Archivi tag: lorenzo

una roba facile e due che non lo sono affatto

Qualche sera fa ero al Porto Antico con una mano in bocca, a cercare di togliermi dell’angus dai denti, e questa presenza nella mia cavità orale mi faceva riflettere su quanto celiamo di noi agli altri in nome di amicizia, pudore o semplicemente paura di un giudizio, ma prima che arrivassi a una maggiore consapevolezza di me e chiamassi la mia insegnante di teatro per dirle che io Jago non lo voglio fare, che mi fa paura, una bambina vestita da angelo mi ha regalato delle caramelle e un bigliettino.

La guardo confuso, è vestita con una tunica bianca, ha le ali sulla schiena e l’aspetto florido di chi si è appena mangiato un cherubino.
L’anomalia di una bambina che regala caramelle a un vecchio pervertito mi provoca un certo disagio, e le chiedo perché questo gesto.
“Contro Halloween”, mi risponde, così apro il bigliettino e ci trovo un passo della Bibbia, qualcosa su Dio che è gentile con quelli che gli garbano a lui.

Vicino a me Lorenzo ha una reazione schifata, come se nel suo biglietto fosse avvolto uno scorpione, e lo rende alla bambina coi suoi modi garbati:
“Grazie piccina, le caramelle le tengo volentieri, ma col passo della bibbia ti ci puoi fare una supposta”. Lei non capisce, il suo animo innocente ignora l’eterna diatriba fra i baciapile e la progenie dell’inferno, e a me questa cosa che mandino in giro delle bambine a fare il lavoro sporco sembra veramente una vigliaccata, un adulto consapevole di quel che sta facendo se la merita tutta la camionata di perculi che senti arrampicartisi in gola, ma su una bambina non puoi infierire neanche un po’, e quando mi vengono delle battute bellissime e non le posso dire mi viene il nervoso, ed è la ragione per cui sono andato al cinema con lo scazzo. C’era anche il fatto di dovermi mettere una maschera, ma non quella di Pippo, che poi te la levi e ciao, una di quelle invisibili che ti resta appiccicata alla faccia tutto il tempo e ti riesce difficile toglierla e non ti lascia respirare bene. Io non le so indossare le maschere, fingere di essere qualcosa di diverso da me è odioso, e quando mi trovo a dover camuffare il mio atteggiamento in nome della ragion di stato mi girano le balle. C’è gente, e quella sera ce n’era da riempire un taxi, che cambia faccia a piacimento come Big Jim 004. Beati loro che non si fanno problemi, io però di quell’odore di liquame che gli senti addosso quando ti parlano da vicino ne faccio a meno, e se posso mi ci tengo alla larga.

Il film che sono andato a vedere è Guardiani Della Galassia, una pellicola a cui non avrei dato una possibilità che fosse una, dai, ma ti pare che vado a vedere un film con un uomo albero e un procione parlante? Che già il nuovo Spiderman mi sembrava una vaccata, che poi i fumetti dei Guardiani non li ho mai letti, che tutte quelle serie spaziali mi sono sempre state in culo, con buona pace di Jack Kirby, che già i Fantastici Quattro mi pesavano, a parte quando c’era il Dottor Destino, che lui è un figo, e insomma n0, i Guardianidellagalassia ve lo andate a vedere voi, io casomai mi guardo quello con Viggo Mortensen, che c’è una mia amica che mi ha detto che vorrebbe vederlo, e siccome siamo in un momento in cui fra noi si è  accumulata un po’ di tensione ci vorrebbe un bel film distensivo per ritrovare quell’armonia che.

Solo che poi la tensione non si stempera per niente, che a tracciare dei confini a tavolino nascono gli stati quadrati, e non funzionano mai e sono sempre lì a farsi la guerra uno con l’altro; esistono delle frontiere naturali che vanno riconosciute e rispettate, e se è il caso cancellate, ma non devi imporre niente, altrimenti non è amicizia, è il Pakistan.

E insomma, piano B, si va a vedere i Guardiani insieme a un pulmino di individui fra il facepalm e il WTF, e se ci aggiungi il discorso di cui sopra capirai che le premesse non erano le migliori.

E invece.
Invece l’ultimo film Marvel si rivela una commedia spaziale, non nel senso di divertente a livello interplanetario, ma proprio come ambientazione, insomma, quel Della Galassia avrebbe dovuto mettervi sulla buona strada.. E comunque una commedia dai tempi perfetti, senza sbavature o pretese di serietà. Il procione e l’uomo albero sarebbero la spalla comica, se non fosse che nessuno lì in mezzo si prende davvero sul serio, sono Stanlio e Ollio che finiscono in un film con Vianello e Tognazzi, se mi passate l’accostamento. Una commedia molto divertente dove non te l’aspetti. E noi riempiamo le sale con Paolo Ruffini, che a confronto Christian De Sica è un attore. Ma diocristo.

