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di quando io e Eddie Vedder ci siamo divisi una bottiglia di cancarone

Va detto che subito non lo voleva mica condividere il cancarone, eh!

Va detto che all’inizio non era proprio tanto disponibile alla condivisione.

Venerdì sono andato a vedere i Pearl Jam a Milano insieme a un’amica che vive lì.
Già arrivare a San Siro in bici mi ha messo di ottimo umore: niente coda, posteggi davanti ai cancelli e in un minuto sei dentro. Sono le settemmezza e riusciamo a metterci in una bella posizione centrale. La mia amica cagacazzi è bassa e non vede una minchia, ma non posso aiutarla, così le pianto una gomitata nei denti che la tramortisce per un paio d’ore: è un gesto di pietà, non ha senso farla soffrire, e oltretutto così sta zitta.

Comincia che è ancora chiaro, il pubblico attacca a gridare e sul palco entrano i musicisti. Non credevo che mi sarei emozionato, ma Eddie Vedder sono vent’anni che vorrei vederlo cantare, certe cose non te le dimentichi. Quando prende il microfono e attacca Release ho la pelle d’oca.

Le tre canzoni che seguono sono i pezzoni lenti che conoscono tutti, che parlano di amori finiti e boh forse ha litigato con la moglie; c’è da chiedersi l’effetto che potrebbero fare su una persona che magari si è appena lasciata ed è in mezzo al pubblico, sono sicuro che almeno uno alla fine di Black sta piangendo.

Poi, in un italiano stentato da traduttore di google, ci dice “Ci siaete tuti? Siaete puoncii? Alloua cominci-iamou”, ed è un treno di un’ora e mezza dei Pearl Jam rocchenrolli, senza soste e con qualche bella svisa. Non le riconosco tutte, Go e Corduroy fanno parte della categoria “Ah quella là che mi piace!”, ma altre faccio la faccia meh, e c’è qualche pezzo in cui me la meno proprio e gioco col cellulare, attirandomi le critiche della mia amica cagacazzi, che nel frattempo ha ripreso conoscenza e ha subito cominciato a lamentarsi. La stendo di nuovo con una mazzata alla nuca e continuo a giocherellare col suo telefono.

La scaletta cambia a ogni data, cosa che me li fa amare a prescindere, e spesso ci piantano dentro qualche cover a loro gusto. Durante questa sfilza di energia l’unica passabile per tale è Setting Forth, che è sempre di Vedder, ma fa parte della colonna sonora di Into The Wild, che è un film bellissimo anche senza la colonna sonora, ma la colonna sonora è pure meglio. E vabbè, mi piaceva di più Guaranteed, checcevoifà.
Il bottiglione da cui tracanna spesso il cantante dev’essere roba buona, lo fa sudare come una bestia e verso la fine gli permette un discorsone volemmosebbene che francamente poteva evitare.

Il palco è minimale, c’è una struttura che lo sovrasta, una specie di nuvola metallica da cui scendono delle lanterne a palla, ma non nel senso che vengono giù fortissimo, che cazzo hai capito. Ai due lati i classici megaschermi su cui viene proiettato il fighissimo film del concerto, in un bianco e nero parecchio stiloso, e con una signora regia, che se ad un certo punto ti stufi di allungare il collo oltre lo spilungone con la maglietta rossa te lo puoi guardare e spassartela lo stesso.

Poi ci sono i bis, che Eddie nostro ha già la sua cinquantina e una bottiglia di cancarone non riesce a smaltirsela saltellando qua e là e roccheggiando duro, deve andare a lavarsi via i litri di sudore e magari mangiarci dietro qualcosa che poi deve guidare per tornare in albergo, e si sa come sono i ghisa.
Attaccano acustici, e il film adesso è a colori. Prima di Just Breathe racconta questa cosa di quando ha conosciuto sua moglie in un brutto periodo e poi si sono sposati e cuoricini, e alza il bottiglione come i migliori Guccini e le fa gli auguri di buon anniversario, e mentre le telecamere ci mostrano in migliaia di pollici questa tizia che sorride un po’ contenuta lui le dice “I am Diabolik and you’re my Eva Kant”, che immagino sarà una frase preparata, magari in Francia le dice “I am a shitty quiche lorraine and you’re my awful vinaigrette”. Da qualche parte c’è Jacques Brel che ride, lo stronzo.

Meno male che è il momento di Daughter, che mi riporta di corsa agli anni ’90 e agli amici con cui facevamo la radio, e io ce l’ho sempre con me quella canzone lì, e non ci rimango neanche male quando a metà ci infila una canzone di Frozen, il cartone della Disney che piace tanto al mio amico Lorenzo Ciuffolo. Anche perché non me ne accorgo, l’ho letto poco fa sulla scaletta. Poi c’è Jeremy che piaceva a un mio amico che adesso fa il sofisticato che a lui i Pearl Jam fanno cagare. E poi ascolta Dente.
E Better Man, che magari non si era capito che Vitalogy è un gran disco.

I secondi bis a luci accese, tutti a guardarci le facce emozionate, ma poco, che parte subito Alive, che è un po’ il riscatto dei magoni, no? E poi Rockin’ In The Free World, che è la ragione principale per cui vorrei andare a Barolo a vedere Neil Young il prossimo 21 luglio, ma che essendo lunedì mi sa che mi attacco a stoca.

