Archivi tag: leghisti

ho visto famiglie distrutte da Gustavo Lima

“Vorresti trascorrere un fine settimana in un antico borgo medievale, assistere a un suggestivo spettacolo teatrale, gustare le prelibatezze della cucina ligure e finire la giornata su una meravigliosa spiaggia? Con Izzy Travel puoi! Con soli otto euro potrai aggiudicarti il nostro fantastico pacchetto Ceccere Cecce e trascorrere un weekend indimenticabile!”

È così che immaginavo di ricevere l’invito, in una busta rossa col mio nome scritto in caratteri dorati pieni di ghirigori, recata da un messo in calzamaglia bicolore con un buffo cappello, che scende da un cocchio trainato da quattro cavalli, due bianchi e due neri, e si fa accompagnare da un paggio col tamburo che sottolinea ogni puntoacapo con un rullo, tipo annunciaziò annunciaziò. In realtà il messaggio è più sul genere “Domani vieni ad Apricale con me, Matteo e Roberto. Non rompere il cazzo e fatti lo zaino, ci vediamo alle quattro e mezza davanti al Saturn”, perché con Giulia le cose sono sempre piuttosto dirette. Potrei rifiutare, ma non ho niente di meglio in programma, poche cose sono migliori di un fine settimana in un antico borgo medievale eccetera eccetera, e poi mi fa piacere conoscere persone nuove. Matteo e Roberto li ho visti recitare in una webserie insieme alla mia amica, ma non ci conosciamo peddavvero, quindi è come se.

Ad andare in giro con degli attori non ti annoi mai

L’indomani sono puntuale davanti al Saturn, ma lei no, così entro e scopro che il tablet Nexus 7 di cui i miei amici hanno tessuto lodi te lo tirano dietro per tutto agosto grazie a una clamorosa offerta e a un raid notturno in un magazzino dalle parti di Alessandria. Sono lì che penso che in fondo posso vivere ancora un po’ senza libreria e materasso, e anche il bollo della macchina ma chi lo paga, dai, se vado avanti a crackers per tutto agosto e settembre rientro nelle spese in un attimo, e ho sentito dire che con un solo rene si vive benissimo, ma in quel momento mi arriva un messaggio della donna di pietra: “sono fuori, sbrigati”. Il mio conto corrente è salvo per un pelo.

È lì con le sue borse come se dovessimo partire per l’Alaska, indossa un paio di stivali borchiati e un vestito leggero senza maniche. Sembra un incrocio fra una commedia italiana estiva degli anni ’70 e un video dei Metallica. Sta benissimo, ma è lei a fare la differenza, potrebbe indossare scorpioni e non perderebbe un colpo.

Dopo poco arriva Matteo, che conosco anche per averlo visto recitare in uno spettacolo orrendo, e lui conosce me, ma non si spiega la ragione, e io mica posso dirgli che il suo spettacolo era orrendo, così traccheggio.

“Com’è che ti conosco, io?”
“Perché quando provavi per lo spettacolo dello Strehler de noatri io ero allo stage di improvvisazione cantata e ci incontravamo fuori.”
“No, non mi ricorderei di te così bene.”
“Boh, tu mi ricordi uno che però non posso dirti di più perché c’è un fascicolo secretato fino al 2047.”
“Eh?”
“Il tuo spettacolo era orrendo.”

Potremmo approfondire la questione, ma non sappiamo dove andare a sbattere, e Giulia non riesce ad aiutarci, perlopiù confonde le cose: “No, loro provavano la domenica, tu il martedì, impossibile che vi siate visti!” oppure “Avete entrambi dei sosia che si sono conosciuti in un’altra vita sotto ipnosi”, che è una scusa fighissima e la prendiamo tutti per buona.

Roberto, che dovrebbe essere il terzo, e che conosco anche per averlo incontrato poco tempo prima alla Fiera del Cappello Buffo non c’è, è stato quello che ha lanciato l’idea della trasferta e poi si è tirato misteriosamente indietro e nessuno sa la ragione, si nega al telefono, se gli suoni il campanello non risponde, se lo incontri per strada si butta per terra e fa il morto. Essendo un noto beccione tutti sospettano una qualche avventura a sfondo sessuale, ma Giulia suggerisce che possa essere stato catturato da un branco di pinguini e costretto a nutrirsi di torte a base di pesce. ancora una volta la spiegazione più assurda è la migliore, e ce ne stiamo.
In realtà deve avere letto il bollettino del traffico e si è tirato indietro per non dover subire la coda più lunga dall’invenzione della macchina, ma lo capiamo soltanto all’ingresso in autostrada..

Il viaggio è interminabile, stiamo imbottigliati da Voltri a Bordighera, poi dal casello di Bordighera alla provinciale per Apricale ci mettiamo tanto quanto arrivare a Barcellona in bici. Il tempo scorre impietoso come addosso a quelle che con me non ci sono volute stare,  c’è il rischio di perdere lo spettacolo, che non puoi entrare in ritardo, non si fa, e ad Apricale c’è questa tradizione di gettare i ritardatari giù dalla rupe nel torrente Merdanzo, che veramente, come fai a chiamare così un corso d’acqua, e poi magari ti aspetti che la gente ci faccia il bagno dentro, “andiamo a tuffarci nel Merdanzo!”, ma seriamente, dai.. Per recuperare il tempo perduto sperimentiamo varie tecniche, dal leggere Proust al costruire una macchina del tempo dentro una DeLorean, ma alla fine il metodo migliore risulta essere quello di Matteo, che si arrampica su per la montagna con uno sprint da rallista. All’arrivo il parabrezza non ha le mosche spiaccicate, ha i daini.

Però lo spettacolo lo vediamo tutto, e ne vale la pena: è un itinerario nel centro storico del borgo, a farsi raccontare storie dai pezzi di una scacchiera, che detta così fa ridere la minchia, ma vi giuro che è bello: c’è il re costretto a sposare una donna che non ama, l’alfiere maneggione, la torre insicura e il pedone dietro lo specchio. C’è la Morte e l’Autore, e soprattutto c’è il chiosco dei panini col salame che mi salva da un destino orribile, perché quando è stata l’ora di fermarsi all’autogrill qualcuno ha suggerito di non comprare da mangiare, che avremmo avuto tutto il tempo per farci l’aperitivo in piazza, e io ho nello stomaco solo un’insalata.

