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centotre-e-tre n.5

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning

Eccoci pronti a una nuova tappa del viaggio con la radio in valigia. L’avete lette quelle due righe che ho scritto qualche giorno fa dove dicevo che insomma sarebbe meglio che le leggeste perché non ho nessuna intenzione di riassumerle? Fatemi sapere cosa ne pensate, che c’è molta carne al fuoco, come dicono gli allevatori guardando la stalla distrutta da un incendio.

Questa settimana restiamo in Canada, e restiamo nell’ambito Musicisti che fanno anche altre cose, perché non si può non parlare del re dei tuttofare, lo scienziato pazzo della musica canadese, Neil Young, detto anche “One of you fuckin’ guys comes near me and I’m gonna fuckin’ hit you with my guitar”.

Lui e Joni Mitchell sono legati, oltre che da un’antica amicizia e dall’essersi detti delle cose attraverso le canzoni, anche dall’aver contratto lo stesso ceppo di poliomielite nel 1951. e come facevo a non collegarli?

Joni Mitchell insieme al papà de La Casa Nella Prateria.

Io Neil Young lo conoscevo pochissimo fino a qualche anno fa. Ai tempi gloriosi delle radio libere (siigh!), quando con un gruppo di disperati tenevamo in vita Radio Studio 93, mi era capitato fra le mani l’allora nuovo Harvest Moon, di cui conoscevo il singolo per averlo visto sull’altra grande novità di quei tempi: Mtv.

Non so se fra voi lettori ci sono anche dei ventenni, ma nel caso credo di dover spiegare di che si tratta. Vent’anni fa in Italia alcune reti private iniziarono a trasmettere il segnale della giovane Mtv Europe per alcune ore ogni giorno, permettendo a noi pischelli che abitavamo in posti dove non si prendeva Videomusic di godere finalmente della visione dei videoclips dei nostri gruppi preferiti.

Fu una rivoluzione, e lo fu anche per quelli che se la tiravano da Io guardo videomusic tutti i giorni, perché Mtv era davvero qualcosa di nuovo. Innanzitutto trasmetteva da Londra, quindi i conduttori parlavano solo inglese, e in quegli anni era l’unico assaggio concreto di Unione Europea che potevamo permetterci senza fare l’interrail; e poi l’impatto visivo era straordinariamente diverso da quanto visto fino ad allora, ti catturava con la sua energia, vinceva a mani basse su qualunque produzione locale. Poi vabbè, c’era la musica. Lo so che a questo punto i miei lettori più giovani mi prenderanno per cretino, ma dovete credermi, una volta Mtv trasmetteva solamente musica: videoclip, documentari, telegiornali riguardanti la musica, trasmissioni dedicate ai vari generi, quella ficata incredibile che era Mtv Unplugged, e Beavis & Butthead, che era un cartone animato, ma comunque parlava di due ragazzetti impallati con l’heavy metal.

Steve Blame, Ray Cokes, Rebecca De Ruvo erano gli animatori dei pomeriggi doposcuola (actually, Ray Cokes andava in onda la sera, ma il concetto è quello), e il fatto che capissi una parola su cinque me li rendeva più simpatici dei loro omologhi attuali, anche se magari dicevano delle castronerie inimmaginabili.

Presentatori impresentabili

Neil Young cominciai ad ascoltarlo allora, quando dopo l’ultimo video degli Edelweiss si ritornava ad atmosfere più morbide, e un uomo che spazzava il porticato sotto la luna dava il tempo al singolo più recente dell’artista canadese.

Della sua produzione artistica non racconto niente, è sconfinata e se non vi interessa il genere diventa anche noiosa, e poi se volevo scrivere una roba uguale a wikipedia mettevo al posto del titolo un banner con Jimmy Wales che vi domanda dei soldi.

Quello che interessa a me è l’altro Neil Young, quello che non suona.

Ce ne sono diversi Neil Young che non suonano, uno è un attivista politico, uno accudisce il figlio, ma il migliore di tutti resta il Neil Young inventore.

Credo di non essere l’unico che da piccolo si metteva più comodo in poltrona quando, sfogliando l’ultimo Topolino, vedeva Paperino prendere la strada verso il laboratorio di Archimede Pitagorico.

