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ma nel formaggio scimudin la crosta si mangia?

Forte del detto “scrivi da ubriaco correggi da sobrio, oppure non correggere, sai che cazzo me ne frega, fottiti” ho deciso di impegnare il tempo che mi separa dal risotto ai frutti di mare regalandomi un aperitivo a base di formaggio, vino e focaccia. Il problema è che il formaggio in questione è lo scimudin t.a. della basko, dove t.a. sta probabilmente per topicida appetibile, e nel tempo che ha trascorso nel mio frigo si è formato una muffa solida e parecchio invitante, come la crosta del brie.

Ora, nella mia vita ho fatto anche il salumiere/formaggiaio per un paio d’anni (avevo bisogno di soldi per pagarmi le lezioni di sax tenore con cui volevo fare breccia nel cuore di una ragazza dai capelli rossi di cui ignoravo nome e indirizzo, avendola affiancata per caso in macchina in centro a Genova, ma che ero certo di poter rivedere, prima o poi, il vero amore si ritrova sempre, soprattutto dopo che l’hai seguita e rapita e chiusa nella tua cantina, ma questa è un’altra storia), e quindi so per certo che la crosta del formaggio, quando si forma spontaneamente nel tuo frigo, è buona. Anche l’altra è buona, quella che trovi già formata nella confezione, e pure quella sotto lo strato di cera di certe forme olandesi, e a dirla proprio tutta anche la cera, se la lasci un po’ fuori dal frigo, non è male. La crosta del formaggio non uccide, non sono ancora morto. Ho tre leucemie, ma il dottore ha detto che potrebbero essere state causate da altri fattori, per esempio aver fatto il bagnino in Ucraina, nell’86 (potevo scegliere lì o Varigotti, ma a Varigotti c’è pieno di milanesi), e comunque mi ha dato una pomata che dopo una settimana passa tutto. Peccato solo che secondo i suoi calcoli vivrò ancora fino a dopodomani.

Comunque volevo dire che il formaggio scimudin della basko fa cagare, e anche il risotto ai frutti di mare, ma quello è colpa mia, i frutti di mare dovevo metterceli prima, sennò restano stopposi, e comunque la ricetta si riferisce a un altro tipo di frutti, il cocco comprato in spiaggia non è contemplato.

Ci sono andato sabato in spiaggia, che a casa mi deprimevo, così ho preso la yaris e ho fatto una tirata fino a Kiev (a Varigotti pare siano già arrivati anche quest’anno, i milanesi), che pochi lo sanno, ma ha il grosso vantaggio di poter posteggiare praticamente a due passi, scendi dalla macchina, molli l’asciugamano davanti al paraurti e ti svacchi. E non c’è mai nessuno, è una stazione balneare pochissimo conosciuta, e da quando ci ho fatto il bagnino mi sono fatto amico il gelataio della spiaggia, che mi prepara delle coppe ENORMI e me le fa pagare POCHISSIMO, tipo 750 grivnie, che sono la moneta locale, che quando non ho gli spicci mi dà il resto in camionate di copechi, e io faccio sempre lo spiritoso e gli dico che il diavolo fa le pentole, ma non i copechi, e tutti e due ridiamo e lui si dà delle manate sulla pancia e sputa della saliva rossa rossa che gli va a finire nel secchiello del gelato alla crema, che all’inizio credevo fosse variegato all’amarena e infatti adesso non lo prendo più.

Poi non è che mi deprimo sempre, il più delle volte non ci faccio neanche caso, metto su la musica bella alta, canto, studio la chitarra, oppure gioco ai videogiochi, o leggo, con un bel disco tranquillo in sottofondo, ma certe volte non basta e allora la sento, piano piano, la sua voce lamentosa mi ammazza l’entusiasmo che mi dà il vivere da solo. È la ragazza coi capelli rossi, l’ho chiusa nel contenitore del lettone nuovo ikea, ma a lei non piace. E si che sotto il letto che avevo prima doveva starci anche scomoda, speravo di farla contenta, e invece niente. Guarda che per te ho rinunciato alla camera da letto stilosa, le ho detto ieri. Lo sai quanto mi piaceva quel tatami? Ma niente, ha continuato a piangere. Forse dovrei prenderle un gattino che le faccia compagnia.


Un passo per volta

Andare a vivere da solo non è una cosa facile di suo, quando la casa in cui ti trasferisci non ha niente ogni piccolo passo diventa una sfida. Quando dico niente significa proprio quello, niente: la porta d’ingresso, le finestre, il bagno, il lavandino in cucina. E la muffa. Tanta, tantissima, io non ho mai visto una quantità simile di muffa neanche nel laboratorio di un micologo.

Per non parlare dell’impianto elettrico, risalente a quando Galvani ci faceva muovere le zampette delle rane morte, e piuttosto inadeguato per gli elettrodomestici odierni.

Comunque niente che un po’ di lavori di muratura.. ochei, tanti lavori di muratura.. e qualche filo più spesso non possano risolvere, e finalmente ti trovi una sera che hai spostato in solaio tutto quello che apparteneva alla tua vecchia vita, e ti trovi a preparare il lettino in una stanza piena di scarpe e fogli sul pavimento e borse e un armadio nuovo già pieno e in disordine dopo neanche mezz’ora che hai cominciato a riempirlo. Chissà se il Guinness dei primati registra il record di messa in disordine di un guardaroba.