 

Sad king is the best king

Sad king is the best king

Si, ma dove avete dormito? Che Apricale ha degli alberghi, ma costano come l’Angst di Bordighera, dove per passarci la notte devi chiamarti Ghella e avere uno specchio in camera.
Avremmo dormito a casa di Alessandro, che recitava nello spettacolo ed è una persona squisita, se avessimo dormito, ma prima si è tirato tardissimo a fare discorsi di Cartesio e calciatori fuoriclasse e musica dodecafonica (giuro) e castelli austriaci e nessuno che divagasse su quale sia il miglior cortometraggio di Tex Avery, tutti dritti sui propri binari, anche un altro Roberto che ho conosciuto lì e viene aggregato al gruppo per sostituire quello tiraculi, che se non ti chiami Roberto non puoi dormire in casa, si vede che c’è una prenotazione e il nostro ospite è molto fiscale, che ne so. Poi molto fiscale non mi sembra, nella serie di cui sopra indossa buffi occhiali e circuisce uno che gli ha portato la pizza, ha più l’aria del cazzarone.

Verso le tre andiamo a dormire, ma c’è una tele che trasmette solo finali di film, e ci facciamo irretire dal fascino del fuori orario. Alle cinque siamo ancora tutti svegli che improvvisiamo doppiaggi su vecchie pellicole in bianco e nero: Bande à Part diventa la storia di un pistolero francese che spara a uno zombi in una stranissima pellicola con una coppia che corre avanti e indietro e una tizia che viene chiusa in un armadio e poi non si sa più come riaccenderla; Mastroianni balla ceccere cecce e poi litiga al bar con un amico innamorato di Milly D’Abbraccio; una tizia si spoglia, si fa cospargere di budino e invita tutti i presenti a pasteggiare su di lei, poi ci ripensa ed esce dalla finestra su una moto, ridendo come una cretina. Quest’ultimo era già assurdo così, l’abbiamo lasciato intatto.

….

Della parte in cui ci si sveglia e si torna presentabili al mondo preferisco non parlare, cinque persone adulte che passano la notte nella stessa stanza proiettano un’immagine dagli effetti devastanti in soggetti sensibili: perdita della fiducia nella vita, abbandono dei progetti, inappetenza, atarassia, desiderio di accoppiarsi coi leghisti. Non voglio essere responsabile se una donna porterà in grembo il figlio di Borghezio, lasciamo perdere.
Diciamo che siamo usciti di casa e scesi in piazza a fare colazione in mezzo ai tedeschi che si scofanavano torte salate e pastasciutte.

“Guarda che mangiano veramente male i nordici eh? Pastasciutta per colazione, ma come si fa!”
“No, siamo noi in ritardo, è l’una e un quarto.”
“Ah.. Comunque il tuo spettacolo era orrendo.”

Ho visto cose otto quegli ombrelloni che voi umani non potreste immaginare, tedeschi da combattimento in fiamme al largo dei Bastioni del Merdanzo..

È un’atmosfera eccitante quella che si respira nella piazza di Apricale, e non solo per gli sguardi appiccicosi che Roberto indirizza al tavolo delle ragazze scosciate, lì accanto. Sono in sei, un dannato hipster con la barba lunga, che adesso va di moda la barba da naufrago, e cinque ragazze che coprono tutta la scala estetica da Apparizione Mistica ad Arbanella di Sottaceti. E poi ci sono gli artisti della compagnia, quello che è sceso in pigiama, quello che indossa tre paia di occhiali alla volta, quello che somiglia a Walter White. Non è più una piazza di paese, è un crogiuolo di lingue e idee, senti versioni alternative di un monologo e un’idea innovativa di abbigliamento, che però così innovativa non è, sono sessant’anni che i tedeschi indossano i calzini sotto i sandali, smettila. C’è l’attrice che gioca a carte col suonatore di tromba, la cameriera che somiglia a Moana Pozzi porta un bicchiere di bianco gelato, lo vedi da lontano il bicchiere appannato, e la lingua ti schiocca in gola, e ti chiedi se sia presto passare dal cappuccino alla pizza solo per poterti gustare un calice di poesia, ma non è il caso, un alcolizzato a weekend è una regola alla quale non si deve mai trasgredire, e questo fine settimana ne hai già incontrato uno sulla via, stava all’autogrill e biascicava qualcosa sul bufalino senza mozzarella, è un po’ come la statistica che dice che non ci potrà mai essere più di un dinamitardo per aeroplano, perciò se giri con una bomba in valigia puoi stare tranquillo, vatti a pigliare un estatè.

Salta fuori un mazzo di carte, è il momento della cirulla. Io non ci so giocare a carte, ho una specie di rifiuto genetico, non lo so, vado alle fiere nerz e imparo a giocare agli scacchi quantici, che sono una roba che se non ci hai mai giocato non puoi capire, i pedoni che se li osservi spariscono, l’alfiere di Schrödinger, il re che è contemporaneamente regina e cavallo (ma questo essere donna ed equino ha precedenti illustri anche fuori dalle fiere, basti pensare a Sarah Jessica Parker), poi mi metti in mano un mazzo di carte classiche e mi spieghi le regole della briscola e la testa mi parte per destinazione ignota. Mi succede coi giochi di carte, coi discorsi di mio cugino e col mio capo che mi spiega cosa devo fare oggi, per il resto sono sempre piuttosto presente.

Lascio i miei amici alla loro partita, che si preannuncia lunghissima, e vado a fare due passi. Apricale è una casbah di pietra a vista, scalette che si incrociano come in un quadro di Escher, vicoli e tetti e angoli ovunque. Mi stupisce che nessuno ci abbia mai ambientato un episodio di Assassin’s Creed, si vede che la Regione Toscana pagava meglio, oppure era poco credibile un Enzo Auditore che piglia il cavallo e scende a Ospedaletti e si spiaggia fino alle sei, poi mojito al bar con gli amici, un’orata alla ligure per cena, discoteca in Costa Azzurra e ti saluto templari. Io ci avrei giocato a un gioco così? Non lo so, la discoteca me lo mena, e anche il livello del mare, non so se l’avrei finito. Però con le orate vado forte.

Ritorno a partita finita.

“Che si fa? Andiamo a pranzo?”
“Si, ma a casa, che il ristorante non apprezza quelli che si presentano a tavola alle tre e mezza, li buttano giù dalla rupe.”
“Anche loro? E come si distinguono quelli che arrivano tardi agli spettacoli da quelli che vogliono pranzare a cucina chiusa?”
“Dalla rupe. Apricale ne ha molte, grazie alla sua disposizione geografica può giustiziare un sacco di categorie senza fare confusione.  Per esempio qui dietro cacciano giù quelli che barano a carte”, dice Alessandro, gettando un’occhiataccia a Matteo. Lui si infila una mano in tasca e fischietta un tormentone estivo che somiglia molto a quello che ballava Mastroianni la sera precedente.