Solo oggi sono andato a leggere le scalette delle date precedenti, che li odio gli spoiler, sono uno che quando compra un cidi live non guarda che canzoni ci sono per non rovinarsi la sorpresa, e credo di avere assistito al concerto migliore, per com’è stato costruito e per l’effetto che ha avuto su di me e anche un po’ sul tizio di cui parlavo prima. Per andare meglio avrebbero potuto fare come a Seattle e suonare Interstellar Overdrive, o perlomeno farmi salire sul palco e aiutare il cantante a finire la bottiglia.
Sono tornato a casa felice, e in bici. E adesso aspettiamo che esca il bootleg sul sito.

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mi-tap

Pre-mi-tap

Per la seconda volta da quando frequento il Club Dei Sociopatici ho vinto la mia naturale ritrosia e ho partecipato a un mitàp, che sarebbe quella cosa dove gli affiliati si incontrano in una città e si presentano: “ciao a tutti sono Antonio, sto su tumblr da sei anni e questa è la prima volta che esco di casa e parlo con qualcuno”, “mi chiamo Katia, ho una dipendenza da gif di gattini e pornografia”, “sono Rino, suono l’ukulele”.

La volta scorsa sono andato fino a Bergamo per incontrare i miei simili, quest’ultimo era più vicino, ma non si può dire che sia andata meglio, perché la città in cui si svolgeva il mitàp era Milano. Non so se avete presente il rapporto che hanno i genovesi con Milano, la gente di riviera e quella dell’entroterra come me, coi milanesi.

Diciamo una roba così, ma con Casalino (quello al centro) che dice uè figa:

Non mi dilungherò oltre su quest’antica diatriba, non vorrei offendere qualcuno, magari un milanese si incazza e viene a cercarmi e arriva alla prima curva di Serravalle Scrivia e pensa che in fondo la vendetta non è una ragione sufficiente per rischiare la vita sui tornanti micidiali della A7, esce al casello e si fionda all’outlet, come tutte le domeniche.

Io comunque parto con le migliori intenzioni, perdo la mattinata a smadonnare sull’impasto dei biscotti che non vuol saperne di stare attaccato, e alla fine parto con un sacchetto pieno di brasadè alla quellagranputtana, che non è il nome originale della ricetta, ma se l’è guadagnato sul campo.

Il lettore mp3 mi lascia prima di Tortona, ho scordato di caricarlo, e per il resto del viaggio mi sintonizzo su Radio3, che mi offre interessanti aneddoti con cui arricchire le mie conversazioni:

– l’uso corretto dell’apostrofo;
– lo sapevate che lo scacciapensieri esiste anche in Russia e si chiama рана языка?
– tutto quello che avreste sempre voluto sapere su Antonín Dvořák, ma non avete mai osato chiedere.

…………………..

Arrivo a Famagosta, che mi ha suggerito una dei sociopatici di cui sopra, scambio la macchina con un vagone della metro e mi porto in centro, puntuale come la tua ragazza quel giorno in cui le hai detto “credo sia la prima volta che arrivi in orario a un appuntamento” e lei “perché non voglio stare con te un minuto di più, è finita, ciao”.
Davanti alla statua del tizio a cavallo, fuori dal Duomo, non c’è nessuno.
Cioè, c’è un casino di gente, ma nessuno che riesca a identificare come sociopatico.
No, non è corretto neanche così, perché ci sono decine di personaggi che portano addosso i segni di una vita di solitudine, primo fra tutti un turista giapponese armato di cavalletto per farsi le foto da solo.

“Scusa, ma che ne sai? Magari sua moglie era in giro per negozi e lui non aveva voglia di accompagnarla e si è portato dietro il cavalletto e ne ha approfittato per farsi un paio di autoscatti!”
“Cazzo vuoi, la storia è mia e il giapponese lo gestisco io, va bene? Si chiama Masahiro Matsumoto, è l’uomo più solo del Giappone e se ne ho voglia poi ti racconto, ma adesso devo parlare del mitàp.”

Inquadro un gruppetto di diciotto-ventenni e tremo. Avevo letto che l’età media era più bassa che a Bergamo, ma se sono loro me ne vado senza farmi riconoscere!
Un po’ più in là arriva un gruppetto di tizi con delle antenne rosse di carta crespa, e sto per lanciarmi a capofitto giù per le scale della metro.
Aspetto, giusto per sicurezza, ed entrambi i gruppetti si allontanano. Allora chiamo l’organizzatrice, che ha un nickname come tutti i sociopatici di tumblr, ma che per ragioni di privacy chiamerò Irene. O Ilaria, non mi ricordo.

“Ciao, sono Pablo, sono seduto sotto il cavallo, sto gesticolando come un forsennato verso nessuno in particolare e c’è un giapponese col cavalletto che mi si è appena messo accanto per farsi una foto”
“Ciao, sono Irene! O Ilaria, non mi ricordo! Ti sono di fronte a neanche un metro, vieni che ti presento agli altri!”

Mi-tap

Comincia così, con me e il mio sacchetto di brasadè che veniamo introdotti al quartetto già presente, ci stringiamo la mano, parlottiamo del più e del meno e aspettiamo che arrivi altra gente. Quando siamo un numero abbastanza cospicuo ci spostiamo al mi-tap vero e proprio, che si tiene in un posto con delle colonne romane che si chiama, pensa un po’, Colonne Di Un Santo Che Però Adesso Scusa Ma Non Mi Viene. Vista da qui Milano sembra perfino piacevole.

