “Sei forse un cyborg?”, fa lui.
    “Modello T-010, uno dei più antiquati, ma ancora in gamba”, gli rispondo battendomi il petto. I quattro sono affascinati, Darth Vader respira affannosamente attraverso il casco, poi mi chiede se anche io posso viaggiare nel tempo.
    “Si, mi basta spostare le lancette dell’orologio, vedi?” Tiro fuori una cipolla legata alla catenella e sposto le lancette di qualche minuto. “Che ora fai tu?”, gli chiedo.
    “Le quattro e venticinque”
    “Per me invece sono le quattro e ventidue, in questo momento mi trovo in un tempo diverso dal tuo, e posso modificare il corso degli eventi a mio piacimento. Per esempio adesso metto giù questa carta invece di quest’altra che avevo già buttato, e con questa mossa fantascientifica vinco la partita”.
    “Ehi guardate!”, esclamano i Borg in coro, “Le carte ora sono diverse! Può veramente cambiare il corso degli eventi!”
    I miei compagni di tavolo sono rapiti dalle infinite possibilità del mio potere. “Quanto puoi spostarti nel tempo?”, mi chiedono.
    “Purtroppo solo di cinque minuti, sennò perdo il treno”
    “Ti sposti in treno?”, mi chiede Boba Fett.
    “E certo! Tutti i Terminator si spostano coi mezzi, ne hai mai visto uno volante?”, lo rimbrotta Darth Vader, poi si rivolge a me e mi chiede se sono nel loro tempo per uccidere Sarah Connor.
    “Non ho con me armi letali, te l’ho detto che sono un modello antiquato.”
    “E allora nell’astuccio sottopelle cosa ci tieni?”, mi fa Boba Fett, che fra tutti è il meno convinto.
    “Pennarelli. Dato che non posso sparare a Sarah Connor mi limito a vituperarla, scrivo il suo numero di telefono nei cessi, la chiamo vecchia bagascia, cose del genere.”
    “Oooh!”, dicono tutti, e con la vittoria in tasca mi alzo dal tavolo accennando vago alla mia missione, e mi congedo.

  2. Sono sull’autobus e vorrei sedermi, ma tutti i posti sono occupati da studenti di ritorno da scuola e casalinghe e badanti e pensionati e teppe. Il viaggio è lungo, che devo arrivare tipo a Pontedecimo per prendere la corriera e svalicare i Giovi, e sono salito a Messina e c’è sciopero dei treni e l’unico mezzo a disposizione è quello, ed è già da Salerno che sono in piedi e ho pure le scarpe nuove che mi fanno un po’ male.
    Mi avvicino a una signora sui sessanta, che sta leggendo una rivista di gossip. È molto preoccupata dal fatto che il vincitore del grandefratello rischi di rompere con la sua fidanzata gelosa di averlo visto inchiappettarsi tutti i coinquilini compresa quella che sembra uno scaldabagno in diretta nazionale, ma la cosa che l’ha fatta più incazzare è che alla fine di ogni rapporto si chiudeva in bagno e piangeva invocando il nome di lei davanti alle telecamere e maledicendo la sorte maligna che lo induceva in tentazione. Adesso pare che lui sia seriamente pentito dei suoi gesti e che le abbia chiesto di sposarlo, e la signora sui sessanta sembra disposta a credergli, ma la fidanzata pluricornuta è in odore di rottura, complice forse uno che fa il buttafuori alla discoteca dei vip, e che le avrebbe promesso un futuro da velina.
    Per quanto mi riguarda l’unico interesse che provo verso queste riviste è rivolto ai suoi lettori, talmente intorpiditi da quelle cazzate da potersi bere qualunque storia, per cui mi piazzo proprio davanti alla signora sui sessanta e mi appendo al corrimano in modo da piazzarle la cicatrice a pochi centimetri dall’occhio. Aspetto che mi noti, quindi tiro fuori il telefono e fingo una conversazione:

    “Pronto. Si, sono sull’autobus. No, non me l’ha venduta, no. Non so, dice che non ne sono degno. ..E adesso.. e adesso ci vado lo stesso anche senza spada, cosa vuoi che faccia?”

