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Lolanda – Partenza e Delft

Alle due del pomeriggio, sprangate porte e finestre della base, ciò che resta dell’ECLN dopo lo scisma si mette in viaggio. La fuoriuscita dal gruppo di Mikowski è stata un duro colpo da digerire, ben peggiore di quella di Jack Frusciante: fra tutti i membri del comitato il Rosso sembrava quello più votato alla causa, e vederlo cedere davanti a una cuccia comoda e una ciotola di croccantini di lusso era stato peggio che se ci avesse denunciati al governo fanfarone. Neanche il gringo Jack sarebbe stato capace di un simile atto di vigliaccheria.

Superato il trauma iniziale decidiamo di partire alla ricerca di un degno sostituito, e stabiliamo come terreno di ricerca l’Olanda. Non che sia un luogo pieno di rivoluzionari, ma è quello dove la cugina del Subcomandante è andata a vivere, e per risparmiare contiamo di imbucarci a casa sua.

Il viaggio fino all’aeroporto della Malpensa non fa rilevare alcunché, tranne che portarsi dietro il netbook è stata un’ottima idea, che fra i fumetti di Hellboy e una partita a World Of Goo la stazione d’arrivo si presenta in fretta. Fin troppo in fretta, maremmammaiala! A Milano Centrale dovevo comprarmi gli auricolari!

“Posso mica guardarmi un film in aereo con le casse del pc!”
“E chi te lo impedisce? Basta che non disturbi i vicini!”
“E’ il concerto dei Rage Against The Machine!”
“Guarda, là dovrebbero venderle.”

In effetti nel duty free dell’aeroporto gli auricolari si trovano anche, solo che chi li vende è consapevole di rappresentare l’ultimo avamposto del ladrocinio prima di mettere la tua vita nelle mani del fato, e ne approfitta fino alla vergogna, facendoseli pagare quanto un Vermeer.

“Li hai comprati gli auricolari? Hai guardato se funzionano?”
“Si, credo che l’attacco sia qui, vicino all’orecchino di perla.”

Il volo è difficile, abbiamo i posti sul corridoio che ci permettono di allungare le gambe, e anche stare sull’ala non disturba la visuale, che fuori è buissimo e nuvoloso, però intorno a noi è seduta una comitiva di ragazzotti milanesi così molesti, ma così molesti che i vuoti d’aria che ti fanno venire su il pranzo sono una piacevole distrazione dal loro ciarlare scemo.

Atterriamo ad Amsterdam. Il Subcomandante mi racconta che è uno degli aeroporti più grandi d’Europa, ma è buio, e il treno per Leiden sta per arrivare venti metri più avanti, perciò di questa meraviglia vedo molto poco. Mi basta per fare i dovuti confronti con gli aeroporti milanesi, dove per raggiungere la ferrovia (la ferrovia, non il centro cittadino) devi fare a pugni per guadagnarti un posto in pullman e poi viaggiare nel traffico per almeno mezz’ora.

Michela e Andrea ci aspettano fuori dalla stazione, nonostante l’aria pungente il Subcomandante cerca subito di aggregarli alla causa, raccontando cose inverosimili dell’Italia, tipo che l’economia sta andando a pezzi, c’è un razzismo dilagante che sembra ottant’anni fa, l’informazione libera è criminalizzata e il governo è in mano a una cricca di pregiudicati.

A casa ci ingozziamo di cibi sani, salame di parma e formaggio olandese, poi andiamo a dormire col gatto di casa appostato fuori dalla porta, pronto ad aggredirci per torturarci a morte. Dal nostro arrivo è un continuo evitare i suoi assalti all’arma bianca, ma Andrea dice che lo fa per conoscerci meglio. Evidentemente strapparci gli occhi sarebbe solo un modo di conservare un nostro ricordo.