“Ora ne vedremo delle belle”, pensavamo, mentre ci tornavano in mente i fantastici frutti dell’ingegno del nostro scienziato preferito: il paracadute ascensionale, le car-can, il lapis bicolore che da una parte taglia i metalli e dall’altra li salda.

Insomma, le invenzioni in casa mia erano di casa, anche se poi non riuscivo mai a rimontarla, quella sveglia, e ci toccava comprarne una nuova; capirete che non potevo non appassionarmi al vecchio canadese (quello senza gli artigli), che spende un pacco di soldi per convertire in auto ibrida (elettrica/biodiesel) la sua vecchia Lincoln e la battezza Lincvolt, si lancia in una campagna a favore del bio-carburante e si fa tutta una tournèe alimentando i suoi camion con l’olio vegetale.

Poi vabbè, ad un certo punto la Lincvolt è andata a fuoco e gli ha bruciato un magazzino pieno di roba costosa, ma pare che non fosse dovuto a errori di fabbricazione.

Una macchina che va a Neil Young? Corro subito a comprarla!

L’ultimo progetto dell’Emmett Brown di Toronto si chiama Pono, uscirà l’anno prossimo e dovrebbe rivoluzionare il mercato della musica digitale.

Da quanto ho capito si tratta di un nuovo formato audio che garantirebbe una qualità che a confronto l’mp3 è uno di quei peti silenziosi, ma letali, tanto che le principali case discografiche si sono dette disponibili a riconvertire il proprio intero catalogo. Staremo a vedere, a me Neil Young piace un casino, ma se mi brucia la casa mentre ascolto l’ultimo disco di Capossela vado a cercarlo col badile.

La canzone che andiamo ad ascoltare si chiama Cortez The Killer, e ci racconta del massacro degli aztechi da parte dei soldati spagnoli, anche se girano parecchie interpretazioni più personali, e lo stesso Young, intervistato a riguardo, ha dichiarato “Ma non mi rompete il cazzo stronzi”, o qualcosa del genere.

Prima di chiudere credo di dovervi spiegare la frase in inglese all’inizio del post:
risale al festival di Woodstock, nel 1969, quando Young si esibì insieme a Crosby, Stills & Nash; ai cameramen che cercavano di filmarlo durante l’esibizione si rivolse col tono affettuoso che da sempre lo ha contraddistinto, minacciandoli di picchiarli con la chitarra.

Neil Young e Grumpy Cat sono parenti? Noi di Voyager crediamo di si.

Il mio eroe.


portare la radio in valigia senza farsela sequestrare al check-in

Il mio attuale problema con la musica è quello di non avere un autoradio che legge gli mp3. Recentemente ho cambiato macchina, e quella che ho preso è più vecchia della precedente, e ha un autoradio di serie che non puoi sostituire sennò dice il meccanico che si sbagascia l’equilibrio climatico del pianeta e nel giro di una settimana ci estinguiamo tutti, e poi l’autoradio vecchio che leggeva gli mp3 non entra nello scomparto della macchina nuova, e quando ha cominciato l’elenco di fastidi (suoi) che avrebbe provato montandolo ho preferito rinunciare e mi sono comprato un lettore mp3 portatile, che attacco all’autoradio tramite quelle finte cassette col filo attaccato (ebbene si, la mia macchina ha un mangiacassette, sono vintage da paura).

Non è proprio la soluzione migliore, con quei fili che si intrecciano alla leva del cambio obbligandomi a percorrere lunghissimi tratti in seconda, con tutte le manovre da fare prima di riuscire ad ascoltare una canzone, e con un fastidioso fruscio costantemente in sottofondo, così il più delle volte mi limito ad ascoltare la radio.

Una delle mie trasmissioni preferite comincia all’ora in cui esco dal lavoro, su Radio3, e si chiama Sei Gradi: propone delle scalette ispirate alla teoria dei sei gradi di separazione, che sarebbe quella secondo cui ogni persona al mondo può essere collegata a un’altra in meno di sei passaggi: io conosco uno che lavora per un diplomatico che conosce un ministro che ha conosciuto il presidente degli Stati Uniti, quindi fra me e Obama ci stanno tre persone, massimo quattro, e nessuna di esse è Kevin Bacon.

