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Diario americano – Chinatown, palazzi e stazioni

Com’è come non è mi trovo a scrivere il diario della mia vacanza newyorkese a cavallo del decennale dell’attacco alle Torri Gemelle. Che faccio, racconto di nuovo che ci sono stato e c’era il cantiere? Racconto che poi ci sono tornato per infilarmi da Century 21, che è un negozio di abbigliamento che ci sta di fronte e che è così affollato che se gli aerei si fossero piantati lì contro avrebbero fatto il doppio dei morti? Oppure mi prendo una pausa dalla narrazione e mi incolonno dietro il lungo serpentone di giaculanti col mio bel cero in mano e do il mio contributo non richiesto?

Facciamo che invece vi parlo di quando sono tornato da Washington e ci siamo infilati a Chinatown.

La fermata della metro a Canal Street dà su uno stradone piuttosto anonimo e molto trafficato, pieno di negozietti di abbigliamento, elettronica o cianfrusaglie che ricorda molto da vicino Via Gramsci a Genova. Se non siete pratici del capoluogo ligure metteteci pure una via analoga della vostra città piena di cineserie tutto a cinque euri. Se non avete neanche quella non so cosa dirvi, provate a sostituire una decina di negozi della via più periferica che avete con altrettante cineserie, ma se il risultato non è lo stesso non prendetevela con me, io miracoli non ne so fare.

Ma dicevamo di Canal Street, che se uno pensa che Chinatown sia tutta lì potrebbe rimanere deluso, risalire sulla metro e filare via verso nuove e più eccitanti destinazioni, però sbaglierebbe, perché la Lonely Planet, o come la chiamiamo fra noi turisti scammurriati “La Santa”, te lo dice chiaro di avventurarti nelle strade laterali, che sono più interessanti. Ochei, ti dice anche di non andare in giro da solo a Porto o rischi di morire malissimo, e poi la cosa più pericolosa che ti può capitare è di scivolare giù per un marciapiede verticale e fermarti dentro un tram sotto lo sguardo assonnato dei fantomatici “loschi figuri” (li chiama proprio così, loschi figuri, si vede che l’edizione italiana l’ha tradotta Cecco Angiolieri).

Ma stavamo sempre dicendo di Canal Street e delle sue vie laterali, che abbiamo percorso dopo, perché prima c’era da assaggiare la tipica colazione americana: pancakes con lo sciroppo d’acero.

In un deli cinese.

Il deli è quel tipico locale americano che puzza di linoleum unto dove puoi mangiare qualunque tipo di cibo in grado di schiantarti il fegato, dall’hamburger che cola grasso sulle patatine rifritte al riso colloso su cui sono stati avvitati alla meglio dei pezzetti di verdura per dargli un aspetto più invitante. Ci sono stati anche dei deli che sono entrati nella storia per ragioni diverse dal record di infrazioni presso l’ufficio di igiene, e ce ne sono parecchi in cui l’aspetto ricorda da vicino quello di un luogo salubre, ma sono eccezioni alla regola, il deli è sporco e ci si mangia male, punto.

Quello di Canal Street in cui ci sediamo a prendere la seconda colazione è il classico locale fetente con la saliera appiccicosa sul tavolino coperto dalla tovaglia di plastica unta, a venti centimetri dal cuoco messicano che frigge patatine e arrostisce salsiccia.

Per mostrarmi coraggioso con la mia fidanzata ordino anche del bacon come condimento, e quello che mi arriva insieme ai tre frittelloni ne ha tutto l’aspetto, un nastro di carne bianca e rossa fatta saltare in padella proprio come la farei io in casa.

Esattamente come la farei io in casa, facendomi i cazzi miei per un’ora davanti al computer e scordandomela sul fuoco finché il fumo non mi facesse lacrimare gli occhi.

È un po’ come mangiare le pringles ingoiandole intere, o dei vetri, tipo. Però magari all’esofago una scartavetrata ogni tanto fa bene, vai a sapere.

Lo sciroppo d’acero è una di quelle cose di cui senti sempre raccontare, così buono, lo trovi solo lì, da provare per forza, come la Dr. Pepper e le cupcakes, sono in America mi tolgo la soddisfazione, no?

La Dr. Pepper in realtà l’ho assaggiata a Washington, e ho capito come mai in Italia l’hanno messa sul mercato tipo per venti minuti e poi l’hanno ritirata di corsa. Lo sciroppo d’acero è una roba densa che sembra miele mescolato col propoli, forse fa bene per il mal di gola, ma io lo venderei negli stessi negozi della Dr. Pepper.