Qualcuno ha i biscotti e li fa girare, qualcuno i biscotti non li ha portati, allora raccoglie della ghiaia e prova a bossarsela, quello che si chiama Tiresia, ma che per questioni di privacy chiamerò Ragazzo In Camicia Nera E Occhiali Con Mosca Sotto Il Labbro estrae da uno zaino d’amianto tre arbanelle: una contiene della roba bianca in un liquido verde, una della roba bianca in un liquido rosso e una della roba bianca in una pasta marroncina. L’ultimo decido subito che si tratta di un feto extraterrestre in formalina, e te lo assaggi te, ma gli altri due mi incuriosiscono proprio. Cosa sarà mai?

Ragazzo In Camicia Nera E Occhiali Con Mosca Sotto Il Labbro apre quello verde e dal tappo si dissolve nell’aria una nuvoletta turchese: “Questi sono zuccherini al mojito!”
“Uuuh! Aaah!”

Straordinari, un concentrato di alcool che ti picchia nel naso come il Frecciarossa, solo più puntuale!

Poi Ragazzo In Camicia Nera E Occhiali Con Mosca Sotto Il Labbro apre quello rosso, e la terra trema, si sente un lamento lontano, le porte della chiesa alle nostre spalle sbattono fortissimo, uno strano bagliore sul suo volto gli dipinge un’espressione luciferina, ma probabilmente è solo suggestione: “questi sono al peperoncino.”

No, illusione stocazzo, quell’uomo è il Male incarnato, dovete fermarlo! Vi rendete conto che mentre noi siamo qui a raccontarci scemenze c’è un criminale che produce zuccherini imbevuti di peperoncino e li offre agli incauti? Lo sapete che dopo il primo avevo la lingua talmente infuocata che ho dovuto infilarla in gola a una ragazza per evitare che si sciogliesse? E la ragazza era un tizio col giubbotto di pelle che si chiama Valarfuckingmorghulis! E gli è pure piacuto, mi ha toccato il culo!

Poi sono arrivate le facce conosciute, che per questioni di privacy chiamerò Marianna, Federica e Ristoratrice Parmense Con L’Hobby Del Parkour In Bici Sennò È Troppo Facile, e la serata si è subito animata, tutti che abbracciavano tutti, tette che abbracciavano tutti, ingegneri aeronautici che offrivano biscotti, zuccherini dati alle fiamme, sesso orale nel senso che se n’è parlato molto.

Vabbè, andiamo a mangiare, e dove, sui Navigli, minchia fin là, ma se è qui dietro, e va ben.
Coda al buffet, saltano fuori gli ukuleles che iniziano a intonare il loro canto di morte, arriva altra gente, provo a spiegare a Irene! O Ilaria, non mi ricordo! che faccio un po’ di fatica a comunicare con le persone, che sai, è un momento che non mi riesce molto di spiegarmi, ma è un momento che non mi riesce molto di spiegarmi, e dopo dieci minuti la ragazza si scogliona e se ne va. Allora mi metto a parlare di fumetti con quello che per ragioni di privacy chiamerò Ragazzo Bergamasco Con Buffe Basette Che Lavora In Fumetteria E Si Chiama Marco e di concerti col suo amico che però scusa ma non mi ricordo più come ti chiami, ma che per ragioni di privacy fingerò di ricordare e nominerò Luca.

C’è anche una ragazza dal sorriso molto dolce che ci troviamo a raccontarci cose senza importanza, ed è lì che cerco di sfruttare gli insegnamenti di Radio3 e per rompere il ghiaccio le racconto che il compositore ceco Antonín Dvořák nutriva una passione sfrenata per le locomotive e i piccioni, ma non riuscì mai a fonderle in un unico hobby perché i suoi adorati pennuti volavano via dai binari quando lo sentivano arrivare.
Ovviamente se ne va senza avermi neanche detto il suo nome, maledizione. Ma tanto per ragioni di privacy non avrei potuto scriverlo, limitandomi a chiamarla Ragazza Dai Capelli Rossi E Dal Cappotto Che Ricorda Un Arredamento Anni 70.

Di nuovo in quel posto con le colonne, e siamo ancora di più, ci sediamo per terra, parapiglia, non scatta il gioco della bottiglia, a mezzanotte scappo sennò mi chiude la metro e a Famagosta ci torno davvero. Vengo a sapere dopo che appena sono andato via si sono spogliati tutti e hanno cominciato un’orgiona generale.

Ringraziamenti in ordine sparso

Irene! O Ilaria, non mi ricordo! che ha organizzato tutta questa roba, e non era facile; Elena, che voglio vedere le sue foto e suoi video. E anche quelli del mitàp; Ilaria, che non è Irene e mi ha spiegato come arrivare e dove lasciare la macchina, ed è una ragazza molto gentile e sul suo tumblr mette le cose di pornografia, che è sempre bello da vedere; Federica, un nome che mi fa sbandare e lo so io perché, e in questo caso appartiene a una ragazza che ha da mostrare più di quel che dice, e mi piacerebbe vederla in un’altra città, magari insieme a Marianna, che parla poco, ma sono sicuro che è una cosa passeggera; Rino e i suoi consigli su un possibile mitàp genovese (magari in primavera però, che adesso piove sempre); Valarfuckingmorghulis che non ha detto neanche a me come si chiama, ma ha apprezzato i miei brasadè; Dettaglio che vive a Genova, e credo sarebbe un ottimo compagno di bevute. Fatti vivo, vecio; chi mi ha parlato e chi mi ha notato senza parlarmi, chi ha cominciato a seguirmi e chi mi ha scritto per dirmi che cazzo avrebbe voluto esserci. A Catastrofe e a Mizaralcor, che non vengono ai mitàp, ma sono i miei tumbleri preferiti; agli altri, che non ricordo, scusate, devo togliere le polpette dal forno.