In questa trasmissione il conduttore lega sei canzoni attraverso un filo conduttore che può comprendere l’anno di incisione, l’artista che le interpreta, il paese o qualunque altro aggancio gli venga in mente che non sia troppo tirato per i capelli.

Il fatto che il meccanico di Miles Davis fosse stato una volta al concerto di Billie Holiday, per dire, non sembra essere un collegamento valido.

Ogni volta, nei venti minuti che separano il mio posto di lavoro da casa, immagino di scrivere una scaletta anch’io, ma generalmente posteggio prima ancora di aver deciso da quale canzone partire.

Poi sono stato al festival di Internazionale, e c’era Vinicio Capossela che proponeva il più scassato e cialtrone dj set che possiate immaginare, con musica da tutto il mondo mixata veramente male, e mi sono divertito tanto che mi è venuta voglia di farlo anch’io, e mi sono detto che forse è possibile mescolare entrambe le idee, e creare una scaletta di canzoni legate fra loro in una qualche maniera, che mi permettano di viaggiare per il mondo e toccare quanti più paesi possibile.

Da qui è nata l’idea di questo post, che poi sarà una serie di post, e che volevo chiamare Portare la radio in valigia senza farsela sequestrare al check-in, se non fosse che il template del blog ha preso questa strana briga di spingere il titolo sopra la data fino a coprirla, e fa disordine.
Che fare? Cambiare template non se ne parla, modificare l’attuale neanche, che non sono capace. Ho dovuto cambiare titolo alla rubrica.

Per riassumere, volevo un titolo che richiamasse alla mente il viaggio, la radio e la musica: qual è la radio che si ascolta in viaggio, che trasmette musica e si sente dappertutto?

Ochei, a parte radiomaria?

Comincia qui la mia nuova rubrica Centotre-e-tre. Benvenuti!

Le regole sono poche:

  • proporre sempre una canzone che abbia un legame con quella precedente;
  • scegliere, quando possibile, autori che si conoscono poco, che il viaggio dev’essere un’occasione per scoprire cose nuove, sennò è come andare in vacanza dall’altra parte del mondo e chiudersi in un villaggio Valtour;
  • raccontare una storia, sennò diventa una lista sterile ed è un tormento per chi la legge.

Naturalmente ho intenzione di farmi accompagnare, mi piace viaggiare da solo, ma con gli amici è meglio, perciò se avete suggerimenti, percorsi alternativi, aneddoti interessanti siete liberi di sedervi, la signora che occupava il posto accanto al mio è andata in bagno un’ora fa e non è più tornata, probabilmente è morta.

Se riesco vorrei pubblicare un paese a settimana, ma so già che in alcuni posti mi vorrò fermare più a lungo, e vorrei concludere sempre anticipando dove si svolgerà la puntata successiva, così da permettere di intervenire a chi avesse qualcosa da raccontare.

La settimana prossima, per dire, cominciamo da Genova.

Una cosa che mi piacerebbe aggiungere alla rubrica sarebbe un logo, ma a disegnare faccio cagare, dovrete accontentarvi del titolo e della categoria qui a destra, a meno che qualcuno non si prenda a cuore la mia condizione di blogger sfigato e cerchi di migliorare l’aspetto di questo luogo angusto.

Beh via, ci vediamo la settimana prossima.


25 album

Io su feisbuc ci vado poco, che è già troppo considerato che mi ero cancellato; poi mi sono reiscritto perché gli amici, e i contatti, e insomma che son di nuovo lì, ma ci vado poco, così quando Alberto mi spedisce una di quelle catene stronze che di solito butto via non mi viene voglia di condividerla lì, dove finirei per alimentare una di quelle cose che detesto, ma si accende una lampadina nella mia stanza preferita, e finisco per tornare a scrivere sul blog, anche solo per stilare l’ennesimo piccolo elenco.
Stavolta si tratta di dischi, o come dice Alberto nella sua nota:

non necessariamente i più belli, non necessariamente i più amati, non necessariamente niente.
ma quelli che ci sono stati e che sono parti integranti di parti della mia vita, quelli che li senti e scattano odori, sapori, sensazioni. quelli che bastano anche solo poche note e va in moto la macchina del tempo. quelli che senza non sarebbe stata la stessa cosa, e dopo niente è più stato come prima.
non sono nemmeno tutti. sono i primi 25 che mi son venuti in mente, in ordine rigorosamente sparso, dettato dalle mie personalissime contorsioni sinaptiche.

