Archivi tag: Londra

hey Joe

Oggi, nel 2002, moriva Joe Strummer, il cantante dei Clash.

Foto parecchio figa, peraltro

 

Tre anni prima lavoravo in un piccolo bed & breakfast londinese come portiere di notte, occupazione che mi lasciava tutti i pomeriggi liberi e un bel po’ di sterline da scialacquare in cidi. Abitavo in albergo, in una stanza condivisa con un ragazzo francese di nome Arno, pessimo cuoco e tenace suonatore di chitarra. Era anche uno schiavo del pop, ascoltava tutto il tempo una orribile stazione che trasmetteva canzoni punzapunza e negre melodiche scosciatissime, e quando tornavo in camera lo beccavo spesso ad esercitarsi su cantanti del suo paese, ma non quelli fighi tipo Brassens, macché, lui conosceva dei musicisti che oltre a violentare il pentagramma amavano stuprare anche le lingue straniere, e cantavano questi pezzi in anglese, che sarebbe l’inglese pronunciato da un francese, che insomma è una roba che se non l’hai sentita è difficile anche spiegarla, ma fa schifo forte. Tutte le volte che lo sentivo biascicare “lovmì, ai sgiast uontiù intù mai arrmz” mettevo su un cidi di Jimi Hendrix e gli mostravo il dito medio, e alla lunga avevo finito per conquistarlo, tanto che un giorno mi chiese di accompagnarlo in un negozio a comprare quella raccolta, che la voleva anche lui e io di sicuro non gli avrei prestato la mia, che poi me la restituiva tutta sporca di rane.
Il mio negozio preferito si trovava in una traversa di Oxford Street, resa famosa in tutto il pianeta per essere finita sulla copertina di un disco degli Oasis, e si chiamava Reckless Records. Non era l’unico negozio, la parte alta della via è piena di botteghe per le orecchie, mentre quella bassa appaga gli istinti ad altezza mutanda: sexy shop e locali ambigui, per capirci. Cominciammo il giro dall’alto, tenendoci il meglio per ultimo, e nella prima rivendita Arno si presentò alla cassa con un cidi di Ricky Martin. Glielo strappai di mano, nella mia vita avevo sopportato abbastanza a lungo i Gipsy Kings per riuscire a reggere qualunque altro latino che non fosse Ovidio, e gli misi davanti Are You Experienced?, del capellone di cui sopra.

La scena si ripeté in ogni altro negozio che visitammo, lui cercava di comprare i Boyzone, io gli proponevo i Rolling Stones, lui ci provava con Britney Spears e io rilanciavo di Etta James. Sulla porta di Reckless Records trovammo un compromesso per una roba dei Blur che conosceva lui, e ci accingevamo ad entrare, quando venne fuori un tizio in giubbino di pelle e capelli tirati indietro. Sembrava un nostalgico del rock’n’roll, ma quel naso a becco era inconfondibile: dal mio negozio preferito era appena uscito Joe Strummer.

Arno non lo degnò di uno sguardo e fece per entrare, ma lo agguantai per un braccio, e quando fui di nuovo in grado di parlare gli indicai l’uomo che si stava allontanando. “Ma lo sai chi è quello? Joe Strummer!!”

Gli avessi detto Evaristo Bartolazzi sarebbe stato uguale.

“Il cantante dei Clash!”.
Nessuna reazione.
“London Calling! The Guns Of Brixton!”.
Encefalogramma piatto.

Sospirai e gli canticchiai un pezzo di Should I Stay Or Should I Go, e ovviamente Arno strabuzzò gli occhi, da quella puttana da classifica che era, e gridò “Joe Strummer!!”, e gli corse incontro.
Il leader dei Clash si era voltato, sentendosi chiamare, e se ne stava lì a guardarci. Arno lo raggiunse trafelato e gli mostrò la più incredibile delle facce da culo: “Mr. Strummèr! Mr. Strummèr! Vi ar big fansoviù, mai frrend herre ès olloviorrrecòrrz!”

Mi aspettavo già lo sfanculo, e invece il vecchio punk rocker ci salutò e ci chiese da dove venivamo, ci strinse la mano e poi vide il sacchetto di Arno e gli chiese cos’aveva comprato.
Il paraculo tirò fuori il cidi di Hendrix che gli avevo regalato io, “Ze second best arrtist in ze worrld, afterr iù!”
“Good boy”, gli ghignò l’altro di rimando, poi se ne andò con le mani in tasca. “Take care”, ci disse.

Il giorno dopo il mio coinquilino si presenta in camera con una raccolta dei Clash e mi dice che sì, quella canzone è bella, ma le altre sono un po’ una merda, e riattacca coi suoi pipponi in anglese sconosciuto.
Se domani incontro Sgianrenò non ti dico un cazzo, crepa.