A casa ci facciamo una pastasciutta e due bottiglie di ottimo bianco, e come succede sempre quando si contano i morti sul tavolo la conversazione prende pieghe più interessanti, tipo chi va con chi, chi è stato con chi, chi si vuol fare chi, e poi c’è Roberto che ci racconta un episodio talmente orribile che corriamo tutti fuori a vomitare, ma sono cose che uniscono gli uomini in un’amicizia virile, e Giulia non fa eccezione, che su queste cose è più uoma di tutti quanti, e se la ride soddisfatta e anche un po’ misogina.

Bene, è ora di ripartire, la strada è sgombra, la testa pure. Ci lasciamo con la promessa di rivederci in città, ma sappiamo già che certe promesse sono fatte per essere disilluse, i nostri destini ci portano su strade diverse, Alessandro deve partire per una tournèe col Circo di Brema dove interpreta la donna barbuta, Matteo ha da soddisfare tutte le donne d’Italia suddivise per regione, e la settimana prossima comincia col Veneto, Roberto vuole farsi una tedesca prima della fine delle ferie, anche a costo di fidanzarsi con una schuko, e Giulia sta per partire per la Scozia, da dove tornerà sposata con un cornamusiere con la stessa barba da hipster che hanno i ragazzini da queste parti, ma anche con un kilt che la giustifichi.

Io, di mio, ho un piano molto preciso per scalpellarmi il cuore, e intendo portarlo a termine prima possibile, che questa vita serena sicura e inappagante mi ha già rotto le palle, sono nato per soffrire. Ha ragione Bacca:

“Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.”

Annunci

l’orda

Da oggi a Ronco abbiamo l’Emergenza Immigrazione. Cosa vuoi, non vogliamo farci mancare niente come nei grossi centri, così appena si è liberata la vecchia sede della Croce Rossa l’abbiamo stipata con un’orda di quattro africani. Sono un po’ preoccupato, non tanto per il logico aumento della criminalità, che in fondo due stupri te li puoi anche gestire, e ci sono delle tizie in paese che si fregano già le mani, quanto per l’ovvia conseguenza che l’Emergenza Immigrazione si porta appresso: i banchetti della leganord. Ecco, a me i banchetti della leganord fanno incazzare ancora di più di quelli del pidielle, perché se questi ultimi sono occupati da individui beceri che non sanno distinguere un politico da un criminale in quelli del carroccio ci trovi dei primati cui non si è sviluppato neanche il pollice opponibile, e ogni volta che devono darti un volantino te lo tirano addosso, e ti va bene, che per attirare l’attenzione tirano la propria merda. E facci dei discorsi se ci riesci. Ti rispondono a slogan, con la bocca spalancata e un po’ storta sputacchiano gli unici concetti che le loro menti dalla capacità di un blister di tictac riescono ad assimilare: “Rimandiamoliacasalorooh” berciano ai passanti, “Noallamoscheaah”, li senti già da lontano. E poi ti dicono che non è vero che sono razzisti, che Tosi a Verona ha mandato via solo le testedicazzopericolose e adesso con gli immigrati c’è un bel rapporto.
Tosi.
Quello che è stato condannato per istigazione all’odio razziale.
Quello che nella propria lista elettorale ha candidato un neonazista.
Quello che dopo l’elezione ha fatto triplicare lo stipendio di sua moglie.
Quel Tosi lì.
Eh ma parla bene eh! In televisione ha detto quello a quell’altro che era un piacere starlo a sentire.

E io quando mi dicono delle cose così non ce la faccio a ribadire che sono cazzate, per sentirmi rispondere che però anche queglialtri ne han fatte di peggio ci rinuncio. A cosa serve cominciare un dibattito se mancano proprio le basi per portarlo avanti, io dico che così non si può fare e quello mi risponde che però anche voi, perché oramai l’agone politico è Noi e Voi, indipendentemente dalle sfumature, se non sei dei nostri allora sei dei loro e quindi ragioni come il nemico, anche se sono due ore che provi a spiegargli che tu con quelli non ci vuoi avere niente a che fare, che magari neanche vai a votare proprio per la stessa mancanza di ideali che stai denunciando al tuo interlocutore. Niente, “eh ma anche voi e più di noi” si ripete sempre e ti ammazza ogni tentativo di comunicazione civile.

Sai cosa? Se tirano su il gazebo bianco e verde per protestare contro gli immigrati prima gli mostro la carta d’identità, che si capisca che io non sono un clandestino, poi li meno. Senza dire niente. Li meno e basta. Alla peggio sarò proprio come loro, ma di più.


così vediamo dove siamo e dove stiamo andando, così impariamo ad imparare e a sbagliare sbagliando.

In Italia siamo 60 milioni di persone. Di queste meno della metà (23 milioni) ha accesso a internet. Di queste solo 2.5 milioni legge articoli di informazione non provenienti dalle grosse testate, si fa un’idea più libera dai condizionamenti (sarà poi vero?). 2.5 su 60 milioni. Dove vogliamo andare?