E comunque per me il migliore è Drax Il Distruttore.

Uno dei migliori coglioni visti sullo schermo, se volete il mio parere.

Neanche il tempo di dire “Io sono Groot” che sono di nuovo seduto su una poltrona, ma stavolta gli attori sono veri, sono lì e se ti levi una scarpa e gliela tiri puoi colpirli in testa. Poi ti cacciano dal teatro, e non è detto che la scarpa la ritrovi, ma era per farvi capire che sono andato a vedere uno spettacolo al Teatro Della Tosse, che se non sei di Genova magari pensi a un posto dove organizzano recite per gente con l’enfisema, e invece è roba di qualità, e in sala stavano tutti bene. Tranne giusto l’attore protagonista, ma lui pare sia disturbato di suo.

Era in scena Caligola, di Albert Camus. Ecco, adesso mi piacerebbe scrivere una recensione del testo, più ancora che della sua versione teatrale, perché non mi ritengo competente abbastanza delle robe di palcoscenico da poter dire cosa sì e cosa meh, mentre il testo me lo sono letto prima di vedere lo spettacolo ed è stata una di quelle letture che ti portano via. Il problema è che quel testo mi ha lasciato della roba dentro con cui devo ancora fare i conti, e raccontarlo mi sembra un po’ come mostrarvi le mie mutande. Come quando ho letto La Moglie Dell’Uomo Che Viaggiava Nel Tempo, un romanzo che mi ha fatto a pezzi e di cui non ho scritto neanche una riga. Non ve lo racconterò neanche stavolta, accontentatevi del procione parlante. Magari se vado a vedere Viggomortense vi racconto quello, dai.


rico

“Vabbè, è il solito fricchettone”, gli ho detto.
“Aspetta a giudicarlo”, mi ha risposto. “E poi cosa ci stai a fare a casa a roderti? Vieni con noi e ti passi una serata”.

Qualche giorno fa ho litigato con una persona. Niente di terribile, per fortuna non ho ragioni vitali per scontrarmi con nessuno, salvo naturalmente i miei datori di lavoro, cui dovrei chiedere i danni per le continue torture mentali che mi infliggono.
Abbiamo cominciato con un bisticcio innocuo, quasi uno scherzo, e in un attimo siamo passati a rinfacciarci cose sepolte da mesi, soprattutto grazie alla mia presunzione che non dimentica mai niente, e appena le porgi il fianco ti spara una gragnola di accuse da spezzarti la spina dorsale. Sono un bastardo, immaturo egoista e vittima di me stesso, quando lo faccio notare ne pago le conseguenze.

Finirà lì e sarà come se non fosse mai successo niente, so di poter contare sull’intelligenza di questa persona, e un po’ me ne approfitto (agli aggettivi di cui sopra aggiungi pure vigliacco), ma nel frattempo mi tengo l’umore nìvuro e faccio i musi.

È così che mi hanno trovato i soliti Lorenzo e Pino un paio di sere fa, mi hanno ascoltato mentre rigiravo la frittata a mio vantaggio (loro non conoscono la persona con cui ho litigato e non possono ascoltare il suo punto di vista), e alla fine, invece di consolarmi (del tutto inutile), o cercare di farmi ragionare (altrettanto tempo perso), mi hanno proposto di accompagnarli da un loro amico, tale Rico.

“Un quarantino secco, capelli lunghi, una marcata avversione per telefonini, computer e tutto il superfluo che la società ha prodotto negli ultimi vent’anni”, mi ha detto Pino, quando gli ho chiesto di descrivermelo.
“Vabbè, un cellulare e un computer non li definirei superflui”, ho ribattuto aggressivo.
“Guarda che questo qui va in giro con una fiat 127 cartazucchero, cazzo vuoi che gliene freghi di avere il cellulare?”.
In effetti la mia risposta è stata fuori luogo, fino a qualche anno fa aborrivo i cellulari e mi vantavo di avere ancora un commodore 64 perfettamente funzionante. Sono cambiato così tanto? Abbandonato in cupe considerazioni sulla mia regressione a schiavo della società dei consumi, ho accettato l’invito dei miei amici e li ho seguiti a casa di Rico.

Per strada mi hanno messo in guardia, Rico fuma solo erba, ma non si offende se la rifiuti, perciò non farti problemi, e no, non è solo un fricchettone, ha una bella testa dietro i luoghi comuni che ci mette davanti.
Me ne sono stato zitto per evitare di dare altro spazio al mio lato velenoso, quella sera più scatenato che mai.