    La vedo che ha smesso di leggere la sua rivista, si è fermata su un articolo pieno di foto, e a meno che non sia stata ipnotizzata da Emanuele Filiberto nel suo primo piano più ebete direi che mi sta ascoltando.

    “Lo so che è pericoloso, ma non posso permettere a una banda di mafiosi giapponesi di prendere il controllo del quartiere, perciò sfiderò un’altra volta il loro capo, e speriamo che questa volta vada meglio. Certo, con la spada di Hattori Hanzo sarei stato un po’ più sicuro, quelle che vendono nei vicoli le fanno a Taiwan e se picchi un po’ più forte ti resta il manico in mano, ma cosa vuoi farci, lui le vende solo a quelli degni, dice.. Eh, ha detto che non ero abbastanza puro di cuore.. No, l’American Express non ce l’ho, sennò sarei stato degno anch’io, no? Eh no, il bancomat delle poste non va bene, non glielo legge il pos.. Come dici? Ma no, che pistole! Sono giapponesi, usano solo le spade.. Mamma, quello è un film! E poi John Woo è cinese, non giapponese!”

    La signora sui sessanta chiude la rivista e mi osserva. Ormai ce l’ho in pugno.

    “Ma poi non è mica detto che vada a finire come l’altra volta. Si, vabbè, mi ha tagliato un braccio, ma è solo una ferita superficiale, dai. Si, mi è guarito bene, in quel convento shaolin usano delle erbe.. non lo so, non credo che le vendano in erboristeria, so che andavano a prenderle sui monti, stavano via tre giorni e a volte qualcuno non tornava neanche.. non lo so, li sentivo parlare di crepacci, di lupi.. si si, guarita benissimo! Beh un po’ di segno è rimasto, si.. eh, cos’ho fatto.. mi sono allenato! Ma sai, le solite cose, tae kwon do, kung fu, giuggizzu.. e la spada, certo. Il maestro Pai Mei, si.. Sai quello che stava davanti ai carabinieri? Che suo figlio aveva la tabaccheria? Lui. Si, adesso ha aperto un convento shaolin nel nord della Cina, fa corsi di arti marziali, spada, pilates.. è ben organizzata, fanno anche i massaggi.. Quando arrivo ti do il numero. Hanno anche il sito.. Eh, non lo so, ci vorranno altre due tre ore. Arriverò giusto in tempo per la sfida, si.. Eh, in effetti un po’ stanco lo sono.. Ma no, te l’ho detto, non si può rinviare e non posso mandare nessun altro, ne va della sicurezza dei nostri bambini, come crescerebbero in un quartiere dominato dalla mafia giapponese? Come potrebbero ricevere un’educazione corretta se il loro maestro è un maledetto yakuza che si presenta in classe col mitra e la schiena tatuata? Come raggiungeranno l’altalena se i giardinetti sono occupati da teppisti che si affrontano tutto il giorno a darsi catenate dalle motociclette? No, mamma, se nessuno ha il coraggio di farlo lo farò io, affronterò il loro capo e lo batterò, o ne pagheremo tutti le conseguenze, anche se sono stanco e non mi reggo in piedi e sono tre giorni che non dormo e anche prima fra i duri allenamenti al tempio e la ciucca che ci siamo presi per festeggiare che me ne andavo non è che ci si rilassasse tanto..”
    “Giovanotto, senta..”, mi dice la signora sui sessanta alzandosi, ha gli occhi gonfi di lacrime, “Io tanto devo scendere fra qualche fermata..”

