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di quando dovrei fare le pulizie

Sai quando ti prepari un programma accurato e qualcosa te lo manda in vacca?
Tipo che ti sei organizzato per andare sui prati insieme ai tuoi amici colleghi Pesantezza e Morte Cerebrale e all’ultimo momento ti va a fuoco la macchina, però spiacevole. Ecco, io stasera volevo fare le pulizie in casa, e lo so che il giovedì sera è un po’ strano, ma sono arrivato a uno strato di batteri sul pavimento così spesso che le sedie camminano da sole per la stanza.

Metti che stasera si presenti un ospite.
(poi dicono che non ho il dono della sintesi: potrei scrivere un racconto di fantascienza solo aggiungendo un apostrofo)
Ecco, l’ospite non si piglierebbe l’ebola solo perché casa mia è così sporca che anche l’ebola si rifiuta di entrarci.

Qui è dove una persona che conosco mi criticherà per avere usato la battuta dell’ebola schifiltoso, che l’avevo già usata oggi pomeriggio nella nostra conversazione e allora telolì che sei uno che ricicla le battute, mi sembra di sentirla con la sua voce chioccia.

Io stasera, dicevo, volevo fare le pulizie di casa, ma dovrei dire cominciarle, che ho da lavorarci tanto che ci vorranno almeno tre giorni per renderla di nuovo abitabile a esseri umani non mutanti. Io appartengo all’altra categoria, quella degli X-Men: sono nato col potere mutante di ammalarmi soltanto nei giorni in cui non devo andare a lavorare, perciò posso stare sepolto nella spazzatura tutta la settimana e le prime infezioni si manifesteranno solo il sabato mattina, per andarsene da sole la domenica verso le ventidue e trenta, ventitrè.
“E allora perché ti sbatti?”, mi chiederà la mia conoscente impicciona il cui nome d’arte è Vajont, perché tracima, “Tanto hai la stessa vita sociale di San Simeone lo Stilita, fatti le pulizie sabato mattina e sbattitene”.
Perché mi conosco, e se mi riduco a sabato mattina so già che sabato mattina mi alzo minimo alle undici, cazzeggio fino alle tre e alle cinque do la solita passata veloce di straccio perché poi c’è da andare a vedere Musical Cube, che è una figata andateci (questa era una marchetta vergognosa, ma una delle attrici è la mia maestra nonché carissima amica, e poi oh il blog è mio, cazzo vuoi), quindi è meglio correre ai ripari e scriversi addirittura un programma con la suddivisione dei lavori in tre giorni, così da finire sabato pomeriggio senza perderci più di un paio d’ore al giorno, come se fossi una persona seria e credibile, e poi mandare tutto in vacca e mettersi a scrivere sul pablog la sera in cui dovrei pulire i vetri e poi stirare (credici).

Insomma, si direbbe che i miei buoni propositi siano andati a finire giù per quel posto là, e già lo sento partire il coro di fischi e facceride, ma giuro che stavolta la colpa non è mia, ma piuttosto di un regime di alimentazione sano che però gli effetti collaterali signora mia..

E si perché stasera sono arrivato a casa tardi, che dovevo andare a ritirare lo scùter. Ho portato lo scùter dal meccanico perché a fine mese ho il collaudo, e senza clacson e freni e gomme mi hanno detto che potrebbe non passarlo, e stasera sono andato a ritirarlo, e il meccanico mi ha chiesto una cifra in denaro perché dice che le caramelle zigulì piacciono tanto anche a lui, ma non gliele accettano in banca, perciò fuori i schèi sennò la moto me la tengo. E allora l’ho pagato, portando il mio conto in banca da Pochicentesimi a Unsaccodisoldiperòcolmenodavanti, e siccome la mia banca quando vado in passivo mi manda a casa un tizio pelato senza un occhio con una cicatrice sulla faccia e un tatuaggio sul braccio che dice LA MIA BETTY, ho preferito trovare subito dei soldi con cui rimpinguare il mio conto corrente disastrato, e la cosa più veloce è sempre prostituirmi.

