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mi ha detto mio cuggino che siccome che.. V For Vendetta

Mio cuggino, che di cinema se ne intende perché a sette anni leggeva le recensioni dei film sui pleiboi che rubava al fratello maggiore (a quattordici non gliene fregava già più niente dei film e saltava diretto al paginone centrale), mi ha consigliato di andare a vedere V per vendetta.

Natalie Portman ha un certo gusto perverso per le pettinature strambe. Qui si è fatta mettere due mani che tengono degli stiletti. Boh.

“Secondo me ti piace”, mi ha detto. “E’ ambientato a Londra, è prodotto da quelli di Matrix..”
“Mentana?”
“No, i fratelli che uno è diventato donna”
“Ah quello”

Insomma che andiamo a vederlo, è tratto da uno dei miei fumetti preferiti, un incastro perfetto di azione, citazioni raffinate, politica e idee di libertà. Sento puzza di bidone, non so quanto i fratelli Cheunoèdiventatodonna possano essersi mantenuti fedeli allo spirito di Alan Moore. Lo stesso autore ha definito la sceneggiatura “imbecille”, ma si sa che Moore è fuori di testa.

“La puzza di bidone viene dalla spazzatura che ti sei dimenticato di buttare! Ed è già la terza volta che te lo dico! Guarda che sono stufa eh? Ti rispedisco da tuo papà!”, il Subcomandante mi rimprovera, e per farmi perdonare pago io per tutti e due.

Come volevasi dimostrare, il fumetto è stato rimaneggiato fino a trasformare un personaggio complesso come V in un supereroe indistruttibile esperto di kung fu. Il suo piano destabilizzante per liberare l’Inghilterra dalla schiavitù si riduce in un gran mucchio di esplosioni, e tutti i comprimari, che nel fumetto davano colore e complessità alla vicenda, sono stati lasciati nel cassetto. I rimanenti hanno personalità piatte come il torace di Gwyneth Paltrow prima che si riempisse di silicone, la sceneggiatura è superficiale, Natalie Portman sarà buona, ma recita meglio la Emma quando combina qualche disastro e vuol farsi perdonare.

“Allora, ti è piaciuto?”, mi ha chiesto mio cuggino quando l’ho incontrato, dopo.
“Mi è piaciuta la scena finale, molto d’effetto, e anche un paio di battute”, gli ho risposto.
“Te l’ho detto che ti piaceva!”, finalmente mi ha suggerito un film decente, avrà pensato.
“No, mi è piaciuta la scena finale e un paio di battute, il resto mi ha annoiato. Se non ci fosse stata l’atmosfera familiare del fumetto ti avrei chiesto indietro i soldi del biglietto”.
“Come al solito”.

Adesso speriamo che il prossimo me lo consigli qualcun altro.


mi ha detto mio cuggino che siccome che.. Hostel

Mio cuggino, che di cinema se ne intende perché a sei anni gli hanno regalato il Cinevisor Mupi, mi ha raccomandato di andare a vedere Hostel, dicendo che è uno dei film più disturbanti degli ultimi anni, e che durante la proiezione metà del pubblico in sala è uscito perché non riusciva a reggere il disgusto.
Attirato da tali premesse non mi è parso vero di accettare l’invito di Alberto, da sempre appassionato al cinema splatter, e del Subcomandante, che quando non guarda film truculenti va a mettere la faccia nella sabbia del gatto per non perdere l’abitudine allo schifo.

Alla biglietteria regalavano sacchetti per il vomito con scritto Hostel sopra. Alberto, da buon feticista, ne ha presi una trentina. “Così so cosa regalare agli amici per Natale”, mi ha confidato. “Ne prendo anch’io qualcuno da regalare agli amici!”, gli ho risposto, e ne ho raccattato sette otto. Mentre non guardava, sei li ho buttati nel cestino: io non ce li ho tutti quegli amici.

il mio dentista non fa mica così però

Comincia il film. Tre giovani turisti ad Amsterdam a caccia di emozioni si impasticcano e vanno a mignotte. Venti interminabili minuti di vuoto cerebrale. Poi un tipo col nasone suggerisce loro di andare a Bratislava, dove c’è un posto pieno di donne vogliose che li faranno impazzire, e i tre mentecatti si mettono in marcia, seguendo il bastone da rabdomante che tengono fra le cosce.
Da notare che fino ad allora li abbiamo visti fare esattamente le stesse cose lì ad Amsterdam, ma siamo già a un punto della pellicola in cui ci stiamo chiedendo se la sceneggiatura l’abbia scritta qualcuno o sia stata composta tirando su bigliettini da un sacchetto.