La via in cui ci infiliamo subito non ha l’aspetto molto cinese, ci sono un sacco di ristoranti italiani e un tizio sulla porta di un negozio indossa una maglietta che dice “cannoli eating competition”. Siamo a Mulberry Street, tutto ciò che rimane del quartiere mammapizzamandolino della città. Non è grande, non è neanche brutta, è un concentrato di stereotipi italiani su una superficie di qualche centinaia di metri, una specie di parco tematico dell’italianità più becera, e neanche tanto aggiornato, se devo dire, per esempio non c’è il tamarro con gli occhiali da sole che sbraita nel telefonino ultra sofisticato bevendosi una ceres coi piedi in un paio di ciabatte di prada appoggiato al suv in doppia fila.

La strada accanto a Mulberry Street si chiama Mott Street, ed è talmente cinese che i cinesi che vengono a visitarla quando tornano a casa loro si sentono spaesati. Non c’è un’insegna in inglese, un negozio occidentale, un banchetto di hot dogs, ovunque ti giri cassette di litchis, quei frutti con la buccia borchiata da non confondere coi leeches, altrettanto commestibili, ma dall’aspetto meno invitante, e poi secchi di rane vive e bianchetti secchi, laboratori di massaggi e agopuntura, soia da appagare qualunque mortaccio, riproduzioni a basso costo di qualunque cosa ti venga in mente compresa tua madre.

In mezz’ora vediamo tanta Cina da toglierci la voglia di oriente per parecchi anni, portiamo via le stanche membra e ci dirigiamo verso la meta successiva della giornata, l’Impero Stato Palazzo.

Avevamo già provato a salirci il primo giorno, ma si avvicinava il tramonto e c’era una coda che faceva il giro dell’edificio. Stavolta entriamo subito, l’atrio è vuoto, saliamo le scale mobili per la biglietteria e finalmente ci troviamo in coda. Per fare il biglietto ci vuole poco, dieci minuti e via, ma subito al di là comincia la coda per gli ascensori, e sono cazzi, perché l’attesa minima parte da 45 minuti, durante i quali ti puoi leggere tutti i pannelli informativi su come l’edificio sia stato modificato per ridurre al minimo l’impatto ambientale, puoi leggerti un po’ di storia di come l’abbiano tirato su ‘sto gigante, in un’epoca in cui la prevenzione degli infortuni si faceva stando a casa, e puoi scoprire che nonostante i ritmi serrati (è stato costruito in tredici mesi, dico tredici mesi, cinque piani alla settimana) alla fine ci siano stati solo cinque morti, di cui uno investito da un camion e un altro coinvolto in un’esplosione. Puoi scoprire anche che il World Trade Center non si è inventato niente, l’Impero Stato Palazzo è arrivato prima anche lì.

Da settembre 2001 è tornato ad essere il palazzo più alto della città, e quando sei sulla terrazza te lo fa pesare parecchio:

“Ma guarda la gente per strada com’è piccola!”

“Si, è il raduno dei nani, ne ha parlato il telegiornale stamattina. Guarda là invece, le persone normali”

“Uh si, sono molto più alte. Che delusione.”

Dal lato sud, proprio accanto al Flatiron Building, che da lassù è ancora più bello, tutto schiacciato sul suo fazzoletto di terra, si eleva una sontuosa loggia massonica con un compasso disegnato sulla facciata grosso come casa mia. Hai capito Liciogelli?

Vabbè, poi non è che puoi stare tutto il giorno appollaiato lassù a fare le fote, dopo due tre giri di terrazza ce ne veniamo via.

 

Sulla strada per Grand Central Station sbattiamo dentro Sniffen Court, un vicoletto privato diventato famoso per essere sulla copertina di Strange Days dei Doors. Mi faccio una foto a memoria, ma senza i baffoni e un mimo accanto ho un bel cantare pippol ar streing, non ci somigliamo neanche un po’.

 

 

La stazione principale di New York è la più grande del mondo per numero di banchine, significa che quando sei sul binario 11 e l’unica obliteratrice funzionante è al binario 126 fai prima a prendere il treno dopo. L’atrio principale lo conoscono tutti, è quello grande con l’orologio in mezzo che abbiamo visto in un mucchio di film. Ci sono due terrazzini da cui si fa la classica foto con la gente, e quando ci siamo stati noi c’era un signore sudamericano con una grossa canon, prestatagli dal figlio, e non la sapeva usare. Ma tipo niente, né messa a fuoco né tempi di scatto, era solo in grado di schiacciare lì, però voleva fare una foto con l’orologio a fuoco e le persone intorno mosse. E indovina a chi ha chiesto aiuto.