 

Aggiornamento rapido:
Combinazione oggi è morto un altro Joe, quello con le orecchie da Cocker e la barba ispida, cui avrei voluto rendere omaggio con un altro post, ma non lo faccio non perché sono uno snob di merda, ma perché lo conoscevo molto meno e l’unica cosa positiva che mi verrebbe da dire di lui è che non è mai stato Zucchero. Finirò la bottiglia di vino in omaggio a entrambi.


le pablog au cinèma: Skyfall

Ci ho messo un po’, ma alla fine ho scritto la recensione di Skyfall, l’ultimo film di 007. Ci ho messo un po’ perché appena uscito dal cinema ero tutto un “figata! ma che bello!”, poi sono arrivato a casa e ho cominciato a scrivere la recensione, e mentre ripensavo alla trama tutti i figata si trasformavano in “ma che cazzo ho visto? ma davvero ha fatto una cosa così stupida? ma chi l’ha scritta la sceneggiatura, Ciccio di Nonna Papera?”.

Insomma, quello che segue è il racconto del film, quindi è inutile che vi spieghi che se non l’avete visto e non volete rovinarvi la sorpresa è meglio che andiate a leggervi qualcos’altro. Per esempio Leo Ortolani ha aperto un blog ed è molto divertente.

Comincia qui sotto, SPOILER ALERT.

NO, SUL SERIO.

GUARDA CHE POI SCOPRI LE COSE BRUTTE.

VABBÈ, IO TI HO AVVISATO.

JAMES BOND MUORE. Ecco, l’ho detto.

Tutto quello che non ho capito di Skyfall e che mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse prima che scriva a Sam Mendes e gli chieda di frustare lo sceneggiatore.

Qualcuno ha rubato la lista degli agenti dell’MI6 che operano sotto copertura. Non sapevo che ce ne fossero, James Bond è dal ’62 che si presenta a chiunque col proprio nome e cognome.

Comunque tocca a lui recuperare la lista prima che qualcuno la renda pubblica e metta a repentaglio gli agenti, e all’inizio del film lo troviamo a Istanbul, impegnato in uno spettacolare inseguimento a bordo di qualunque mezzo di trasporto possibile escluso il ciuchino. Durante una drammatica colluttazione sul tetto di un treno viene abbattuto da un colpo di fucile sparato da una sua collega che in teoria sarebbe lì per aiutarlo. Cioè, si presume che gli agenti sul campo siano preparati ad ogni evenienza, tipo sparare col fucile da cecchino a due persone che si stanno dando botte sul treno, eppure questa cretina sbaglia e Bond precipita giù da un ponte dritto in un fiume.

Sarà morto? Sarà vivo? Sarà anche l’agente più importante del governo britannico, ma nessuno si prende la briga di andare a ripescarlo, M scrive due righe di epitaffio e tutti i suoi averi terreni vengono venduti.

Ovviamente Bond è vivo, è stato ripescato durante i titoli di testa e adesso se la spassa al baretto sulla spiaggia, dove tromba e beve come Briatore, ma non so come se li paga tutti i bicchieri che trangugia, forse è caduto dal ponte con un baule pieno di dobloni, vai a sapere.

L’inseguimento iniziale è una delle parti migliori del film.

Nel frattempo a Londra un attentato scuote il quartier generale dell’MI6: qualcuno si è introdotto nel computer di M per fregarsi i dati criptati, e le ha fatto saltare in aria l’ufficio. Sono morti sei agenti, ma il capo si è salvato, in quel momento stava in auto col suo assistente che monitorava dal suo portatile l’intruso informatico.

Gli agenti fra l’altro devono essere morti davvero malissimo, perché quando ci mostrano le bare sono otto.

Bond, sempre al baretto a bere, apprende dell’attentato dalla cnn e torna in servizio presentandosi direttamente a casa di M.

Cioè, che figurone ci fa il servizio segreto inglese, prima M si fa fregare la lista degli agenti(e difatti viene subito sostituita da un nuovo M e prepensionata e pure processata, ma lo vedremo), poi qualcuno si introduce al quartier generale e ci mette una bomba, poi ancora M si fa sorprendere in casa propria, e meno male che era Bond e non un agente nemico.

Lo stile spartano del QG riflette quello generale del film.

La nuova sede dell’MI6 è provvisioriamente situata nei tunnel sotto la metropolitana, ed è qui che 007 deve sostenere i test che valuteranno la sua idoneità a rientrare in servizio attivo.

Prima gli fanno fare delle associazioni di idee, il medico gli dice una parola e lui deve rispondere con un’altra, un po’ come quando mi dicono donna e io rispondo tette, mi dicono lavoro e rispondo tette, calcio-tette, internet-tette, avunculogratulazione-tette..

A lui chiedono Skyfall e risponde Fine, senza spiegare cosa sia ‘sto Skyfall.

Poi gli fanno fare una prova di tiro e spara tanto male che invece del bersaglio ammazza uno spettatore in sala.

Ovviamente lo steccano e deve ripetere l’anno, ma la preside è M che falsifica il registro e lo reintegra alla terza elementare, che è la classe che frequenta lo sceneggiatore di questo film.

