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hey Joe

Oggi, nel 2002, moriva Joe Strummer, il cantante dei Clash.

Foto parecchio figa, peraltro

 

Tre anni prima lavoravo in un piccolo bed & breakfast londinese come portiere di notte, occupazione che mi lasciava tutti i pomeriggi liberi e un bel po’ di sterline da scialacquare in cidi. Abitavo in albergo, in una stanza condivisa con un ragazzo francese di nome Arno, pessimo cuoco e tenace suonatore di chitarra. Era anche uno schiavo del pop, ascoltava tutto il tempo una orribile stazione che trasmetteva canzoni punzapunza e negre melodiche scosciatissime, e quando tornavo in camera lo beccavo spesso ad esercitarsi su cantanti del suo paese, ma non quelli fighi tipo Brassens, macché, lui conosceva dei musicisti che oltre a violentare il pentagramma amavano stuprare anche le lingue straniere, e cantavano questi pezzi in anglese, che sarebbe l’inglese pronunciato da un francese, che insomma è una roba che se non l’hai sentita è difficile anche spiegarla, ma fa schifo forte. Tutte le volte che lo sentivo biascicare “lovmì, ai sgiast uontiù intù mai arrmz” mettevo su un cidi di Jimi Hendrix e gli mostravo il dito medio, e alla lunga avevo finito per conquistarlo, tanto che un giorno mi chiese di accompagnarlo in un negozio a comprare quella raccolta, che la voleva anche lui e io di sicuro non gli avrei prestato la mia, che poi me la restituiva tutta sporca di rane.
Il mio negozio preferito si trovava in una traversa di Oxford Street, resa famosa in tutto il pianeta per essere finita sulla copertina di un disco degli Oasis, e si chiamava Reckless Records. Non era l’unico negozio, la parte alta della via è piena di botteghe per le orecchie, mentre quella bassa appaga gli istinti ad altezza mutanda: sexy shop e locali ambigui, per capirci. Cominciammo il giro dall’alto, tenendoci il meglio per ultimo, e nella prima rivendita Arno si presentò alla cassa con un cidi di Ricky Martin. Glielo strappai di mano, nella mia vita avevo sopportato abbastanza a lungo i Gipsy Kings per riuscire a reggere qualunque altro latino che non fosse Ovidio, e gli misi davanti Are You Experienced?, del capellone di cui sopra.

La scena si ripeté in ogni altro negozio che visitammo, lui cercava di comprare i Boyzone, io gli proponevo i Rolling Stones, lui ci provava con Britney Spears e io rilanciavo di Etta James. Sulla porta di Reckless Records trovammo un compromesso per una roba dei Blur che conosceva lui, e ci accingevamo ad entrare, quando venne fuori un tizio in giubbino di pelle e capelli tirati indietro. Sembrava un nostalgico del rock’n’roll, ma quel naso a becco era inconfondibile: dal mio negozio preferito era appena uscito Joe Strummer.

Arno non lo degnò di uno sguardo e fece per entrare, ma lo agguantai per un braccio, e quando fui di nuovo in grado di parlare gli indicai l’uomo che si stava allontanando. “Ma lo sai chi è quello? Joe Strummer!!”

Gli avessi detto Evaristo Bartolazzi sarebbe stato uguale.

“Il cantante dei Clash!”.
Nessuna reazione.
“London Calling! The Guns Of Brixton!”.
Encefalogramma piatto.

Sospirai e gli canticchiai un pezzo di Should I Stay Or Should I Go, e ovviamente Arno strabuzzò gli occhi, da quella puttana da classifica che era, e gridò “Joe Strummer!!”, e gli corse incontro.
Il leader dei Clash si era voltato, sentendosi chiamare, e se ne stava lì a guardarci. Arno lo raggiunse trafelato e gli mostrò la più incredibile delle facce da culo: “Mr. Strummèr! Mr. Strummèr! Vi ar big fansoviù, mai frrend herre ès olloviorrrecòrrz!”