In rigoroso ordine sparso non potrei non mettere l’album che comprai in Grecia, durante le mie prime vacanze da solo, in compagnia di un pope dark, in un piccolo negozio nel mercato delle pulci di Atene. Ogni volta che lo ascolto mi rendo conto che il tempo è passato veloce, e il pope dark ha una moglie e due bambini e non si veste più come un cretino. Ma soprattutto ha abbandonato quella ridicola pettinatura da Scialpi..

1. Jeff Buckley – Grace

Poi ci sono i bei tempi della radio, Salviamo Il Salvabile coi tre lassativi, che eravamo io, Andrea e Matteo, e qualche volta capitava anche Umbe in anticipo per la sua trasmissione metal e si spacciava per il signore con le noci in bocca. Ci sono tantissimi dischi che mi rimandano a quel periodo, fra quelli che mi compravo, quelli che trovavo lì e quelli che portavano gli altri. Quello che ho scelto è stato particolare, sono andato anche a vedermelo dal vivo in un concerto stupendo..

2. The Cure – Wish

 


Altri tempi e altri amici, sebbene questo particolare amico fosse anche un occasionale visitatore della radio. Il gruppo che segue me l’ha praticamente presentato lui, ed è diventato uno dei pilastri, anche e soprattutto nei momenti difficili. Glielo dedico volentieri, come gliel’ho dedicato senza dirglielo mille volte, durante gli anni in cui ci siamo persi di vista.

3. CSI – In Quiete

L’ultimo (che credevate, che ne avrei davvero pubblicati 25?) è per la persona che da quattro anni e passa sacrifica il proprio equilibrio interiore per riparare al casino che ogni giorno le lascio in casa, che raccoglie i miei vestiti dal divano, che mangia le porcherie che le preparo, che sopporta i miei ritardi costanti, le mie distrazioni eterne, che ogni giorno penso che prima o poi mi caccerà di casa, ma che ogni sera prima di addormentarsi mi cerca la mano, e di cui non saprei più fare a meno. Questa è per il suo compleanno, che ormai è arrivato.

4. Los Fabulosos Cadillacs – Fabulosos Calavera 
 


e cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero

A leggere il libretto ho pensato che questo qui cover
si prende troppo sul serio, che il disco sarebbe stato probabilmente noioso, certamente sopravvalutato, facilmente senza futuro, che gli incubi dei pesci rossi e immagini tipo "pettinarmi la vena", o "nel naso colano le sere" colpiscono subito, ma dopo due minuti rompono i coglioni, che a scrivere testi così che mostrano disegni confusi senza dire poi veramente niente son capaci tutti, e probabilmente tutto questo è vero, ma non posso negare che Canzoni Da Spiaggia Deturpata sia un bel disco, minimalista quanto basta, arrangiato ottimamente, cantato con una voce da bravo ragazzo che stride piacevolmente con l’ambientazione che mostra, squallida da tana di tossici e senza speranza.
Vuoi vedere che per una volta mi tocca dar ragione alla Boschero?