La prima cosa che fa Bond per trovare la lista è piantarsi un coltello nel torace ed estrarsi delle schegge di proiettile che si è beccato a Istanbul durante l’inseguimento. Non si ricuce né si versa polvere da sparo nella ferita, ma abbiamo capito che finalmente Rambo ha un successore.

Facendo esaminare le schegge scopriamo che sono frammenti di un proiettile all’uranio impoverito che usano solo tre persone in tutto il mondo. Chissà che affaroni la fabbrica che li produce!

Dei tre affezionati clienti abbiamo comunque la foto, perché si sa che i sicari ci tengono all’anonimato, e oltre a firmare i propri lavori utilizzando una pallottola rarissima certe volte si dimenticano pure la carta d’identità accanto alla vittima.

No, non è Milano Violenta, è James Bond vestito come un motociclista tedesco degli anni ’70.

Bond riconosce il suo avversario e lo raggiunge a Shanghai, dove questo ha un lavoro da compiere (sempre grazie alla segretezza tipica dei sicari sappiamo addirittura quali saranno i suoi prossimi incarichi, probabilmente questo tizio ha anche creato un gruppo su facebook). Dopo averlo osservato ammazzare uno dal palazzo di fronte decide di intervenire e lo butta di sotto, tanto la lista non ce l’aveva. Però gli trova nella borsa una fiche del casinò di Macao, dove prova a cercare altri indizi.

La fiche gli permette di ritirare una valigetta piena di euri. Lo dice nel film, “qui dentro ci saranno (mi pare) cinque milioni di euro”. A Macao. Un agente britannico. Euro. Vabbè.

Poi conosce la direttrice truccatissima del casinò, che gli rivela di essere tenuta in ostaggio da tre cristoni per conto del suo terribile capo, che a questo punto lo capisce anche un idiota che è il cattivone del film.

Bond mena i tre cristoni e poi si imbarca sullo yacht della truccatissima come un ospite di riguardo, anche se l’equipaggio è tutto composto di sgherri del cattivone, pare che a nessuno interessi; si fa il viaggio nella cabina di lei, se la ripassa nella doccia, poi quando sono finalmente in vista dell’isola dove il misterioso supercriminale ha allestito la sua base (la location migliore del film), Truccatissima si fa gli scrupoli e propone a Bond di tornare indietro. Troppo tardi, risponde lui, ci sono tutti gli sgherri di prima che si sono ricordati che Bond è quello da arrestare e l’hanno circondato coi mitra in mano.

Insomma che arriva davanti al cattivo in manette, ed è il momento dello spiegone.

“Ero più biondo per i Coen o per Mendes?”

Il nemico di turno è Zero Zero Catìvo, un ex agente che vive craccando le ultime versioni di photoshop per pagarsi le tinte, che da Non È Un Paese Per Vecchi ha scoperto di piacersi un casino biondo e ha l’incubo che si veda la ricrescita. Oltretutto ha un apparecchio per i denti che se lo vede Sarah Jessica Parker se lo fa fare uguale.

Ha ordito un piano pazzesco per uccidere M, che non gli vuole più bene, e cerca di convincere Bond a passare dalla sua parte. Se lo porta a spasso per l’isola dopo averlo slegato (ma allora cazzo l’hai fatto catturare a fare, dico io?), gli mostra la tizia truccatissima di prima, che è ancora legata, e la usa per il tirassegno insieme a Bond. Lui non la centra neanche per sbaglio, tira a caso e ammazza il protagonista del film proiettato nella sala accanto. ZeroZeroCatìvo ovviamente la prende in fronte, ma a quel punto Bond ammazza tutti gli sgherri presenti e fa catturare il catìvo dagli elicotteri che ha chiamato prima, mentre era sulla barca.

Adesso il cattivo Catìvo è prigioniero nella gabbia di vetro di Magneto, ma se la ride di gusto, perché farsi catturare era solo una parte del suo piano, no? Cioè, che colpo di scena che non aveva capito nessuno! Infatti scappa travestendosi da poliziotto e fa cadere un treno in testa a Bond, poi cerca di raggiungere il tribunale dove si sta tenendo il processo a M, ma viene fermato e riscappa.

Naturalmente è chiaro a tutti che se non si faceva arrestare gli sarebbe stato impossibile fare tutte queste cose, no? Anche con l’aiuto dei suoi scagnozzi che lo aiutano a scappare, non avrebbe mai potuto portare a termine il suo piano diabolico, è evidente. Neanche se è riuscito a far saltare l’ufficio di M standosene dall’altra parte del mondo, doveva farsi arrestare e condurre al quartier generale dell’MI6 per poter fare finalmente.. cosa, di preciso? Rubare qualcosa? Distruggere l’MI6? Guardare in faccia M e dirle brutta cattiva? Cosa? Perché alla fine non fa niente, si fa arrestare e poi scappa, punto.