Insomma che vado a dormire nel vecchio letto nella casa nuova, e la prima prova è spiegare a Jack che la nuova collocazione del letto non ha un lato appoggiato al muro, perciò se si butta da un lato come è abituato a fare si ritrova sul pavimento.

Lo capisce da solo quasi immediatamente, migliorando di parecchio la mia postura orizzontale.

Ci si dorme bene nella casa nuova, i vicini è come se non ci fossero, e in effetti non ci sono proprio, sono l’unico inquilino dell’edificio, e gli appartamenti adiacenti sono occupati rispettivamente da una coppia di mummie e da un ingegnere informatico, categorie silenziose da sempre.

La mattina prendo il pentolino nuovo e mi scaldo la colazione, intanto vado a lavarmi in bagno, dove scopro di avere commesso il primo errore: non ho portato gli asciugamani. Neanche uno.

Vabbè, una volta conoscevo una ragazza che diceva di non asciugarsi mai la faccia, mi risulta essere ancora viva, correrò il rischio.

Il secondo errore lo scopro dopo aver tirato la catena e aver notato come l’acqua da sola non riesca a liberare del tutto l’area di lavoro. Occacchio. E adesso?

Sono piccole cose alle quali ti abitui a non pensare, voglio dire, quando mai ci è capitato di non trovare lo scopino del gabinetto accanto alla tazza? Quando avremmo dovuto ricordarcene noi, per esempio.

Passo la mattina a comprare le cose di prima necessità, tipo lo scopino, e di seconda necessità, tipo il sale e la frutta. Attrezzarmi a vivere per conto mio mi ha abituato a certi accostamenti bizzarri negli acquisti: due spine e una bottiglia d’olio, una sedia un ferro da stiro e un pacco di biscotti, tre metri di prolunga e un fon, che il ferramenta mi ha chiesto se avevo intenzione di asciugarmi i capelli in strada.

La connessione internet è arrivata stasera, cosa che mi ha spinto ad accantonare i progetti di pulizia in favore di uno sfrenato e salutare cazzeggio.

Dalla sua sedia, la chitarra mi osserva tristemente (ho solo due sedie, la mia e quella della chitarra), ha capito che i giorni di studio subiranno un drastico ridimensionamento.

Ma no, le dico, è solo stasera che ho la botta di recuperare tutto quello che ho lasciato indietro, fumetti, telefilm, musica e cazzate, e poi ho da promuovere il nuovo libro.

Perché magari c’è ancora qualcuno fra i lettori del pablog che non lo sa, ma il 2 maggio esce il libro di ARTErnativa, e per l’occasione abbiamo pure aperto un bel sito, e una bella pagina facebook, e un tumblr, e un account twitter, e pure hahaha, una pagina su huhuhu, mi vien da ridere, google+.

Il libro di ARTErnativa, siore e siori

Il libro di ARTErnativa, siore e siori

Saremo simpatici? E quando dico saremo intendo ovviamente noi staff di ARTErnativa, cioè Alberto Ghè, Andrea Lombardo e io. Scrivo i nomi così se ci cercate su guggo succede delle cose che non ho capito perché quando me le spiegavano giocavo con lo smarfo.

E poi? Che altro è successo in questi mesi in cui sono scomparso dalla rete? Boh, un sacco di cose, certe interessanti, altre curiose, certe pazzesche, altre tristi e certe incomprensibili. E ci sono stati dei momenti che sono arrivate tutte insieme e ho dovuto sedermi un attimo, che a una folla di emozioni così non sono più abituato. E poi ci sono stati altri momenti in cui il silenzio mi è pesato, e allora ho acceso la radio e mi sono messo ad ascoltare e trasmettevano un’opera di Verdi, e mi sono immaginato queste persone ben vestite, su un palco, a cantare cose di cui nessuno capisce mai il testo, come in una lingua perduta, e ho pensato che in fondo io sono uguale, mi esprimo in un linguaggio che capisco soltanto io, e da sotto il palco la gente applaude, ma alla fine esce e si chiede “ma che cazzo ha detto?”, e io sto lì sul palco e cerco una sedia, e mi siedo accanto al clown triste, che tutti i clowns sono tristi, col loro cerone in faccia e il sorriso sformato che li rende ancora più tristi, e gli dico “Ma senti un po’, clown triste, ma chi ce lo fa fare di venire fin quassù a cantare canzoni che non capisce nessuno? Non potremmo arrenderci e fargli un pezzo di Celentano, tipo?”, e lui mi risponde che no, il tuo linguaggio è quello che sei, e quello che sei non si regala, e se non ti capiscono sono problemi loro, mica tuoi. Poi però scoppia a piangere e mi appoggia la testa sulla spalla, e allora io mi alzo di scatto e gli urlo “E no, cazzo! La camicia nuova!” che il cerone non viene più via, e vorrei stare ancora un po’ lì a commiserarmi, ma ormai mi sono alzato, tanto vale che faccia qualcosa di utile, così mi metto a far da mangiare, e pulisco casa, e piano piano la tristezza se ne va, e alla fine era solo un po’ di niente che si era depositato nello stomaco, basta riempirlo e se ne va da solo.