Andiamo a dormire su materassini di plastica, indossando tute acriliche, coperti da sacchi a pelo sintetici. Ogni volta che mi muovo le mani mi fanno delle scintille che sembro l’imperatore Palpatine. Quando mi addormento sogno di essere Saruman, e mi sveglio di colpo che sto facendo il discorso dal balcone al mio esercito di Uruk Hai.

03/01/2010

Ci svegliamo a un’ora fra l’indecente e il vergognoso e ci mettiamo subito in marcia per Delft, una cittadina piena di canali dove i negozi sono aperti anche di domenica. Non compriamo niente, ma mangiamo un sacco di porcherie deliziose e ci facciamo delle pere di caffè che potrei stare sveglio fino al mio ritorno a casa.

La batteria della macchina fotografica mi saluta a metà gita, e non essendomi portato la ricarica posso solo raccontare quel che ho visto dopo, senza poter esibire alcuna prova.
Non ho fotografato:
– Natalie Portman che usciva da un bar ubriaca e mezza nuda e cadeva in un canale ghiacciato;
– un’esibizione del Cirque Du Soleil sul sagrato della chiesa;
– tre suore che regalavano preservativi;
– la batmobile fatta di stuzzicadenti;
– un incredibile e spaventoso incidente stradale scatenato da una bici che sbandando urtava una macchina, che per evitarla finiva nella corsia opposta, dove transitava un camion pieno di benzina, che si metteva di traverso svuotando la cisterna addosso a una comitiva di bambini dell’asilo che prendeva fuoco e correva via urlando, accendendo roghi in ogni strada e facendo intervenire una decina di camion dei pompieri, che a causa del ghiaccio si rovesciavano tutti insieme in piazza e accendevano gli idranti, che a causa della bassa temperatura ghiacciavano di colpo generando una fantastica scultura di ghiaccio su cui si riflettevano il rosso delle fiamme e il giallo dei lampeggianti, come in un’aurora boreale futurista.

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couchsurfing

 C’è una tribù gallica che da qualche settimana si è accampata sotto casa nostra. All’inizio non ci abbiamo dato peso, buongiorno buonasera quando uscivamo e finiva lì, ma quando si sono messi ad alzare palizzate tutto intorno al villaggio abbiamo cominciato a preoccuparci. Qualche giorno fa ci hanno chiuso l’accesso alla strada, e quando sono uscito per andare a lavorare hanno preteso una decima. Me la sono cavata regalando loro Mikowski, che è bello grasso e dev’essere ottimo con le patate, ma la sera ne ho parlato col Subcomandante, e non è rimasta contenta.

“Cosa vogliono questi stranieri?”, ha esclamato, “Vengono qui e fanno il cazzo che gli pare!”
“Parli come una leghista”
“No, io ce l’ho solo con le etnie che non sono rappresentate al parlamento europeo, tipo i gringos americani o le ucraine beone!”
“Coi longobardi?”
“Anche con loro!”
“Con gli ittiti?”
“Eh certo, vuoi lasciar fuori gli ittiti?”
“Con gli etruschi?”
“Si, anche, ma meno. In fondo son sempre italiani.”
“Ho parlato col loro capo, Belloveso. Mi ha detto che sono dei carnuti”
“Che erano dei cornuti me n’ero accorta anch’io! E pure stronzi!”
“Nono, carnuti con la a. sono originari del nord della Francia.”
“E cosa son venuti a rompere le palle a noi a fare?”
“Vogliono visitare l’acquario, solo che gli alberghi di Genova sono tutti pieni, e allora si sono accampati nell’entroterra. Più precisamente nel nostro giardino.”
“Glielo do io glielo do! Gliela tiro giù quella palizzata!”

E mi mostra una cosa che ha trovato su internet.

“Una catapulta?”
“C’è questo sito, www.armidaassedio.it, che costruisce trabucchi e baliste a prezzi competitivi!”