Rico abita in una palazzina di Serravalle Scrivia, cosa che mi ha lasciato un po’ deluso, da come me l’avevano descritto mi aspettavo di trovarlo in una casa occupata, o in una comune hare krishna; qui la cosa più originale è la 127 cartazucchero posteggiata davanti.
Casa sua è semplice, altra delusione, nessun manifesto appeso alle pareti, nessun aggeggio penzolante dal soffitto, lava lamps sui mobili, piantine di maria in terrazza, acchiappasogni sui muri, bertucce per i corridoi, niente di niente, sembra l’appartamento di mia zia, solo più piccolo e senza mio cugino dentro.

Lui ci ha accolto con un tizzone in mano, una camicia colorata e i capelli legati in una coda. Dal salotto uscivano le note dei Beach Boys. Pet Sounds, a occhio e croce. Nientemeno.
Presentazioni, lui è Pablo, ciao sono Marco, non mi chiede come mai Pablo, io non gli chiedo come mai Rico, ci sediamo su un divano consunto in un salotto affollato di dischi giornali tabacco cartine riviste libri un tavolino basso qualche cuscino buttato in giro una sediadondolo di vimini dove si accomoda lui, e pesca da un borsello colorato messicano un sacchetto di erba e altre cartine, e comincia a rollare con mestiere una sigaretta. Mi chiede se gradisco, rifiuto con un cenno, la passa a Pino. Neanche Lorenzo fuma, chissà perché ne ero certo.

Resto ai margini della conversazione, assaporo l’aria speziata, noto per la prima volta quanto fossero acidi i Beach Boys, e io che li avevo sempre bollati come un gruppetto surf. Good Vibrations se la gioca tranquillamente con certi Pink Floyd, anche se l’hammond me li fa accostare più facilmente ai Doors. Comunque mi rendo conto di aver parecchio sottovalutato la famiglia Wilson, dovrò recuperare.
Intanto recupero un libro da una pila di riviste. È una monografia di Edward Hopper, il pittore americano che mi piace tanto.
“..ono i quadri”.
“Eh? Scusa, ero distratto, cos’hai detto?”
“Mi hanno detto che ti piacciono i quadri, che ci fai una cosa che non ho capito bene”, mi ripete.
Gli spiego in parole povere cos’è ARTErnativa, ma se non faccio un esempio non rende come dovrebbe.
“Questo quadro qui”, comincio mostrandogli Nighthawks, “si chiama L’Appuntamento Dell’Uomo Invisibile. C’è l’Uomo Invisibile che aspetta la sua fidanzata fuori dal bar, ma lei non si vede”.
Non ride. Non ride mai nessuno quando commento quel quadro. Forse dovrei eliminarlo dalle serate live. Ma chi se ne frega, non sono venuto fin qui per far ridere qualcuno, non riesco neanche a far ridere me, la verità è che sono ancora incazzato e non me ne frega niente che non siano i cazzacci miei, ecco!
Si vede che lo faccio trapelare, forse è il fatto di avere una faccia lunga come quella di un bracco a far capire quale sia il mio umore, Rico dice “Mia nonna ha sempre sostenuto che nella vita ci sono due cose che non servono proprio a niente, avere fretta e incazzarsi. Non ha mai avuto un orologio e non ha mai tenuto i musi a nessuno.”
“E tu ci riesci?”, gli ha chiesto Lorenzo.
“Io mi faccio venti canne al giorno, non riuscirei a muovermi veloce neanche con un topo nelle mutande, ho il cervello rivestito di plastica, sai quella con le bolle? Non riesco a emozionarmi granché davanti a un tramonto, ma se non altro non mi incazzo più”.

Mi ha colpito sta cosa, non tanto la frase della nonna di Rico, che era una stronzata che lascia il tempo che trova, e neanche lui, che non è altro che un povero fricchettone cotto dalle droghe. Mi ha impressionato quando ha detto che non riesce più ad emozionarsi. Dev’essere tremendo non provare più niente, né rabbia né amore né eccitazione, finisci per passare attraverso la vita come un prosciutto. Va bene, mi sono incazzato, sono uno stupido perché non ne valeva la pena, ma ho provato qualcosa, mi sono sentito vivo, non potrei immaginare di esistere senza emozionarmi più per un bacio, una canzone, un quadro.

Tornato a casa ho fatto una doccia, avevo bisogno di lavarmi via ogni residuo di quell’incontro, il mio primo e spero unico contatto con una creatura sintetica, qualcosa che non dovrebbe esistere in natura, un essere ripugnante.

Per la cronaca, non ho ancora fatto pace con quella persona là, e intendo sentirmi vivo e incazzato ancora per un po’.

Quando sarò capace d’amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre
né di far l’amore con mia madre in sogno.

Quando sarò capace d’amare
con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità
di un uomo bambino.

Quando sarò capace d’amare
vorrò una donna che ci sia davvero
che non affolli la mia esistenza
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

Vorrò una donna che se io accarezzo
una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa.

