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le pablog au cinéma: Birdman

Ehi ma tu sei Pablo, quello che scrive sul Pablog! Eh. Perché cosa puoi dire a una che ti ferma per strada e ti dice qualcosa che sai già, se non eh. Leggo sempre la tua rubrica di cinema, mi piace tantissimo! Allora leggi molto poco, perché non scrivo di cinema da anni, ormai. Infatti, e mi chiedevo come mai. Forse non vai più al cinema? Ho letto che ti sei dato al teatro. Mi sono dato a un sacco di cose: alla psicoterapia, alle droghe, ai libri in formato elettronico e al sesso occasionale con sconosciute che mi fermano per strada per chiedermi del mio blog. T‘è andata male, io volevo solo sapere quando scriverai un’altra recensione di cinema. Che due palle, ma sempre così? Guarda, sto giusto andando a vedere Birdman. Magari poi scrivo due righe, se mi lasci il tuo numero di telefono te lo faccio leggere in anteprima. Grazie, ma aspetto di leggerlo sul blog. Ciao. 

Niente, è chiaro che provarci con tutte quelle che respirano non fa per me, forse dovrei cambiare strategia e spacciarmi per un orsacchiotto tenerone. Oppure scrivere le mie robe senza preoccuparmi di cosa succederà domani, tanto domani arriva comunque.

La preoccupazione di vedersi il tempo scivolare via e non riuscire a tenerlo è uno degli ingredienti del film di ieri sera, dove Batman non sa farsi una ragione di essere invecchiato e che il suo posto sia stato preso da Christian Bale, e si rode tanto da cercare sé stesso in un ambito diverso: il teatro.

Bisogna capirlo, quando hanno fatto indossare la cappa nera a Val Kilmer e a George Clooney sono sicuro che Keaton ha strabuzzato gli occhi e si è chiesto come cazzo è possibile che al pubblico possano piacere due panettoni come quelli, dico, a dirigere me c’era Tim Burton, lì c’è uno che fino a ieri faceva videoclip, è chiaramente un prodotto per accontentare il pubblico, ma sotto non c’è contenuto, non c’è storia, non c’è un cazzo di niente. E gli è andata bene, perché il pubblico si è mostrato intelligente e maturo, e li ha snobbati. Poi è arrivato Christopher Nolan a mostrarci cosa sia davvero un film cupo su Batman, e lì Michael Keaton è andato in crisi, perché si è sentito superato da qualcuno che giocava con le sue stesse armi, e giocava meglio di lui.

in quest’immagine c’è tutto il film, che vi piaccia o no.

Allora si è reinventato, basta supereroi, io sono un uomo di cultura, io non ho bisogno di mezzucci per dimostrare il mio valore, io sono un attore vero e faccio teatro. Poteva andare peggio, poteva condurre un talk show.

Si mette in gioco completamente, come chi percepisce che quella sarà la sua ultima possibilità, ci crede fortissimo, ipoteca la casa di sua figlia, si distrugge il fegato e l’equilibrio, e si presenta a noi alcuni giorni prima del debutto, mentre è impegnato con le anteprime.
Non è facile, ci sono attori che non tengono la parte, altri che la tengono troppo, c’è sua figlia che dopo Spiderman 2 si è data alla droga ed è sempre lì in bilico fra la voglia di buttarsi di sotto e quella di scoparsi il primo che le dà un minimo di considerazione, c’è la sua ex moglie, la sua forse amante, la critica, i fantasmi del passato, l’insicurezza, il maledetto tempo che quando ti togli la maschera lo vedi lì nello specchio che ti fa il pendolo col dito e ride e dice tic toc tic toc, e questo tizio che suona la batteria in giro per il teatro, lo senti continuamente, ma chi cazzo è.

Non c’è un attimo di pausa, nessuno stacco, è un unico, (ochei ritoccato ma) bellissimo piano sequenza, c’è una fotografia meravigliosa, c’è Michael Keaton bravissimo e Edward Norton gigione, che va bene bravone, ma fare il personaggio sopra le righe è facile, e comunque quando c’è lui non vedi altro perciò il cappello me lo levo eccome, Naomi Watts è bella di quella bellezza che la guardi e ti senti come se gli occhi si fossero seduti sul divano dopo una giornata in giro in un paio di scarpe strette, Emma Stone è la rana dalla bocca larga. I dialoghi serrati si alternano a monologhi intensi, c’è Carver, no, dico, Carver, c’è New York, il teatro, le considerazioni sul teatro e sulla vita e gli scazzi fra gli attori e i dubbi esistenziali e sono lì che mi frego le mani e penso che sia il film più bello dell’anno quando ad un tratto succede quello che nessuno si aspettava: il film diventa prevedibile.
C’è un punto, non dico quale per non rovinare la visione a chi ancora non, in cui pensi che non succederà mica quella cosa che ti stanno telefonando da venti minuti, dai, non ti cadrà mica nella banalità. E invece telolì, e da quel punto il film perde la quasi magia gionni e diventa un polpettone hollywoodiano di taggiovolutobbenattè, e non succede più niente, e anche il finale che puoi fargli dire un po’ quel che vuoi è una roba da regista impegnato e all’avanguardia che ti fa gomitino e ti suggerisce che se l’hai capito sei figo come lui, e quando si sono accese le luci sono uscito dal cinema un po’ deluso, e insomma, io il dvd di Birdman alla fine non me lo compro.


una commedia slapstick in una notte di mezza estate

Quello che segue è un post che ho tenuto in cantina per un anno intero. Avrei voluto farne una puntata di centotre-e-tre, ma lo scrivo talmente di rado che chissà se sarei mai riuscito a collegare Renato Rascel e Laura Nyro, e nel frattempo passa un anno, e di quella bella serata milanese neanche una riga, nonostante ci abbia incontrato una delle persone più belle e preziose che mi sia mai capitato di conoscere. Su quel che è venuto dopo solo un paio di accenni qua e là, perché volevo prima raccontare l’inizio e poi il seguito, solo che il seguito è finito prima di raccontare l’inizio, e allora non aveva più molto senso.