  3. Ho terminato da poco il mio romanzo, ma la casa editrice che me lo doveva pubblicare è stata chiusa, pare che il direttore sia stato beccato alla frontiera pakistana con un carico di piante di oppio, e che la scusa usata coi militari, “Nel mio paese li usiamo per abbellire le chiese ai matrimoni”, non abbia avuto successo. Nel tentativo di trovare un nuovo editore faccio un colloquio alle Edizioni Paoline. Sono in una stanza con un prete e una suora, che mi osservano severi.
    “Signor Renzi”, mi dice lui, “Il suo romanzo è pieno di parolacce, non mi sembra un linguaggio consono ai nostri lettori”.
    “Padre, mi creda, il mio cuore è colmo di fervore cristiano, non potrei mai scrivere cose che offendano il nostro Creatore!”
    “Nostro?”, mi bacchetta la suora, “Il Creatore è di tutti, non solo nostro!”
    “Intendevo nostro degli esseri umani suoi figli devoti!”, balbetto. Non mi sento affatto a mio agio, l’ultima volta che mi sono trovato a cospetto di un prete è stato al battesimo di mio nipote, ero il padrino e dovevo recitargli il padrenostro, ma siccome lo ignoravo gli sussurravo all’orecchio l’inno del Genoa.
    “E anche la storia, non rispecchia in alcun modo i valori cristiani che vorremmo inculcare ai giovani”.
    “Cosa vorreste fare ai giovani?”, domando confuso.
    “I valori”, mi ripete, “Non sono quelli che la Chiesa cerca di trasmettere. Sarò franco, signor Renzi, io davvero non capisco perché si è rivolto a noi per pubblicare la sua opera.”
    Mi tiro su le maniche e mostro al reverendo la profonda cicatrice che attraversa il mio avambraccio destro.
    “Per questa, Padre”
    Mi guardano tutti e due con gli occhi sbarrati. “Eh, quanti peli!”, mugugna la suora.
    “Avete mai letto il Codice Da Vinci?”
    “Noo!”, inorridiscono i due. La suora si fa anche il segno della croce.
    “Neanch’io. Anzi, mi fa schifo. Ma mi fa così schifo che un giorno sono andato a cercare Dan Brown per farglielo ingoiare, e lui sapete cosa mi ha fatto?”
    “Cosa?”, mi chiede il prete, ma si vede che la notizia non lo ha smosso granché. Inutile raccontargli che mi ha ferito lui.
    “Mi ha denunciato, ed è per questo che ho bisogno di pubblicare il mio libro, per pagarmi gli avvocati!”
    “Si, ma ancora non capisco perché dovremmo pubblicarlo noi!”
    “Per questo!”, gli ripeto, mostrandogli ancora il mio braccio ricucito.
    “Ma perché non si depila?”, mi chiede la suora.
    “Vi ricordate il 31 maggio 1981, in Piazza San Pietro? Alì Agca spara a Giovanni Paolo 2 con la giustificazione che i sequel non sono mai all’altezza degli originali, poi scappa, ma va a sbattere contro un frate, perde la pistola e viene catturato. Ebbene, quel frate ero io!”
    “Ma non è vero! Era un altro! Lei avrà avuto si e no dieci anni, come faceva ad essere un frate?”
    “Ehm.. Ero.. ero un altro frate! Uno che stava dietro! Ero il figlio!”
    “Il figlio di un frate??”, esclama la suora.
    “Di un fratello! Di un fratello del frate! E stavo lì a guardare, quando ad un certo punto alla pistola di Alì Agca parte un colpo che mi colpisce il braccio, guardi, ho ancora la cicatrice!”
    “Insomma basta! Se ne vada!”, mi dice il prete scattando in piedi.
    “E porti via tutti i peli!”, incalza la suora.
    “E se vi dico che un mio amico è diventato prete?”
    “Fuori!!”
    “Poi ha cambiato sesso e si è fatto anche suora!”
    “Fuooriiii!!!”


Quest’ultimo aneddoto dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che avere sempre pronta una buona storia da raccontare è importante, ma certe volte è meglio portarsi dietro anche un paio di bambini.

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una buona scusa

Che poi hanno ragione quelli che dicono che una ferita al braccio provocata da un banale incidente di lavoro non ha il minimo appeal. Quando racconterò come ho fatto a procurarmi quella vistosa cicatrice dovrò essere in grado di fornire una spiegazione più interessante, o il mio interlocutore si annoierà e andrà a parlare con qualcun altro. Certe volte saper mantenere l’attenzione su di sé è fondamentale, riesco a immaginare diversi scenari plausibili in cui tutto il mio futuro potrebbe dipendere da come saprò motivare un taglio all’avambraccio.