È bello mettersi lì e condividere l’articolo del “giornalista indipendente che dice la verità”, ci fa sentire parte di un movimento di risveglio collettivo del Paese, ma la verità è che siamo quattro poveretti, che leggono, si incazzano e condividono sempre fra loro quattro. Una piccola comunità di rancorosi che si fa le seghe sognando la rivoluzione. Perché gli italiani sopportano tutto senza lamentarsi? Come fanno a non rendersi conto che la merda li ha sommersi? Come respirano? La repubblica è diventata un’oligarchia, un sistema feudale in tutto simile a quello di mille anni fa, col signore che comanda i vassalli, che dai loro ministeri e commissioni gestiscono la selva di valvassori, portaborse, che dirigono aziende in cui assumono con contratto a lacrime i servi della gleba.
Ma va tutto bene, siamo in fondo alla piramide, abbiamo la libertà di spostarci per il Paese e mugugnare quanto ci pare, perciò siamo liberi. Non importa che ci sia stata tolta la possibilità di essere rappresentati in politica, di avere dei diritti come lavoratori, di nascere, di non nascere, di morire quando ci pare, di curarci come vogliamo, di pregare chi vogliamo o di non pregare affatto, di migliorarci, di sentirci uguali ai nostri vicini europei se non di quell’uguaglianza verso il basso.
Va tutto bene, dedichiamo a chi si lamenta un’occhiata infastidita, come al bambino capriccioso sull’autobus, e continuiamo a giocare col nuovo telefonino senza tasti che con meno di un euro ti fa anche da navigatore, con meno di un altro euro fa le foto vintage, con meno di un altro euro ti fa vedere gli highlights della partita, tutte spese ridicole che ci fanno sentire parte di una grande comunità felice. Poi in macchina ringhiamo a chiunque ci attraversi la visuale, a quello che sorpassa e dove cazzo avrà da correre, a quello che rallenta e allora fermati già che ci sei, a quello che svolta e la freccia te l’hanno insegnato a cosa serve o no, a quello che posteggia in doppia fila e ci vorrebbe un vigile, al vigile che proprio te doveva fermare perché non se ne stava al bar come tutti i suoi colleghi.
Siamo un popolo strano noi italiani, e a quanto pare ci va bene così, ne siamo anche fieri, tanto che quando andiamo all’estero ci offendiamo se qualcuno ci tratta meno che da popolo eletto e libero di schiamazzare sporcare pretendere obbedienza, però quando incontriamo degli altri italiani fingiamo di non conoscerli, scuotiamo la testa e rispondiamo in un’altra lingua quando ci chiedono dov’è un bar che trasmetta la partita della Nazionale.
E a quelli cui non va bene così? Alla segretaria che si chiede perché il suo stipendio sia la metà di quello di un’inglese, perché il treno che la porta in ufficio debba avere sempre un quarto d’ora di ritardo, perché bisogna prendersi mezza giornata di ferie per rinnovare la carta d’identità, perché bisogna sempre accontentarsi del poco perché “vai a vedere come stanno in Cina prima di dire che stai male”. Ma che c’è solo l’Italia e la Cina? Perché non ci confrontiamo un po’ con l’Olanda, per dire?

Gli scontenti se ne stanno seduti a leggere, non si accontentano della visione ottimistica della televisione, e credono che si possa migliorare, e che le cose come stanno non stanno bene, e si rodono e si pongono le stesse domande che mi sono posto io oggi. E come me non si rispondono, si limitano a far girare l’articolo del giornalista controcorrente che dice che sarebbe ora di ribellarsi, dicono che si, sarebbe ora di ribellarsi cazzo, scrivono anche due pagine piene di livore sul loro blog dove ripetono che oh, ma ci vogliamo svegliare cazzo, e..

..

..

..e basta. E non succede altro. Loro continuano a stare incazzati a leggere i blog dei loro simili, e il resto degli italiani, il 97.5% che non si pone questi problemi fa altro, va al mare, pulisce casa, guarda la tele, si prepara per uscire con gli amici, prenota al ristorante. È felice, in genere, e gli va bene così, fintanto che il suo stipendio gli permette di organizzarsi le ferie e cambiare macchina se ce n’è bisogno.

Ochei, ho buttato delle percentuali a cazzo, ma non credo di allontanarmi tanto dalla realtà, e comunque non mi interessa quanti, ma chi, e soprattutto come, vorrei capire come si può uscire da questo torpore, da questa dimissione civica, come l’ha chiamata Saramago, possibilmente senza armare un esercito o andare a mettere bombe sui treni.

Ho pensato che bisognerebbe stampare le cose che leggiamo, gli articoli che ci fanno incazzare, quelli che consideriamo utili a una causa, quelli che raccontano le cose come stanno, bisognerebbe stamparli e fotocopiarli e abbandonarli in giro sui treni sugli autobus nelle stazioni, appenderli alle vetrine, prendere l’abitudine di tirar fuori dalla rete i pensieri importanti e portarli a chi la rete non la usa. Magari uno se li legge intanto che va a lavorare, magari si fa qualche domanda, chissà che uno non lo convinci a mangiarselo il prosciutto, invece di stenderselo sulla faccia.

Perché secondo me la maggior parte delle persone non è stupida o cattiva o egoista, è solo troppo pigra per rimettersi a ragionare, e lascia che siano altri a dir loro cosa fare, a chi dare fiducia e chi considerare una minaccia. Le persone sono troppo prese a fare troppe altre cose per cercare la verità dietro le parole scritte grosse, per leggere anche quello sotto il titolo, andiamo avanti a comprare mucche su facebook, a condividere appelli per la bambina malata di leucemia che ci fa sentire tanto buoni senza perdere più di un minuto, e peccato che sia una cazzata che gira da quindici anni, e che sarebbe bastato perdere un altro minuto per verificarlo, non ce l’abbiamo anche il tempo per quello. Una zingara ha cercato di rapire una bambina? Zingari di merda. Era una palla, ma non importa, intanto zingari di merda resta. Le moschee sono pericolose per i cittadini, gli immigrati sono pericolosi per i cittadini, l’influenza suina, i comunisti, la magistratura, da chi dobbiamo guardarci fra una partita di calcio e l’altra? La maggior parte delle persone è questo che fa, segue la regola alla base dell’economia, il massimo risultato col minimo sforzo (cerebrale).

Svegliateli. Ma non su internet, là fuori, dove le pecore vivono e mangiano e si incontrano. Scrollateli, mostrate loro dove stiamo andando, obbligateli a guardare nel buco dove vivono, spingeteli ad alzare la testa, convinceteli che si può.

E già che ci siete rigategli il suv.


alta società

Io lavoro in un posto che mi permette di essere a casa per l’ora di pranzo, cosa che mi permette di essere a casa quando la postina viene a portarmi la corrispondenza. Funziona così, lei arriva, scende dalla macchina, il mio cane la sente e si precipita in giardino, salta sul muretto e comincia ad abbaiare come un leghista davanti al progetto di una moschea, io esco per farlo tacere e la postina mi consegna quel che deve e mi sfancula. Lo fa con una cadenza preoccupante, tanto da farmi credere che le dia fastidio essere accolta dai latrati. Ho pensato di tenere il cane rinchiuso, ma poi mi sono reso conto che probabilmente mi sfancula perché è mia sorella ed è abituata così, e sul muretto mi ci sono messo io e adesso appena si presenta ci siamo in due ad accoglierla, Jack che abbaia e io che le tiro le pietre.

Qualche giorno fa mi ha portato una lettera diversa dalle solite, non cominciava né con Gentile Cliente né con Comando Dei Carabinieri Di, e mi sono incuriosito tanto da aprirla subito.