La metto qui, come un saluto da lontano.

Sono a una festa di compleanno in mezzo a persone mai viste prima, e questa sconosciuta mi inciampa addosso, rovesciandomi un cocktail sulle scarpe. Le dico che non fa niente, non mi ha neanche preso, la maggior parte è finita sul tappeto, ma lei si prodiga ancora in scuse, la faccia tutta rossa che s’intona col vestito a fiori, e cercando un tovagliolo per pulire almeno il tavolino, scivola su un cubetto di ghiaccio e finisce in braccio alla festeggiata.

“Guarda, è meglio che ti siedi e ti riprendi”, le suggerisce l’amica e me la deposita accanto.

È molto carina, i suoi occhi chiarissimi mi osservano senza più il minimo imbarazzo:

“Mi chiamo Lisa”, mi dice. E ci stringiamo la mano. Solo che nel porgermi la sua scontra il mio bicchiere e me ne fa cadere mezzo sui pantaloni.

“Oh no!”, esclama, e si butta in avanti per recuperare il tovagliolo di prima, versando il resto del suo cocktail sul divano. Ormai è come stare in piscina, mi sfilo le all star e indosso un paio di comode infradito.

“Forse è meglio se cambiamo posto”, suggerisco.

“Forse è meglio se cambiate bar”, replica il cameriere intervenuto a pulire.

Per rabbonirlo ordiniamo due bibite alla frutta e andiamo a sederci in un posto asciutto, camminando con attenzione e guardando bene dove mettiamo i piedi, soprattutto i suoi.

È piacevole parlare con lei, mi fa sentire subito a mio agio posando il bicchiere lontano dai miei vestiti, e poi mi fa un sacco di domande, e quando rispondo con le mie idiozie non butta neanche occhiate nervose alle amiche sperando che qualcuna venga a salvarla.

Parliamo delle cose che ci piacciono, come fanno di solito le persone che si sono appena incontrate, e mentre si avvolge ciocche di capelli intorno alle dita mi racconta della sua passione per la musica. È preparata, ascolta un mucchio di roba che non conosco, e parte con due gol di vantaggio e l’uomo in più semplicemente dicendo che le piace Tom Waits.

Poi mi racconta di questa cantante, Laura Nyro. Si sente che è la sua cantante preferita, le si sono accesi gli occhi come fari, le dita si sono fatte più veloci, adesso accompagnano le parole volando di qua e di là in gesti ampi, che però vengono frenati dalle ciocche di capelli ancora intrecciate alle dita, e gli strattoni che dà le provocano strilli di dolore.

Riprende il bicchiere con indifferenza, ma si trafigge con lo stecchino. Allora si infila in bocca una fetta d’ananas, che ovviamente le va di traverso, e attacca a tossire. I pezzetti di frutta che espelle dal naso non le tolgono una briciola di fascino, e quando mi rovescia adosso il bicchiere cercando di mettersi una mano davanti alla bocca non cerco neanche più di spostarmi. Mi ha conquistato, lo ammetto. Sarà che da bambino ero innamorato del tenente Crandall, la bella infermiera pasticciona di Operazione Sottoveste, ma non vorrei più alzarmi da quel divano. E neanche credo che potrei, ormai l’alcool e lo zucchero mi hanno avvolto in un bozzolo talmente appiccicoso che per tirarmi via di lì servirà un lanciafiamme.

La serata prosegue senza grossi incidenti, portano la torta che finisce, ovviamente, sul pavimento, il cameriere rimedia un paio di ferite lacero-contuse e per l’abbinamento candeline/vodka sulle pareti manca poco che arrivino i pompieri, ma devo essere onesto, non è stata colpa della mia nuova amica, quando il cameriere ha portato la torta era in bagno.

Per la precisione ne stava uscendo, e come faceva a sapere che dietro la porta c’era un tizio con una torta in mano?

Credo che sia stata una serata piacevole anche per lei, perché quando ci hanno cacciato dal locale ha accettato volentieri di continuare altrove.

Peccato che l’abbia investita un taxi mentre attraversava la strada.

Adesso è in ospedale, non è gravissima, e se la legano bene al letto dovrebbe guarire senza altri incidenti.

Nel frattempo ho cominciato ad ascoltare Laura Nyro, di cui vado a raccontare qualcosa, per chi non ha trascorso la serata con la sua fan numero uno in un locale che ha chiuso per restauri e non riaprirà prima del 2017.

New York negli anni ’60 è un calderone di generi musicali, tutti gli artisti che contano sono lì, Joni Mitchell, Diana Ross, Miles Davis. Se ne vanno in giro alle feste, quando si incontrano suonano insieme, salutano tutti.

Laura Nyro invece sta a casa, chiusa in cameretta a guardare dalla finestra le gang del Bronx che imperversano sul marciapiede. Nessuno la invita alle feste, le ragazze del Bronx hanno la fama di dure, e così lei s’incupisce e scrive canzoni tristissime che si canta da sola con quella voce incredibile da cantante gospel, che non ha mai potuto far sentire in chiesa, perché nel suo quartiere la chiesa l’hanno bruciata quelli della gang di Coney Island, li stanno ancora cercando, mi sa che non ci tornano nel loro quartiere.

Quando Laura canta anche le strade del Bronx si addolciscono, gli spacciatori si trovano un lavoro onesto, i mafiosi si costituiscono, le gang si iscrivono alle scuole serali, e i marciapiedi ripuliti si popolano di coniglietti, uccellini e caprioli.

Poi la magia finisce, perché le canzoni che Laura scrive sono davvero tristissime, e i coniglietti si buttano in massa sotto il tram, i caprioli si tagliano le vene e gli uccellini si annegano nell’Hudson.

Davanti a quella carneficina il padre di Laura, Louis, che suona la tromba nei locali, decide che è ora di dare una direzione a tutto quel talento, prima di beccarsi una denuncia da qualche associazione ambientalista, e la mette in contatto con Artie Mogull e Paul Berry, due produttori che conosce lui.

