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07:22

Il solito raffreddore mi sveglia che fuori è ancora buio. Ho freddo sotto le coperte, il naso mi cola e il mio continuo girarmi finirà per svegliare Marzia. Mi alzo, scrollo il gatto dal maglione sulla sedia e lo indosso mentre scendo in cucina.
Mi soffio il naso con un foglio di scottex, ma so già che non basterà; apro la stufa e comincio a far cadere la cenere con un ferro, poi metto a bollire l’acqua per il tè. Alle mie spalle il ticchettio delle zampe di Jack sul pavimento mi comunicano la sua urgenza di uscire. Non gli dò molto peso, sarebbe altrettanto impaziente se mi vedesse infilare le scarpe un’altra volta, appena rientrati dalla passeggiata.
Legna nella cassetta non ce n’è più, dovrò uscire in ogni caso se voglio scaldare un po’ casa. E’ incredibile come finisca sempre la mattina, indipendentemente da quanta ne porti in casa, da quanta se ne bruci, arrivi alla mattina che la cassetta è comunque vuota. Forse se la mangia Jack, per obbligarmi a uscire per prenderne dell’altra.
Mi volto e lo trovo
arrotolato nella sua cesta, che mi guarda con un occhio chiuso.
Il fatto che mi stia guardando denota che l’occhio chiuso è quello cieco, ma questa è una considerazione marginale.
Vabbè, inutile cincischiare, tanto se si fosse mangiato la legna non lo ammetterebbe mai, strappo un altro foglio di scottex per risoffiarmi il naso e mi infilo gli scarponcini.

Il cielo è terso, fuori, con delle sfumature rosa pastello dietro l’Alpe. La piccola chiesa si staglia sulla vetta come un ritaglio incollato a una fotografia.
In basso i tetti del paese sono ancora bianchi, bianco il campetto del parroco, e bianca la cupola del campanile proprio di fronte alla strada. Sembra la papalina del pontefice, di un bizzarro pontefice che vesta una tonaca rosa. Forse è un papa gay.
Cerco di immaginare il papa nell’intimità della sua stanza, che si guarda allo specchio avvolto in una vestaglia rosa, col collo impellicciato, e un vezzoso neo sulla guancia, ammicca e sculetta, poi si porta una mano davanti alla bocca e manda un bacio..
Non riesco proprio a immaginarlo vestito così, gli stivali neri e la fascia SS al braccio mi rovinano sempre il quadro.

Ovunque mi volti i colori tenui di una strada fresca di alba mi invitano a soffermare lo sguardo. Ci vorrebbe la macchina fotografica, è un peccato lasciare che una simile bellezza possa evaporare senza traccia, ma bisognerebbe essere un bravo fotografo, che non sono, e forse neanche basterebbe.
Che non è l’immagine del rosmarino che spunta dalla neve, o il fumo del mio camino, a pizzicarmi i sensi, è il ghiaccio che crepita sotto le scarpe, il pensiero della cucina calda quando rientrerò, Jack che mi guarda già impaziente davanti al cancello, e la voglia di camminare nel silenzio di un bosco innevato, e non c’è apparecchio che sappia fermare queste sensazioni.

Bisogna che qualcuno inventi una macchina fotografica per l’anima.


il primo bacio non si scorda mai

Stasera non avevo in mente di scrivere, nè di stare alzato fino a tardi. Ho inaugurato il programma delle mie ferie e contavo di seguirlo alla lettera, e infatti ho giocato un po’ a uno dei giochi nuovi, storcendo il naso perché nonostante ne abbiano parlato come di un capolavoro a me questo Matrix Path Of Neo sembra ripetitivo come una riunione alla Camera, poi ho spento e mi sono messo a girare per la rete, ma giusto per abitudine, senza una meta precisa.

Dovrei saperlo, non cercare niente è il modo peggiore per finire intrappolati in giri che possono durare una notte intera! Cominci cercando un cappellino con la visiera e senza il bottone sulla testa, e ti ritrovi a sfogliare pagine di alta finanza alla ricerca di una foto.

Era l’alba degli inutili anni ’90, o il tramonto dei puerili ’80, insomma, un periodo intermedio fra un nulla e un altro, preludi entrambi della pochezza infinita che pervade questo nuovo millennio, e il buon vecchio zio Renzy se ne andava bel bello in quel di Exeter, città di international schools of english, disperdendo il tempo libero fra una lezione e l’altra in negozi di dischi, alla ricerca di preziosi vinili da riportare in patria come teste di tigri.
Ancora non sapeva che di lì a poco si sarebbe consumato il suo primo psicodramma sentimentale, o film autoprodotto senza montaggio e con pessima trama, sennò invece che in quarantacinquegiri dei Queen avrebbe speso le preziose sterle in boccette di tranquillanti e anfetaminici.