Our house in the middle of our street

Allora, credo di dover raccontare qualcosa dei miei progressi con la nuova vita da single, ve l’avevo promesso, so che ci tenete. Ogni tanto mi scrive qualcuno che vuol sapere a che punto sono, se ho firmato il contratto, se ho cominciato il trasloco, e io mi sento anche lusingato, che è bello avere dei fans così premurosi. Poi ho scoperto che è mio padre dalla Thailandia, fra una settimana torna e non vuole ritrovarmi ancora in casa sua.

Comunque la novità grossa è che ieri ho finalmente ricevuto il mio mazzo di chiavi e ho potuto prendere le misure dell’appartamento.

Ma facciamo un passo indietro.

Ho trovato questo trilocale più bagno al secondo piano di una palazzina di due piani nel quartiere dove sono cresciuto, sopra di me il solaio, sotto una signora che credo sia morta l’anno scorso e nessuno si è ancora preso la briga di andarla a scrostare dal pavimento, affitto basso e stanze ampie. Niente spese di amministrazione. Il padrone di casa mi conosce e non vuole neanche la caparra.

Bene! Direte voi. E anch’io ho detto così quando l’ho saputo, pensando ingenuamente che avrei potuto traslocarci dentro in un paio di settimane al massimo, sfruttando nel frattempo la casa di mio padre che tanto è in ferie fino a fine febbraio.

Ferie Fino Fine Febbraio Fa Fico.

Non è andata proprio così, dopo un mese e passa dovevo ancora firmare il contratto, e il padrone di casa se ne stava placido al bar sotto casa a leggere la Gazzetta Dello Sport, strabattendosene altamente di me, del contratto, delle chiavi di casa e dei lavori da fare in bagno, che pare sia tipo esplosa la fogna o non so bene, e bisognerebbe chiamare un idraulico prima che subentri il nuovo inquilino, che sarei per l’appunto io.

È l’inconveniente di avere a che fare con un padrone di casa vecchissimo e ricchissimo e pigrissimo, un incrocio fra Zio Paperone e Cicciodinonnapapera, che preferisce pagare le tasse su una casa vuota che attraversare la strada per andare dal commercialista a fargli preparare il contratto di affitto. Aggiungete poi che la firma sul foglio deve mettercela lui, ma anche un paio di suoi consanguinei altrettanto maturi e scattanti, dislocati lungo la Riviera Ligure, e capite bene perché le chiavi dell’appartamento le ho ottenute un mese e passa dopo la conferma.

Adesso però ce l’ho, e ieri sera sono entrato con piglio bellicoso e un metro in mano per stimare le dimensioni dei vani e non presentarmi fra qualche giorno con un armadio che è bello, ma per farcelo stare devi tenerlo inclinato.

L’odore di fogna permeava l’appartamento, segno che l’idraulico aveva fatto il proprio dovere, e le pareti erano nere di muffa, segno che prima dell’idraulico nessuno ha calpestato quei pavimenti per un anno e mezzo, e le finestre non si aprono da sole tranne in Paranormal Activity, credo, mi sembra strano che il fantasma si accanisca solo sulla porta della camera da letto. Nel caso sarebbe facile, vai a dormire in salotto e ciao.

Nel mio caso il salotto non c’è, e neanche la camera da letto. Ci sono due stanze, una più larga dell’altra, con porta e finestra sul lato corto, cosa che mi obbligherà a sbattermi per trovare una sistemazione consona all’armadio, che non ho ancora, ma facciamo finta che.

Non è una brutta notizia, ci sono delle camere a ponte con letto e armadio dallo stesso lato, che dovrebbero risolvere il problema, oppure potrei farmi una camera da letto molto larga e un salotto piccolino, ma credo che a parte le spiegazioni psicanalitiche servirebbe a poco.

Poi ci sono le notizie fighe:

il solaio è già attrezzato per metterci una camera degli ospiti, manca giusto di decidere come scaldarla, ma c’è anche una canna fumaria, al limite si mette una stufetta a legna;

la cantina è dotata di scaffalature per bottiglie di vino e attrezzatura da imbottigliamento. È un segno divino: lì deve sorgere una tavernetta;

stamattina mi hanno attaccato la luce e in una decina di giorni mi metteranno pure la linea telefonica, perciò mi vedo già seduto per terra al freddo a scaricare illegalmente ogni genere di vaccata, proprio come ai vecchi tempi.

Restano da postare le foto che ho scattato stasera col telefono, che sono solo quattro e riguardano tre stanze, che la quarta non ha la lampadina e col telefono non si capiva se stavo fotografando una stanza vuota o l’interno della mia testa.

Prossimamente aggiungerò altre foto per documentare l’andamento dei lavori e le stanze ancora assenti, per il momento sentitevi liberi di suggerire colori e soluzioni, il cantiere è aperto!

 

our house in the middle of our street