Grazie a loro Laura Nyro vende una canzone a un trio folk che sta andando molto forte: Peter, Paul & Mary, che noi conosciamo grazie a “Datemi Un Martello”, di Rita Pavone, e vabbè, ognuno ha i folk singers che si merita.

È dello stesso periodo la sua prima esibizione da professionista, in un nightclub di San Francisco, l’Hungry I (angri ai, non angri uno, e non chiedetemi perché), dove ha cominciato la sua carriera, fra gli altri, Woody Allen.

La sua seconda esibizione da professionista non è alla pizzeria Moromare, ma al Monterey Pop Festival. Quel giorno sul palco passa gente del calibro di Otis Redding, i Byrds, Janis Joplin con i suoi Big Brother & The Holding Company, e i Mar-Keys, che tutti vi chiederete chi cacchio sono, sono il gruppo in cui militò Donald “Duck” Dunn, il bassista dei Blues Brothers.

La sua esibizione è un successo, ma Laura si è convinta di avere fatto schifo, ha sentito dei fischi, c’è rimasta malissimo e vuole tornare a chiudersi in cameretta.

Per fortuna l’ha sentita anche David Geffen, uno che sta cominciando a muovere i primi passi di una carriera che lo porterà abbastanza in alto, tipo sulla luna, con un bambino seduto a cavalcioni che pesca in un laghetto: avete presente la Dreamworks, quella che ha prodotto l’ultimo film che avete visto al cinema, e anche quello prima? L’ha fondata quel David Geffen lì.

Fra il ’68 e il ’71 Laura Nyro pubblica i suoi cinque album migliori, poi si sposa e decide che non ha più voglia di fare la cantante di successo, che quella vita lì non le piace mica.

Cinque anni più tardi è il suo matrimonio a finire, e pubblica un disco nuovo. Si vede che non si era spiegata bene.

Da lì in avanti pubblica altri dischi, ha un figlio, una vita piuttosto intensa e non priva di dolori che termina molto presto, quando ha appena 49 anni.

Ma che genere fa Laura Nyro?

La prima cantante a cui mi viene da accostarla è Joni Mitchell, ma senza quella vena folk che attraversa tutta la sua produzione. Qui siamo più dalle parti di Nick Drake, ma anche Jeff Buckley, tutto messo a macerare in un pentolone di rhythm’n’blues. Sono canzoni intense, di quelle che se stai ad ascoltare finisci per sederti e non fare altro, si prendono tutta la tua attenzione, ma sono anche piuttosto malinconiche: il dolore e la solitudine sono temi ricorrenti nei suoi testi, e l’atmosfera notturna che dà il pianoforte fa il resto. Diciamo che se siete appena stati scaricati dalla fidanzata e tornando a casa vi hanno rapinato e nella cassetta della posta c’è quel referto medico che stavate aspettando e che comincia con “prima di andare avanti a leggere forse è meglio che si sieda”, ecco, magari è meglio se mettete su Jovanotti, tipo.


Jordan Baker

Ieri cadeva il centenario di quello che viene considerato l’evento scatenante della Prima Guerra Mondiale, l’attentato a Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, e questo mi ha portato a ripensare a una persona che non vedo più da un sacco di tempo: fu proprio a un ricevimento dell’arciduca d’Austria che conobbi Jordan Baker.

Non mi fece granché impressione, ero troppo impegnato a chiedermi cosa ci facessi lì per concederle più di un’occhiata superficiale.
Era fasciata in un abito di seta nera pieno di lustrini, e indossava un cappellino che le dava l’aspetto di una cantante blues degli anni ’20. Aveva lo sguardo altero della pupa del gangster, ma non quella frivola che ride sempre per ogni cazzata e alla fine la ritrovano sparata dentro una Morgan, quell’altra, quella con una coscienza che alla fine si redime e lo fa arrestare e si mette col poliziotto buono.
Per la verità i lunghi capelli biondi tradivano quell’immagine retrò nella mia testa, le cantanti blues e le pupe del gangster si pettinavano diversamente, ma non ci feci caso, ero distratto da altre cose, come ho detto; la etichettai come antipatica e passai oltre, lasciandola ad aggirarsi per il salone con un flute di vino fra le dita sottili. Ogni tanto la sua risata squillante echeggiava qua e là, sovrastando il moscio repertorio di valzerini che un quartetto di violinisti pescati in chissà quale festa di quale paesello balcanico si trascinava da ore.

Alcune settimane più tardi mi trovavo sulla Cinquantaquattresima, in pieno centro di Manhattan: ero andato a vedere un appartamento e stavo aspettando l’agente immobiliare davanti a un chiosco ambulante che cucinava piatti messicani, all’angolo con la First Avenue.
Non la riconobbi subito, questa volta indossava un paio di jeans e una camicetta bianca, e nel venirmi incontro sfoderava un sorriso talmente forzato che mi fece venire voglia di andarmene. Non me ne diede il tempo, mi raggiunse con ampie falcate e fece scattare la mano verso di me come la lama di un coltello a serramanico:

“Il signor Renzi? Jordan Baker, molto piacere.”
“Come il campione di pallacanestro?”, domandai, dando subito sfoggio di grande cultura.
“Come un personaggio del Grande Gatsby”, mi gelò lei. I suoi occhi azzurri mi inchiodarono un aguzzo senso di inferiorità appena sotto l’attaccatura dei capelli, e non osai aggiungere altro.

Salimmo a visitare la casa, e mentre mi decantava i vantaggi dei tripli servizi e mi mostrava il letto placido dell’East River dalla grande vetrata dell’ambiente principale, la osservavo di sottecchi.
Era carina, se non avesse avuto quei modi affettati da venditrice mi sarebbe piaciuto passarci un po’ di tempo insieme, a cercare di capire se era più forte il fastidio per i suoi modi esageratamente cordiali o l’attrazione che mi provocavano i suoi occhi, di un azzurro slavato, come il ghiaccio che si forma in certe grotte artiche.