La prossima volta non so dove sarà, ma sarò fra amici.

 


el mitàp

Ieri sono stato a Bergamo. Che ha un centro storico davvero splendido, va detto, e una parte bassa piuttosto anonima, ma devo ammettere di non averla visitata granché. E poi ci sono un sacco di persone che parlano bergamasco, che somiglia all’italiano, ma pronunciato come se ti si fosse spanata la trachea, e si mangia sempre la polenta, anche a luglio. Vabbè, quest’anno luglio dicono che non ce la farà a venire, ma di non preoccuparci, che ha detto ottobre che casomai lo sostituisce lui, che tanto d’estate s’annoia, e d’ottobre la polenta ci sta eccome, e anche la luganega, e il maglioncino e la coperta di lana e sciarpa e berretto e quando cazzo arriva l’estate, eh?

Ieri sono stato a Bergamo, dicevo, a partecipare a una specie di incontro fra bloggers di cui non posso dire molto perché vige la prima regola, e se volete saperne di più dovete venire a leggere di là dove se ne parla, ma non posso dirvi dove per i motivi di cui sopra.
Però posso dire che ho mangiato delle cupcakes che ha portato una ragazza che secondo me era la figlia di Sharon Gusberti, la biondona dei Ragazzi della Terza C, perché nella nostra accolita di illuminati si trova di tutto, dalle figlie delle celebrità dimenticate a quello che suona l’ukulele seduto sul cofano di una macchina, fino alla bionda che non sa fare la retromarcia perché quella lezione lì l’aveva saltata perché aveva un colloquio di lavoro in palestra.
Bergamo è una città accogliente, ha tre fumetterie dislocate a triangolo nella planimetria cittadina, e ogni giorno ci spariscono dentro i soldi di centinaia di nerz, e nessuno indaga su questo fenomeno drammatico che sta rovinando un sacco di famiglie, che tutti si strappano i capelli sul vizio del gioco e nessuno affronta la piaga del vizio dell’uomoragno, simbolico rappresentante di una streppa di testate dal prezzo elevatissimo e dall’esiguo numero di pagine, che costringe il povero lettore a lasciare mezzo stipendio al famelico spacciatore sovrappeso con maglietta di Wolverine per potersi garantire un paio d’ore di supereroismo mensile. Non è il mio caso perché io i fumetti me li scarico, però è anche il mio caso, perché sul portatile si leggono male e non me li posso portare a letto, che insieme al gabinetto rappresenta la collocazione più adeguata a certe letture coinvolgenti, e il tablet per il momento è fuori budget, perciò le soluzioni sono due: o mi aumentate lo stipendio o abbassate il prezzo di copertina.

Bergamo c’è un posto dove fanno la polenta take away, che ha un tavolone davanti dove ti siedi e se uno prende il sugo ai tre formaggi ti senti come nello spogliatoio dell’Atalanta dopo una partita combattutissima con la Juve, finita uno a zero per gli ospiti grazie a dubbie scelte arbitrali di cui si parlerà a lungo nelle varie trasmissioni sportive che io per fortuna non guardo più non avendo più manco la tele, se devo prendermi una cosa che dà dipendenza e mi riduce a un’imbarazzante parodia di uomo preferisco andare a un altro mitàp, dove fra tizi con la spillina di Star Wars e altri con la maglietta dei Klingon mi sento decisamente più a mio agio.

Il meetup è l'unico posto dove puoi indossare una testa di cavallo ed essere considerato un gran figo.

Il meetup è l’unico posto dove puoi indossare una testa di cavallo ed essere considerato un gran figo.

Bergamo c’è anche un gran prato, dove se scavi pare che tiri su le ossa dei morti di peste, che ogni tanto ci si organizzano delle manifestazioni estemporanee particolarmente alcoliche chiamate Botillon, o perlomeno questa è grossomodo la loro trascrizione fonetica per chi ci sta andando. Quando viene via le chiama weuiyayayei. Si sviluppano all’improvviso in un determinato punto della città, come dei flashmob, per usare un termine tanto caro ai giornalisti di Repubblica.it, con la differenza che questi sono preceduti da un casino di poliziotti in divisa e altrettanti tizi col borsello che girano in coppia e fanno fotografie, perfettamente mescolati ai passanti. Può capitare di trovarsi nei paraggi insieme a un gruppo di persone, e che una di queste stia recando con sè un certo quantitativo di sostanze psicotrope nascoste, poniamo, nel reggiseno. Certo, in un caso del genere la prima cosa da fare è evitare di dare nell’occhio, che si sa che certe dotazioni non sono viste proprio benissimo dalle persone in divisa. Ecco, secondo me mezz’ora di conversazione a un volume sostenuto sulla possibilità che quello sbirro laggiù che sto indicando a smanacci o il suo collega che fisso da venti minuti possano venire qua e perquisirmi, indicando ripetutamente il posto dove proprio non penserebbero mai di cercare, non è il modo migliore per passare inosservati.