“Cazzo fai, mi porti le lettere degli altri?”, ho chiesto a mia sorella.
“Perché? C’è il tuo indirizzo sulla busta! A chi dovevo portarla?”, mi ha risposto.
“E io che ne so! Qui dice La Esse Vu è invitata.. Io mica sono Esse Vu!”
“Deficiente! Esse Vu vuol dire Signoria Vostra!”
“Ah. Credevo Simona Vetuschi.”
“Mavaffanculo.”

Ho letto il resto della lettera, diceva che la essevù di cui sopra era invitata al Gran Ballo Delle Debuttanti che si sarebbe tenuto a Genova presso il Palazzo Ducale di lì a qualche giorno.

Il Ballo Delle Debuttanti! Non ci potevo credere! Non ero mai stato invitato a un evento così importante! Sognavo di parteciparvi da quando avevo sedici anni, e mai, dico mai una volta che mi fosse arrivato l’invito!
Una volta alle superiori una mia compagna era stata scelta dalla Gilda Delle Debuttanti, l’organismo che si occupa di monitorare tutte le diciottenni della città per decidere chi sarà all’altezza di accedere al Gran Ballo, e in poco tempo tutta la scuola ne era venuta al corrente, stazionavano frotte di ragazzine fuori dall’aula solo per guardarla, le sentivi sospirare, anche se il rumore che copriva tutti gli altri era quello di denti digrignati.

Come dar loro torto? La fortunata sarebbe stata accolta dalla crema della città, avrebbe trascorso la serata conversando amabilmente con industriali, banchieri, avvocati, medici, e quell’anno si mormorava della presenza di un vero dittatore sudamericano!

E finalmente toccava a me, avrei assaporato il vero lusso, quello che si vede in televisione, mi sarei confrontato con qualcuno che sentivo al mio stesso livello per educazione e cultura, e alla fine avrei ballato con un vero cadetto della Marina..

Ho emesso un bestemmione da oscurare il cielo, e mi sono rivolto alla mia ragazza in cerca di aiuto: “Marzia, porcatroia, io non so ballare! Insegnami qualche passo!”
“Ma io conosco solo balli sudamericani, a Palazzo Ducale dovrai ballare dei valzer!”
“Meglio che niente, poi cercherò di adattarli alle circostanze.”

Salsa, bachata, rumba, lambada e merengue solo per cominciare. Poi i passi più difficili come il cha cha cha cha, che è una versione più impegnativa del cha cha cha, la samba quattroperquattro, che ancora adesso devo capire cosa sia, fino al pericolosissimo mambo verde, che se lo balli per dieci secondi muori.

“Non riesco a immaginarti a sculettare nel bel mezzo di una mazurca, mi sa che è meglio se rinunci.”, mi dice Marzia.
“E perdere l’occasione della vita? Mai! A costo di pestare i piedi a tutta la marina militare io parteciperò a quel ballo!”

La sera della festa ero emozionatissimo, mi sono preparato con cura, ho messo un abitino bianco con una gonna piena di svolazzi, una coroncina deliziosa fra i capelli e delle scarpette senza tacco che sembravano due confetti. Mi sono anche fatto la barba.

Marzia ha trattenuto a stento una lacrima. “Sei bellissimo”, ha detto, “Se tua madre potesse vederti!”
“E come fa? Non ha mica la vista a raggi x!”, le ho risposto ridendo. In effetti mia madre era nell’altra stanza, l’avevamo invitata a cena, ma dopo che ce l’aveva preparata l’avevamo chiusa in cucina a lavare i piatti.
“Vai ora, o farai tardi!”, mi ha sussurrato all’orecchio, spingendomi fuori.
“Non mi dai un bacio?”
Mi ha spinto più forte.

Davanti a Palazzo Ducale le diciottenni non si contavano, erano tutte assiepate sugli scalini, o vicino alla fontana, e indossavano abiti elegantissimi. Certe avevano delle scollature da caderci dentro, o delle gonne così corte che una maglietta le avrebbe coperte di più.
Io sembravo la loro nonna, con quel vestito morigerato. Gli occhi a girandola tradivano un desiderio di parentele più strette.

Mi sono presentato al militare all’ingresso, un ufficiale di marina alto come un corazziere, e gli ho mostrato il mio invito.
Se l’è rigirato fra le mani, mi ha guardato un po’, ha ricominciato a esaminare il biglietto.

“Lei è il padre?”, mi ha detto alla fine.
“Di chi?”, ho trasecolato.
“Quest’invito non va mica bene”, ha detto, e mi ha restituito la lettera.
“Perché no? Non è il Ballo Delle Debuttanti questo?”
“Si, ma non è il ballo ad essere sbagliato, è l’invito. Non vale per questa festa.”
“Ma qui c’è scritto Palazzo Ducale!”, ho insistito.

Il marinarone nel restituirmi la lettera mi ha indicato l’intestazione:
“Vede qui? Legga bene cosa c’è scritto.”

È stato a quel punto che mi sono reso conto dell’errore, non ero stato invitato al Ballo Delle Debuttanti.

E dove sarebbe questo Ballo Delle Ributtanti?”
“Nei fondi di Palazzo Ducale. Si entra per quella scala laggiù.”

L’atmosfera alla festa al piano interrato era un po’ diversa, meno sontuosa. C’era qualche festone appeso al soffitto, un tavolino per le cochecole della lidl e al posto dell’orchestra un apparecchio per il karaoke con quattro tizie davanti impegnate a peggiorare, per quanto possibile, una canzone delle Spice Girls.

Lì le ragazze in minigonna erano più numerose che di sopra, ma le loro scollature erano da paura per le ragioni sbagliate, buttarci l’occhio dentro era come sbirciare dal parapetto dell’inferno.
Mi sono fermato sulla porta, incerto se scappare subito o scroccare un alcolico per sopportare meglio la delusione, e subito è arrivata una tizia ad abbordarmi. Era bionda, ma le due dita di ricrescita raccontavano una storia diversa, e aveva superato i diciotto anni da altrettanti. Non sarebbe stata neanche brutta, se gli occhi avessero guardato in un’unica direzione. A dire il vero non c’era niente nel suo viso che seguisse una traiettoria precisa, gli occhi si incrociavano verso il naso, che però pendeva a destra, e i denti erano un monumento all’anarchia. Per completare il quadro si era pettinata con un ardito taglio a spazzola, ma il gel non doveva essere stato sufficientemente potente, e la cresta ribelle si era afflosciata come le ortensie di cui avrei dovuto occuparmi in assenza di Marzia.