Alla fine non comprai l’appartamento, era troppo grande per viverci da solo, e poi i vicini erano una famiglia di italiani veramente molesta, lei friggeva tutto il giorno, lui suonava la chitarra e i due bambini strillavano senza sosta. Jordan Baker invece meritava una seconda impressione, e la invitai a fermarsi per un caffè.

Accettò, aveva ancora un paio d’ore prima dell’appuntamento successivo e il cielo minacciava pioggia. Solo che non c’erano bar nei dintorni, e quelli che c’erano erano chiusi, e quelli che non erano chiusi erano frequentati da bande di mafiosi motociclisti drogati, che seduti sulle loro harley pretendevano dai clienti il pizzo, ma in spiccioli, e nel frattempo sgasavano davanti al bancone.

Ci restava solo il messicano ambulante, così facemmo conoscenza davanti ai peggiori burritos della mia vita, quelli serviti da Wang Chang Gonzales: cucina messicana cantonese.

“Che lavoro fai?”, mi chiese.
“Nessuno. Sono il protagonista bidimensionale di un racconto, vivo episodi slegati da un contesto per venire incontro alle esigenze di un autore privo di fantasia. Pensa che qualche settimana fa ero a Vienna, al ricevimento di un personaggio morto da un secolo. Fra l’altro sono quasi sicuro di avertici incontrata, è possibile?”
“Si, ero io: i grandi sconvolgimenti internazionali sono una manna per noi agenti immobiliari, si liberano di colpo un sacco di proprietà, a muoversi in tempo c’è da concludere ottimi affari.”

Non mi tornava, l’Arciduca d’Austria era ancora vivo la sera del ricevimento, come faceva questa qui a sapere che il suo assassinio avrebbe scatenato la più sanguinosa guerra di tutti i tempi?

“Beh, vedi”, mi rispose, “la concorrenza è agguerrita, e certe volte siamo costretti a prendere contatti con il venditore prima ancora che sappia di esserlo.”
“Va bene, ma come si fa a sapere chi venderà casa sua se neanche lui ha ancora deciso di venderla, scusa?”
“Certi equilibri sono così precari che se sai dove toccare basta una spintarella per far venire giù tutto. Diciamo che io mi occupo di spintarelle.”
“Ma.. mi stai dicendo che quell’anarchico serbo..”
“Mio cugino Riccardo.”
“Tu sei una donna pericolosa”, dichiarai ammirato. “E bella.”
“E anche un po’ stronza, lo ammetto.”
“Le donne belle e stronze esercitano su di me un fascino irresistibile. Mi lasci il tuo numero di telefono?”

Dopo il secondo caffè eravamo ancora lì a raccontarci cose, ma Wang Chang Gonzales ci chiese di liberare il banco, che la polizia era già passata diverse volte e lui non aveva il permesso per occupare il suolo pubblico, doveva telare.
Io però non avevo il numero di Jordan, e mi seccava di apparire troppo insistente.

“Senti, dove hai l’appuntamento? Magari ti accompagno, ho la macchina qui dietro.”
“La macchina in centro a Manhattan deve costarti una fortuna, come fai?”
“Ma no, è solo una diceria, in realtà è molto vantaggioso!”, risposi, spaccando il vetro di una Ford parcheggiata lì accanto.

Ovviamente fu un viaggio lunghissimo, girare per Manhattan non è neanche troppo difficile per chi è allenato ai sensi unici impossibili di Genova, ma io mi trovavo lì da non più di una pagina, e di certo non ci avevo mai guidato. Senza contare che il cambio automatico mi dà in culo da morire.
Dopo due ore ci trovavamo ancora all’angolo fra la Broadway e la Ventiduesima, in direzione ovest.

“Non sono sicura che questa sia la strada giusta, però”, mi disse la passeggera.
“Dove hai l’appuntamento?”
“Parigi. Davanti alla metro di Abbesses.”
“Mi sa che farai tardi”, mi rammaricai.
“Non fa niente, è stato un bellissimo viaggio. Magari prendo un taxi.”

Abbandonai la macchina in mezzo alla strada e mi avvicinai al primo taxi che si fermò a strombazzare arrabbiato. Aprii la portiera e feci accomodare Jordan Baker, poi restai lì a guardarla, con lo sportello in mano, incapace di chiudere l’incanto.

“Posso rivederti?”, le chiesi.
“Certo!”, disse, e sorrise, e i clacson furibondi intorno tacquero di colpo.

Come non dipingerei mai uno svincolo autostradale su un paesaggio di Monet, così non mi sentii capace di rovinare la poesia di quel momento con una domanda prosaica come il suo numero di telefono: restai lì a guardarla andare via su un taxi guidato da un sikh col turbante. Una ragazza dai capelli biondi, con una camicetta bianca, su un taxi giallo. Il turbante era rosso. E io non lo saprei disegnare, uno svincolo autostradale, Monet o meno.

2.
Per un po’ cercai di rivederla contattando tutte le agenzie immobiliari della città; credo di avere visitato ogni appartamento dal Bronx a Staten Island, se avete intenzione di comprare casa da quelle parti chiedete pure a me. Tutto inutile, Jordan Baker era scomparsa, e la cosa peggiore era che nessun agente sembrava conoscerla, era come se fosse uscita da una scatola per regalarmi quel bellissimo pomeriggio e e poi sgattaiolare via con la mia anima sottobraccio.
Alla fine rinunciai e tornai alla mia solita vita, che però non avevo, essendo un personaggio creato apposta per questo racconto. Trascorrevo le giornate ciondolando per la città, dentro e fuori dalle librerie dove compravo vecchi tascabili dalle pagine stropicciate, mi fermavo a mangiare in certe trattorie giapponesi sconsigliate dalle guide turistiche, per vedere se è vero che ti danno da mangiare il pesce palla velenoso. A pensarci adesso era un’idea del cazzo, meno male che non ne ho mai trovato nessuno. Una sera ero in una stazione della metropolitana nell’Upper West Side, ad ascoltare un nero con la tromba che sapeva fare tutto Kind Of Blue di Miles Davis, uguale preciso a lui.