Poi ci sono stati altri episodi interessanti, oggi avrei dovuto tornare da quella città, e fare una tappa a Milano, che Milano è una città di frontiera e io da Roma non ci passo più, ma Milano è tanto grande da impazzire e il sole incerto becca di sguincio in questa domenica di aprile, che però è luglio, e quindi não, Milano scusa stavo scherzando, me ne sono tornato a casa a dormire, e oggi ho tutti i programmi scombinati.

Però è una bella giornata, fa caldo.. insomma.. non fa troppo freddo, ho lasciato Jack Oneyed da mia mamma e potrei approfittare di questa mezza feria per andarmene al mare, solo che io al mare, sarà per gli scogli, ma mi scogliono. Oppure potrei andare a fare la spesa, ma fino all’iper per quelle due cose che mi mancano in casa, senti, ma chi ne ha voglia, oppure potrei farmi un giro senza costrutto col mio scuter, oppure potrei prendere la macchina che ieri sera mi si è accesa una spia sospetta mentre tornavo a casa sulla A7, e per cercare di capire perché si è accesa potrei ripercorrere lo stesso itinerario in senso inverso per vedere se si spegne, ma poi cosa ci vado a fare a Milano, che le canzoni che parlano di quella città le ho già citate qui sopra, manca giusto Alberto Fortis, ma neanche mi piace, e insomma, cose da fare ce ne sarebbero anche, ma ho buttato un occhio al mio conto corrente e sono tipo svenuto, e in teoria avrei da comprarmi un materasso matrimoniale con corredo nell’immediato futuro, che su quello singolo si dorme bene, ci mancherebbe, ma tutte le mattine mi trovo girato in una direzione diversa da quella in cui mi ero addormentato la sera precedente, ed è un’esperienza che non facevo più dal militare, e non è piacevole, insomma, sto cominciando a patire il letto, e l’unica ragione per cui non tengo una confezione di travelgum sul comodino è che non ho neanche il comodino.

Insomma, ho deciso di fare qualcosa in casa e mettermi a scrivere un post interlocutorio, che quello sulla musica ne ho scritto uno bello lungo, ma è ambientato a New York e ci devo arrivare, e quindi sta lì in attesa di tempi migliori, ma anche un post interlocutorio in una bella giornata come questa è un po’ difficile da buttar giù, e allora mi sa che scrivo due righe a brettio tanto per non lasciar crescere le ragnatele e poi vado a prendermi Jack.


Anatre

Negli anni ’80 la percentuale di giovani che abbandonavano gli studi era altissima, eppure Doppio Slalom riuscivamo a girarlo lo stesso”.

Corrado Tedeschi

“Io la Valsecchi la voglio morta. Ce l’ha con me, capisci? Mi ha preso di mira! Sono sicuro che domani mi interroga, sicuro!”, esclamava Stefano mentre attraversava la stanza del suo amico con larghe falcate, agitando le braccia.

Simone non lo ascoltava, sfogliava la rivista Paninaro con occhi sognanti e sospirava.

“Oh, ma mi ascolti?”

“Secondo te se mi presentassi in classe con un piumino Moncler la Cerelli mi noterebbe?”, chiese Simone uscendo dalla trance ipnotica che il giornaletto gli procurava.

Stefano si fermò in mezzo alla stanza e lo fissò severamente.

“A parte che mi stavo lamentando di problemi di importanza vitale, che se domani prendo un brutto voto in storia mi va a puttane la pagella del primo quadrimestre e i miei non mi lasciano andare in settimana bianca, ma ti pare che la Cerelli si interessa a uno come te? Quella c’ha il grano, mi ha detto mia sorella che suo padre è un allevatore.”

“Suo padre è quello che somiglia a Kabir Bedi? Credo di averlo incontrato una volta qui fuori.”

“Ma va, stanno in una fattoria fuori città, vedessi che posto.”

“..”

“..”

“Ma se avessi un piumino Moncler mi noterebbe per forza.”

“Se potessi permetterti un piumino Moncler non vivresti in un condominio alla Ghisolfa.”

“..”

“..”

“Uno piccolo?”

Ad un tratto Simone venne attraversato da un’illuminazione, come un gatto che ti finisce fra i fari della macchina.

“Aspetta! Chi l’ha detto che il piumino dev’essere originale?”

“Simo, quelli tarocchi fanno schifo, e quelli che non fanno schifo costano tanto che alla fine ti conviene comprarti l’originale!”

“Non se te lo fai fare da Angelo Cutrona, il mago del ricamo!”

“Chi?”

“Cutrona, il sarto calabrese che sta al sesto piano. È bravo, dice mia mamma che saprebbe fare qualsiasi cosa. Lavorava per una sartoria famosa, sai? Sono sicuro che potrebbe farci un Moncler identico all’originale con due lire.”

Coi corpi invasi dall’adrenalina i due amici si precipitarono dal sarto e gli spiegarono il piano.

Cutrona era un omino dai capelli ricci legati in una coda di cavallo che gridava vendetta, i baffetti spavaldi e lo sguardo da playboy, che viveva da solo in mezzo a rotoli di stoffa buttati ovunque, manichini sdruciti e scampoli di ogni colore possibile a ricoprire il pavimento come macerie dopo un bombardamento. Sarebbe stato un ambiente perfino allegro con tutti quei colori, ma i cumuli di spazzatura che emergevano dal casino e quel giallo malato diffuso da una lampadina da 30 watt davano al quadro un aspetto deprimente, come prendere la Notte Stellata di Van Gogh e virarla seppia.