Ciao, vuoi ballare?”
“Grazie, ma non ho ancora perso conoscenza.”

Si è allontanata, ma subito ne è arrivata un’altra a prendere il suo posto. Questa aveva un grosso paio di occhiali con le lenti spesse, i capelli neri unti erano appiccicati alla calotta cranica, era alta e magrissima, con un po’ di gobba. Mi osservava dall’alto in basso come una mantide, e muoveva le mani in continuazione.

“Ciao, io mi chiamo Luana”
“Io no”

Mi sono guardato intorno in cerca di una via di fuga, e ho notato che vicino all’ingresso c’era una ragazza diversa dalle altre, meno ributtante. Non che fosse uno spettacolo, in realtà aveva un aspetto piuttosto comune, ma in mezzo al catalogo Pozzi Ginori spiccava come una macchia di sugo sulla mia maglietta preferita.
L’ho raggiunta, liberandomi di Luana col vecchio trucco dell’improvvisa perdita di memoria. Stava parlando con un’altra tizia, ma il casino della sala mi ha permesso di capire cosa le stava dicendo solo alla fine:

..sporcano per terra, rubano, violentano, e noi zitti. Bisogna rimandarli a casa loro, ‘sti arabi di merda!”

Non ho neanche rallentato, ho preso la porta e le scale e mi sono fiondato in strada con lo stomaco capovolto. Posso sopportare qualunque bruttezza, tranne quella interiore.

Tornando a casa ho riflettuto sul significato di quell’esperienza, e come Tolstoj ho scritto quaranta pagine di pistolotto morale da inserire in fondo al racconto. Se fosse un romanzo ce le metterei senz’altro, che fanno volume, ma in una pubblicazione da blog rischio di perdere anche quei due tre che resistono a frequentare quest’angolo di rete, perciò lo riassumo in un paio di concetti molto semplici: il ballo delle debuttanti è una cagata, e mia sorella è una postina inaffidabile.


Idomeneo

IDOMENEO – Atto I


Idomeneo, re di Creta, torna alla sua isola dopo la caduta di Troia, fischiettando la celebre aria “L’è cheita ‘na bagascia in mà”, ma una burrasca incombe. Per evitare il naufragio promette a Nettuno di sacrificare la prima persona che incontrerà appena sbarcato (“Nettuno ti giuro Nettuno/ Nemmeno il bagnino ci può ormai salvare/ Se mi fai tornare/ a casa però/ Sacrificherò”).


La figlia di Agamennone, Elettra, vestita di nero che le sta benissimo e la rende un figurino, ha appena ucciso sua madre Clitennestra perché invece di dark la voleva paninara, ed è scappata a Creta, dove il matricidio è stato depenalizzato insieme al falso in bilancio. Qui si innamora del figlio di Idomeneo, Idamante (“Idamante è per sempre”). Lui fa già il filo a Ilia, figlia del re di Troia, ma lei è stata inviata a Creta come prigioniera di guerra, e non vuol saperne di mettersi con un cretese. Molto gradevole il duetto, ricco di sottintesi appena accennati, in cui i due si rimproverano le diverse origini (“Cretino! Troiona!”).


Sembra che stia per arrivare la flotta di Idomeneo, Idamante per far colpo su Ilia libera tutti i prigionieri troiani, che si spargono per la città diffondendo un misterioso contagio (“Mi son beccato il trojan virus!”). Elettra lo accusa di essere un traditore, lui le rinfaccia di avere interrotto gli studi (“La scuola radiò Elettra”). In quel momento entra in scena Arbace, confidente del re, a dire che Idomeneo è annegato, ma i due stanno ancora litigando e non lo capiscono (“Arbace che dice? Boh!”).

Quando finalmente Idamante capisce corre via in preda al dolore, mentre Elettra, che è più pratica, realizza che adesso sarà lui il nuovo sovrano, e lo perdona immediatamente.


Sulla spiaggia Idomeneo sbarca, e indovina chi è la prima persona che incontra? Ovviamente Idamante, ma non lo riconosce a causa del troppo tempo passato, e gli chiede di raccontargli come vanno le cose a Creta (“Cosa succede in città”).

Idamante capisce di trovarsi al cospetto del padre, e gli si rivela. Idomeneo è sconvolto, non vuole onorare il proprio voto e fugge a nascondersi nel Golfo Mistico, mimetizzandosi in mezzo ai clarini.

Il primo atto si chiude con Idamante perplesso che si chiede perché suo padre sia corso via così in fretta (“Idomennea”).


INTERMEZZO

Nell’intermezzo non canta nessuno, c’è un bibitaro che gira per il palco offrendo cochecole a sette euri. Elettra entra in scena e ne compra una decina, poi si esibisce in un assolo di diaframma (“Il rutto si addice ad Elettra”).


ATTO II

Idomeneo rivela ad Arbace in cosa consiste il suo voto, ma il suo confidente sta ascoltando l’ipod e per non dargli a intendere che non ha capito una parola si limita a fare si con la testa. Il re gli chiede se non farebbe meglio a mettere in salvo Idamante, e Arbace, che in quel momento sta ascoltando una compilation anni ’80, si mette a cantare “Electrica Salsa babaah babaah”.

Idomeneo invita così suo figlio a riportare Elettra ad Argo, mentre lui farà finta di niente e sacrificherà qualcun altro a Nettuno, sperando che non se ne accorga. Elettra non sta più nella pelle e considera questo viaggio una specie di luna di miele, rispetto a come stava nel primo atto si sente rinata (“Elektra lives again”), ma forse è solo la cocacola che l’ha aiutata a digerire. La cucina cretese infatti è molto pesante, specie se non si è abituati.

Arriva Ilia, che si congratula con Idomeneo di non essere morto, gli rivela di essersi ambientata a Creta e di non voler tornare più a casa. Idomeneo si incazza perché teme che questa extracomunitaria metta in pericolo le tradizioni cretesi, ma non può farle niente perché i prigionieri sono sacri, quindi le consiglia di imparare bene la lingua, cercarsi un lavoro e non toccare i crocefissi. Quando se ne va capisce che la ragazza si è innamorata di Idamante, e si rende conto che se lui dovesse chiederla in sposa ci farebbe una figura di merda giù al circolo dei leghisti.

Idomeneo organizza la partenza del figlio in fretta, e regala un completino intimo molto sexy a Elettra, sperando che la aiuti a riportare Idamante a nozze più sensate.