Non vi sto a raccontare i dettagli della mia vita sul marciapiede, sono squallidi come immaginate, ma alla fine della giornata mi sono ritrovato con un conto in attivo e lo scùter riparato e tutto come doveva andare, tranne che l’ora era fuggita e le pulizie morivano disperate.
Io però non mi sono dato pervinca, e ho deciso che le pulizie le avrei fatte lo stesso, che longo è lo cammino ma grande la meta, e quando sono arrivato a casa e ho portato Jack a fare le cose che fa sempre Jack quando lo porto fuori (e anche qui vi risparmierei i dettagli, che sono peggio di quelli di me sul marciapiede), mi sono preparato una cena veloce e poi dai che faccio le pulizie lo stesso.

Solo che la cena veloce non si preparava da sola, e il risotto con cui avevo pensato di sollazzarmi ci ha messo un fracco di tempo a prepararsi, non so perché, un esperto di cucina mi direbbe che avrei dovuto accendere il fuoco sotto la pentola, ma si sa che gli esperti di cucina se la tirano e spesso parlano a vanvera per farsi belli con le casalinghe frustrate teledipendenti che sognano tutta la vita un cuoco inglese che venga a prenderle e insulti il loro marito e poi se le porti via e cucini per loro piatti deliziosi fra un amplesso e l’altro, come se un inglese avesse una vaga idea di cosa sia la buona cucina (o il buon sesso, mi dicono amiche che hanno avuto fidanzati inglesi, ma ammetto di non saperne granché per esperienza diretta).

Per ingannare l’attesa mi sono aperto una bottiglia di rosso e un pacchetto di crackers, che poi sono diventati sedici pacchetti di crackers, e alla fine ti voglio vedere in bilico su una scaletta traballante a pulire i vetri della finestra aperta su un baratro di due piani più insegna della parrucchiera più piastrelle durissime in gres porcellanato, che il mio comune non bada a spese per rifare il marciapiede, tanto poi ti fa pagare la spazzatura come se la stoccasse su Saturno e chiude sempre in attivo, beato lui.

Insomma, adesso ho terminato la cena e dovrei lavare i piatti e poi mettermi a lavorare, ma sono già le nove, sono in una condizione che piacerebbe molto a Bukowski, ma molto meno al mio epatologo, se avessi un epatologo, non so neanche se esiste una professione come epatologo, e a dirla tutta non so neanche se esiste la parola epatologo, ma cazzo vuoi, la mia carta d’identità dice che faccio l’avunculogratulatore, credo di potermi permettere qualche licenza, e comunque il blog è mio, l’ho già detto più su, se non ti va bene quella è la porta e quella la finestra di guggol.

Però è anche vero che stasera internet non vuol saperne di funzionare, e questo porta le mie infinite alternative per la serata a due soltanto: fare le pulizie e andarmene a dormire. Dormire l’ho già fatto ieri ed è molto divertente, ma stasera vorrei fare altro, perciò a questo punto mi metto a fare le pulizie, sperando di non precipitare di sotto.

Buona serata a tutti.

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mentre su Villavecchia calano le prime ombre della sera..

Dalla finestra del mio ufficio in Bernabeu Straβe potevo vedere le luci dell’Empire State Building cambiare colore, le finestre riflettere gli ultimi raggi rossi prima del tramonto. Sai quell’ora blu che piace tanto ai fotografi, e che corrisponde più o meno al crepuscolo, e che ammanta di una luce magica le strade e gli edifici? A Villavecchia non ce l’abbiamo. Qui la luce è grigia, in questa stagione, poi si spegne e resta il buio umido, l’odore di nebbia e il suono dei rospi. Anche d’autunno, qui i rospi ci sono tutto l’anno, siamo la principale meta del turismo rospese, ci vengono a fare perfino la settimana bianca, mi è già capitato, a metà gennaio, di sentire sotto lo scarpone il suono viscido e croccante (una cosa tipo sguish crik) caratteristico di quando stritoli un capofamiglia, guardare giù e vedere i suoi guantini sepolti nella neve pressata dalla mia suola.