Però te la potresti anche comprare una macchina tua, eh?

Bond decide che basta farsi anticipare, adesso ci facciamo inseguire noi, così porta via M sulla Aston Martin truccata che tutti conosciamo, ma che nessuno sa come sia finita a lui, forse è quella che vince a carte in Casino Royale, ma non ricordo che avesse anche l’eiettore e la mitragliatrice. Vabbè, cazzata più cazzata meno..

Si porta via M, dicevo, e va a nascondersi nella casa dove è cresciuto, in Scozia, e che si chiama Skyfall, così capiamo finalmente a cosa si riferisca il titolo del film. Ma non l’accenno durante i test medici, ma va ancora bè, tanto..

Con l’aiuto di Q che dissemina la mappa dell’Inghilterra di tracce informatiche che nessuno tranne ZeroZeroCatìvoBiondo potrebbe seguire (è inutile che cerchiate di capire, non significa assolutamente niente) Bond e il tizio con la barba di Harry Potter, che abita in questa casa vuota aspettando di dare un senso alla propria vita, preparano delle trappole per tutta la casa e si mettono ad aspettare i nemici.

Sparatorie, esplosioni, macelleria come da copione, arriviamo alla resa dei conti, e il finale è l’unica cosa che tiene in tutto il film, ve lo lascio vedere al cinema.

 

Il mio giudizio sul film? Incredibilmente positivo, Daniel Craig è in assoluto il mio preferito e questo film, pur essendo il meno fedele ai canoni della serie, è probabilmente uno dei migliori di sempre. Sam Mendes è un signor regista, la fotografia è splendida, la colonna sonora perfetta, il risultato è una gioia per gli occhi in ogni scena, e quando arrivi ai titoli di coda ti stupisci che sia passato tanto tempo così velocemente. Poi c’è questa scelta di dare a tutto il film un aspetto povero, o perlomeno è quello che ho capito io: ci sono i gadgets supertecnologici che consistono in una pistola e una radiolina (divertente la scena alla National Gallery con Bond e il nuovo, nerdissimo, Q); ci sono le ambientazioni dove la fanno da padroni i mattoni a vista e le rovine; c’è la base del cattivo che alla fine è uno stanzone semidistrutto con cinque computer su tavolini e un casino di fil di ferro; c’è il duello a Shanghai in una stanza buia tutta di vetro (e che meraviglia di regia); c’è la resa dei conti in una casa abbandonata in mezzo alla nebbia scozzese, combattuto tutto con armi di fortuna, e l’ultimo duello finale col cattivo addirittura in una cappelletta abbandonata.

Però la sceneggiatura non regge. Mai. Neanche per sbaglio. È come se uno si prendesse la briga di scrivere una guida turistica dettagliata, piena di foto e accenni storici della cascina davanti a casa mia: un prodotto eccellente, ma privo di senso.

Però è un bel film, lo riguarderei domani.


e al dio degli inglesi non credere mai..

Leaving home ain’t easy
Se fosse stato per me prenotavo l’albergo la sera prima e mi facevo la borsa la mattina, ma ho una fidanzata che non si fida della mia memoria, e non vuole rischiare di perdere questa ghiotta occasione di tenermi fuori dai piedi per due giorni di fila, perciò mi trovo la mattina di sabato 8 settembre 2007 a non avere niente da fare, solo aspettare l’ora di uscire di casa per recarmi a Londra, Inghilterra, ad assistere al concerto dei Police, proprio quei Police là, quelli di Donstensoclostumì, e Solonli, e Messegginebàttol.

Mi sembra che trenta canzoni siano poche per un viaggio così importante, e decido di buttarne nel tuttofonino altrettante.

Alla fine devo correre come un disperato per arrivare ad Arquata in tempo per il treno, ma ce la faccio, e alle dieciemmezza, Beatles nelle orecchie, scendo le scale di Milano Centrale, diretto con piglio deciso alla Borsa Del Fumetto, dove intendo trascorrere un’oretta buona a scroccare fumetti.

È più forte di me, se so che c’è una fumetteria nei paraggi ci devo entrare, anche per non comprare niente, non so, forse sono attratto dall’odore della carta.

Quando esco l’ora è passata in fretta, ma non mi sono limitato a scroccare, la borsa si è appesantita parecchio, e ora ho un sacco di cose da leggere in volo. Posso partire davvero.

Prima però il pranzo, si è fatta l’ora, e non intendo restare a stomaco vuoto fino all’arrivo oltremanica. Trovo un kebabbaro indiano pizzaiolo a tempo perso che per una cifra ragionevole mi prepara un kebab fra i più buoni che mi siano capitati. Lo prendo in piatto, così posso starmene seduto fra gli aromi speziati che impregnano le pareti a leggermi l’ultimo Ratman, e poi via, bus navetta per Linate.