Eravamo una decina ad assistere a quella meraviglia, ogni tanto si fermava, qualcuno gli buttava un paio di dollari e lui riattaccava, come un juke box con un disco solo. C’era una ragazza bassina, un vestito piuttosto corto che le lasciava le gambe scoperte, e un paio di scarpe col tacco. Portava un panama sui capelli neri e teneva le spalle in avanti, come se Miles Davis le avesse riportato in mente qualcosa di doloroso. Ogni tanto un tic nervoso le chiudeva un occhio, non dava l’impressione di una persona serena che si stava godendo il concerto.

Mi avvicinai, sono sempre stato attratto dal subbuglio interiore, e poi era carina, e io non avevo niente da fare. Si, indossava degli occhiali dalla montatura pesante, come voleva la stupida moda di quel periodo, ma più la guardavo più la trovavo piacevole, semmai ci fossimo sposati le avrei chiesto di mettere delle lenti a contatto. Ad un certo punto si mosse per buttare una manciata di spiccioli nell’astuccio del musicista, e inciampò franando addosso a un tizio pelato in camicia celeste, probabilmente un impiegato di ritorno dall’ufficio.
La ragazza con gli occhiali da hipster si scusò con impeto, ma il tizio non sembrava essersela presa, tutt’altro: le restituiva occhiate generose alla scollatura del vestito e l’aiutava a ricomporsi con manate troppo amichevoli. Lei cercò di divincolarsi, ma quello aveva mani dappertutto e non voleva proprio saperne di smettere. Ad un certo punto perfino il nero con la tromba gli aveva detto di piantarla, ma il tizio gli aveva risposto secco di farsi i cazzi suoi Duke Ellington, dimostrando grosse carenze di cultura musicale. Il nero con la tromba era diventato un nero incazzato senza tromba e gli si era buttato addosso. Per il pubblico non faceva alcuna differenza se assistere a un concerto jazz o a un incontro di lotta libera, ma la ragazza si era messa a urlare come un’indemoniata: “pervertito di merda!” al tizio che la palpava, “negro di merda!” al musicista e “americani di merda!” al pubblico indifferente.

La situazione era critica, presi la ragazza per un braccio e la tirai via, prima che qualcuno potesse offendersi e allargare la rissa oltre i due che ancora si dimenavano sul marciapiede.

“Si può sapere che problemi hai?”, le chiesi mentre la tiravo. Lei assumeva pose da contorsionista e cercava di colpirmi con una borsa di tela che recava il marchio di una libreria del centro. Conoscevo quel negozio, ci si comprava bene.

“Lasciami!”, strillava, e avrebbe attirato l’attenzione di qualche altro musicista di animo nobile, perciò la lasciai. Ne approfittò per colpirmi con la borsa: vendevano anche libri belli pesanti, in quel negozio.

“Ma che cazzo fai?”, ci chiedemmo all’unisono.
“Io? Tu, piuttosto!”, rispondemmo. Poi l’assurdità del dialogo ci apparve chiara, e finimmo a ridere in un bar.

Si chiamava Luna, che in quanto a nomi di merda è secondo solo a Zuleika, era messicana e si, era nervosa e triste e quel disco lo aveva regalato al suo ex fidanzato per il loro anniversario, e da tre settimane si erano lasciati, e lei navigava a vista in quelle acque insidiose che separano il momento in cui esci da una relazione e quello in cui smetti di credere che possa ricominciare, quando cerchi di dimenticare quel che è stato e ti ripeti ogni due minuti che è finita, ma senza provarci davvero, come se anche la sofferenza fosse un modo di prolungare la vostra storia.

“Lo sapevo che me ne dovevo andare, che mi stavo facendo male, ma volevo stare lì e prendermele tutte in faccia quelle note, volevo darmi una scusa per tornare a casa e piangere ancora.”, mi raccontò, e la sua risata di prima chissà dov’era sparita, ed era un peccato, che aveva una bella risata, anche se i denti erano tutti accavallati uno sull’altro, quando ci batteva il sole sopra sembrava una foto di Santorini. E gli occhiali da hipster, non dimentichiamolo. Pensai che non ne avrei fatto la donna della mia vita, soprattutto dopo avere conosciuto uno splendore come Jordan Baker, ma farla ridere si, potevo riuscirci, e le raccontai una serie di cazzate una peggio dell’altra che avevano costellato la mia vita sentimentale.

Le parlai di quando un tizio geloso mi aveva telefonato per minacciarmi, ma la linea era disturbata, e non c’è che ammazzi la tensione come uno che ti chiede continuamente di ripetere e si scusa perché non riesce a capire cosa vorresti spaccargli.
Le dissi che una volta avevo scritto una lettera bellissima a una ragazza e gliel’avevo infilata di notte nella cassetta della posta, ma avevo sbagliato cassetta, e il giorno dopo mi telefona uno che vuole conoscermi, che lui parole così dolci non non le aveva mai ricevute, e neanche quella volta lì, gli dico io, e la cosa non era proseguita, ma mi ero fatto delle domande.
Raccontai di una ragazza che mi aveva invitato a dormire a casa sua una sera, e mentre dormiva mi ero alzato e le avevo riempito la libreria di bigliettini carini, e altri ne avevo nascosti in bagno, e nell’armadietto delle pentole, e fra i tovaglioli, e sotto la cassetta dei gatti, dietro i quadri in corridoio, sotto i cuscini del divano, pensando che sarebbe stato bello che nel corso dei suoi giorni futuri ci fosse inciampata dentro: me l’ero immaginata felice di quel regalo inaspettato, e pensavo che sarebbe stata una bella scusa per telefonarmi ancora e piano piano innamorarsi di me. Solo che una settimana dopo si era rimessa col suo fidanzato, e alla fine mi aveva si, telefonato, ma per insultarmi, che i bigliettini carini li stava trovando tutti lui e ogni volta scoppiava la guerra.