Quando sarò capace d’amare
vorrò una donna che non cambi mai
ma dalle grandi alle piccole cose
tutto avrà un senso perché esiste lei.

Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro.

Quando sarò capace d’amare
farò l’amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.

E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l’animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.

Quando sarò capace d’amare
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere

un amore senza sensi di colpa
senza alcun rimorso
egoista e naturale come un fiume
che fa il suo corso.

Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.

Così vorrei amare.


sagra della bombamano e del tricchettracche

Son lì a bermi il mio mojito presso lo stand del mio amico cubano però di Brescia quand’ecco chi ti incontro? Ma t’incontro la Lessandra bellabbronzata come una che ha passato la domenica alla spiaggialiberadicamogli, con la sua borsetta tracolla cosa ci terranno mai le ragazze dentro le borsette tracolle chiavidicasa borsellino telefono e ti ci vuole una borsa così grossa? Oppure girano con quelle borse striminzite che i soldi ce li devi mettere per forza di carta perché uno spicciolo in più le sfonda. Le ragazze non conoscono vie di mezzo. 

Dicevo, son lì a bermi il mio mojito presso lo stand del mio amico cubano però di Brescia e parlando del più e del meno con Lorenzo l’entomologo e Pino l’incantatore di mignotte, quandecco tarriva lalessandra che saluta tutti con la nonscialanza di chi può ostentare un’abbronzatura da spiaggialiberadicamogli. Pino dice ciao, Lorenzo dice ciao, io dice ciao. Lalessandra dice ciao a Pino e Lorenzo, e anche se in matematica non sono mai stato un fenomeno mi accorgo che coi suoi ciai non riusciamo a fare uno a testa, ne manca uno, allora ripeto che si capisca bene, scandendo le parole come maicbuongiorno al telequiz quando fa la domanda da un fracco di soldi, c-i-a-l-e-s-s-a-n-d-r-a.
Stavolta mi risponde anche a me, ma il suo ciao è diverso dal ciaopino ciaolorenzo, è un ciao passato attraverso la grattugia del parmigiano, e anche schiacciando bello forte, che ti vengono giù le briciole grasse.
Mi pare di capire che la Lessandra non ha piacere a salutarmi, e non capisco perché, che io a lei non le ho mica mai fatto niente, per esempio non le ho risposto alla sua frase “vorrei trovare un uomo al mio livello culturale” con “prova ad aprire a caso l’elenco telefonico e a puntare il dito a caso”, come feci anni orsono con l’Aserena, non le ho regalato un distributore di numeri da supermercato il giorno del suo compleanno scrivendo nel biglietto “spero che ti aiuterà a fare ordine nella tua vita sentimentale”, come avevo fatto con la Ntonella.
Fino a stasera io e la Lessandra ci eravamo solo incrociati per le vie del borgo fra il ribollir dei tini e l’aspro odor dei vini, ci eravamo educatamente salutati e poi ce n’eravamo andati ognuno per la sua strada come si fa talvolta con le persone che si stimano ma non hanno argomenti di conversazione e finirebbero per restarsene lì a dire ehm ehm aspettando che arrivi qualcuno a toglierli dall’imbarazzo e allora preferiscono educatamente salutarsi e via dalle balle.

Mi guardo anche la camicia sportiva elegantemanonpretenziosa che non abbia delle patacche davanti tipo di sugo ma non ce n’è, da quando ho ripreso a mangiare col bavaglione vado sul sicuro.
Non ho neanche l’occhio vitreo da alcolista decorato, è il primo mojito che bevo e non sono ancora a metà. E allora che cosa cacchio cià sta deficiente che non mi saluta?

Glielo chiedo deciso, scusa Lessandra, c’è qualcosa che non va? E lei come se cadesse dalle nuvole tipo cherubino abbattuto a fucilate, nooooo! percheeeeeee!
Le vocali prolungate per accentuare il senso di caduta.
Perché mi pare di percepire nel tono della tua voce un accento sarcastico che solitamente non hai, e che mi fa pensare a una qualche antipatia nei miei confronti, di cui francamente non so spiegarmi l’origine, le rispondo.

Senti vaffanculo tu e il tuo senso dell’umorismo del cazzo

E se ne va. Lorenzo ci resta così, Pino non ne parliamo, ha la mandibola già in terra e c’è uno che ci sta camminando sopra senza accorgersi. Io sono stupito del mio più il loro, tanto stupito che devo farmi prestare un po’ dello spazio dove di solito ci si mette lo stupore perché il mio l’ho riempito.

Ma che risposta è? Senza una virgola, senza un punto alla fine, e poi messa così, in mezzo alla riga. Già che c’era poteva rispondere in grassetto, così se ne accorgevano anche quelli sul palco che stavano accordando gli strumenti.

Dovrò indagare, la cosa mi inquieta.