Non fece domande, non era certo la prima volta che falsificava un marchio, e per la stoffa non c’era problema, ma la difficoltà sarebbe stata reperire l’imbottitura.

“Il piumino d’oca è caro, mi ci vorranno un’ottantina di mila..”

“Ce ne occupiamo noi!”, lo interruppe Simone.

“Ah si?”, chiese Stefano.

Il sarto non fece una piega. “Questo abbasserà parecchio i costi”, disse.

Cinque minuti dopo i due ragazzi erano per strada, e con passo da bersagliere puntavano l’edicola in fondo alla via.

“Perché questa dell’inserzione su Secondamano mi sembra una cazzata?”, sbuffava Stefano.

“E’ geniale invece!”, ribattè l’amico, “Ci facciamo regalare un’oca, la spenniamo e portiamo le piume a Cutrona, e in un paio di giorni abbiamo un Moncler originale a ventimila lire!”

“E credi che siano tante le persone a Milano che regalano oche?”

Simone si arrestò di colpo e puntò un indice carico di minacce sul petto dell’amico:

“Allora chiederemo di farci regalare un’anatra!”.

Stefano non insistette oltre.

2.

La signora al telefono aveva una voce profonda da cantante, ma il difetto di pronuncia che le faceva dire le effe al posto delle esse le avrebbe precluso un’eventuale carriera artistica. E poi piagnucolava, ma quello doveva essere legato allo scopo della telefonata.

L’anatra gliel’avrebbe regalata, ma era una separazione dolorosa, e non l’avrebbe mai fatto se non ci fosse stata costretta: da qualche giorno una faina aveva preso di mira la sua fattoria e ogni mattina doveva sopportare lo strazio di trovare un cadavere mutilato nel pollaio. Era bastato un consulto breve coi suoi familiari per decidere che gli animali superstiti andavano portati via, compresa Anna, l’anatra preferita di sua figlia. Ma dovevano prometterle che l’avrebbero trattata con tutte le attenzioni, e che mai e poi mai l’avrebbero ficcata in una pentola.

I ragazzi promisero ridacchiando, e si organizzò il ritiro presso una stazione della metro dalle parti di Bovisa.

“Secondo me è una cicciona”, azzardò Stefano.

“Ricordati la promessa, niente pentola”, rise Simone.

“Allora spero che mia mamma abbia una padella abbastanza grande!”

Poche ore dopo nella camera da letto di Simone sembrava stessero girando un remake in economia de I Predatori Dell’Arca Perduta, con loro due nei panni dei nazisti e una scatola di cartone in quelli dell’Arca dell’Alleanza: Stefano sollevò il coperchio con la stessa sacralità di Paul Freeman, mentre Simone assisteva a poca distanza brandendo due coltelli da cucina così grossi che parevano appartenere a un altro film, un horror ambientato in un campeggio.

Ciò che accadde a quel punto rispecchiò fedelmente la sceneggiatura originale, l’anatra saltò fuori dalla scatola con la stessa furia degli spiriti nel film di Spielberg, e come quelli si mise a imperversare per tutta la stanza, spargendo piume ovunque; i due ragazzi cercarono invano di acchiapparla, l’anatra era veloce, scartava a destra e sinistra come un calciatore brasiliano, dribblava gli inseguitori e li beccava alle caviglie, si liberava da una presa come un cane dall’acqua sul pelo e li sbeffeggiava da sotto il letto, tornava pancia a terra sul tappeto e dichiarava la sua assoluta superiorità liberandoci proprio nel mezzo una cagata da pellicano.

Da pellicano con problemi intestinali, peraltro.

“Nooh! Il tappetoooh! Mia madre mi ucciderà!”, gemette Simone.

Stefano decise che l’inseguimento era durato anche troppo e col braccio a spazzaneve rovesciò sul pennuto tutta la collezione di oggetti che stavano sul comodino.

“Nooh! I soprammobili di cristalloooh! Mia madre mi ucciderà!”

“E quante volte hai intenzione di morire?”, lo canzonò Stefano, mentre estraeva libri da uno scaffale e li tirava contro l’anatra.

Quella non si faceva intimorire, l’aver assistito al crudele assassinio delle sue compagne di pollaio doveva averla resa dura e fredda come un iceberg, schivava i proiettili con facilità e intanto continuava a disseminare il suo percorso da un mobile all’altro di chiazze grigiastre.

Alla fine saltò sull’armadio.

“Dobbiamo tirarla giù prima che torni mia madre! Guarda che casino!”, gemette Simone osservando il campo di battaglia che fino a cinque minuti prima chiamava camera da letto.

“Spostati!”, gli intimò Stefano. Era invasato, catturare quell’anatra era diventata la sua missione, sembrava aver raccolto in quell’azione lo scopo di tutta un’esistenza; trascinò la scrivania dell’amico contro l’armadio senza curarsi di quel che cascava a terra. Per fortuna l’era dei personal computer era lontana, o l’entità dei danni avrebbe superato il prezzo di un intero guardaroba da paninaro.