Fly me to the Moon
L’ultima volta che ho preso un aereo mi sono trovato a passare ore e ore di noia nella sala d’attesa pubblica di un aeroporto, solo per scoprire, una volta varcato il cancello dell’imbarco, che al di là esiste un’immensa zona franca piena di prodotti detassati che aspettano solo che tu ci metta le mani.

Stavolta non intendo ripetere l’errore, e appena posso mi infilo nella zona franca.

Non c’è un cazzo! Solo file di poltroncine e negozi di profumi, neanche l’ombra di un negozio di elettronica, videogiochi, tuttalpiù sesso mercenario. E io ci devo passare altre due ore! Come farò?

Finisco di leggermi Martha Washington Salva Il Mondo e faccio un giro.

Quello laggiù in fondo che si staglia nella solitudine di una sala d’attesa come un monolite nero fra le rocce cos’è? Ma è una postazione internet! Posso scrivere due cazzate sul mio blog per ingannare l’attesa!

Schiaccio due bottoni e una voce femmiline difficilmente italiana mi chiede di pagare e proseguire. Infilo fiducioso un euro, e non succede niente, solo la stessa voce di prima mi ripete di pagare e proseguire. Smanaccio un po’, cerco di aprire il cassettino delle monete, prendo e riaggancio la cornetta, schiaccio esasperatamente il tasto eject, ma la voce sempre uguale della signorina di prima mi chiede di pagare e proseguire. Pagare ho pagato, e mi hai inculato, brutta bagascia! Allora proseguo, maledicendo le macchinette degli aeroporti e chi ce le ha messe.

Ci chiamano all’aereo, arriva il camioncino che ci farà percorrere venti metri fino alla pista, ma della signorina che dovrebbe aprirci le porte nessuna traccia. Alla fine arriva anche lei, trafelata, e si incazza con una collega che le ha chiesto dove fosse finita. Saliamo sul salsiccione alato, e sono dal finestrino come avevo chiesto, ma sopra l’ala, puttanazza eva!

Meno male che ho mangiato prima di partire, perché il tramezzino stitico che mi offre Alitalia basta appena a grattarmi lo stomaco.


London Calling

Che bello arrivare a Londra, immergersi in quella cultura così diversa dalla nostra, stupirsi come ogni volta di tutta la gente in fila indiana, di quante razze
convivano serenamente ignorandosi, di quanto cazzo costa il biglietto della Tube! 4 paunz! Neanche mi portassero in centro in braccio!

Meglio 4 paunz di tuba che 16 di Heathrow-Express-fiftìn-minuz-tu-de-senter-ov-de-siti!

E poi io scendo a Paddington, non ci metterò mica un’ora.

Ci metto quaranta minuti, e quando esco alla luce del sole,high street kensington o di quel surrogato di astro che cerca di illuminare quella fetta di mondo, riconosco il quartiere in cui abitavo, ed è un’emozione. Ancora più grande la provo ad aprire la porta del piccolo b&b dove lavoravo/abitavo, e appena annuso l’odore di moquette, tappezzeria e legno così familiare mi riaffiorano di colpo tutti i ricordi, e mi chiedo “Ma che cazzo ci sono venuto a fare in questa topaia?”.

Vabbè, oramai è tardi per recriminare, sono dentro. Alla reception mi accoglie Maria, la proprietaria, una signora coreana molto socievole, che mi fa un sacco di feste (per quante feste possa fare una coreana naturalizzata inglese, più o meno quante ne farebbe un gatto siamese incrociato con una faina) e mi chiede come me la passo.

In cinque minuti, terminate le cortesie di rito, svesto i panni dell’ex dipendente per indossare quelli del cliente, e mi liquida. Meglio.

Il mio compagno di viaggio, Israillo, è già arrivato da Gerusalemme, è stravolto, e mi viene incontro in strada, in una perfetta citazione dell’Alba Dei Morti Viventi.

Vabbè, ma non c’è tempo per svenire, Londra ci aspetta!


Saturday Night’s Alright For Fighting
Abbiamo appuntamento con Matteo e Katia a Piccadilly. Sono con degli amici che hanno proposto di andare a vedere la partita Italia-Francia in un pub. Sepoffà, e poi nei pub si mangia anche, mi immagino seduto a un tavolo con una birra e un piatto di quelle porcherie strafritte a cantare poopoppoppoppoppoopooo insieme a connazionali ubriachi.

Guido il mio amico Inglesillo attraverso le linee della Tuba con una sicurezza che non ci si aspetterebbe dopo tanti anni che non frequento più questa città, ma cosa vuoi farci, certe cose ti entrano nel sangue, non te le scordi più, e in men che non si dica ci troviamo sotto uno svincolo a Edgware Road, a trecento metri da dove eravamo partiti, in mezzo alla miglior teppaglia che la città sappia generare. Semplice distrazione, dico, e riprendiamo la strada giusta, arrivando con solo un quarto d’ora di ritardo sotto la statua dell’Eros.