La comitiva si dirige verso il porto, preceduta dalla banda dei bersaglieri. C’è Elettra che canta “Tu mi fai girar come fossi una bambola” e mostra le cosce, Idamante che vorrebbe restare con Ilia e mugola “Ilia col bene che ti volia”, Ilia che guarda l’amato partire e gli augura ogni bene (“Continua a splendere, pazzo Idamante”), e il coro che si rivolge a Elettra cantando “Ollellè ollallà faccela vedè faccela toccà”.

Sul più bello Nettuno manda a Creta un mostro orrendo (“Oua ve massu tütti”) che emerge dalle acque e minaccia i cittadini coi suoi lunghi tentacoli gocciolanti.

Generalmente il mostro viene interpretato dal tenore più brutto del cast, che si presenta in scena avvolto in una manichetta per innaffiare, ma in alcuni teatri particolarmente fighi dove si fa un largo uso di tecnologia digitale si tende a disegnare in computer grafica una riproduzione pressoché perfetta del tenore vestito con la manichetta.

I cittadini cretesi, spaventati dal mostro si rifugiano dentro Sidone, e qui la storia prende una piega piccante, perché Sidone è interpretata da una soprano piuttosto maiala.


ATTO III

La scena si apre nel giardino del palazzo reale, dove Ilia sta cantando il proprio amore per Idamante accompagnata da uno scacciapensieri (“Idamante non partir Doing Deung Doing Deung”), quando questi giunge a informarla della sua intenzione di sfidare il mostro che sta mietendo vittime fra la popolazione; egli lo ucciderà o soccomberà. Però sotto sotto spera in un pareggio che li conduca ai supplementari, dove potrà traccheggiare fino ai rigori, e semmai poi lì se la giocano.

Prima di salutarsi i due giovani si giurano eterno amore cantando una canzone della colonna sonora di Nu jeans e ‘na maglietta.

Improvvisamente entrano Idomeneo ed Elettra, sbattendo forte una quinta, e il re, senza ancora svelargli la verità, ordina al figlio di fuggire altrove; Idamante subito protesta (“E tu mi fai dobbiamo andare ad Argo vai ad Argo vacci tu”), poi si sottomette al volere del padre: partirà solitario, e ciascuno dei personaggi è esacerbato per la terribile situazione, tanto che l’orchestra inizia ad intonare un blues tristissimo, ma siccome non rispecchia abbastanza la disperazione in scena, dopo un paio di giri sfuma in una canzone di Masini.

Arbace suggerisce al re di parlare alla folla per placarla, e prega poi gli dei perché ridiano serenità all’isola (“Un gol un gol, Giunone facci un gol”). Di fronte al palazzo, il Sommo Sacerdote di Nettuno chiede pubblicamente a Idomeneo il nome della Vittima che dovrebbe placare il dio, e il re è costretto a fare il nome di Idamante nella costernazione generale (“Dicci chi è, è Idamante, no dai sul serio chi è, ti dico che è Idamante, piantala su, no davvero è lui, mattesseiffuori!”).

Nel tempio di Nettuno, mentre i sacerdoti preparano il sacrificio, giunge Idomeneo per implorare la pietà degli dei (“Nettuno mi puoi giudicare nemmeno tu”). Improvvisamente si odono grida di giubilo, e Arbace annuncia che Idamante ha ucciso il mostro. Lo stesso principe fa il suo ingresso, pronto a essere sacrificato per il bene collettivo; poi irrompe Ilia chiedendo di essere sacrificata al posto dell’amato. Poi è la volta di Elettra che si è resa conto di essere finita ai margini della storia e chiede di venir sacrificata lei, sperando in un ritorno di popolarità; quindi si presentano in scena con la stessa richiesta Arbace, il sommo sacerdote, un paio di coriste, il bassotuba, un usciere, l’addetto al guardaroba e il guardiano del parcheggio. Improvvisamente il suono misterioso della voce dell’oracolo decreta i voleri dei dio: “Tu hai osato modificare il finale della barzelletta del Fantasma Formaggino!”, e tutto il cast “Eeh?”, e l’oracolo “Scusate, ho preso il copione sbagliato, volevo dire.. haruumm.. Idomeneo cessi d’esser re, regni Idamante, e Ilia a lui sia sposa", e tutti “Aah ecco!”.

Mentre tutti gioiscono per la ritrovata pace e felicità, la sola Elettra si mostra ferita per il verdetto divino: truccata da punk esce di scena cantando un vecchio successo della Rettore (“Elettrashock”). Di fronte al palazzo, Idomeneo dichiara al popolo l’intenzione di abdicare a favore del figlio (“O popolo bruto, su snuda il banano non vedi che giunge l’amato sovrano? ”). Torna in scena il bibitaro che offre chinotti a tutti e il sipario cala sul popolo seduto in terra a gambe intrecciate con una candela accesa in mano a intonare canti di ringraziamento (“Vorrei cantare insieme a voi in magica armonia”).




couchsurfing

 C’è una tribù gallica che da qualche settimana si è accampata sotto casa nostra. All’inizio non ci abbiamo dato peso, buongiorno buonasera quando uscivamo e finiva lì, ma quando si sono messi ad alzare palizzate tutto intorno al villaggio abbiamo cominciato a preoccuparci. Qualche giorno fa ci hanno chiuso l’accesso alla strada, e quando sono uscito per andare a lavorare hanno preteso una decima. Me la sono cavata regalando loro Mikowski, che è bello grasso e dev’essere ottimo con le patate, ma la sera ne ho parlato col Subcomandante, e non è rimasta contenta.

“Cosa vogliono questi stranieri?”, ha esclamato, “Vengono qui e fanno il cazzo che gli pare!”
“Parli come una leghista”
“No, io ce l’ho solo con le etnie che non sono rappresentate al parlamento europeo, tipo i gringos americani o le ucraine beone!”
“Coi longobardi?”
“Anche con loro!”
“Con gli ittiti?”
“Eh certo, vuoi lasciar fuori gli ittiti?”
“Con gli etruschi?”
“Si, anche, ma meno. In fondo son sempre italiani.”
“Ho parlato col loro capo, Belloveso. Mi ha detto che sono dei carnuti”
“Che erano dei cornuti me n’ero accorta anch’io! E pure stronzi!”
“Nono, carnuti con la a. sono originari del nord della Francia.”
“E cosa son venuti a rompere le palle a noi a fare?”
“Vogliono visitare l’acquario, solo che gli alberghi di Genova sono tutti pieni, e allora si sono accampati nell’entroterra. Più precisamente nel nostro giardino.”
“Glielo do io glielo do! Gliela tiro giù quella palizzata!”