Non mi sentivo in vena di romanticherie, perciò cambiai sfondo del desktop con un abile tocco di mouse, e il più famoso simbolo di New York lasciò il posto a un’anonima modella tettona. Dalla finestra arrivava il suono di organetto di un luna park, quella melodia sfiatata che mi riportava con la memoria a Coney Island, quando passeggiavo mano nella mano col mio grande amore e ci fermavamo a comprare lo zucchero filato alla bancarella davanti alle montagne russe, e poi guardavamo l’oceano e sognavamo di attraversarlo e lasciare quel paese così povero di speranze e rifarci una vita in Europa, magari in Italia.

Scacciai quel ricordo doloroso e guardai giù: il furgoncino del torrone apriva la fiera di quartiere, e alle sue spalle si estendevano banchi carichi di ogni mercanzia, dai formaggi di alpeggio alle collane fatte di pasta, e la strada era ingombra di famiglie allegre che allungavano il collo di qua e di là.
Il Mercatino Di Villavecchia, una delle mille attività che facevano di questa strada il centro della mondanità valligiana. Non capisco proprio perché la mia ex moglie si opponesse tanto a trasferirsi proprio qui, quando in quei giorni guardavamo l’oceano e io sospiravo e le chiedevo “amore, perché non molliamo questo paese così povero di speranze e non ci rifacciamo una vita in Europa? Magari in Italia! Ho letto su una rivista che c’è questo piccolo borgo nell’entroterra genovese..”. Di solito lei mi interrompeva con astio, mi chiedeva se avevo di nuovo bevuto la candeggina, e per farmi smettere di delirare mi comprava altro zucchero filato.

Misi la giacca e feci un fischio al mio assistente, Jack Oneyed, che pisolava sul divano.

Superato il banco del torrone ci imbattemmo in quello dell’antiquariato, dove un attempato signore con un grosso sigaro fra i denti mostrava il relitto di una macchina da scrivere a un tizio con un buffo maglione a righe colorate che lo faceva somigliare a un’ape lisergica. O Grosso Sigaro era un buon venditore o l’Hippymaia non aveva mai visto una macchina da scrivere prima di allora, perché quel pezzo di metallo contorto che giaceva su un tavolino a tre gambe arabescate dai tarli non aveva neanche più tutti i tasti, e somigliava alla bocca di un tossicomane.

Lasciai il signor Barnum e la sua prole e continuai l’esplorazione del mercatino. Accanto a me Jack Oneyed annusava in egual misura le ceste appoggiate ai muri e le gambe dei visitatori, non sapendo da quale delle due aspettarsi una sorpresa.
Nè da una nè dall’altra, risultò poi. L’inaspettato ci giunse alle spalle nella figura rotonda e baffuta del maresciallo dei carabinieri, che mi chiamò da lontano e poi trotterellò fino a venirmi ad ansimare davanti. Dieci metri di corsa sono un’attività più che impegnativa per chi fa da anni una vita di scrivania.

“Renzi, lo fai ancora l’investigatore privato?”
“Marescià, vi abito di fronte, non faccia finta di non sapere come mi guadagno da vivere, eh?”
“Oh, scusa se ho cercato di non essere troppo diretto!”
“Va bene, dai. Che le serve?”
“Hanno ammazzato uno nei vicoli ieri sera, e cercando in archivio è venuto fuori che si era rivolto a te in passato. Si chiamava Franco Ratti, lo conosci?”
“Cazzo! E lo conosco si! È stato mio cliente per un anno e mezzo!”
“Di cosa si trattava?”
“Mi spiace, non posso dirglielo. Sa, etica professionale, sono certo che mi capisce.”
“Allora dovrò chiederti di farmi vedere la licenza di investigatore privato. Sono certo che anche tu mi capisci.”
“Si trattava di stalking.”