  1. Sono a una fiera di fumetti e sono seduto a un tavolo dell’area giochi insieme a un gruppo di fanatici di fantascienza, ci stiamo sfidando a un qualche gioco complicato e sto perdendo. Non ci sarebbe niente di drammatico, senonché per rendere la sfida più interessante ho scommesso una cifra che neanche possiedo, e i miei avversari sono il cacciatore di taglie Boba Fett, il signore dei Sith Darth Vader e un paio di Borg. Decido di giocarmi il jolly, e mi tiro su le maniche. La mostruosa cicatrice fa la sua comparsa, e i malvagi alieni seduti intorno a me la osservano esterrefatti:

    “E come te la sei procurata quella?”, mi chiede Boba Fett.
    “Ah, niente”, minimizzo, “E’ uno scomparto in cui conservo gli attrezzi del mestiere”.
    “Sei forse un cyborg?”, fa lui.
    “Modello T-010, uno dei più antiquati, ma ancora in gamba”, gli rispondo battendomi il petto. I quattro sono affascinati, Darth Vader respira affannosamente attraverso il casco, poi mi chiede se anche io posso viaggiare nel tempo.
    “Si, mi basta spostare le lancette dell’orologio, vedi?” Tiro fuori una cipolla legata alla catenella e sposto le lancette di qualche minuto. “Che ora fai tu?”, gli chiedo.
    “Le quattro e venticinque”
    “Per me invece sono le quattro e ventidue, in questo momento mi trovo in un tempo diverso dal tuo, e posso modificare il corso degli eventi a mio piacimento. Per esempio adesso metto giù questa carta invece di quest’altra che avevo già buttato, e con questa mossa fantascientifica vinco la partita”.
    “Ehi guardate!”, esclamano i Borg in coro, “Le carte ora sono diverse! Può veramente cambiare il corso degli eventi!”
    I miei compagni di tavolo sono rapiti dalle infinite possibilità del mio potere. “Quanto puoi spostarti nel tempo?”, mi chiedono.
    “Purtroppo solo di cinque minuti, sennò perdo il treno”
    “Ti sposti in treno?”, mi chiede Boba Fett.
    “E certo! Tutti i Terminator si spostano coi mezzi, ne hai mai visto uno volante?”, lo rimbrotta Darth Vader, poi si rivolge a me e mi chiede se sono nel loro tempo per uccidere Sarah Connor.
    “Non ho con me armi letali, te l’ho detto che sono un modello antiquato.”
    “E allora nell’astuccio sottopelle cosa ci tieni?”, mi fa Boba Fett, che fra tutti è il meno convinto.
    “Pennarelli. Dato che non posso sparare a Sarah Connor mi limito a vituperarla, scrivo il suo numero di telefono nei cessi, la chiamo vecchia bagascia, cose del genere.”
    “Oooh!”, dicono tutti, e con la vittoria in tasca mi alzo dal tavolo accennando vago alla mia missione, e mi congedo.

  2. Sono sull’autobus e vorrei sedermi, ma tutti i posti sono occupati da studenti di ritorno da scuola e casalinghe e badanti e pensionati e teppe. Il viaggio è lungo, che devo arrivare tipo a Pontedecimo per prendere la corriera e svalicare i Giovi, e sono salito a Messina e c’è sciopero dei treni e l’unico mezzo a disposizione è quello, ed è già da Salerno che sono in piedi e ho pure le scarpe nuove che mi fanno un po’ male.
    Mi avvicino a una signora sui sessanta, che sta leggendo una rivista di gossip. È molto preoccupata dal fatto che il vincitore del grandefratello rischi di rompere con la sua fidanzata gelosa di averlo visto inchiappettarsi tutti i coinquilini compresa quella che sembra uno scaldabagno in diretta nazionale, ma la cosa che l’ha fatta più incazzare è che alla fine di ogni rapporto si chiudeva in bagno e piangeva invocando il nome di lei davanti alle telecamere e maledicendo la sorte maligna che lo induceva in tentazione. Adesso pare che lui sia seriamente pentito dei suoi gesti e che le abbia chiesto di sposarlo, e la signora sui sessanta sembra disposta a credergli, ma la fidanzata pluricornuta è in odore di rottura, complice forse uno che fa il buttafuori alla discoteca dei vip, e che le avrebbe promesso un futuro da velina.
    Per quanto mi riguarda l’unico interesse che provo verso queste riviste è rivolto ai suoi lettori, talmente intorpiditi da quelle cazzate da potersi bere qualunque storia, per cui mi piazzo proprio davanti alla signora sui sessanta e mi appendo al corrimano in modo da piazzarle la cicatrice a pochi centimetri dall’occhio. Aspetto che mi noti, quindi tiro fuori il telefono e fingo una conversazione:

    “Pronto. Si, sono sull’autobus. No, non me l’ha venduta, no. Non so, dice che non ne sono degno. ..E adesso.. e adesso ci vado lo stesso anche senza spada, cosa vuoi che faccia?”