Competitivi nei confronti di chi, le chiedo, che vorrei proprio vedere chi si va a comprare un mangano al giorno d’oggi. A parte Berlusconi, intendo.
Non mi sta neanche a sentire, è tutta esaltata per aver ordinato una catapulta, che dovrebbe arrivare in pochissimo tempo con un corriere espresso.
In quel momento le squilla il cellulare.

“E’ arrivata! È arrivata!”, strilla, correndo fuori.
In effetti è proprio il corriere, sta in mezzo alla strada con la faccia triste e guarda in su verso la palizzata del villaggio carnuto. Perché se è vero che noi non possiamo arrivare da lui è altresì vero il contrario, la nostra catapulta sta alla distanza di un villaggio gallico da casa nostra, inutilizzabile.

“Col cazzo! L’ho pagata in anticipo e me la prendo!”, grida il Subcomandante, seguita da me che le sbraito dietro “Coosa? Non hai richiesto il pagamento contrassegno? Masseiffuori?”.

Scende giù e si mette a picchiare contro il portone del villaggio, insultando tutto l’olimpo delle divinità galliche. Si vede che anche lei ha letto Asterix.
Evidentemente qualcuna l’azzecca, perché da dietro la palizzata qualcuno le tira addosso Mikowski, ancora vivo e vegeto. E pure ben pasciuto, si vede che ha trovato dei galli di cuore.

“Riprendetevi il vostro mostro!”, ci grida Belloveso, “Ci ha mangiato tutte le scorte di cibo! Ora dobbiamo smantellare e tornare a casa, o moriremo di fame! Maledetti!”

In quattro e quattr’otto i galli sgallano, la strada è di nuovo libera, e mentre il gatto Mikowski se ne torna ciondolando verso casa io e il Subcomandante restiamo lì a chiederci cosa ce ne potremo fare di una catapulta.

tighi tighi

La cosa buffa è che per provare come funzionano i vari spazi che vado occupando qua e là per la rete finisco per scrivere cose che mi danno più soddisfazione di quelle che scrivo generalmente qui sopra, in quella che mi ostino a definire la mia pagina ufficiale, ma che di fatto è forse quella che trascuro di più.

No, a pensarci bene ce n’è una che considero ancor più ufficiale e che in effetti fa le ragnatele da tempo immemorabile, tipo da quando i dimetrodonti passeggiavano tranquilli per le praterie, incuranti dei piccoli saltopi che si spappolavano sotto le loro zampone.

Pazienza, va così, e non ci si può fare niente. Non posso io, che armeggio con la tastiera come se battere lettere una di seguito all’altra fosse l’unico modo per sincronizzare il ritmo naturale dei miei pensieri con la lentezza dell’esecuzione. E non può Jack, che se ne sta sul divano incerto se aspettare ancora un po’ per vedere se lo porto fuori ancora una volta o se arrendersi e andarsene a dormire sulla brandina al piano di sopra, dove l’altra padrona, quella meno simpatica, lo sta già aspettando in compagnia del nuovo arrivato. E non può neanche il nuovo arrivato, il rosso Mikowski, sebbene i suoi insegnamenti anarchici lo abbiano abituato a credere che ciò che la volontà vuole la volontà ottiene e non ci sono ordini e disordini e capi e sottocapi che tengano, e difatti ogni volta che qualcosa non gira come gli aggrada non sta a cercare maniere diplomatiche per dirtelo, e ti mostra in sequenza denti e unghie. E se proprio vogliamo dirla tutta non ne può niente neanche Tony Binarelli, che con la sua cadenza da borgataro non riusciva neanche a pronunciare bene la sua formula magica “Tiki Tiki”, e la storpiava in un grottesco “Tighi Tighi”, eppure riusciva lo stesso nel numero di illusionismo, segno che la magia quello lì la dominava sul serio, sennò sai quante pernacchie.

L’unico che forse, ma non so, è Eraldo Panciamolla. Dovrei chiederglielo, comunque.