rewind

Già ero.. seccato (esiste un termine più fedele per “disappointed”?) che il post che volevo scrivere se lo fosse preso qualcun altro, e senza neanche la possibilità di lamentarmi, che non puoi protestare quando il tuo pensiero emigra nella testa di chi ti vive accanto, conferma solo che siete molto simili, ma il pezzo che avevo cominciato, e che si intitolava Impressioni di Settembre, è stato inghiottito dalla rete per colpa di un errore di splinder che non sto a spiegare perché non sono un noiosissimo ingegnere. Parlava del perché non scriverò quello che mi gira in testa da giorni, riguardante le bellissime sensazioni che mi riaccendono certe canzoni.
Che tutto è cominciato da quando ho cambiato la musica nel telefono, che me la ascolto in treno, la domenica, mentre vado allo stadio, e poi ancora allo stadio, mentre aspetto il mio socio, anche se lì è più complicato, con tutta la gente che parla chiama grida canta offende Cassano, ci vorrebbero delle casse grosse così.
E’ un peccato che non possiate leggere che i primi due brani di cui avrei parlato se il mio post precedente fosse ancora vivo fossero quelli di cui non avrei potuto parlare perché già recensiti dalla mia fidanzata, perché secondo me, quando passa in cuffia, Last Minute è una perla elettrica, in cui ogni componente, la musica, le parole, l’arrangiamento, la metrica, contribuiscono a farne una delle più belle canzoni italiane degli ultimi anni. E non vedo l’ora di essere seduto nelle prime file del Carlo Felice (in galleria no, che ha un’acustica che fa cagare) per ascoltarla dal vivo.
Poi sarà perché viene subito dopo nella lista di brani, o perché le chitarre producono un suono molto simile, ma ultimamente ogni volta che ascolto quella canzone mi viene da andarmi ad ascoltare Cowgirl in the Sand.
Che io Neil Young l’ho scoperto tardi, durante un rigetto per tutta la musica che avevo in casa, e che conoscevo ormai a memoria. Ricordavo di lui una vecchia ballata, Harvest Moon, uscita in quel 1992 foriero di tante novità, prima fra tutte Mtv Uk, che mi arrivava attraverso le frequenze di Telecittà. Fu una rivoluzione per me, che non avevo mai visto un videoclip intero, e muovevo allora, con molto ritardo, i primi passi nel mondo della musica oltre quelle tre quattro cassette che giravano per casa.
Ecco, la passione per quel canadese anarchico è rimasta in incubazione per più di quindici anni, e adesso sta maturando.

E poi, se volessi scrivere ancora quel post a tema musicale, chiuderei con un brano che mi gira nelle orecchie almeno un paio di volte al giorno, e che sarebbe il titolo di un post che non scriverò probabilmente mai: Sympathy For The Devil.
E di cosa puoi parlare in un pezzo che si intitola così? Di Berlusconi? Di Ming The Merciless? Naah, anche riferendosi al più subdolo dei manigoldi faresti un torto al più elegante, astuto, affascinante dei cattivi, il Grande Cornuto, e di conseguenza anche a questo pezzo, che del personaggio ispiratore mantiene inalterata la classe, che scuote senza eccedere, che trasmette tutta l’energia di quarant’anni fa, esattamente il 6 dicembre 1968, senza mostrare la tela neanche su una nota.

Ecco, mi sarebbe piaciuto scriverlo, un omaggio alla “musica che mi gira intorno”, ma è già mezzanotte passata, e quello che avevo cominciato a scrivere è andato perso.

Pazienza, sarà per un’altra volta.


alè la lista!

Che non scrivo mai, e rompere il silenzio con una lista è una delle cose più belle che possono capitarmi in una giornata.

Le cinque cose più belle che mi possono capitare in una giornata sono:

  1. Trovare 50 euro per terra;
  2. Trombare;
  3. Battere l’Inter;
  4. Leggere Ratman;
  5. Rompere il silenzio del blog con una lista.

Detto questo, non ho potuto scrivere subito il post che avevo in mente dopo aver letto il blog della mia fidanzata perché, come anticipato sui suoi nuovissimi troppo fighi che non mi dirà mai come ha fatto commenti popapp che a dire la verità non so se vorrei avere i commenti popapp, che mi rompe le palle dover leggere a partire dal fondo, che non sono nè arabo nè giapponese..

Le cinque nazionalità che non sono sono:

  1. arabo;
  2. giapponese;
  3. turco;
  4. venusiano;
  5. svizzero.

..avevo da terminare alcune faccende importantissime.