Mi aspettavo già lo sfanculo, e invece il vecchio punk rocker ci salutò e ci chiese da dove venivamo, ci strinse la mano e poi vide il sacchetto di Arno e gli chiese cos’aveva comprato.
Il paraculo tirò fuori il cidi di Hendrix che gli avevo regalato io, “Ze second best arrtist in ze worrld, afterr iù!”
“Good boy”, gli ghignò l’altro di rimando, poi se ne andò con le mani in tasca. “Take care”, ci disse.

Il giorno dopo il mio coinquilino si presenta in camera con una raccolta dei Clash e mi dice che sì, quella canzone è bella, ma le altre sono un po’ una merda, e riattacca coi suoi pipponi in anglese sconosciuto.
Se domani incontro Sgianrenò non ti dico un cazzo, crepa.

 

Aggiornamento rapido:
Combinazione oggi è morto un altro Joe, quello con le orecchie da Cocker e la barba ispida, cui avrei voluto rendere omaggio con un altro post, ma non lo faccio non perché sono uno snob di merda, ma perché lo conoscevo molto meno e l’unica cosa positiva che mi verrebbe da dire di lui è che non è mai stato Zucchero. Finirò la bottiglia di vino in omaggio a entrambi.

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centotre-e-tre n.12: il serraglio di San Pietroburgo

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica

Nella puntata precedente di Centotre-e-tre ci siamo dedicati a un personaggio che la musica l’ha solo sfiorata per caso, e difatti la canzone allegata non era la sua, ma di Renato Rascel. Adesso si pone un problema, perché se parlo di Rascel dovrei postare un’altra sua canzone, e la regola numero uno di centotre-e-tre è che non si postano due canzoni dello stesso artista salvo quando me ne frego di seguire le regole. Poi a me di raccontarvi di Rascel frega pochetto, quindi direi che andiamo avanti come se.

La canzone che ho messo l’altra volta, Romantica, mi permette un aggancio interessante: presentata al festival di Sanremo nel 1960, venne accusata di plagio da parte di Nicola Festa, un compositore che ritrovò nella linea melodica del brano una sua opera rimasta inedita, “Angiulella”. Non so chi sia questo Nicola Festa, il nome lo associo a quel genio di Nikola Tesla e immagino un laboratorio pieno di torrette che sparano elettricità, un mucchio di spartiti sul pavimento, un pianoforte ricostruito con pezzi di esperimenti falliti, che non lo sa nessuno ma sarà il primo sintetizzatore della storia, che Tesla è stato un precursore anche lì, e lui in mezzo a tutto quel caos con una penna in mano che scrive delle note, le prova alla tastiera, si gratta il cespuglio di capelli ed esclama Grande Giove!

Pazienza, lasciamo stare il maestro Festa, che non ricomparirà più nella nostra storia, anche perché dopo cinque anni di processi il tribunale assegnò la vittoria a Rascel, che aveva scomodato come perito di parte il personaggio di cui vado a parlare oggi, Igor Stravinskij.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo le composizioni per orchestra furono caratterizzate da un larghissimo utilizzo di strumenti, più ce ne mettevi più avevi successo. In una sua opera, Gustav Mahler impiegò trentadue violini, venticinque flauti e ottantasette fagotti, e la sera della prima metà di essi dovettero andarsene perché non stavano sul palco, da cui deriva la frase “fare fagotto”.