Luna rideva e a vederci da fuori sembravamo proprio due persone felici, solo che quello che vedi da fuori non corrisponde mai alla verità, e quante coppie conosci che si portano sotto il sorriso una distesa di fango e ci affondano sempre di più, ma non smettono di sorridere neanche per un minuto, che poi la gente chissà che pensa. Lei il fango sotto le scarpe ce l’aveva davvero, te ne accorgevi subito, si accendeva una sigaretta dietro l’altra, le spuntava questo tic all’occhio, e quando le sembrava che fossi distratto abbassava lo sguardo e incassava le spalle e sospirava.

Io con le scarpe sporche ci sono nato, mi sento sempre fuori posto e mi dibatto fra la voglia di osare e la sicurezza del mio orticello. Per essere un personaggio bidimensionale sono fin troppo complicato.

“Ti piace il mare?”, le domandai.

“Mmm”, rispose, e mi lanciò un’occhiata sospettosa. Credo si aspettasse un invito, e mi stava già pesando come quello che dopo dieci minuti è già lì che ci prova.
“A me il mare piace, ma sono di quelli che al mare stanno sempre dove si tocca.”, le dissi.
“So nuotare, non è quello, ma tutto quell’ignoto che mi si apre sotto i piedi è troppo spaventoso da affrontare, mi mette ansia pensare a quante cose possono nascondersi dove non si vede più il fondo. Sarebbe bello essere un palombaro e camminarci in mezzo a quell’ignoto, non sarebbe più ignoto, e avrei un bello scafandro pesante a proteggermi, ma non sono un esploratore degli abissi e me ne sto nell’acqua bassa, nuoto avanti e indietro sognando di trovarmi in mezzo all’oceano, nessuna traccia della riva in nessuna direzione, solo io e il mare.”

Adesso Luna mi guardava con la faccia di quella che non ha capito dove stai andando a parare.

“Quando il sogno si fa troppo reale”, continuai, “e mi prende l’angoscia non devo fare altro che allungare le gambe, e la sabbia sotto le dita mi restituisce subito la tranquillità. Però questa cosa non va bene.”
“È tutta una metafora elaborata per dirmi che bisognerebbe osare di più? Mi sembri uno da metafore complicate tu.”
“Sto dicendo che non puoi chiuderti in un guscio di noce e sentirti il re di uno spazio infinito, perché alla fine sei solo il re del tuo cazzo di guscio di noce. Che non ci sarebbe niente di male ad accontentarsi, ma non ce la faccio, continuo a sognare di andarmene, sono felice solo ogni tanto, e come fai ad essere felice a singhiozzo, nessuno la merita una miseria così.”

“Non te la passi bene nemmeno tu, eh?”

“Finisci per chiuderti in una gabbia per tenere fuori le cose brutte, te ne scegli una grande, gironzoli un po’ e piano piano ti crei l’illusione di essere libero, ma non ci si può vivere bene in una gabbia, anche se è bella grande: prima o poi arrivi a toccare le sbarre, e l’illusione crolla, e cosa fai?

Puoi voltarti e rimetterti a camminare nella direzione opposta, o sederti dove non si vedono le sbarre e decidere di rimanere lì, ma in quel modo ti crei solo un’altra gabbia più piccola.”

Non so da dove mi fosse uscito tutto quel malessere, un attimo prima stavo ridendo delle mie sfighe, quello dopo ero in pieno trip psicanalitico e facevo a cazzotti con la mia infelicità cronica.
Ci guardammo per un po’ in silenzio, era chiaro a tutti e due che in quel bar non si stavano mettendo le basi per una storia interessante, quello era il funerale della serenità. Ci salutammo fuori dalla porta e quando mi guardai intorno vidi solo una distesa di palazzi senza significato, e macchine che non andavano in nessun posto, e capii che era venuto il momento di tornare a casa.


centotre-e-tre n.11: con una mano spacca una montagna, con l’altra mano invade la Germania.

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche

Non ci credevate più nemmeno voi, eh? Vi sembrava l’ennesimo progetto che comincio e mollo a metà come quella volta che sono rimasto incinto e poi dopo un anno e mezzo di gravidanza mi sono scocciato e mi sono tolto il cuscino da sotto la maglietta e tutti a dire che non finisco mai quello che comincio, tipo quell’altra volta che ho cominciato a scrivere un romanzo di fantascienza e l’ho interrotto quando il protagonista che si chiama come me si mette con la donna di cui è perdutamente innamorato, vero? E invece eccola qua, come mi è venuta e chi lo sa, direbbe il cantante che ha un ritratto magico nascosto in solaio che più passa il tempo più quello resta identico però il cantante invecchia malissimo e pure rincoglionisce.

In questo episodio abbandoniamo le atmosfere fumose dei locali jazz di New York e torniamo da dove siamo partiti, in Italia. Così se decidessi di piantare lì posso almeno dire di avere chiuso il giro. E parliamo di Primo Carnera, come vi avevo promesso.

“Ma questa rubrica non dovrebbe trattare di musica? Primo Carnera era un pugile!”

Bravi. Un pugile. Un pugile enorme, due metri e zerocinque, centoventicinque chili, scarpe taglia cinquantadue. Una specie di fenomeno, tanto che la sua carriera cominciò in Francia, proprio come attrazione di un circo, una di quelle figure pubblicizzate come “Venghino signori chi riesce a battere il gigante Mangiabambini si porta via il montepremi”, o qualcosa di analogo. Aveva diciassette anni.

Già una foto così con Eustachio “Scellapezzata” Scapazzoni non l’avresti potuta fare.