Le cinque faccende importantissime che dovevo terminare sono:

  1. Battere l’Atalanta alla playstation, ma questo non significa che quando ho scritto battere l’Inter intendessi in maniera virtuale, io l’Inter voglio fargli il culone davvero, a Marassi e poi anche a Inter. Le cinque squadre che voglio fargli il culone davvero sono: 1bis. la Iuve; 2bis. La Talanta; 3bis. il Mila; 4bis. i Ciclisti; 5bis. l’Afiorentina;
  2. Guardare la pagina sportiva dove mi fanno vedere di nuovo che figura di merda abbiamo fatto sull’ennesimo calcio piazzato porcatroia;
  3. Cagare, dopo aver rivisto la figura di cui sopra;
  4. Vedere la figura ancora peggiore che hanno fatto quelli della Ciclistica Sampierdarenese e tornare a cagare, ma col sorriso;
  5. Ricordarmi che mi sono scordato di fare ARTErnativa, ma oramai la faccio dopo che ho finito questo post, sennò questo post non lo finisco più.

Ecco, dicevo che il post che avevo in mente non è che ce l’avessi proprio in mente, mi è venuto in mente quando ho letto sul blog di quell’altra là che il Guardian ha stilato l’ennesima lista, dedicata agli album da ascoltare assolutamente prima di morire, e mi è tornato in mente che questa notizia l’avevo letta anch’io, e già allora mi era venuta voglia di tirare giù la mia lista. Quale occasione migliore di questa, per buttare giù non cinque, perché cinque sono pochi, e pazienza se Nick Hornby fa tutte le liste di cinque nel libro che metterei assolutamente fra i miei cinque libri indispensabili..<

I cinque libri indispensabili sono:

  1. Alta Fedeltà di Nick Hornby;
  2. Il Pendolo Di Foucault di Umberto Eco;
  3. Il Bar Sotto Il Mare di Stefano Benni;
  4. Bassotuba Non C’è di Paolo Nori;
  5. Acapistrani di Pablo Renzi.

..ma una serie di titoli di album che consiglio vivamente, limitandomi a fatica a uno per artista, e scusandomi prima di tutto con me stesso se, alla fine di questa lunghissima e tediosissima e assolutamente priva di un ordine che non sia quello dettato dalla mia memoria, avrò lasciato fuori qualche capolavoro.

Vado di lista:

E comincio secco con Tom Waits, per cui non finirò mai di ringraziare il mio mentore, Seaweeds. Non è semplice sceglierne uno, soprattutto quando fra tutti quelli che apprezzo ne ho giusto due che reputo assoluti. Diciamo che scelgo Bone Machine, perché sono particolarmente affezionato a I Don’t Wanna Grow Up, nonostante The Black Rider contenga una delle nenie che mi canticchio più volentieri per la strada.

E già che tiro in ballo gli amici che mi hanno introdotto alla musica, non posso dimenticare il mio fratellino più brutto, che vive lontano e ascolta un sacco di porcherie, ma una volta mi ha fatto una cassetta dei Queen, dove da un lato c’era A Night At The Opera, e dall’altro quello meno bello dei due, News Of The World.

Ochei, mi ha suggerito anche un altro album indispensabile, Post di Bjork, ma se ne dico due che mi ha fatto scoprire lui poi devo metterne due per tutti, ed è vero che il blogger dalla faccia tonda mi ha tormentato per anni coi Beatles, ma c’è voluta la mia fidanzata perché eleggessi Abbey Road una delle pietre miliari della mia crescita musicale.

E’ che non basta tirare giù una lista di nomi, che la bellezza di una canzone è spesso legata alla situazione di cui quelle note sono colonna sonora, e limitare il ricordo al semplice titolo è come scrivere la recensione di un ristorante parlando solo dell’arredamento. Per questo non riesco a suggerire Grace di Jeff Buckley senza accennare al piccolo albergo di Atene in cui lo ascoltai la prima volta, o Us di Peter Gabriel, che scoprivo a pezzetti ogni domenica sera, durante la trasmissione radiofonica che conducevo a Ronco con un paio di amici, l’anno prima del servizio militare, l’ultimo prima di cambiare abitudini e compagnia, e neanche per l’ultima volta.

A quella fase della mia vita sono legati tanti dischi che mi sono tenuto vicino fino a oggi, trasformandomi per gradi nel solito “anziano” limitato, che non apprezza la musica contemporanea e resta fedele ai suoi gusti di trent’ani prima, come i nostri genitori, e i loro prima di loro. The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd di cui ho distrutto la cassetta, rendendo il suono finale ancora più psichedelico di quando l’ho comprata, Aguaplano di Paolo Conte, con cui facevo avanti e indietro sul treno per la scuola, Canzoni D’Amore di De Gregori, Achtung Baby il primo album degli U2 che ho aspettato fuori dal negozio, di cui ho seguito la genesi, lo sviluppo attraverso i singoli, fino all’esplosione di godimento del concerto a Milano. Mai altro concerto mi ha appassionato così tanto, anche se poi ne ho visti di migliori.