Simone osservava l’assalto al suo armadio con l’attenzione di un catatonico. Ormai non si trattava più di dare una scopata al pavimento, per far tornare la stanza alle condizioni originarie sarebbe servita un’impresa di pulizie. E sua madre sarebbe tornata entro un paio d’ore.

Andò ad aprire la finestra con l’intenzione di buttarsi di sotto.

“Noo! Chiudii!”

L’anatra non aspettava altro che una via di fuga da quei due deficienti, si gettò nel vuoto senza esitare e atterrò nel giardino sottostante con la sicurezza di uno stuntman navigato.

I due ragazzi si guardarono un secondo, poi optarono per la via più lunga.

3.

Si schiantarono fuori dal portone con la violenza di una slavina, ma si fermarono di colpo dopo due passi.

Quello che avevano davanti era sbagliato. Completamente sbagliato. Come vedere Gianfranco D’Angelo con un pugnale in mano e il costume da Tenerone imbrattato di sangue, quel livello di sbagliato lì.

C’era l’anatra, viva e incolume come l’avevano vista l’ultima volta da quattro piani più su, ma non stava scappando all’ineluttabile destino, non sembrava affatto la belva che era saltata fuori dalla scatola, se ne stava accoccolata in braccio all’uomo come se fosse l’unico suo amico in questa vita crudele e li guardava con aria di sfida. Forse era di quelle che subiscono il fascino della divisa, ma in quel momento il carabiniere del primo piano non la stava indossando. L’espressione sul suo volto era comunque minacciosa come al posto di blocco.

L’appuntato Loscalzo stava uscendo di casa per recarsi al consueto lavoro presso la caserma di Porta Sempione sita in via Tolentino, quando un animale di grossa taglia di colore marrone bianco e grigio identificato come oca o forse anitra lo colpiva sulla spalla sinistra in seguito a una chiara caduta da luogo da accertarsi, ma certamente situato entro uno degli appartamenti del palazzo affacciantisi sul cortile. L’appuntato Loscalzo prontamente catturava l’animale e procedeva a una più accurata identificazione quando dal portone del suddetto palazzo fuoriuscivano due ragazzi riconosciuti come Grisanti Simone del quarto piano e un suo amico con la faccia da delinquente ignoto agli inquirenti, visibilmente alterati. L’appuntato subito collegava la loro presenza e lo stato di agitazione in cui versavano con la caduta dell’animale, e provvedeva ad interrogarli.

“Grisanti, documenti!”

Tutta la foga scomparsa, Simone e Stefano stavano impalati di fronte all’appuntato come quei tizi che non sanno farsi fare le foto e non hanno idea di dove mettere le mani. Quando hai diciassette anni l’ordine costituito intimorisce quasi come le sfuriate di tuo padre.

“Non.. non ce l’ho i documenti.. cioè.. ce li ho, ma.. dovrei..”

“E’ vostra quest’oca?”

“..ee.. ee..”

“Anatra!”, si intromise Stefano. “E’ la nostra anatra, si. Ci è scappata dalla finestra, ma per fortuna l’ha trovata lei, maresciallo, grazie al cielo!”

“Appuntato. E lei chi sarebbe? Favorisca i documenti.”

“Stefano Della Rosa, per servirla. Purtroppo anche i miei documenti si trovano in casa di Grisanti, ma se mi dà due minuti vado su a prenderli!”

Simone assisteva allo show dell’amico e gli veniva da vomitare: quel cretino ostentava una sicurezza da teleimbonitore assolutamente fuori luogo, da un momento all’altro il carabiniere se ne sarebbe accorto e li avrebbe arrestati. Doveva fermarlo.

L’appuntato Loscalzo, provveduto all’identificazione dei due soggetti, passava all’accertamento delle cause che avevano condotto l’uccello anitra a scontrarsi con la sua spalla sinistra.

“eee”, disse Simone con la bocca impastata e la fronte che colava sudore come una bibita ghiacciata sotto il sole d’agosto.

“Si tratta di un esperimento scientifico-letterario che ci hanno affidato a scuola”, riprese Stefano con un sorrisone da ergastolo stampato in faccia, “Stiamo cercando di dimostrare che le anatre di Central Park quando il laghetto gela vengono a svernare al Parco Sempione”.

Loscalzo non faceva in tempo a formulare la domanda successiva, che un uomo veniva fuori dal portone imprecando in un forte accento del sud Italia. L’appuntato questa volta era in grado di riconoscere il soggetto come Angelo Cutrona, già iscritto nel registro degli indagati per casi di truffa, contraffazione ed evasione fiscale. Il Cutrona non dava segno di avere a sua volta riconosciuto il carabiniere e si rivolgeva direttamente al Della Rosa apostrofandolo con l’appellativo di “coglione testa di cazzo”.

“Appunto, il Giovane Holden”, lo indicò Stefano, sempre sorridendo.

“Ma non sapete riconoscere un’oca da un’anatra, brutti cazzoni? Ma checcazzo vi insegnano a scuola?”

Simone non cercò neanche di minimizzare, ormai si vedeva piegato a novanta nella doccia di un carcere di massima sicurezza, tanto valeva giocare a carte scoperte. “Credevamo che fosse la stessa cosa”, rispose.

“E non è la stessa cosa neanche per il cazzo! Se fosse la stessa cosa si userebbe il piumino d’anatra, no? E io cosa credete che ci sto a fare, la figura del cazzone? Io sono un professionista, cosa credete? Quant’è vero che mi chiamo..”