Come pugile Carnera non fu mai il grande campione di cui raccontavano i nostri nonni, già dall’esordio europeo buona parte dei suoi incontri risultò truccata, e quando attraversò l’Atlantico finì per battersi in incontri organizzati dalla mafia locale: in meno di un anno, nel 1930, Carnera ottenne ventitré vittorie, ma in alcuni casi la combine era così evidente che ad un certo punto Luciano Moggi si è alzato ed è uscito dal palasport scuotendo la testa, e già alla fine di aprile la National Boxing Association lo aveva squalificato a vita dai propri campionati. A Carnera, non a Moggi. Per fortuna l’autorità della NBA si estendeva a soli tredici stati, e il pugile poté continuare ad esercitare la sua professione praticamente ovunque. Come se il vigile ti sequestra la patente e tu non ce l’hai e allora ti porta via la tessera della Basko.

Ancora adesso la NBA, che nel frattempo ha cambiato nome nel più pomposo World Boxing Association, non è che una delle quattro federazioni che organizzano i campionati di pugilato nel mondo, ma non chiedetemi come funziona nello specifico perché non l’ho capito bene neanch’io.

In pratica diventare il campione del mondo del WBA non ti autorizza a tirartela che sei il pugile più forte del mondo, perché la stessa cosa la sta dicendo contemporaneamente il campione del mondo dell’International Boxing Federation, quello della World Boxing Organization e quello del World Boxing Council.

Sono sicuro che ai vertici di queste quattro federazioni ci siano delle antipatie molto profonde, e non fatico a credere che quando si incontrano i rispettivi campioni ogni tanto si piglino a cazzotti.

Ma torniamo a Carnera, che nel 1933 manda al tappeto Ernie Schaaf, provocandogli un’emorragia cerebrale che lo ucciderà alcuni giorni più tardi.

Un po’ come se io facessi a botte col mio gatto, immagino.

Il pugile italiano cade in depressione, non vuole più picchiare nessuno, fa come Superman quando si ritira e piglia botte anche dal bulletto del bar con la camicia di flanella.
Poi gli amici, la famiglia, e perfino la madre di Schaaf lo convincono a ripensarci. Quest’ultima gli offre perfino un altro figlio da prendere a sberle, dai, non fare complimenti, e così Carnera ci ripensa e si mette ad allenarsi per sfidare Jack Sharkey, il campione mondiale dei pesi massimi.

C’è grande attesa, il Madison Square Garden è già affollato da due mesi, mentre Carnera è sui monti a spaccare legna e dare pugni ai quarti di bue e fare le flessioni su un braccio solo e correre su per le scale del municipio di Philadelphia, e Jack Sharkey si allena in una palestra fichissima supertecnologica piena di ragazze che lo guardano con gli occhi dell’ammore.

Il 29 giugno 1933 i due pugili salgono sul ring, per quello che viene presentato come l’incontro del secolo. Sharkey indossa un accappatoio a stelle e strisce, saltella qua e là, fa il figo, poi se lo toglie e sotto porta dei pantaloncini con scritto sul davanti “peso massimo”; Carnera ha un asciugamano bianco legato in vita, l’ha recuperato nello spogliatoio prima di uscire. Quando se lo toglie il pubblico può vedere un paio di mutandoni del Dottor Gibaud, neanche troppo puliti.

L’arbitro decreta l’inizio del match. Carnera sta lì, fermo, ciondola un po’ quando Sharkey riesce a mandare a segno i suoi colpi, ogni tanto alza un braccio e gli molla una cartella terrificante, tipo gli schiaffoni nelle Sturmtruppen di Bonvi. Al sesto round Sharkey va giù, Carnera è il campione mondiale dei pesi massimi. Posso immaginare come dev’essere stata l’atmosfera in città, nel 1930 vivevano a New York 440.000 italiani, quasi tutti fra Brooklyn e Manhattan. Dev’essere stato un po’ come a Parigi nel 2002, quando il Senegal battè la Francia per 1-0 ai mondiali di Corea: una rivincita dell’immigrato nei confronti del paese che lo sfrutta, gli parla una lingua che non capisce e gli rende la vita impossibile. Non fatico ad immaginare questa fiumana di stereotipi in canotta e baschetto, coi baffi e l’accento siciliano, che sciama per le strade della città e grida e canta tutta la notte, e americani merde e viva l’Italia e Primo Carnera, Maria amiamoci che domani si torna a casa nostra che nostro figlio dovrà nascere italiano.

Per replicare quest’effetto, Peter Jackson fece mettere Gandalf e Frodo a distanze diverse davanti alla telecamera. Non so perché l’ho detto.

La biografia del pugile prosegue, ma non abbiamo tutto il giorno, e poi a noi interessa l’aspetto musicale, che viene qui rappresentato in una tournèe teatrale che il nostro intraprese alla fine della carriera sportiva, insieme a Renato Rascel. Non ce l’ho un brano tratto da quella tournèe, e neanche uno di Carnera che canta le canzoni, perciò vi beccate una canzone di Rascel, che io me lo ricordo quand’ero bambino e c’era questa trasmissione che si chiamava Buonasera Con.., e ogni mese cambiava conduttore, ed erano sempre personaggi che poi dopo qualche anno morivano: Rascel, Macario, Tino Scotti.. Credo di avere assistito a una specie di canto del cigno della televisione che guardavano i miei genitori, oltre a tutta la serie di Goldrake, che poi era la ragione per cui mi ciucciavo quel varietà a tratti divertente, ma spesso meh (avevo sempre fra i cinque e i dieci anni, cosa potevo capire?). I miei ricordi d’infanzia sono pieni di cose discutibili guardate perché facevano ridere, da quell’avanspettacolo estinto di Tino Scotti a Renzo Montagnani e Alida Chelli che portavano in scena degli sketch così brutti che neanche il Drive In di Ricci, allo stesso Drive In con D’Angelo e Beruschi e Greggio, che a riguardarli oggi mi viene la colite. Facevano ridere, si guardavano. Non importa che fosse umorismo fuori portata per un bambino delle elementari, lo guardavo tutto e cercavo di capire quello che riuscivo. È stata una bella palestra, e i risultati li vedo oggi, quando faccio una battuta e dall’altra parte dello schermo mi rispondono col tumbleweed.