Il maresciallo strabuzzò gli occhi. “Ratti subiva stalking? E da chi?”
“No, non lo subiva, voleva praticarlo su una tizia che gli piaceva, ma siccome è illegale è venuto da me a chiedermi di farlo al posto suo. Una cosa innocente, sa, indagare su questa donna, scoprire dove abita, cosa fa nella vita, se vede qualcuno..”
“È illegale anche per un investigatore privato, che cazzo combini?”
“Infatti ho i miei metodi. Non l’ho pedinata, ho organizzato un incontro casuale, mi sono presentato e l’ho invitata a cena.”
“E hai scoperto qualcosa?”
“Un sacco di cose, ma non potevo raccontarle a Ratti.”
“E perché?”
“Era una faccenda delicata. In effetti la ragazza si vedeva con uno che aveva conosciuto al supermercato, avevano cominciato a frequentarsi e poi la cosa aveva ingranato ed era cominciata una relazione vera e propria.”
“Questa roba potrebbe essere utile alle indagini, magari Ratti è andato dal fidanzato della ragazza in un attacco di gelosia folle e questo l’ha fatto fuori!”
“Ma figuriamoci!”
“E tu che ne sai?”
“Sono io il fidanzato. Ho cercato di non farmi scoprire da Ratti, ma ho paura che se la sia data: una mattina l’ha vista uscire dal mio portone.”

La nostra conversazione venne interrotta bruscamente da un sibilo fortissimo e tutti alzammo gli occhi al cielo per cercare di capire da dove provenisse.

Non potevamo credere ai nostri occhi: un’enorme sagoma circolare avanzava lentamente nel cielo, a coprire con la sua ombra i tetti delle case.

“Minchia!”, esclamò il maresciallo.
“Minchia!”, esclamò il tizio con la pipa.
“Minchia!”, esclamai io.

Minchia arrivò dal fondo della via con un pacco di fogli in mano, tutti i permessi per organizzare il mercatino, le richieste al comune e ai vigili e le carte bollate, ma disse che quella cosa lì non l’avevano organizzata loro, si scusò coi presenti e svenne a faccia avanti.

Il mio intuito di detective mi suggerì che quell’anno il mercatino di ottobre sarebbe stato parecchio più interessante del solito.

…………………

Io però non ci sono andato lo stesso, sono stato a casa a guardare Hot Fuzz e a preparare l’insalata di polpo con le patate, che è venuta perfetta, e capisco che non sarà un piatto difficile, ma ero sicuro che il polpo sarebbe rimasto coriaceo e di pessimo umore (e vorrei vedere voi se vi infilassero in pentola e poi vi facessero a pezzetti), e invece sembrava burro, e quindi adesso me la tiro un po’.

Hot Fuzz è un film bellissimo, e a proposito di film, voglio andare a vedere Gravity al cinema. Chi viene?


el mitàp

Ieri sono stato a Bergamo. Che ha un centro storico davvero splendido, va detto, e una parte bassa piuttosto anonima, ma devo ammettere di non averla visitata granché. E poi ci sono un sacco di persone che parlano bergamasco, che somiglia all’italiano, ma pronunciato come se ti si fosse spanata la trachea, e si mangia sempre la polenta, anche a luglio. Vabbè, quest’anno luglio dicono che non ce la farà a venire, ma di non preoccuparci, che ha detto ottobre che casomai lo sostituisce lui, che tanto d’estate s’annoia, e d’ottobre la polenta ci sta eccome, e anche la luganega, e il maglioncino e la coperta di lana e sciarpa e berretto e quando cazzo arriva l’estate, eh?

Ieri sono stato a Bergamo, dicevo, a partecipare a una specie di incontro fra bloggers di cui non posso dire molto perché vige la prima regola, e se volete saperne di più dovete venire a leggere di là dove se ne parla, ma non posso dirvi dove per i motivi di cui sopra.
Però posso dire che ho mangiato delle cupcakes che ha portato una ragazza che secondo me era la figlia di Sharon Gusberti, la biondona dei Ragazzi della Terza C, perché nella nostra accolita di illuminati si trova di tutto, dalle figlie delle celebrità dimenticate a quello che suona l’ukulele seduto sul cofano di una macchina, fino alla bionda che non sa fare la retromarcia perché quella lezione lì l’aveva saltata perché aveva un colloquio di lavoro in palestra.
Bergamo è una città accogliente, ha tre fumetterie dislocate a triangolo nella planimetria cittadina, e ogni giorno ci spariscono dentro i soldi di centinaia di nerz, e nessuno indaga su questo fenomeno drammatico che sta rovinando un sacco di famiglie, che tutti si strappano i capelli sul vizio del gioco e nessuno affronta la piaga del vizio dell’uomoragno, simbolico rappresentante di una streppa di testate dal prezzo elevatissimo e dall’esiguo numero di pagine, che costringe il povero lettore a lasciare mezzo stipendio al famelico spacciatore sovrappeso con maglietta di Wolverine per potersi garantire un paio d’ore di supereroismo mensile. Non è il mio caso perché io i fumetti me li scarico, però è anche il mio caso, perché sul portatile si leggono male e non me li posso portare a letto, che insieme al gabinetto rappresenta la collocazione più adeguata a certe letture coinvolgenti, e il tablet per il momento è fuori budget, perciò le soluzioni sono due: o mi aumentate lo stipendio o abbassate il prezzo di copertina.