Io non parlo spagnolo, ma la mia fidanzata si, però non era in grado di spiegargli il meccanismo, così io lo spiegavo a lei in italiano, lei lo traduceva alla buona in spagnolo, questo continuava a non capire e io ci mettevo del mio in inglese. Alla fine gli ho preso la macchina, gli ho fatto la foto e l’ho mandato a cagare.

La prossima volta vi racconto dei musei niuiorchesi, che ce la passiamo veloci, che lo so che non siete gente che ci piacciono i quadri, ma due righe ci vogliono.


I’m afraid of americans

Le pratiche per ottenere il visto per gli Stati Uniti sono lunghe e difficili, soprattutto quando devi partire da zero col passaporto. Molto difficili. Così difficili che se ne fa cenno in antichi testi greci, in merito alle dodici fatiche di Ercole quando il semidio, dopo avere sconfitto l’Idra di Lerna, partì alla ricerca di una cabina per fare le foto certificate.

Dai documenti forniti dalla Questura pare che la foto debba avere caratteristiche specifiche, non devi avere il cappello in testa, fare smorfie, sorridere, essere serio, incazzato, guardare dall’altra parte, avere gli occhiali storti, pensare ai cazzi tuoi, esserti alzato tardi e devono essere trascorse almeno tre ore dall’ultimo pasto.

Gli apparecchi abilitati a questo tipo di documenti ti fanno la foto e poi la limano, correggono tutti i difetti e infine stampano una riproduzione di te che somigli a Liz Taylor e quasi quasi per natale ti regali un lifting. Oppure divorzi.
A Genova cabine prodigiose ce ne sono poche, una in stazione Principe, ma ci è andata ad abitare una famiglia di tunisini, non vedono di buon occhio gli sconosciuti che si fanno la foto nel loro soggiorno; qualcuno dice che un altro apparecchio si trovi in centro, ma non si sa bene dove, chi dice in Corso Torino, chi in Piazza Dante, chi sostiene di averlo visto in Via XXV Aprile in una notte di plenilunio.

Per fortuna nei giardinetti di Busalla ce n’è una in buone condizioni, ed è lì che mi trovavo ieri sera dietro insistenza della fidanzata, il Subcomandante Marzia.

“Ma sei sicura che non vada bene una foto qualsiasi?”
“Dobbiamo affidare le pratiche per entrare nel Paese più paranoico del mondo al corpo più inaffidabile d’Italia, sei davvero sicuro di volerti fidare?”
“Beh.. in effetti..”

Fuori dalla cabina staziona un “losco figuro da Lonely Planet” (la guida più venduta nel mondo nutre un vero e proprio terrore verso gli individui che camminano a testa bassa nei quartieri meno frequentati, li addita spesso come malintenzionati e vi consiglia di non uscire con del denaro in tasca. Tuttalpiù, se volete prendervi un caffè, potete sempre ricorrere al borseggio), ma non abbiamo timore, perché abbiamo portato con noi il Feroce Jack, la belva sanguinaria, terrore delle postine, incubo dei gatti, che però adesso tira come un dannato per andare a correre in mezzo alla strada.
Astuto come una faina non l’ho detto, vero? Beh, c’è un motivo.

In ogni caso non mi fido, anche se il tizio col cappuccio della felpa tirato su sembra più un bimbominkia che gioca col cellulare potrebbe essere un subdolo rapinatore che ha applicato alla cabina un dispositivo che spruzza un potente narcotico quando premi il bottone verde, così da poterci addormentare e poi spogliarci dei nostri beni in tutta tranquillità. Mando avanti Marzia, in fondo se siamo qui è colpa sua.

Mette i soldi, schiaccia il bottone, segue le istruzioni, si mette in posa, rischiaccia, aspetta, non perde i sensi, bene! Quando esce e mi mostra il risultato ho la prova che quell’apparecchiatura è prodotta da qualche centro estetico: l’espressione neutra di Marzia è la stessa di un bulldog cui abbiano tirato indietro le guance, ma nella foto che tiene in mano c’è Liz Taylor ai tempi di “La Gatta sul Tetto Che Scotta”, con tanto di occhi viola.

“Incredibile!”, esclamo, “Ti ha raddrizzato gli occhi!”
“Eh si, ha corretto anche quel lieve difetto al naso che..”
“E quell’orrendo porro che hai in mezzo alla fronte non c’è più! E neanche la mascella sporgente! E i pelazzi neri a unire le sopracciglia! E i brufoli! E i capelli unti! E..”
“La pianti?”

Mi siedo sullo sgabello con la fiducia di una casalinga che vota forzaitalia perché gliel’ha detto Ambra in televisione, ma quando esco ho la faccia della stessa casalinga diciassette anni più tardi.
Nelle foto che tengo in mano non ci sono io, la persona che è ripetuta otto volte in diverse misure ad alta definizione non mi somiglia neanche un po’. È Liz Taylor. Come sarebbe oggi se ne riesumassi il cadavere.