Wes Anderson non si è inventato niente

Stravinskij seguì e ampliò questa tradizione, e per i suoi primi balletti si servì di un numero ancora più vasto di strumentisti, fino a comporre quella che ancora oggi viene considerata la partitura per la più grande orchestra del mondo, la sinistra Numero 47.
Per poterla suonare secondo la volontà dell’autore occorrerebbero novantadue contrabbassi, centotrentacinque clarinetti, solo tre fagotti perché da quella volta là di Mahler il loro numero venne drasticamente ridimensionato, settantun tromboni, sessanta trombe, quindici persone colpite da trombosi, la fanfara dei bersaglieri di Bergamo, seicentododici violini, quattrocentosette viole, centosessanta violoncelli, Viola Valentino o perlomeno una sua parente prossima, millequattrocentotredici contrabbassi (“E voglio vedere se così si sentono, porcoggiuda!”, pare avesse commentato l’autore), e un numero impressionante di percussioni fra cui comparivano suonatori di cucchiai, di bocche, di panze, di scatole di minerva, di bidoni del rudo, schiaffeggiatori di chiappe, schioccatori di dita, battitori di piedi, di piste e di palle da baseball, picchiatori mafiosi, pugili suonati, alzatori di cinque e cacciatori di zanzare. E poi l’organista cieco con la sua scimmia ammaestrata, una mamma col bambino che non si vuole addormentare, una ragazza innamorata sotto la doccia e due muratori sulle impalcature. E Jimi Hendrix.

Chiaro che nessuno riuscì mai a suonarla, una volta si provò a mettere insieme Jimi Hendrix e Viola Valentino, ma lui non riusciva a trovare gli accordi di Comprami, lei non ne voleva sapere di cantare Hey Joe, finì in vacca dopo due ore con ampia diffusione di sfanculi e porchidei.

Dopo quest’esperienza paradossale Stravinskij cambiò atteggiamento e iniziò a comporre musica per orchestre più ridotte, e scoprì il balletto.

Fu la sua grande passione, scrivere per il balletto. Ci perdeva mesi, si chiudeva in camera indossando il suo tutù preferito e componeva motivi e ostinati, variazioni e pastiches, pali e frasche, gaspari e zuzzurri, poi usciva e collezionava successi di pubblico e critica.

Pulcinella, La Carriera Di Un Libertino, La Sagra Della Primavera furono successi senza precedenti e la sua fama si estese in tutta l’Europa. Si assisteva alla nascita di una stella, ma tutto cambiò da un giorno all’altro quando, uscendo per una paseggiata, il compositore decise di andare a farsi un giro sulla Prospettiva Nevskij, dove incontrò l’uomo destinato a cambiare per sempre il suo destino: Franco Battiato.

È lo stesso musicista siciliano a raccontare l’episodio nel suo libro “Ermeneutica e altre parole difficili”:

Mi trovavo a San Pietroburgo da un paio di giorni, in vacanza col mio amico Manlio Sgalambro, e quella mattina passeggiavo per la Prospettiva Nevskij, di ritorno da una ricca colazione presso il Caffè Letterario. Avevo intenzione di visitare la biblioteca nazionale, contiene una meravigliosa copia del Beda Peterburgiensis che anelavo di ammirare, e poi non mi andava di tornare subito in albergo, tanto Sgalambro avrebbe dormito fino a mezzogiorno come minimo. La sera prima avevamo fatto tardi in un palazzo di meretricio che conosceva lui, un posto da bifolchi, niente a che vedere con le sale sofisticate dove l’alta società sovietica è usa pucciare il biscotto, ma a Manlio piace mescolarsi con la realtà di strada, il puzzo di piedi e cipolle, è attratto dal tanfo della vita. Chiaro che poi se ti pigli le malattie non puoi certo lamentarti, e io quel giorno temevo di avere contratto un morbo, perché sentivo un forte pizzicore al cavallo delle brache, ed ero proprio lì che me le strizzavo e sistemavo quando per caso incontrai Igor Stravinskij.

Ci conoscevamo, naturalmente, fra menti eccelse non è raro l’incrocio di destini, e ci fermammo al crocicchio per scambiarci convenevoli. Io gli raccontai della mia serata e del timore di avere un’infiammazione ai genitali, e lui mi redarguì per le mie abitudini così materiali.