Bergamo c’è un posto dove fanno la polenta take away, che ha un tavolone davanti dove ti siedi e se uno prende il sugo ai tre formaggi ti senti come nello spogliatoio dell’Atalanta dopo una partita combattutissima con la Juve, finita uno a zero per gli ospiti grazie a dubbie scelte arbitrali di cui si parlerà a lungo nelle varie trasmissioni sportive che io per fortuna non guardo più non avendo più manco la tele, se devo prendermi una cosa che dà dipendenza e mi riduce a un’imbarazzante parodia di uomo preferisco andare a un altro mitàp, dove fra tizi con la spillina di Star Wars e altri con la maglietta dei Klingon mi sento decisamente più a mio agio.

Il meetup è l'unico posto dove puoi indossare una testa di cavallo ed essere considerato un gran figo.

Il meetup è l’unico posto dove puoi indossare una testa di cavallo ed essere considerato un gran figo.

Bergamo c’è anche un gran prato, dove se scavi pare che tiri su le ossa dei morti di peste, che ogni tanto ci si organizzano delle manifestazioni estemporanee particolarmente alcoliche chiamate Botillon, o perlomeno questa è grossomodo la loro trascrizione fonetica per chi ci sta andando. Quando viene via le chiama weuiyayayei. Si sviluppano all’improvviso in un determinato punto della città, come dei flashmob, per usare un termine tanto caro ai giornalisti di Repubblica.it, con la differenza che questi sono preceduti da un casino di poliziotti in divisa e altrettanti tizi col borsello che girano in coppia e fanno fotografie, perfettamente mescolati ai passanti. Può capitare di trovarsi nei paraggi insieme a un gruppo di persone, e che una di queste stia recando con sè un certo quantitativo di sostanze psicotrope nascoste, poniamo, nel reggiseno. Certo, in un caso del genere la prima cosa da fare è evitare di dare nell’occhio, che si sa che certe dotazioni non sono viste proprio benissimo dalle persone in divisa. Ecco, secondo me mezz’ora di conversazione a un volume sostenuto sulla possibilità che quello sbirro laggiù che sto indicando a smanacci o il suo collega che fisso da venti minuti possano venire qua e perquisirmi, indicando ripetutamente il posto dove proprio non penserebbero mai di cercare, non è il modo migliore per passare inosservati.

Poi ci sono stati altri episodi interessanti, oggi avrei dovuto tornare da quella città, e fare una tappa a Milano, che Milano è una città di frontiera e io da Roma non ci passo più, ma Milano è tanto grande da impazzire e il sole incerto becca di sguincio in questa domenica di aprile, che però è luglio, e quindi não, Milano scusa stavo scherzando, me ne sono tornato a casa a dormire, e oggi ho tutti i programmi scombinati.

Però è una bella giornata, fa caldo.. insomma.. non fa troppo freddo, ho lasciato Jack Oneyed da mia mamma e potrei approfittare di questa mezza feria per andarmene al mare, solo che io al mare, sarà per gli scogli, ma mi scogliono. Oppure potrei andare a fare la spesa, ma fino all’iper per quelle due cose che mi mancano in casa, senti, ma chi ne ha voglia, oppure potrei farmi un giro senza costrutto col mio scuter, oppure potrei prendere la macchina che ieri sera mi si è accesa una spia sospetta mentre tornavo a casa sulla A7, e per cercare di capire perché si è accesa potrei ripercorrere lo stesso itinerario in senso inverso per vedere se si spegne, ma poi cosa ci vado a fare a Milano, che le canzoni che parlano di quella città le ho già citate qui sopra, manca giusto Alberto Fortis, ma neanche mi piace, e insomma, cose da fare ce ne sarebbero anche, ma ho buttato un occhio al mio conto corrente e sono tipo svenuto, e in teoria avrei da comprarmi un materasso matrimoniale con corredo nell’immediato futuro, che su quello singolo si dorme bene, ci mancherebbe, ma tutte le mattine mi trovo girato in una direzione diversa da quella in cui mi ero addormentato la sera precedente, ed è un’esperienza che non facevo più dal militare, e non è piacevole, insomma, sto cominciando a patire il letto, e l’unica ragione per cui non tengo una confezione di travelgum sul comodino è che non ho neanche il comodino.

