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rewind

Già ero.. seccato (esiste un termine più fedele per “disappointed”?) che il post che volevo scrivere se lo fosse preso qualcun altro, e senza neanche la possibilità di lamentarmi, che non puoi protestare quando il tuo pensiero emigra nella testa di chi ti vive accanto, conferma solo che siete molto simili, ma il pezzo che avevo cominciato, e che si intitolava Impressioni di Settembre, è stato inghiottito dalla rete per colpa di un errore di splinder che non sto a spiegare perché non sono un noiosissimo ingegnere. Parlava del perché non scriverò quello che mi gira in testa da giorni, riguardante le bellissime sensazioni che mi riaccendono certe canzoni.
Che tutto è cominciato da quando ho cambiato la musica nel telefono, che me la ascolto in treno, la domenica, mentre vado allo stadio, e poi ancora allo stadio, mentre aspetto il mio socio, anche se lì è più complicato, con tutta la gente che parla chiama grida canta offende Cassano, ci vorrebbero delle casse grosse così.
E’ un peccato che non possiate leggere che i primi due brani di cui avrei parlato se il mio post precedente fosse ancora vivo fossero quelli di cui non avrei potuto parlare perché già recensiti dalla mia fidanzata, perché secondo me, quando passa in cuffia, Last Minute è una perla elettrica, in cui ogni componente, la musica, le parole, l’arrangiamento, la metrica, contribuiscono a farne una delle più belle canzoni italiane degli ultimi anni. E non vedo l’ora di essere seduto nelle prime file del Carlo Felice (in galleria no, che ha un’acustica che fa cagare) per ascoltarla dal vivo.
Poi sarà perché viene subito dopo nella lista di brani, o perché le chitarre producono un suono molto simile, ma ultimamente ogni volta che ascolto quella canzone mi viene da andarmi ad ascoltare Cowgirl in the Sand.
Che io Neil Young l’ho scoperto tardi, durante un rigetto per tutta la musica che avevo in casa, e che conoscevo ormai a memoria. Ricordavo di lui una vecchia ballata, Harvest Moon, uscita in quel 1992 foriero di tante novità, prima fra tutte Mtv Uk, che mi arrivava attraverso le frequenze di Telecittà. Fu una rivoluzione per me, che non avevo mai visto un videoclip intero, e muovevo allora, con molto ritardo, i primi passi nel mondo della musica oltre quelle tre quattro cassette che giravano per casa.
Ecco, la passione per quel canadese anarchico è rimasta in incubazione per più di quindici anni, e adesso sta maturando.

E poi, se volessi scrivere ancora quel post a tema musicale, chiuderei con un brano che mi gira nelle orecchie almeno un paio di volte al giorno, e che sarebbe il titolo di un post che non scriverò probabilmente mai: Sympathy For The Devil.
E di cosa puoi parlare in un pezzo che si intitola così? Di Berlusconi? Di Ming The Merciless? Naah, anche riferendosi al più subdolo dei manigoldi faresti un torto al più elegante, astuto, affascinante dei cattivi, il Grande Cornuto, e di conseguenza anche a questo pezzo, che del personaggio ispiratore mantiene inalterata la classe, che scuote senza eccedere, che trasmette tutta l’energia di quarant’anni fa, esattamente il 6 dicembre 1968, senza mostrare la tela neanche su una nota.

Ecco, mi sarebbe piaciuto scriverlo, un omaggio alla “musica che mi gira intorno”, ma è già mezzanotte passata, e quello che avevo cominciato a scrivere è andato perso.

Pazienza, sarà per un’altra volta.

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nirrem! nirrem!

esorciccioMi si è rotto il pici.
Schermo blu, frasi incomprensibili, impossibile il riavvio in qualunque modalità, anche quella dummies, insomma, le solite cose. Cosa fai? Provi un po’ a remenarlo, ma quando vedi che non c’è verso ti arrendi e lo porti in negozio. Anzi, lo riporti, visto che è già la seconda volta che te lo fa.
In negozio ci trafficano un po’ dentro, gli cambiano dei pezzi, e lo tengono acceso qualche giorno per testarlo. Sembra funzionare, te lo puoi riprendere, ma quando torni a casa e lo avvii, ecco che i problemi si ripresentano, ancora più gravi.
Allora cosa può avere? Escludendo la disonestà del negoziante, che siamo stati i primi in prima elementare ad abbandonare la matita per passare alla biro, e son cose che ti legano per sempre, impedendoti ogni scorrettezza futura, cosa resta?
Che il mio pici è posseduto da un demone.
E allora ci vuole un esorcismo.