Andiamo avanti, che ci sono delle belle cose che meritano di essere riportate.
Per un certo periodo di tempo ho lavorato a Londra, dove mi sono portato poche cose mirate:
Dal Vivo, il doppio album live di Ivano Fossati, Creuza De Mà, l’album in genovese di Fabrizio De Andrè, qualcos’altro che non ricordo, ma soprattutto l’indirizzo di un negozio che ha decuplicato il numero di cidi nella valigia del ritorno: Reckless Records.
Ci ho comprato dei veri gioielli, I Do Not Want What I Haven’t Got di Sinead O’Connor, The London Years dei Rolling Stones, Are You Experienced? di Jimi Hendrix, Ladies & Gentlemen di George Michael.
Devo andare avanti? Sono già oltre il livello di tolleranza del lettore medio, molto oltre quello del Subcomandante che da dietro le spalle sbircia la mia scrittura, però ce ne sarebbero talmente tanti..
Mia mamma un natale molto triste mi regalò MTV Unplugged dei Nirvana, io stesso un giorno molto felice trovai su una bancarella Eat The Phikis di Elio E Le Storie Tese, e poi c’è Wish, il mio album preferito dei Cure, e porcamerda per colpa del mio impegno di inizio post devo lasciar fuori Disintegration, un altro concerto acustico, l’Acoustic Session di Fish, o L’Era Del Cinghiale Bianco di Battiato.
L’ultimo che mi sento di inserire fra gli indispensabili è il più recente, anche per questioni anagrafiche, Ovunque Proteggi, di Vinicio Capossela.
E basta dai, che sennò diventa davvero infinito.


rumore nella testa

Cinque sensi registrano l’ambiente intorno, confermano la mia presenza sulla Terra un giorno di maggio 2005. Odore di erba, verde intenso, qualcuno che mi mordicchia la manica, un respiro accanto all’orecchio. Sono vivo, sono seduto su un prato, un asino mi esplora in superficie alla ricerca di cibo, non indosso niente di commestibile, sbuffa insoddisfatto.
Da un terrazzo oltre la strada una signora ritira il bucato, si ferma a osservare la scena, rientra.

Due ore dopo l’ambiente è cambiato, odore di cibo dalla stanza accanto, le tinte vivaci delle copertine di decine di fumetti libri quaderni traboccano dagli scaffali, i polpastrelli registrano cubetti di plastica cedevoli sotto gli indici, mai imparato la dattilografia, l’unico suono è Evil Empire in riproduzione casuale. C’è un legame fra i due momenti, in entrambi la linea di un eventuale apparecchio collegato alla mia testa in grado di rilevare l’attività cerebrale risulterebbe piatta. Ho un unico pensiero abbastanza intenso da influenzare il pennino, il resto sono sensazioni, rumore di fondo, anche la risposta dell’editore che mi dice di trovarmi un lavoro serio mi lascia indifferente, me l’aspettavo, sono sincero. Se Aggie non avesse insistito non avrei neanche infilato il materiale nella busta.

Ken Parker Il Punitore La Compagnia Della Forca quando non Hornby Pavese Cervantes, altra carta da metabolizzare, musica per orecchie interne, quanti film ancora sigillati da infilare nel lettore, canzoni da decomprimere, persone da sfogliare, sono in perenne ritardo su me stesso, accumulo conoscenza invece di assorbirla, una vita sola non basta più.

Sabato domenica sabato domenica sabato domenica, come mettere insieme le mostre il teatro la partita il mare dove lo trovo il tempo di tirare giù due righe aggiornare acapistrani preparare ARTErnativa, avevo quattro blog due li ho praticamente lasciati.

Sono solo sensazioni rumore che ho nella testa, un solo pensiero e neanche tanto impegnativo, meno male che sabato vado allo stadio.