Non vi racconto cosa succede dopo, per non rovinarvi la sorpresa. Anzi si, ve lo racconto, tanto non c’è nessuna sorpresa, è tutto talmente ovvio che rimpiangerete Dazeroadieci di Ligabue per la sua imprevedibilità.

Succede che sul treno incontrano un signore con gli occhiali che mangia l’insalata con le mani, ammicca alla loro idea di andare a Bratislava, decanta le doti delle ragazze locali e inculca nei tre sbarbatelli l’idea del paradiso in terra. I tre minchioni arrivano all’ostello, sono irretiti da tre sciantose e per altri dieci minuti si riciclano le immagini del primo tempo, tette e culi e pasticche. Poi uno sparisce. Dov’è, dove non è, gli altri due si preoccupano, vanno a cercarlo, trovano la banda di bambini violenti, visitano il museo della tortura dove non succede assolutamente niente, tornano all’ostello, ritrovano le tizie di prima, vanno di nuovo in discoteca, e ne sparisce un altro.
E’ prigioniero del signore del treno, che gli trapana una coscia, ma sarebbe stato molto più splatter se gli avesse piantato l’attrezzo in una rotula, e poi avesse tirato per liberare la punta dall’osso, mentre la giovane vittima urla, in un tripudio di sangue.
Invece la tanto attesa scena stomachevole si conclude con un primo piano del ragazzo che ulula di dolore, e rimpianto per un’occasione mancata.
Nel frattempo il terzo giuovinotto, quello sopravvissuto, torna all’ostello e ripete la trafila di prima, poi incontra le due sciantose e si fa accompagnare a una fabbrica in disuso, dove dovrebbero trovarsi gli altri due. Lo catturano subito e lo legano alla sedia, e arriva un idiota con la mascherina e l’asma che vuole farlo a pezzi con la motosega. Gli taglia due dita senza alcuna emozione, poi scivola sul sangue e si trancia una gamba. Il giuovane eroe, che fra parentesi somiglia a uno che si chiama Tamagno, riesce a liberarsi e scappa. Scopre di trovarsi nel ritrovo di un club per miliardari sadici, dove uno paga e fa a pezzi la giovane vittima innocente. L’ostello è il luogo in cui si intortano i giuovani innocenti e li si trasformano in carne da immolo. Vi ricorda qualcosa tutto ciò? Bravi, Lucignolo e il Paese Dei Balocchi. E pensare che a me Pinocchio è sempre stato sulle palle.
Ma torniamo al nostro ciuchino, che nel frattempo si è liberato e ha salvato una povera giapponese cui il sadico di turno aveva estratto un occhio. Lui non sopporta di vederla così, con l’occhio penzolante, e glielo taglia con un paio di forbici. Lei ringrazia e insieme fuggono.
Giungono in paese dove investono e uccidono le due sciantose e il nasone di Amsterdam (???), scappano dalla polizia, che per far capire che fa parte del complotto ha istituito un posto di blocco e si è messa a bastonare un vecchio. Così, senza ragione, ma cosa c’è di sensato in questo film? Stai zitto e aspetti che finisca.
Arrivano in stazione, si nascondono, ma la giapponese si vede allo specchio e si rende conto di essere sfigurata. Poverina, era convinta che farsi strappare un occhio desse un certo fascino perverso al suo viso, tipo quelli che si fanno mettere un brillante nell’incisivo.
Non resiste alla delusione, e si butta sotto il treno. Il giuovinotto gagliardo invece lo prende, e ci trova il signore di prima, che ripete il siparietto di quando l’avevano conosciuto. Non quello in cui ammicca alle bellezze di Bratislava, l’altro, quello in cui mangia con le mani. Lo so, è una stronzata, ma vi giuro che non me la sono inventata io.
Il giuovinotto lo segue fino alla stazione successiva e lo ammazza nei cessi, poi risale e guarda malinconico fuori dal finestrino. Fine.

Ochei, l’amore e l’amicizia sono due valori sacrosanti, ma la prossima volta che la mia ragazza e un mio amico si mettono d’accordo per andare al cinema io sto a casa, non ci sono cazzi.