Bada Franco”, mi disse, “Tu devi emanciparti dall’incubo delle passioni, che i sentimenti popolari nascono da meccaniche divine, ma portano alla dannazione! Fai come l’eremita e rinuncia a te!”

Ci salutammo e riprendemmo la via, ma quell’incontro restò nella memoria di entrambi, ed entrambi ne traemmo ispirazione: io tornai in albergo e scrissi una delle mie canzoni più fortunate, lui di lì a poco compose L’Uccello Di Fuoco.

separati alla nascita

separati alla nascita

Purtroppo per Stravinskij non fu solo la sua opera più importante l’eredità di quell’incontro. Irretito dalla mente contorta di Battiato abbandonò la composizione classica per buttarsi nella musica dodecafonica. Conobbe Anton Webern, l’allievo di Schoenberg, inventore della dodecafonia, e scrisse delle robe incasinatissime ispirate ora a Dylan Thomas ora al profeta Geremia. Il pubblico lo abbandonò, la sua ultima opera, il Monumentum pro Gesualdo di Venosa ad CD Annum, venne presentato alla Fenice di Venezia nel 1960, e a vederlo c’erano solo lui, Battiato e Philippe Daverio. Tutti gli altri erano partiti per l’Inghilterra , dove erano arrivati i Beatles.


Sandro

Sandro non lo conosco, ma a guardarlo nella sua maglietta dei Sepultura non deve avere molti anni più di me. Chili invece si, tanti, che sotto la maglietta ha una panza che i Sepultura potrebbe benissimo esserseli mangiati.
Sta tenendo una lezione sui mostui sacui del uochenuoll, unico allievo un suo amico che ha avuto la sfiga di incontrarlo e soffre come una partoriente, e me, seduto sotto una palma ad aspettare una persona con cui finire questo bel sabato di sole, a cena, magari col mare davanti.
Sandro si mette ad elencare le date di nascita di tutte le uockstau più celebri, da Eddie Vedde a Kuut Cobain, mostrando con logica ferrea e spietata come i compleanni dimostrino più di quel che sembra, e tira fuori la storia del Club 27, aggiungendo per buon peso che dev’esseuci sicuamente una cospiuazione.
L’idea era di alzarmi e andarmene, che non mi va di fare incrociare melomani deprimenti e giovani sconosciute, ma decido di restare ad aspettare le scie chimiche, sono sicuro che arriveranno, quando si tira fuori la teoria del complotto sono sempre le prime insieme al signoraggio. E poi avrò un aneddoto ridicolo da raccontare alla mia ospite.

Lei si chiama Marta, l’ho incontrata un paio di settimane fa in libreria, mi sono detto che non posso essere sempre terrorizzato dalle donne, non c’è niente di male ad attaccare bottone per strada, e poi una libreria è un bel posto per conoscere una ragazza, così le sono andato incontro deciso e a un passo da lei mi sono voltato a prendere un libro che cercavo da anni e non vedevo l’ora di leggere ma guarda che fortuna, l’ho agguantato e mi sono fiondato alla cassa.

Solo fuori, davanti al ciaoamico che cerca di darti un cinque e venderti l’ultimo libro di suo cugino, mi sono preso a schiaffi in due direzioni, una per essermela conigliata con la ragazza, l’altra per aver buttato via dei soldi nella raccolta di barzellette di Totti, e quelli sono schiaffi fortissimi, che devo fare tanta penitenza, e se mi vede qualcuno altri schiaffi, per vendicare la dignità. Però non c’è nessuno, solo il ciaoamico che mi sta davanti con la mano aperta e non capisco se vuole ancora un cinque o cerca di mollarmi due pattoni anche lui, che ha bisogno di sfogarsi, tutto il giorno sul marciapiede a farsi ignorare da mezza Genova renderebbe violento anche Gandhi.