Insomma, ho deciso di fare qualcosa in casa e mettermi a scrivere un post interlocutorio, che quello sulla musica ne ho scritto uno bello lungo, ma è ambientato a New York e ci devo arrivare, e quindi sta lì in attesa di tempi migliori, ma anche un post interlocutorio in una bella giornata come questa è un po’ difficile da buttar giù, e allora mi sa che scrivo due righe a brettio tanto per non lasciar crescere le ragnatele e poi vado a prendermi Jack.


mercoledimattina

Quello nello specchio ha una faccia da psicoticopatico preoccupante, con quella barba folta e i capelli sparati, hai voglia a passarti le mani in testa, tuttalpiù diventa uno psicotico pettinato, di quelli che c'è da averne paura doppia. Bisogna capirlo, viene da una giornataccia in cui ha schiacciato un parassita, ha pagato la multa di un altro, ha aspettato sei mesi per fare una visita e tutto senza neanche tornare a casa dal lavoro. Una volta fra le mura familiari, poi, ha cucinato un niente insipido e se n'è andato a dormire come i vecchietti.

E si che ne avrebbe avute da ridere, che il suo primo romanzo è finito. Pri-mo-ro-man-zo, che Spassky è un esercizio di stile di quando si correva dietro alle compagne di scuola e ci si mostrava con la penna e il quaderno a quadretti perché faceva più figo. Non serviva a un cacchio uguale, ma vuoi mettere lo sciallo? Poi romanzo è una parolona, si legge in due ore, tuttalpiù romanzetto, ma no, vaffanculo, è un romano, ed è pure scritto bene, il protagonista è disegnato a pennino, ci sarebbe da parlarne di uno così. È il mio solito problema, mio o di quello nello specchio, ma più mio, lui al limite ha dei imelborp: tendo a sminuire il mio lavoro, e già che ci siamo anche ad evitare lo scontro, che ieri il parassita non era da offendere e andarmene, era da offendere e spiegargli perché lo stavo offendendo, ma spiegarglielo lentamente e in maniera ancora più offensiva, come pestare uno scarafaggio con le ciabatte e dirgli “aspetta lì che vado a mettermi gli anfibi”.

È che poi mi passa e mi dispiace infierire, solo che mi passa per poco, poi mi rimonta e mi incazzo anche per quello che avrei dovuto e non ho, e allora torno a casa nervoso e cucino di merda.
No, cucino sempre di merda, ma quello è un discorso a parte, e poi posso sempre dare la colpa a Marzia che mi lascia i piatti da lavare e mi fa perdere tempo, e a Jack che vuole uscire e mi fa perdere tempo, e al 44° Parallelo che in questi giorni ci lascia al freddo e mi tocca accendere la stufa ed è altro tempo che se ne va.

È un dato di fatto, se abitassi in un paese più caldo, in una tenuta con quaranta chilometri quadrati di parco e avessi uno stuolo di domestici a lavarmi i piatti sono sicuro che non cucinerei di merda, quindi non è colpa mia se mangi male, prenditela col deshtino porcobbashtardo che ci vuole male a tutti e due. Tre, che a Jack sarebbe tanto piaciuto vivere in una tenuta con quaranti chilometri quadrati di parco tutto intorno.