E mi mostra una cosa che ha trovato su internet.

“Una catapulta?”
“C’è questo sito, www.armidaassedio.it, che costruisce trabucchi e baliste a prezzi competitivi!”

Competitivi nei confronti di chi, le chiedo, che vorrei proprio vedere chi si va a comprare un mangano al giorno d’oggi. A parte Berlusconi, intendo.
Non mi sta neanche a sentire, è tutta esaltata per aver ordinato una catapulta, che dovrebbe arrivare in pochissimo tempo con un corriere espresso.
In quel momento le squilla il cellulare.

“E’ arrivata! È arrivata!”, strilla, correndo fuori.
In effetti è proprio il corriere, sta in mezzo alla strada con la faccia triste e guarda in su verso la palizzata del villaggio carnuto. Perché se è vero che noi non possiamo arrivare da lui è altresì vero il contrario, la nostra catapulta sta alla distanza di un villaggio gallico da casa nostra, inutilizzabile.

“Col cazzo! L’ho pagata in anticipo e me la prendo!”, grida il Subcomandante, seguita da me che le sbraito dietro “Coosa? Non hai richiesto il pagamento contrassegno? Masseiffuori?”.

Scende giù e si mette a picchiare contro il portone del villaggio, insultando tutto l’olimpo delle divinità galliche. Si vede che anche lei ha letto Asterix.
Evidentemente qualcuna l’azzecca, perché da dietro la palizzata qualcuno le tira addosso Mikowski, ancora vivo e vegeto. E pure ben pasciuto, si vede che ha trovato dei galli di cuore.

“Riprendetevi il vostro mostro!”, ci grida Belloveso, “Ci ha mangiato tutte le scorte di cibo! Ora dobbiamo smantellare e tornare a casa, o moriremo di fame! Maledetti!”

In quattro e quattr’otto i galli sgallano, la strada è di nuovo libera, e mentre il gatto Mikowski se ne torna ciondolando verso casa io e il Subcomandante restiamo lì a chiederci cosa ce ne potremo fare di una catapulta.

Ho letto un bel pezzo sul blog del mio amico Seaweeds.
Almeno, credo che sia ancora un mio amico, di questi tempi mi capita sempre più spesso di non sentire una persona per un po’ e scoprire poi che ce l’ha con me per qualcosa e non mi parla più. Lui non lo vedo da qualche tempo, magari adesso è arrabbiato con me e se lo chiamo mi manda affanculo, ma sinceramente spero di no, è una di quelle persone che a frequentarle ti arricchiscono, e non solo perché ha tanti dvd che puoi permetterti di fregargliene uno ogni tanto e neanche se ne accorge.
Perlomeno se decide di considerarmi persona non gradita, almeno che rispetti la procedura comune e doni la sua vita a un’entità superiore, che sia Cristo o le droghe sintetiche. 

Quello che ha scritto Siuìz affronta più che altro l’indecenza dei giornalisti nello scarnificare un episodio per fargli grondare fino all’ultima goccia di sangue, a beneficio dell’attenzione morbosa di quei vampiri che il giornale lo leggono  per emozionarsi prima ancora che per conoscere, e va a completare un’idea che mi sono fatto osservando la reazione della gente alle notizie dei giornali, attraverso i commenti che lasciano sui siti, sui social network, o semplicemente al bar:
oggi non ti puoi permettere di affrontare una discussione in modo garbato, confrontare la tua opinione con quella di un’altra persona e tirar fuori un ragionamento che vada via dritto, come dovrebbe essere nella natura del dialogo; ultimamente ogni titolo del telegiornale si affronta tirando la moneta, testa ti indigni, croce te ne batti il cazzo.

Qualunque notizia vada a toccare l’emotività delle persone, le loro paure, il loro pudore, viene ingigantita, e subito si scatena il tifo da curva.
C’è una donna in coma per cui si chiede l’eutanasia? "Immorale!", gridano di qua, "Giusto!", incalzano di là, e a nessuno viene in mente che magari sono solo cazzi suoi e che sarebbe meglio lasciarla in pace. A Genova si costruirà una moschea? "Fuori dai coglioni!", abbaiano i sostenitori dell’Uomo Suino, "Razzisti di merda!", si indignano quelli che Borghezio e Castelli li vorrebbero vedere spellati.
E intanto la marea marrone e puzzolente dilaga dalle pagine di facebook, dove si vorrebbero mettere al rogo i gruppi promafia, quelli che si firmano Adolf Hitler, quelli che ascoltano Gino Paoli perché "sostiene i pedofili" o quell’altro "perché odia i gay"; vai sul sito del Secolo XIX e c’è uno che non vuole il gay pride in città perché è un pericolo sociale, l’altro che è contrario alla pubblicità degli atei sugli àutobi perché viola la libertà dei cristiani, e ci si scandalizza a destra e a sinistra, in un grande moto di indignazione collettiva.

Poi per scoprire che le nostre emissioni procapite di Co2 sono 5 volte quelle di un africano devi andare a cercare le finestrelle a fondo pagina, e quando l’hai letto, se l’hai letto, non sai cosa fartene della notizia, e comunque tendi a sbattertene il cazzo.
Poi leggi che la zingara di Ponticelli che rapiva i bambini non ha mai rapito nessuno, ma oramai non fa più notizia, e intanto chi ci ha marciato con l’Emergenza Rom ora è già impegnato a scaldare i culi con la paura degli stupratori, e degli zingari possiamo anche sbattercene il cazzo.
La legge per cacciare in galera tutti i clandestini è passata? Non è passata? Servirà a qualcosa o più probabilmente serviva solo a far cagare un po’ addosso le persone? Non lo so, mi sono indignato prima, ora vedo di sbattermene il cazzo.

Però Mentana si è dimesso dal TG5, scandalizzato anche lui dalle decisioni della rete di non interrompere il Grande Fratello per l’ennesimo speciale sulla morente morta, e tutti a congratularsi o a mandarlo affanculo.
Nessuno che parla più, che ragiona più, si fa l’applauso o ci si scandalizza. Perché qualcuno ha detto che Bonolis guadagnerà troppo al Festival, ma chi sa quanto prende di solito di stipendio un conduttore come lui? Boh, però se me lo raccontano vuol dire che sotto sotto una vergogna c’è, e allora lasciami strillare.

Per fortuna che oggi è domenica, c’è il campionato, e allora indignarsi e schierarsi di qua o di là diventa molto più semplice, poi di quello che succederà domani siamo sempre in tempo a sbattercene il cazzo.