Gli metto in mano il libro di Totti e rientro, che chiedere il numero di telefono alla ragazza di prima è diventata la missione del giorno, solo che la ragazza di prima non è dove l’avevo lasciata. Provo a salire ai piani superiori, ma non la vedo. Supero i dvd, i fumetti, e un po’ mi piange il cuore, che trovarcela davanti l’avrei letto come un segno divino e l’avrei dichiarata la donna della mia vita e le avrei chiesto di darmi dei figli, non importa di chi.

Insomma, la ragazza che poi scoprirò essere Marta non c’è, né in veste di Marta né in quella di giovane carina coi riccioli neri e camicetta bianca e borsa di stoffa, come l’ho temporaneamente identificata.
Torno giù, mi è rimasto da visitare solo il reparto strumenti musicali e non ce la vedo a suonare la chitarra elettrica. Ho ancora un forte senso di colpa per aver fatto guadagnare qualche centesimo in diritti d’autore a Francesco Totti, e per mondarmi la coscienza vado a cercare un libro vero, possibilmente impegnativo, che mi permetta di fustigarmi ancora durante la sudata lettura.

Sono a picco su un tavolo, indeciso fra una biografia di Tamerlano e un giallo scandinavo, e il mio campo visivo è attraversato da una mano di donna che plana sulla distesa di libri davanti a me e si fa strada decisa verso il mio pisello, rintanato nei pantaloni, appoggiato placidamente su una pila di volumi di Stefano Benni. Sollevo un’espressione fra il violato e il lubrico, e mi trovo di fronte la ragazza di prima, chiaramente imbarazzata, che mi indica lo scrittore bolognese su cui ho fatto il nido.

Si scusa, mi scuso, le passo il libro. Seguono momenti di imbarazzo, che interrompo dicendole che è un libro bellissimo, perché Saltatempo lo è davvero, e mi risponde che ha letto una recensione del libro su un sito di recensioni di libri, e sono un po’ stupito di questo fatto, perché a Genova se parli con una ragazza in libreria questa di solito si limita al sorrisetto convenzionale e si trasferisce in Asia.
Questa non solo non va in Asia, ma mi indica il giallo scandinavo ignorando bellamente il condottiero mongolo e dice “Quello l’ho letto, non è male. Però preferisco Simenon.”
Mi sento autorizzato a offrirle il caffè, e ci spostiamo al bar del negozio dove si compiono le formalità di rito, presentazioni e scambi di contatti. E arriviamo a sabato, a Sandro e alla sua maglietta dei Sepultura.

Sta raccontando al suo amico che Jimi Henduix che non è mouto davveuo pe un’oveudose di tuanquillanti, c’è di mezzo la CIA, e sto per intervenire ricordandogli che Hendrix è morto a Londra, di fronte a dove abitavo io, ma in quel momento arriva Marta, e le vado incontro.

Anche Sandro.

Ma che cazzo.

“Mauta!”
“Sandro! Cosa ci fai qui?”
“Mi puendo un po’ di sole e paulo con questo mio amico che.. oh, se n’è andato.”

Insomma che sono amici da tanti anni, suonano insieme in un gruppo, e quel giorno in libreria avrei dovuto salire fino in cima e l’avrei trovata a provare un basso, ma sono stato affrettato e adesso mi tocca Sandro. Perché si invita a cena, ovviamente.

“Pensavo di andare in una trattoria qui dietro, il gestore è molto simpatico e ti tratta bene”
“E peuché non ci mangiamo un bel sushi?”
“Uh si! Che bella idea!”, risponde Marta.

Non so come funzioni nel resto del mondo, ma a Genova un ristorante di sushi è un posto gestito da cinesi dove mangi variazioni sul tema della cucina cinese, in porzioni minori e con prezzi da usura. Non so se si capisce con che faccia accolgo la scelta.
Però mi adeguo, via, Marta sembra interessante anche se ha amici discutibili.