Ne avevo già praticato uno una volta, su queste stesse pagine, per liberarmi di un altro diavolo, che si era impossessato della mia mente, e mi faceva dire delle cose, tipo “E’ innamorata di me, ma non possiamo stare insieme perché adesso ha da fare”, e aveva funzionato abbastanza bene, ero rinsavito, anche se liberarmi la mente mi aveva portato ad asportare tre quarti della mia materia grigia, rendendomi simile a un novantenne in preda all’alzheimer.

Sono pronto a rifarlo.
L’esorcismo, non l’asportazione del cervello, che già così la mia ragazza non mi sopporta più e scuote la testa sconsolata ogni volta che le racconto che a Varinella ci abitava mia nonna.

Come si pratica un esorcismo? Ora che ho di nuovo internet vado a cercare su guggol, e mi procuro il necessario.

Intanto dice di recitare una formula. Essendo il rito praticato allo scopo di liberare un computer credo che dovrò fare qualche modifica:

Noi ti esorcizziamo, spirito immondo, potenza satanica, invasione del nemico infernale, legione, riunione e setta diabolica; in nome e potere di Asus, di Intel e del signor Guggol sii sradicato dal mio pici e dall’hard disk riscattato col prezioso Denaro Contante. D’ora innanzi non osare più, perfido serpente, ingannare il genere umano, perseguitare le apparecchiature elettroniche né scuotere e crivellare, come frumento, i componenti di questo pici.
Te lo comanda l’altissimo Io, al quale, nella tua grande superbia, presumi essere simile.
Te lo comanda Io Pablo; te lo comanda Io Spassky; te lo comanda Io Chemiincazzoquandononfungeilpici.
Dunque, Dragone maledetto, e tutta la legione diabolica noi ti scongiuriamo, cessa d’ingannare le umane creature e di versare su di loro il veleno della dannazione eterna; cessa di nuocere alla Casa e di mettere lacci alla sua libertà. Vattene, Satana, inventore e maestro d’inganni, nemico della salvezza dell’uomo e della sua Scheda Madre.
Umiliati sotto la potente mano di Umberto o sotto quella di Maurino, dipende chi mi ha riparato il pici, trema e fuggi all’invocazione fatta da noi del santo e terribile Nome Del Negozio Dove Ho Comprato Il Computer che fa tremare l’inferno.
Dalle insidie del diavolo liberaci, o Signore.

Se non funziona neanche così non so proprio cosa fare..


il matrimonio

Qui dovrei raccontare della giornata di domenica, il matrimonio, non accennare alla partita perché mi sono imposto di parlare di Genoa solo in apposita sede.. A proposito, da qualche giorno campeggia nella colonna di sinistra il banner del nuovo multiblog che abbiamo aperto con gli altri cazzari, dedicato alle sfighe della nostra squadra del cuore, l’abbiamo chiamato Nube Che Corre, nome che a più di un tifoso farà rizzare i peli.

Dovrei, dicevo, raccontare di domenica a Moneglia, cittadina che non conoscevo se non per i racconti di uno che ci andava con la sua ragazza che però non stavano insieme e infatti non si vedevano mai però si vedevano sempre, e che alla fine l’ha piantata però continuava a starci insieme. A me Moneglia ha sempre fatto venire in mente persone complicate, sarà per quello che arrivando mi ha preso l’ansia, oppure perché ci si arriva attraverso una serie di tunnel lunghi lunghi e stretti stretti e dietro di me c’era una che ascoltava a tutto volume Filcollins.

Poi non è che ho visto granché di Moneglia neanche dopo, giusto i Bagni Letizia dove ho preso il caffè scecherato prima della cerimonia e la sede della Croce Azzurra dove ho seguito la partita durante. Finite partita e matrimonio ci siamo rimessi in coda per raggiungere il ristorante, e di quello non ho da raccontare niente, quindi farò quel che ho fatto domenica, ascolterò la radio.