Gli altri ovviamente sono già lì, Katia si è mimetizzata da inglese e col cappottino sembra uscita da un film dei Beatles; Matteo ha scelto anche lui di ispirarsi a una pellicola britannica, ma ha cannato completamente e ricorda Austin Powers.

Il locale lo conoscono gli amici locali, ma quando ci arriviamo scopro di conoscerlo anch’io, quando stavo a Londra era quello che evitavo come la peste, lo Sports Cafè.

È come un pub, ma pieno di schermi sintonizzati sui maggiori avvenimenti sportivi della giornata. In giro per i due piani puoi trovare delle McLaren che allora stavano in vetrina, ma quella sera è impossibile vederle, il pub è stracolmo di italiani, e ovviamente di francesi. Il volume è altissimo, al piano di sopra prendiamo una birrona ciascuno e assistiamo all’inizio della partita.

L’Italia gioca male, la Francia forse peggio, l’incontro è di una noia mortale, l’unica nota interessante è la rivalità fra tifoserie, che si combatte a cori “Allez la France” e “Fratelli D’Italia Poopoppoppoppoppoopooo”. Magari non finisce neanche a coltellate, d’altronde è solo un’amichevole. Io comunque ci metto il mio impegno a rompere le palle al gruppo in mezzo al quale mi trovo, ma evidentemente nessuno capisce una parola di quel che dico, o sono troppo superiori per ribattere.

La fame ha il sopravvento, andiamo a mangiare all’Aberdeen Angus Steakhouse, dove prendo un’enorme T-Bone Bistecc, che di veramente enorme ha il prezzo, ma vaffanculo, una volta tanto me la godo. E poi la bisteccona non è male, sono le patatine fritte che hanno visto tempi migliori.

Dopo la cena il gruppo si ricompatta e andiamo in una vineria. Anche qui mi rendo conto di come i prezzi in città siano del tutto fuori scala rispetto alle altre capitali europee.

Poi Narcolessillo non mi ce la fa più, e anch’io sono piuttosto provato, e ci congediamo. L’indomani ci aspetta una giornatona intensa.


Market Square Hero
La maledetta T-Bone del ristorante mi galoppa nello stomaco tutta la notte, riempiendomi i sogni di bisonti imbizzarriti, tanto che alle otto e mezza, pur avendo dormito poco e camminato tanto, sono già sveglio. Il mio collega Influenzillo sta peggio di me, per una rinite che lo affligge da quando cercò di attraversare a nuoto lo Stretto di Bering per sfuggire a un matrimonio con una kamchatkese, e dopo dieci minuti siamo già alla caffetteria dell’hotel per un’abbondante colazione a base di niente col pane. Da quando sono andato via io le colazioni le prepara il signor Chris, un greco simpaticissimo che appena mi vede mi parla del “Signor Prodi”. Quando lavoravo lì mi chiedeva del “Signor Papa”, come se fossimo stati parenti. Ah, le risate che mi facevo con Chris quando lavoravo in quell’albergo!

Per evitare di ridere troppo salutiamo alla svelta e decidiamo di fare colazione altrove, ma Matteo fa sentire il suo richiamo, e ci ricorda che in tarda mattinata andranno a visitare la Tate Gallery.

D’altra parte Scialacquillo mi aveva proposto di passare la domenica pre-concerto a Camden, per comprare qualche cazzata da portare a casa.

La scelta è fra una giornata spesa ad ammirare capolavori e una in un merdoso pulciaio colorato a scansare orde di punkabbestia. Qualche anno fa avremmo avuto dei dubbi, ma crescendo impari a scegliere con saggezza, e non ti fai più guidare dall’istinto.

Allora, a Camden mi sono comprato un cappellino in sostituzione di quello vecchio che ho perso chissà dove, un cartello da appendere alle nuove Cappe e un vecchio lp per il Subcomandante, ho pranzato in un pub sulla strada principale evitando le offerte dei vari cinesi da bancarella, non mi sono comprato nessuna delle magliette da alien(at)o in vendita da Cyberdog, né quelle fluorescenti, né (ahimè) quelle col led lampeggiante e le scritte appiccicati davanti.

Non solo, sono riuscito a infilarmi in una fumetteria aperta e a non comprarmi niente, ho evitato al mio amico Disgustillo di comprarsi dei sottobicchieri in resina veramente atroci, ho resistito di fronte alla maglietta della squadra di football del West Ham, e di fronte a quella fighissima dell’omino seduto sul cesso con le cuffiette nelle orecchie e la scritta I Pooed.

C’è però mancato poco che mi comprassi la t-shirt “Nobody knows I’m a lesbian”.


Sound Of Silence
Verso le due il mio amico Ansietillo comincia a sentirsi il macaco da concerto arrampicarglisi addosso, e preme perché si torni indietro. Molliamo lì tutte le belle cose che c’eravamo ripromessi di prendere al secondo giro e torniamo in albergo a posare la paccottiglia/prendere i biglietti.