Tant’è lei era in agguato, bionda studentessa nordica, che poi trovandosi molto più a nord rispetto alle proprie terre poteva definirsi sudica, ma che comunque per via che il nostro complicato protagonista abitava più a sud rispetto a lei risultava comunque nordica, o perlomeno, visto che entrambi domiciliavano sopra il 50° Parallelo, ugualica.
Seppur stagisti presso il medesimo istituto di inglese per foresti, se mi si passa la bestemmia e volendo anche la rima, i due condividevano soltanto pochi spazi, il baretto della scuola, il giardino, il pub nei pressi gestito da barista italiano ma in incognito per ragioni di full immersion, diceva, e ci credetti fin quando non capitò a me di trovarmi italiano fra italioti e preferirmi muto d’albione.

I rari incontri furono tuttavia galeotti di un’attrazione violenta che andò manifestandosi nel giovane virgulto di basilico, e vorrei ben vedere, non gli era capitato spesso di trovarsi di fronte ragazze di siffatta perfezione, e soprattutto di tale straordinaria luminosità oculare, che detta con le sue parole di allora all’allora compagno di banco e di avventure, suonava così: “Ha degli occhi così verdi che i prati delle sue montagne diventan gialli d’invidia”. “Eh si”, faceva il compagno scettico. “Eh no”, insisteva lui. “Vai a vedere, vai!”, e quello andava, e quando tornava aveva gli occhi strabuzzati e commentava “Belin!”, che comprende tutte le risposte possibili, ma se non sei ligure non puoi capire la pienezza del significato.

Ma il destino tramava bene, e in veste di compagne di scuola maliziose e un po’ bagasce, spinse la bionda montagnina a cercare compagnia accanto a quello strano individuo spettinato e straocchialuto.
Difficile dire cosa la spinse a tale insano gesto, se curiosità zoofila, attrazione perversa o simpatia epidermica, ma il palese gesto di interesse penetrò come pesce nell’acqua le difese ancora incellofanate del nostro pudico eroe, mandandogli, come si dice, a puttane quel poco equilibrio che faticava a mantenere.

E come doveva comportarsi di fronte a una ragazza bellissima che lo abbracciava e gli proponeva un luogo appartato? Cioè, a mente si era girato il film innumerevoli volte, con tanto di multiangolo e sottotitoli in cinese mandarino e wolof, ma un conto è muovere tutti i burattini a proprio piacimento, un altro esserne uno e avere tutti i fili attorcigliati intorno al collo.
Risolse per una soluzione compromissoria, l’avrebbe portata a una panchina solitaria e lì sarebbe svenuto.
Così fece, e al suo risveglio la ragazza gli era ancora accanto, che chiedeva di essere riaccompagnata a casa.
Vuoi mica lasciare una giovane da sola ad attraversare tutta la città di notte a piedi? Non sia mai! E poi era l’ultima sera che lei britanneggiava, l’indomani mattina sarebbe ripartita per le Alpi.. le Alpi.. ma-con-gran-pe-na-le.. le Alpi Graie! E non si sarebbero certo rivisti mai più.

Camminò ore e ore, si perse pure sulla via del ritorno, ma la giovane varcò la soglia di casa illesa e, ahilui, inviolata.
Fu l’ultima volta che la vide, e il rimorso di essere svenuto prima di poter condividere con lei il suo primo bacio lo tormentò per anni. Anche perché chi ben comincia è a metà dell’opera, ma se uno cominciava così di merda c’era il rischio che la sfiga lo perseguitasse in eterno!
Le scrisse anche una lettera appassionata, ma di lei non restò traccia che nella sua memoria. Giusto una cartolina, una volta, che chissà dov’era andata a finire, che la memoria, fra l’altro, era fallace.

E neanche una foto. Strano destino il suo, che lo porta sempre ad accompagnarsi a donne che temono l’obiettivo. Questa si era opposta per tutta la durata del suo soggiorno a ogni tentativo di immortalazione da parte del nostro o dei di lui prodi compagni, che in molti desideravano di portarsi a casa un ricordo di siffatta pulzella (disse re carlo scendendo veloce di se-eh-lla). L’unica che aveva tentato comunque di scattarle l’aveva beccata con la testa girata, e si era dovuto accontentare, una volta sviluppata, di sospirare davanti a una testa ricoperta di riccioli biondi.
Ce n’era stata in verità una, quella sera, scattata da una compagna di scuola della giovane, con bionda accondiscendente. Un caso più unico che raro, tantopiù che si trattava dell’ultima foto della macchinetta, ma destinoporcobbastardo era stata rovinata da un di lui goffo movimento impallatorio.

Sono state queste vicissitudini a farmi venire in mente che la rete, sempre generosa di frammenti del passato proprio e altrui, mi avrebbe potuto aiutare a ricostruire un volto riemerso dalla memoria.
“Chissà che fine ha fatto”, mi sono detto, “quella misteriosa figura che aveva arricchito la mia prima esperienza all’estero di nuove emozioni, e di tetre anticipazioni il mio futuro sentimentale?”