Sandro ci conduce al piccolo trotto su per via San Lorenzo, che il ristorante che conosce è in centro, e in una decina di minuti ci troviamo davanti a un negozio di abbigliamento.

“Eccoci auuivati! Entuiamo!”
“Ma qui?”, chiedo.
“Ceuto! È un uistouante molto quotato!”
“Ma i vestiti?”
“Vendono anche vestiti, che c’è di stuano?”, sibila il fan dei Sepultura, poi scocca un’occhiata perplessa a Marta, che accusa imbarazzata.

Il cameriere che ci accoglie è italiano, così la barista e tutti gli altri personaggi che vedo passare mentre ci accomodiamo al tavolo. È il ristorante orientale meno orientale che abbia mai visto, in compenso ci sono vetrine piene di abiti firmati e bacheche piene di accessori costosissimi. Ho un terribile presentimento.

“È curioso, siamo gli unici clienti”, dico.
“Meglio, così pauliamo senza esseue distuubati! Peuesempio, tu che musica ascolti?”
“Ehm.. Tom Waits?”, rispondo, nella speranza che la sua maniacalità sia limitata al rock duro e puro.

“Ehi, che figo! L’hai visto dal vivo quand’è venuto a Milano?”
“No, costava troppo”
“Eeh peuò è stato un conceuto impeudibile! Valeva il puezzo!”
“L’hai visto?”
“No, ma c’è stata una mia amica. Io ho visto i Sepultuua puima che si sciogliesseuo”
“Ah si sono sciolti?”
“Dopo che è mouto il figlio della louo manageu in un incidente, ma paue che la stouia sia molto più complicata”

Ahia. Ci siamo. A quanto pare non basta evitare gli argomenti pericolosi, è lui che ti ci trascina dentro, ti inchioda in un angolo e ti sfinisce di cazzate. Dopo i Sepultura passa a raccontarmi di Amy Winehouse uccisa da una multinazionale, Jim Morrison che è ancora vivo e abita a Seattle e naturalmente l’immancabile pippone sul sosia di Paul McCartney.

“E John Lennon?”, chiedo, abortendo uno sbadiglio.
“Gli ha spauato Mauk Chapman”, risponde come se gli avessi chiesto la cosa più ovvia del mondo.
“Beh dai, non può essere una cosa così semplice. Lennon abitava al Dakota, dove Polanski aveva girato Rosemary’s Baby cinque anni prima, proprio mentre sua moglie veniva ammazzata nella loro villa di Los Angeles.”

Sandro mi guarda come se fossi cretino. “Non ci vedo puopuio nessun collegamento!”
“Ma come no? Sulla scena dell’omicidio trovarono la scritta Helter Skelter, come il titolo di una canzone dei Beatles!”
“Ma che c’entua!”
“C’entra eccome! Ma come fai a non vederlo! Sulle ringhiere del Dakota ci sono i draghi rettiliani! Cazzo, mancano solo i riferimenti alla massoneria!”

Marta e Sandro si guardano spaventati, mi dicono di calmarmi, si riguardano. Calmarmi, certo! Io mi dovrei calmare! È tutta la sera che sopporto gli sproloqui di questo squilibrato, che poi chi cazzo lo avrà invitato, e mi hanno portato a cena in gioielleria, e sono io quello che si deve calmare! E i rettiliani ci sono davvero! Li ho visti!

“Scusi, ci porta il conto?”, chiede Marta al cameriere. Non abbiamo ordinato ancora niente, ma non importa, perché solo per esserci seduti ci chiedono ventiquattro euri ciascuno.

Appena fuori i due amici si congedano, Marta non prova neanche a inventare una scusa, si lascia prendere sottobraccio da Sandro e spariscono giù per la via.

Poi dice come mai non attacco mai bottone con le ragazze che incontro per strada.

 


ziggy played guitar..