Un Tubista (cioè colui che lavora nella Tube) ci consiglia di andare a prendere il treno per Twickenham alla stazione di Waterloo, e così facciamo. Non sono mai stato su un treno inglese, l’unica cosa che ricordo di essi è che tendevano a schiantarsi prima della stazione di Paddington, causando un fracco di morti, minimizzati poi dalla stampa e dal governo.

Partiamo puntuali, ma come aspettarsi qualcosa di diverso da un treno inglese? battersea power stationQuando transitiamo dietro il London Eye, che vediamo sbucare dai tetti laggiù in fondo, faccio un rapido calcolo e mi metto a esclamare “Battersea! Battersea!”. Il mio amico Sorpresillo non capisce di che parlo, ma appena riconosce le quattro ciminiere dell’enorme struttura industriale adagiata sulla riva del Tamigi comincia a gridare anche lui “Enimols! Enimols!”. Eh già, è l’edificio che compare nella copertina di Animals, Pink Floyd. Un ottimo aperitivo prima del concerto di un altro gruppone storico.

La via più breve fra due punti, si sa, è una linea retta, tranne sulla linea ferroviaria che unisce Londra a Twickenham, dove per arrivare a destinazione facciamo un largo giro e finiamo per prenderla da dietro. Si vede che il macchinista non aveva avvisato il capostazione del suo arrivo, e vuole fargli una sorpresa. Nel frattempo dal finestrino passano scorci di cultura british, casette basse, campi da rugby, partite di cricket. Non vediamo nessun bidè, anche questo tipico di chi arriva in Inghilterra.

Dalla stazione al concerto viviamo sulla nostra pelle l’organizzazione rigorosa di questo straordinario popolo di beoni: ci saranno duemila persone che procedono ordinate sul marciapiede verso lo stadio, e all’arrivo neanche una transenna, solo tre individui tre che a gesti invitano a disporsi sulla sinistra, cosa che tutti fanno senza fiatare. In un attimo siamo dentro, nessun controllo, neanche una piccola perquisizione. Le norme antiterrorismo vigono solo per chi arriva all’aeroporto, una volta in territorio britannico sei libero di fare un po’ il cazzo che vuoi.

Fanclebbillo si butta secco sul banchetto del merchandise, e prima che io possa dire Taumatawhakatangihangakoauauotamateapokaiwhenuakitanatahu si è già comprato la maglietta, il cappellino, il body per la bimba, la canottiera per la moglie, le pantofole di lana per la nonna, il catetere per il nonno, il guinzaglio estensibile per il cane, la ruota per il criceto, il magnete per il frigo, lo spinterogeno per la macchina, l’allungapene a manovella per un non meglio identificato “collega”, ma dagli sguardi imbarazzati qualche dubbio mi e venuto.

Io mi limito alla maglietta, che da sola costa quanto ho pagato il biglietto per Capossela l’anno scorso, ma tanto Capossela chissà quando ci torna a Genova..

dentroMatteo e Katia ci raggiungono davanti allo stand degli hotdog chilometrici. Me ne compro uno, sa di castagne, ma sempre meglio di quelli che vendono all’Ikea, che hanno il sapore di cera e per infilarli nel panino ce li devi avvitare.

Sotto le gradinate c’è tanto spazio come in un posteggio, centinaia di donne in fila indiana ne coprono del tutto la superficie, facendo un trenino lunghissimo che non serve a ballare la samba, ma a fare la coda per andare in bagno. Ringrazio ancora una volta di non essere nato donna, e mi servo dei cessi per uomini, dove la coda non esiste.

Ancora una volta la disciplina inglese mi lascia senza parole. I bagni sono puliti, i rotoli di carta per asciugarsi le mani sono pieni e al loro posto, e sui lavandini ci sono addirittura le saponette!!


The Greatest Band You’ve Never Heard Of
Il concerto comincia alle 20.15, come da programma, e tutti assistono seduti come se fosse un’opera lirica. Gli unici in piedi sono quelli che alla seconda canzone sciamano per andare a prendersi una birra, e gli irriducibili che si alzano stando al proprio posto. Anche sul prato hanno disposto delle sedie, e neanche su tutta la superficie, ci sono ampi spazi vuoti ai lati, non so se per ragioni di sicurezza o perché coi prezzi così alti non contavano di riempire lo stadio. Quelli che ci sono sono tutti comunque pieni, e se provi a cambiare posto scoppia la rivoluzione. Durante una canzone io e il mio amico Ballerillo andiamo verso il palco saltellando, e veniamo respinti con decisione da un anziano guardiano.

Non dura tanto, nonostante eseguano una ventina di canzoni, sarà che tranne Roxanne che la tirano all’esasperazione le altre sono tutte molto brevi. Sono bravissimi, sono maturati parecchio e si sente. Andy Summers da solo suona per tutti gli altri due.