    La vedo che ha smesso di leggere la sua rivista, si è fermata su un articolo pieno di foto, e a meno che non sia stata ipnotizzata da Emanuele Filiberto nel suo primo piano più ebete direi che mi sta ascoltando.

    “Lo so che è pericoloso, ma non posso permettere a una banda di mafiosi giapponesi di prendere il controllo del quartiere, perciò sfiderò un’altra volta il loro capo, e speriamo che questa volta vada meglio. Certo, con la spada di Hattori Hanzo sarei stato un po’ più sicuro, quelle che vendono nei vicoli le fanno a Taiwan e se picchi un po’ più forte ti resta il manico in mano, ma cosa vuoi farci, lui le vende solo a quelli degni, dice.. Eh, ha detto che non ero abbastanza puro di cuore.. No, l’American Express non ce l’ho, sennò sarei stato degno anch’io, no? Eh no, il bancomat delle poste non va bene, non glielo legge il pos.. Come dici? Ma no, che pistole! Sono giapponesi, usano solo le spade.. Mamma, quello è un film! E poi John Woo è cinese, non giapponese!”

    La signora sui sessanta chiude la rivista e mi osserva. Ormai ce l’ho in pugno.

    “Ma poi non è mica detto che vada a finire come l’altra volta. Si, vabbè, mi ha tagliato un braccio, ma è solo una ferita superficiale, dai. Si, mi è guarito bene, in quel convento shaolin usano delle erbe.. non lo so, non credo che le vendano in erboristeria, so che andavano a prenderle sui monti, stavano via tre giorni e a volte qualcuno non tornava neanche.. non lo so, li sentivo parlare di crepacci, di lupi.. si si, guarita benissimo! Beh un po’ di segno è rimasto, si.. eh, cos’ho fatto.. mi sono allenato! Ma sai, le solite cose, tae kwon do, kung fu, giuggizzu.. e la spada, certo. Il maestro Pai Mei, si.. Sai quello che stava davanti ai carabinieri? Che suo figlio aveva la tabaccheria? Lui. Si, adesso ha aperto un convento shaolin nel nord della Cina, fa corsi di arti marziali, spada, pilates.. è ben organizzata, fanno anche i massaggi.. Quando arrivo ti do il numero. Hanno anche il sito.. Eh, non lo so, ci vorranno altre due tre ore. Arriverò giusto in tempo per la sfida, si.. Eh, in effetti un po’ stanco lo sono.. Ma no, te l’ho detto, non si può rinviare e non posso mandare nessun altro, ne va della sicurezza dei nostri bambini, come crescerebbero in un quartiere dominato dalla mafia giapponese? Come potrebbero ricevere un’educazione corretta se il loro maestro è un maledetto yakuza che si presenta in classe col mitra e la schiena tatuata? Come raggiungeranno l’altalena se i giardinetti sono occupati da teppisti che si affrontano tutto il giorno a darsi catenate dalle motociclette? No, mamma, se nessuno ha il coraggio di farlo lo farò io, affronterò il loro capo e lo batterò, o ne pagheremo tutti le conseguenze, anche se sono stanco e non mi reggo in piedi e sono tre giorni che non dormo e anche prima fra i duri allenamenti al tempio e la ciucca che ci siamo presi per festeggiare che me ne andavo non è che ci si rilassasse tanto..”
    “Giovanotto, senta..”, mi dice la signora sui sessanta alzandosi, ha gli occhi gonfi di lacrime, “Io tanto devo scendere fra qualche fermata..”