“Angelo Cutrona”, lo anticipò il carabiniere, sempre con l’anatra in mano.

Il sarto sembrava lusingato di quella dimostrazione di notorietà, e si rivolse al portatore d’anatra con un sorriso e la mano tesa. “E con chi ho il piacere di parlare?”

“Anna!”, esclamò qualcuno dall’ingresso del giardino. Si voltarono tutti, sarto, carabiniere e ragazzini, e tutti insieme esclamarono all’unisono “Minchia!”.

Perché non c’è estrazione sociale o divario culturale o generazionale che tenga, quando ti volti e davanti a casa tua c’è Sandokan non puoi che esclamare minchia!

“Anna!”, ripetè Sandokan precipitandosi verso l’appuntato. L’anatra si mise a sbattere le ali, il carabiniere la lasciò e tutti restarono ammutoliti quando la videro correre incontro al nuovo arrivato, saltargli sulle scarpe emettendo squittii di gioia, lasciarsi abbracciare. Sembrava un documentario, di quelli che trasmettevano al cinema prima dei cartoni di natale, che ti facevano deglutire spesso e ti lasciavano gli occhi lucidi.

“Lei conosce quell’anatra?”, chiese l’appuntato Loscalzo spezzando l’incantesimo.

“Certo, è l’anatra di mia figlia!”

“Lei è.. il signor Cerelli?”, balbettò Simone, pallidissimo.

“Ci conosciamo?”, rispose lui.

“Ma volevate farmi spiumare l’anatra di Sandokan?”, chiese Cutrona, completamente a sproposito.

“Insomma, documenti, tutti quanti!”, intimò l’appuntato Loscalzo.

Venne fuori che il signor Cerelli si trovava spesso in quella parte della città per questioni di lavoro, e aveva riconosciuto l’animale passando sul marciapiede; gli venne restituito dalle mani dell’appuntato con tante scuse per il disturbo. Angelo Cutrona non fu altrettanto fortunato, un’ispezione al suo appartamento portò alla formulazione di nuovi ed emozionanti capi d’accusa, fra cui detenzione di sostanze stupefacenti e ricettazione. Stefano e Simone abbandonarono la scuola quel giorno, andando a incrementare le statistiche sulla mancata scolarizzazione nella provincia di Milano.

L’anatra Anna tornò a casa, accolta dagli onori che si riservano ai reduci, e visse il resto della sua vita circondata dall’affetto della famiglia Cerelli; della faina non si seppe più nulla.


do you realize this world is totally fugazi?

Sei a Milano, non importa a fare cosa, diciamo che capiti da quelle parti e ti viene voglia di andare a vedere il Cenacolo di Leonardo. Lo hai studiato a scuola, l’hai usato per la tua rubrica domenicale di arte, sei già stato lì sotto a guardarlo con la bocca aperta diverse volte, ma ti fa piacere ogni tanto fare la fila e tornare a buttarci un occhio.

Quando entri nella sala rimani sconcertato, l’affresco è sempre al suo posto, i colori sono quelli che ricordavi, ma i personaggi hanno cambiato posizione! Non è un cambiamento radicale, ti ci vuole un momento per accorgertene, ma è evidente che è successo qualcosa. Ora gli apostoli parlottano fra loro, qualcuno beve il caffè, qualcuno l’amaro, Gesù sta chiedendo il conto al cameriere. Gli affreschi non cambiano posizione così, dall’oggi al domani, di una cosa simile ne avrebbero parlato i giornali di tutto il mondo per mesi, invece qui sembra che tu sia l’unico ad averlo notato.

Con tutti i puntini esclamativi dritti in testa ti volti verso la coppia di tedeschi vicino a te, e la signora in sandali e calzini sembra capire il tuo stupore, ma non lo condivide, ti sorride sorniona, come a metterti al corrente di una specie di segreto.
Non va bene, Ai Confini Della Realtà lo trasmetteva italia uno d’estate in seconda serata, tanti anni fa, nessuno ne ha mai vissuto un episodio in pieno centro a Milano.
Cioè, andrebbe bene se con te ci fosse un supereroe a caso e ti trovasti a litigarci, ma questa è un’altra storia, non ci sono aerei invisibili parcheggiati in strada; qui si vivono situazioni normali, o almeno è quello che credevi un momento fa. Hai bisogno di ancorarti alla realtà, ti avvicini alla comitiva di giapponesi e indichi loro la parete con l’affresco:
“Avete visto cos’è successo? È incredibile!”.
“Kutabare!” ti rispondono gli omini gialli, riponendo in fretta la grossa borsa piena di scarpe e brandendo la macchina fotografica. Sei già soddisfatto di riscontrare una reazione normale in qualcuno, ma dura solo il tempo di scoprire che il loro obiettivo sei tu, ti si piazzano tutto intorno e ti scattano una bella foto.

Osservi ancora il dipinto sul muro, è una sensazione strana, ma adesso che ci hai fatto l’occhio c’è una parte di te che non ci vede niente di incredibile, il seguito ideale all’Ultima Cena è per forza l’Ammazzacaffè.

Ragione e sentimento, una voce nella testa si chiede come hai fatto a finire in una situazione del genere, deliziosamente irreale, la osserva dall’esterno, disegna diagrammi in un quadernino nero, l’altra chiude gli occhi e delimita un confine fra sé e il mondo, ascolta le mani sulla schiena raccontare una storia antica, torna lentamente a respirare.