Pagina ventisei

Una notizia buona per qualcuno, drammatica per i livornesi con la barba, che speravano in una conclusione veloce, e se dico che la strada per il finale è ancora lontanissima ecco che da drammatica diventa catastrofica, che nei librini di Samiszdat non c’è posto per i volumi massicci, e mi sa che una trentina di pagine delle mie in quel formato là lievita a dismisura. Non posso farci molto, la storia è faticosa e ha i suoi tempi e ritmi, e se i primi mi obbligano a scrivere quando non lavoro e ho il computer libero (sebbene il nuovo giocattolo abbia risolto gran parte dei problemi) i secondi richiedono un numero di pagine che non si può proprio sfoltire, casomai aggiungere. Io perciò lo finisco, e lo finisco, giuro, poi cercheremo una soluzione che accontenti entrambi.

E adesso vado a vedere se la pista su cui si è cacciato il detective Oneyed è quella giusta..



010110

In questa giornata da codice binario come non se ne vedevano dal 10 ottobre 2001 trascorro un meraviglioso pomeriggio a scrivere, leggere fumetti e mangiare panecioccolata davanti alla stufa, senz’altra preoccupazione che le lamentele del Subcomandante nella stanza accanto, perché non riesce a scaricare sul pici le foto del cellulare. Il mio romanzo prosegue di nuovo, sono riuscito a rientrare nel binario sicuro della trama che avevo stabilito, dopo che una curva pericolosa mi aveva condotto così fuori percorso da farmi passare la voglia di andare avanti. Di questo successo devo ringraziare soprattutto le festività natalizie, e mio padre che mi ha regalato un netbook: con un computer tutto per me da usare quando e dove voglio (e soprattutto libero da giochini) ho potuto immergermi ancora in quell’atmosfera accogliente in cui ero solito estraniarmi, e in breve tempo ritrovare i fili della storia. Certo, da qui a terminarla passerà ancora del tempo, ma già l’averla ripresa in mano mi fa godere non poco. E già che c’ero ho ricominciato a lavorare ad altri vecchi progetti accantonati, cui intendo dedicarmi appena chiuso col signor Oneyed.

Questi potrebbero essere i miei buoni propositi per il ventidieci, e la loro esiguità un po’ mi sorprende, che una volta tanto non è la mancanza di ambizioni, ma l’abbondanza di traguardi. Ho una fidanzata, una casa, e più zampe pelose di quante ne vorrei nel letto, nessun problema sulla schiena e parecchie soddisfazioni a portata di estrazione.

Se solo splinder si decidesse a lasciarmi pubblicare queste righe.. Forse dovrei aggiungere fra i buoni propositi quello di traslocare su un’altra piattaforma.


l'username è stato bloccato!

Il panico! Non entro a scrivere su questa pagina che una volta ogni tanto e mi bloccano l’accesso? Cos’hanno, cambiato la serratura? Provo e riprovo, ma il risultato non cambia, e mentre sono lì che rimugino sul mandare a cagare questa piattaforma per trasferirmi su blogger, mi viene in mente che forse avevo sbagliato la login. Eccomi qua, sono rientrato, è che cercavo di entrare in casa con la chiave della cantina, e per forza che non ci riuscivo!
Però il fatto che ogni volta che cancello una parola devo rifare la formattazione dall’inizio mi fa continuare a rimuginare sui cambi di indirizzo..

Ma eccomi qua, dicevo, a sollazzarmi con l’incubo della pagina bianca, per non pensare che ne ho almeno altre settanta da riempire prima che il Livornese mi metta le sue manone addosso e mi sventri, ma quelle son pagine bianche serie, che non puoi riempire di cazzeggi da due minuti e via, lì ci vuole del lavoro di fino, e il terrore che mi prende quando le apro non è neanche paragonabile. Forse giusto a quello che proverò domani..
Ma no, via! Niente pensieri opprimenti oggi, che è venerdì, e fra quattro ore posso anche salutare la baracca e godermi un po’ di riposo, raccogliendo legna, ammucchiando legna, trasportando sacchi di pellet, mangiandomi il fegato allo stadio.. e si, facendo anche lavatrici, vedrai che domani me lo ricordo!

Ora vedi, ci vorrebbe un altro caffè. Nel frattempo la pagina del mio conto corrente non mi mostra il suo contenuto, su cui contavo, e se aspetto ancora un po’ dovrò correre per non arrivare in ritardo al lavoro.

Vado a farmi il secondo caffè.