“Spero che la polizia me la accetti lo stesso.”
“Spero che la polizia non ti arresti come sospetto terrorista.”


wado a Wedere Wu Ming

“C’è Wu Ming al Buridda!”, mi annuncia il Subcomandante già in assetto da guerra, con borsa CCCP a tracolla e pipa di ordinanza. “Preparati che andiamo!”

“Al Buridda? Ma è un centro sociale Okkupa E Preokkupa! E se mi offrono una canna? E se arriva la polizia? E se offrono una canna alla polizia?”

Il Subcomandante mi percuote l’autostima col suo ricco epitetario, e in barba al freddo ci mettiamo in strada.

Appuntamento alle ottoemmezza sotto il Buridda, arriviamo prima e andiamo a mangiare farinata in un buco fighissimo stile bettolaccia alla buona. “Stile”, perché nonostante la cura dei particolari il listino prezzi è quello di un ristorante recensito dall’Espresso, uno di quei posti da comunisti ricchi dove una pizzetta formato panificio ti costa diecieuri belli secchi, roba che quando l’hanno portata alla signora impellicciata accanto a noi ancora un po’ sviene, che visto il prezzo si aspettava come minimo una ruota di camion.

Quando arriva Lucilla ci facciamo prelevare un rene per saldare il conto e ce ne andiamo al centro sociale.

Io conosco l’edificio per averlo frequentato ai tempi in cui ospitava la facoltà di economia, e lo trovo un po’ cambiato, ci sono scritte che allora non avevo notato, forse perché troppo affollato.

Eppure quel grosso cazzo multicolore di due metri per tre che campeggia all’ingresso credo che avrebbe attirato l’occhio anche allora..
Sono comunque sorpreso, mi aspettavo scritte tipo Sbirribastardi, o Mortealpapa, e invece niente, solo disegni e neanche malfatti. Vado in bagno e non c’è niente neanche lì. Per fortuna mi sono portato il pennarello e un paio di porchidii dietro la porta ce li aggiungo io.

Nella sala degli incontri si mangia della grossa, una quindicina di personaggi dall’aspetto tipico del centro sociale chiacchiera e sganascia. Lucilla si ferma a salutarne metà, dati i suoi trascorsi da scammurriata si è fatta parecchie amicizie.

Finalmente ci sediamo e si comincia, la sala è bella piena, arriva Wu Ming 1 accompagnato da un “esperto di cultura pop” o qualcosa del genere e da una che ha scritto un libro sul collettivo di scrittori. Vengono presentati, ma non si fa in tempo ad andare oltre che prende la parola un altro tizio allampanato, che sale sul palco e si presenta:
“Brutto stronzo di merda!”, dice al Wu Ming presente, e mi sa tanto che non è venuto a farsi autografare Manituana.

Insomma viene fuori che questo qui dieci anni fa ha scritto degli articoli critici “ma molto corretti” sui Wu Ming, e loro per ringraziarlo hanno dato il suo nome a un poliziotto bastardo in un film. L’ha presa poco sportivamente e da allora cerca di rompere i coglioni a tutte le presentazioni del collettivo che si tengono a Genova.
Per fare ciò legge una dichiarazione in cui spiega le sue ragioni e ogni tanto si volta verso l’invitato e lo rimanda a fare in culo.

Devo dire che la faccenda sembra interessante, la dichiarazione è esauriente e le sue ragioni non sembrano neanche tanto assurde, se riusciamo a dimenticarci che stiamo parlando di una vicenda vecchia di dieci anni e anche piuttosto ridicola, ma ognuno è padrone di offendersi come vuole, e alla fine gli faccio anche un applauso sincero: io non sarei stato capace di salire sul palco davanti a una folla ostile e prendermi una riga di insulti solo per dire la mia.

È che la cosa non si ferma lì, tra un vaffanculo di qua e un merda di là c’è sempre quello che esagera e la presentazione del libro finisce a manate in faccia, cadono i microfoni, le luci, la gente si alza e se ne va, questo che continua a urlare, quelli di là che gli dicono di tacere, Wu Ming e i suoi si scoglionano e se ne vanno prima di finire allo spiedo. 

Li imitiamo. Marzia è furibonda, che è uscita con la febbre per vedere i suoi scrittori preferiti e si è ritrovata con un pugno, e neanche di mosche; io devo dire che mi sono divertito, che vedere Ammaniti è stato simpatico, ma questa presentazione era molto più coinvolgente. Anche meglio del libro, direi!

Wu Ming