  3. Ho terminato da poco il mio romanzo, ma la casa editrice che me lo doveva pubblicare è stata chiusa, pare che il direttore sia stato beccato alla frontiera pakistana con un carico di piante di oppio, e che la scusa usata coi militari, “Nel mio paese li usiamo per abbellire le chiese ai matrimoni”, non abbia avuto successo. Nel tentativo di trovare un nuovo editore faccio un colloquio alle Edizioni Paoline. Sono in una stanza con un prete e una suora, che mi osservano severi.
    “Signor Renzi”, mi dice lui, “Il suo romanzo è pieno di parolacce, non mi sembra un linguaggio consono ai nostri lettori”.
    “Padre, mi creda, il mio cuore è colmo di fervore cristiano, non potrei mai scrivere cose che offendano il nostro Creatore!”
    “Nostro?”, mi bacchetta la suora, “Il Creatore è di tutti, non solo nostro!”
    “Intendevo nostro degli esseri umani suoi figli devoti!”, balbetto. Non mi sento affatto a mio agio, l’ultima volta che mi sono trovato a cospetto di un prete è stato al battesimo di mio nipote, ero il padrino e dovevo recitargli il padrenostro, ma siccome lo ignoravo gli sussurravo all’orecchio l’inno del Genoa.
    “E anche la storia, non rispecchia in alcun modo i valori cristiani che vorremmo inculcare ai giovani”.
    “Cosa vorreste fare ai giovani?”, domando confuso.
    “I valori”, mi ripete, “Non sono quelli che la Chiesa cerca di trasmettere. Sarò franco, signor Renzi, io davvero non capisco perché si è rivolto a noi per pubblicare la sua opera.”
    Mi tiro su le maniche e mostro al reverendo la profonda cicatrice che attraversa il mio avambraccio destro.
    “Per questa, Padre”
    Mi guardano tutti e due con gli occhi sbarrati. “Eh, quanti peli!”, mugugna la suora.
    “Avete mai letto il Codice Da Vinci?”
    “Noo!”, inorridiscono i due. La suora si fa anche il segno della croce.
    “Neanch’io. Anzi, mi fa schifo. Ma mi fa così schifo che un giorno sono andato a cercare Dan Brown per farglielo ingoiare, e lui sapete cosa mi ha fatto?”
    “Cosa?”, mi chiede il prete, ma si vede che la notizia non lo ha smosso granché. Inutile raccontargli che mi ha ferito lui.
    “Mi ha denunciato, ed è per questo che ho bisogno di pubblicare il mio libro, per pagarmi gli avvocati!”
    “Si, ma ancora non capisco perché dovremmo pubblicarlo noi!”
    “Per questo!”, gli ripeto, mostrandogli ancora il mio braccio ricucito.
    “Ma perché non si depila?”, mi chiede la suora.
    “Vi ricordate il 31 maggio 1981, in Piazza San Pietro? Alì Agca spara a Giovanni Paolo 2 con la giustificazione che i sequel non sono mai all’altezza degli originali, poi scappa, ma va a sbattere contro un frate, perde la pistola e viene catturato. Ebbene, quel frate ero io!”
    “Ma non è vero! Era un altro! Lei avrà avuto si e no dieci anni, come faceva ad essere un frate?”
    “Ehm.. Ero.. ero un altro frate! Uno che stava dietro! Ero il figlio!”
    “Il figlio di un frate??”, esclama la suora.
    “Di un fratello! Di un fratello del frate! E stavo lì a guardare, quando ad un certo punto alla pistola di Alì Agca parte un colpo che mi colpisce il braccio, guardi, ho ancora la cicatrice!”
    “Insomma basta! Se ne vada!”, mi dice il prete scattando in piedi.
    “E porti via tutti i peli!”, incalza la suora.
    “E se vi dico che un mio amico è diventato prete?”
    “Fuori!!”
    “Poi ha cambiato sesso e si è fatto anche suora!”
    “Fuooriiii!!!”

Quest’ultimo aneddoto dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che avere sempre pronta una buona storia da raccontare è importante, ma certe volte è meglio portarsi dietro anche un paio di bambini.


just in case

Credo che un braccio aperto come un astuccio meriti almeno due righe da tramandare ai posteri. Quando mi guarderò la cicatrice partire dal gomito e scendere fino a metà dell'avambraccio vorrò ricordare quando ho cominciato a sfoggiare una simile medaglia, e col passare del tempo potrebbe diventare difficile inquadrare il momento esatto.

È stato precisamente fra la domenica trascorsa a oziare fuori casa perché ero senza chiavi e quella trascorsa a oziare dentro casa perché ero senza libbra di carne.