Se nei ranghi dell’Ejercito Cadigattista si è sviluppata una pericolosa agitazione la colpa è solo di Panchin, perché se si fosse ricordato di prestarmi Guitar Hero per playstation tutto questo non sarebbe successo.
Avrei messo alla prova le mie doti di ludochitarrista, mi sarei stancato dopo due tre pezzi, avrei restituito il gioco con qualche frustrazione in più e tutti avremmo ripreso la nostra esistenza senza incidenti.

Invece Panchin il gioco non me l’ha più prestato, e ho dovuto arrangiarmi da solo.
Mi sono chiesto “Chissà se esiste un gioco analogo per pici? Ochei, non avrò il joypad a forma di chitarra, ma chi se ne frega, sarà solo un po’ meno divertente..”
E ho trovato Frets On Fire, un programmino gratuito molto diffuso in rete, benché io non ne sapessi niente, che ti permette di scaricarti le canzoni e suonarci sopra esattamente come fai con Guitar Hero quando Panchin si ricorda di portartelo.

E la quiete alla sede dell’ECLN è finita.

Appena il Subcomandante ha provato l’ebbrezza della chitarra elettrica si è sentita invadere dalla febbre del rocchenròl, e non si è più staccata dal monitor.
Inutile dire che il resto della truppa le è andato dietro, e da lì a fondare un gruppo musicale digitale è stato un attimo.

Adesso quando entro in casa sembra il backstage del festival di Woodstock, tutti hanno uno strumento in mano o stanno in coda per accaparrarselo, canticchiandosi nel frattempo una melodia possibilmente anni 60, meglio se rivoluzionaria.

posterIl Subcomandante, che muove meglio degli altri le dita, si è impallata con Jimi Hendrix, e ieri l’ho beccata a cercare di dar fuoco alla tastiera, dopo un’ispiratissima versione di Purple Haze.
El Bastardo e Morelia Toñita De La Selva De Lacandona hanno messo su un complessino e suonano pezzi degli Animals. All’inizio ne faceva parte anche il nuovo arrivato, One Eyed Jack, un gringo convertito alla causa, ma per quanto adattatosi alla vita di trincea, pur sempre un gringo, con gusti musicali da gringo. E’ stato spedito quando ha cercato di far suonare ai compagni un pezzo west coast.
Ora se ne sta tutto solo in giardino suonando brani da Pet Sounds, dei Beach Boys.

“E’ solo una moda, passerà”, mi sono detto, e ho assistito passivamente a questo sfogo collettivo, ma col tempo la situazione è andata peggiorando. Anche l’aspetto di casa si è allineato seppur lentamente a quest’atmosfera da festival estivo, sono comparsi pantaloni a zampa buttati sulle spalliere delle sedie, e un portacenere finora intonso ha presentato inequivocabili tracce di spinello. Impossibile risalire al colpevole osservandone l’apertura delle pupille, da quando è scoppiata la beat revolution tutti i membri dell’ECLN girano con occhiali da sole, tranne One Eyed Jack che porta il monocolo.
vintage
E poi tende colorate a fiorelloni, incenso acceso ovunque, e un misterioso pulmino Volkswagen rosa giallo e verde posteggiato in strada, carico di fricchettoni sbucati da chissà dove.
Per forza, mi hanno riferito degli amici che in stazione sono esposti manifesti vintage che parlano di una tre giorni di pace e amore e musica nel nostro giardino, e la cosa ha attratto appassionati da tutta europa.

Non so se sono ancora in tempo per rimediare e riportare la truppa sulla via della ragione, e anzi, temo che le cose finiranno per peggiorare ulteriormente. Ho scoperto infatti, scorrendo le canzoni del gioco, che oltre alla parte beat ne esiste una ben più nutrita sezione heavy metal.
Mi aspetto da un momento all’altro di vedere il furgoncino tedesco sostituito da una squadra di Harley Davidson, e i manifesti in stazione celebrare un imminente Monsters Of Ronk!