I momenti topici sono stati quando Copeland ha fatto il pazzesco in Can’t Stand Losing You, quando hanno fatto Hole In My Life e Voices Inside My Head, che sono due pezzi che adoro.live

Invisible Sun molto asciutta con l’assolo di chitarra riverberata in mezzo rende parecchio, Walking In Your Footsteps non me l’aspettavo, ma potevo tranquillamente continuare ad aspettare, tanto che durante il pezzo andiamo a prenderci la birra.

Truth Hits Everybody e Next To You sono due splendide occasioni mancate, le interpretano più lente, e senza quel ritmo punk dell’originale non valgono granché.

All’inizio dei bis un mucchio di gente se ne va. Ma come? Hai aspettato venticinque anni per vederli dal vivo e adesso non aspetti neanche la fine del concerto?

Alle undici il concerto è finito, ce ne veniamo via intruppati lungo un viale fino ai pullman navetta, che sono gratuiti e ci portano alla metro, che è gratuita anche lei e ci porta all’hotel, dove ci aspettano addirittura quattro ore di sonno prima della partenza verso casa.


Back In USSR
Dormire quattro ore dopo un concerto e una giornata a camminare mi fa un effettaccio, al risveglio mi sento come Lazzaro un minuto prima di essere resuscitato.

Il mio amico Ansiolillo è in paranoia per il terrore di non riuscire a fare il check in in tempo, siccome la metro è chiusa optiamo per il treno. Vado a fare il biglietto alla macchinetta, e perdo subito 10 paunz. Vabbè che non me ne volevo riportare a casa, ma buttarli così mi fa proprio incazzare. Vado all’ufficio reclami aperto tutta la notte e reclamo. La signora dietro il vetro mi fa lasciare l’indirizzo di casa, ma non è che 10 sterle nella cassetta della posta fra una settimana o un mese mi faranno sentire più ricco. Se mi arrivano con tante scuse le appendo alle Cappe, se mi arriva un biglietto omaggio di pari valore per le ferrovie britanniche telefono al ministro dei trasporti e sto al telefono l’equivalente di 10 paunz a insultargli la mamma.

Arriviamo in tempo, ci salutiamo di fronte al suo imbarco e me ne vado in zona franca, sperando di trovarci qualcosa di più che a Linate.

In effetti c’è ogni ben di dio, ignoro il negozio di whisky perché non ho voglia di portarmene una bottiglia in treno fino a casa, ma ci vuole tutta. In compenso al negozio di elettronica trovo una panasonic lumix zoom 10x a un trecento euri, che mi sembra sia parecchio meno del prezzo italiano. Per conferma mi attacco a una postazione internient dove infilo un paund senza che nulla avvenga.

È giusto, un ciclo che si chiude, moneta mangiata di qua, moneta mangiata di là, tutto il mondo è paese, tutte le postazioni internet degli aeroporti fregano i soldi.

Alla fine decido di non comprarmi la macchina fotografica, che ora come ora non me la posso permettere, e giungo a un compromesso acquistando una memory stick più capiente di quella che possedevo.

All’imbarco con me entra un tizio con segretaria che mi ricorda troppo un politico italiano per non provare un moto di repulsione. Cioè, il mio amico Incontrillo all’aeroporto si imbatte in Ivano Fossati e io devo accontentarmi di un maledetto politico? Mai, che ne so, un nobel per la pace..

Cambio subito pensiero, non è bello desiderare di incontrare Gandhi appena prima di imbarcarsi su un aeroplano!

Durante il volo mi offrono lo snack. Data l’esperienza nefasta del tramezzino dell’andata, scelgo la fetta di torta della nonna. Mi va male anche stavolta, non dovrebbero permettere a una vecchietta con l’alzheimer di mettersi a cucinare!

A Linate ho un’altra prova della differenza di cultura fra i due popoli di questo racconto. Per salire sulla navetta che va in stazione bisogna fare a gomitate. Se non sei capace non sali.

Non ho l’indole del lottatore, e dopo che resto giù anche dalla seconda mi arrendo e vado a prendermi un autobus.

Essendo diretto a Genova e l’unico presente oltre al controllore che parla inglese, devo spiegare a due ragazzi estoni come raggiungere la meta del mio viaggio. Li scorto fino in stazione e alla biglietteria, spiego loro quale treno prendere, dove scendere, e me ne vado a mangiare dallo stesso kebabbaro del viaggio di andata.

Una volta a casa tutto è più facile, aspetto il ritorno del Subcomandante e mi addormento, tanto che quando arriva e non trova niente di pronto per cena mi cazzia pesantemente. Però si vede che le sono mancato, infatti mi ricazzia per un’altra cosa che non ricordo, poi ancora perché non ho portato fuori il cane, ma poi mi dà anche una carezzina leggera leggera e se ne va a dormire.

Come sono fortunato ad avere una ragazza così affettuosa, sono proprio contento di non essere scomparso nella metropolitana londinese ed essermi rifatto un’esistenza in un piccolo villaggio del Sussex insieme a una venditrice di cheddar.

Magari la prossima volta..