Che fine ha fatto l’ho scoperto, ha fatto una certa carriera, è diventata un personaggio di spicco all’interno di una grossa finanziaria, ha pubblicato un libro che immagino venda qualche copia più del mio (ma è anche vero che per confrontarne l’appeal reale dovrei cercare di distribuirlo in una banca), ed è diventata una persona molto ma molto diversa da quella che allora immaginavo persa su per qualche valle. Ma la sua diffidenza verso l’apparecchio fotografico dev’essere rimasta identica a quando la conobbi una ventina di anni fa (Quanti?? Madonna come passa il tempo!!), dato che i suoi colleghi sfoggiano sorrisi da pescecane e abbronzature catramate, mentre di lei ho trovato solo un indirizzo e-mail che non intendo certo utilizzare; sposterebbe inevitabilmente la curiosità di una sera a un cerimoniale di spiegazioni e saluti e giustificazioni e domande e risposte che mi ricordo troppo bene il timbro strappacore della prima lettera per aver voglia di scriverne un’altra al medesimo destinatario.

Però mi spiace non averla trovata, l’avrei guardata dritto negli occhi stasera, e le avrei parlato con la sicurezza maturata in tutti questi anni, le avrei potuto mormorare sottovoce quello che allora non ero neanche riuscito a formulare, che mi balbettavano anche i pensieri. Avrei trovato un finale a un racconto cominciato vent’anni fa, sarebbe stato piacevole. Soprattutto sarebbe stato comodo, si sa che le foto non possono rispondere.


mi ha detto mio cuggino che da bambino una volta è morto

Stamattina non riesco a dormire. Ho provato a girarmi dall’altra parte, ma non c’è stato verso, in parte perché i gatti appena si accorgono che sono sveglio mi si fanno addosso come alligatori, e cercano di farmi alzare con ogni mezzo.
Avevo comunque la sveglia molto presto, devo andare alle Cappe a mettere su delle luci, e chi mi dà una mano è un vampiro che può uscire solo prima dell’alba. Il fatto di avere una scusa non motiva comunque la mia insonnia, segno che c’è qualcosa che mi disturba. Ochei, le responsabilità di rilevare un’attività sono un buon contributo, il pensiero di doversi accollare un altro lavoro mette certo un po’ d’ansia, e anche il dover rinnovare l’assicurazione della macchina al più presto non mi fa sentire così comodo il materasso. Ma c’è una cosa che mi turba più di tutto, è una notizia che ho letto e che ha scatenato nella mia testa già rumorosa una ridda di interrogativi:
la decisione della Chiesa di abolire il Limbo. Si, è stata rifiutata, ma il discorso resta comunque aperto, e anch’io sento di dover dire la mia, se non altro per evitare domani di andare al lavoro con le occhiaie.

Già che si possa decidere di abolire un luogo, astratto quanto vuoi, mi dà da pensare. E’ come se si decidesse di cancellare con una penna uno stato, un territorio abitato da persone, come se un giorno arrivasse qualcuno e mi dicesse che il paese dove abito è diventato proprietà di qualcun altro, e me ne devo andare. E’ la mia terra, ci sono nato, chi sei tu per dirmi che devo fare su armi e bagagli? Ovvio che poi i nuovi inquilini mi staranno poco simpatici, e se ne becco uno gli faccio lo scalpo, o in casi estremi mi faccio esplodere sui loro autobus.

Ma non è una questione che si limita ai luoghi reali, perché l’abolizione del Limbo, in quanto condizione dell’anima, non risolve il problema, ma lo trasferisce nella geografia dell’immaginario. Se il Limbo è un luogo astratto e può essere cancellato allora la stessa sorte può toccare a qualunque altro luogo che possieda le medesime caratteristiche.
Leggo sul sito dell’Ansa che nella foresta di Darkwood sono scesi in sciopero gli indiani, capeggiati da Zagor. Il timore che a causa di un calo di vendite possa verificarsi una rimozione coatta dei personaggi ha scatenato voci incontrollate, qualcuno sostiene che al posto della palude sorgerà un McDonalds.

La Chiesa, di par suo, non ha voluto prendere una posizione netta sull’argomento, ed è chiaro che il motivo è una scarsa documentazione a riguardo. Tutte le informazioni in possesso al Santo Uffizio sono notizie di seconda o terza mano, si dice che, qualcuno conosce uno che c’è stato, cose così. Esploratori pontifici inviati a raccogliere prove dell’esistenza del Limbo non hanno più fatto ritorno, e i tentativi sono stati sospesi.
Qualche obiezione sui metodi si è sollevata, non si può mandare un adulto a visitare il luogo dove vanno le anime dei bambini, bisognerebbe mandarci dei bambini.
Subito il netto rifiuto, i bambini servono per altre esplorazioni ben più concrete, guai a chi ce li tocca.

Altre voci indignate per la proposta di abolizione del Limbo arrivano dalla Giamaica, dove il Sindacato Ballerini ha diramato un comunicato:
“Il limbo da noi attira centinaia di turisti, e fornisce un contributo fondamentale per l’economia del Paese. Se ci togliete il Limbo cosa balleremo, il tip tap?”