Ci sono i Gansenrosis che cantano Doncrai, che mi riporta di botto agli ultimi anni di scuola, è l’unaetrentacinquecirca come in una canzone di Capossela che però allora non ascoltavo, sono fuori dal portone del Firpo in Via San Vincenzo, quello con le palme davanti, a cui manca un pomo, lo so perché me lo sono fregato io il giorno che ho dato l’orale alla maturità. Sto aspettando qualcuno, escono tre ragazze di seconda, ricordo quella di mezzo perché era una delle più carine dell’istituto, e quel giorno cantava a squarciagola Donciucraaaiaaai tunaaaait, che era appena uscito il singolo e in giro non si sentiva altro, magari però cantato meglio, ma va detto che lei l’avrei baciata più volentieri che Acselros.

Nel frattempo siamo arrivati al ristorante a Molinetti, un buffet abbondante e variegato è distribuito per tutta la terrazza, c’è un simpatico cameriere che ti offre “la sua fetta di piadina al formaggio che mi aveva chiesto, signore”, che ti chiedi se abbia bevuto e la accetti per cortesia, ed è rovente e ti ustioni e lui intanto se la ride e ne offre a qualcun altro, e allora non hai bevuto sei un bastardo di cameriere di merda spero che ti venga il cagotto e ci siano tutti i bagni occupati e ti tocchi farla in un cespuglio e senza volere la faccia sul cane di un cliente che si metta a guaire e corra fuori tutto sporco di merda e tutti gli invitati ti scoprano con le braghe calate e ti ridano dietro come hai fatto tu con loro tranne la padrona del cane che da ridere avrà ben poco.

Alcuni bambini si preparano a una gara di tuffi nella vasca dei pesci rossi, i genitori tentano di distoglierli dall’insano proposito, e una tizia mi si avvicina: “Scommetto che non ti ricordi di me”.
“Certo che mi ricordo di te”, rispondo. Anche perché me lo chiede tutte le volte che mi incontra, e ogni volta non riesco a camuffare quell’intonazione particolare nella voce che sta a significare “Francamente speravo di non incontrarti ancora”. Come Highlander la mia mente fa un altro balzo all’indietro..
La compagnia più noiosa del mondo era composta da un paio di truzzi tutti macchina e discoteca, due ragazze iscritte a giurisprudenza che parlavano solo delle proprie scarpe, uno che aveva visto gli ottoottotre a Milano, qualche tinèger del quartiere e due tre più grandi di sesso indubbiamente femminile che rappresentavano la ragione principale per cui bazzicavo il loro bar. L’altra è che il gioco di Babbolbabbol andava con le monete da cinquanta invece che da duecento.
Qualche volta si aggiungeva il compagno di banco di quello bravo a cirulla, e la sua ragazza, che era quella che mi sta davanti. I due componevano una coppia straordinaria, lei era la versione femminile del Gabibbo sia per la forma che per il vocabolario, lui era pallido come un proteo, di cui esprimeva lo stesso sguardo acuto.

Non posso dire che sia stato a causa loro che finii per disertare il bar, ma certo rappresentavano un ottimo assaggio della vitalità che quel luogo trasmetteva: averceli di fronte era come guardare una pianta, nell’arco di un anno avresti potuto notare qualche piccolo cambiamento, ma sulla breve distanza era impossibile vederli muovere.

Torno alla realtà solo perché il ricordo è troppo noioso da sostenere, e trovo la Gabibba che mi sta raccontando proprio del suo ex fidanzato, da cui si è separata un lustro fa, con una rabbia come se fosse stata scaricata ieri. Non credevo che un uomo così scialbo potesse ispirare tanto rancore.
Decido che ne ho abbastanza, glisso e sparisso.

Del resto della serata ho solo vaghi ricordi, io con un negroni in mano che parlo con qualcuno, io con un altro negroni che parlo con qualcun altro, io da solo che parlo col terzo negroni. Dai racconti degli amici ho potuto ricostruire abbastanza da non voler ricordare il resto, e su questo ennesimo aneddoto autocelebrativo chiudo e vado a giocare a Pang.