Poi ti chiedono come mai non hai la fidanzata.


cose

Stazz

Le statistiche di frequentazione del mio blog ricordano lo skyline di New York prima dell’11 settembre, coi giorni della caccia al tesoro a svettare sugli altri edifici più modesti. Forse dovrei inventarmene una alla settimana, allora si che comincerebbe a sembrare Hong Kong, ma anch’io a quel punto comincerei a somigliare a un operaio cinese, con un quarto d’ora scarso di tempo libero.

Uno potrebbe obiettare che non mi pagano mica per attirare visitatori sul mio blog, lo faccio ben durante il mio tempo libero, oppure sto per caso lasciando intendere che riesco a scrivere al lavoro (e qui la voce dell’uno somiglia sinistramente a quella del mio capo, che però non legge il mio blog e quindi sto tranquillo)?

E no, scrivo a casa, perciò ho poco tempo, ma non era per quello che mi sono messo a scrivere di corsa stamattina, che ho pure da andare a fare la cacca e poi devo cominciare a produrre per il mio Paese affinché si eviti la recessione e si torni ad essere la grande potenza economica dei gloriosi tempi andati e cazziemazzi. E’ che volevo avvisare i miei lettori interessati alla soluzione della caccia al tesoro che sticazzi, non la pubblico, dovete arrivarci da soli e poche musse. E poi volevo dire a quei turisti che stanno aspettando su una panchina londinese il seguito del diario britannico in comode uscite bimestrali rilegate con tanto di foto carina e copertina finta pelle dipinta a mano che ci sto lavorando, e presto uscirà anche il quinto episodio, dove si parla di quando la Regina mi ha invitato a casa sua a prendere il tè, ma poi non se n’è fatto niente perché lei ci mette dentro il latte e a me è una cosa che fa inorridire.

E poi volevo aggiungere che fra i miei scrittori preferiti ci sono due portoghesi, uno di nascita e uno d’adozione, e ieri, a sorpresa, sono rimasto senza scrittori preferiti portoghesi, ed è una cosa che fa passare la voglia di scrivere anche a chi non l’ha mai fatto veramente, di scrivere, tipo quelli che hanno un blog che aggiornano ogni tanto con due cazzate tanto per tenere il passo e se la tirano da grandi autori. Sono episodi che ti ridimensionano, forse potrei ancora diventare un grande lavapiatti.

E basta, vado a fare la cacca.


Diario americano – Irene

L’ultima puntata del diario americano, che mi sembra che ce lo siamo menato abbastanza con questo viaggio, e le foto, e i giudizi che uno può essere d’accordo oppure no, ma tanto finché non ci vai te ne devi stare di quel che leggi, ma è anche vero che oramai ci vanno tutti a New York, tranne te haha, sei uno sfigato che non è neanche stato una volta a New York haha, che ridere.

Io però a New York ho visto cose che pochi possono vantarsi di avere visto. Ho visto Irene.

Tutto comincia il giorno prima, quando trascino Marzia a vedere Coney Island con la scusa di andare a fare i turisti in un vecchio luna park un po’ desolato. In realtà voglio andarci per poterle cantare una canzone di Tom Waits, perché va bene che non mi ricordo da quanto stiamo insieme e il nostro anniversario e a dirla tutta ho anche delle grosse difficoltà sul suo compleanno, però a parte questi dettagli insignificanti è il mio angolo di universo preferito e l’unico dove mi sento davvero a casa, e ogni tanto mi fa piacere celebrarlo.

È una giornata bellissima, c’è il sole e la metropolitana è piena di newyorkesi in ciabatte che vanno in spiaggia.

La passeggiata di Coney Island è ampia, lunghissima e tutta di legno, e il luna park sta proprio fra questa e i brutti palazzi alle spalle, ma non ci vuole un grande sforzo per ridurre il proprio campo visivo alla ruota panoramica e dimenticarsi della città lì dietro. È un bel posto, quando ci riesci. C’è il mare pulito, la spiaggia di sabbia, i moli, e poi ci sono questi banchetti che vendono hamburger e le panchine e i gazebo e proprio non capisci perché ci siano questi individui con la telecamera che invece inquadrano l’orizzonte.

È per Irene, mi dice Marzia, sta arrivando.
Ah già, Irene. Le televisioni non parlano che di questo uragano che dovrebbe abbattersi su Manhattan e raderla al suolo, annegarla, farla a pezzi, come in un qualunque film catastrofico hollywoodiano. Il sindaco ha già predisposto l’evacuazione delle zone a rischio, la chiusura della metropolitana per la prima volta nella storia della città e la sospensione del servizio di autobus. Non si parla di coprifuoco, ma è come se, che se non ci sono i mezzi pubblici e i negozi sono tutti sprangati e piove pure cosa esci a fare?

Per il momento però è una mattina bellissima e ce la godiamo tutta. Io faccio anche un giro sul Cyclone, le montagne russe più antiche della città, tutte di legno, che quando ci sei sopra e il carrellino ti sbatacchia a destra e a sinistra te lo ricordi fin troppo bene, e anche quei dieci metri scarsi di altezza ti riempiono di terrore.

Ce ne veniamo via felici come due bambini che sono stati alle giostre e ridiamo di quei gonzi che stanno lì ad aspettare la fine del mondo.

Nel frattempo, sul filo dell’orizzonte alle nostre spalle, un puntino nero si avvicina minaccioso come il fotocane.

Il resto della giornata fila via tranquillo facendo shopping, che poi è la maniera migliore di vivere New York, dove le cose costano un terzo meno che da noi e i negozi sono un terzo più interessanti.

Una delle cose che li rendono interessanti, quel giorno, è il fatto che tutte le vetrine sono state “rinforzate” con del nastro adesivo appiccicato a x, utilissimo, pare, in caso di uragani. Si racconta di palazzi rasi al suolo completamente tranne una vetrina che il lungimirante commesso aveva riempito di scotch. La sensazione, passando per la via, è piuttosto quella di trovarsi al Raduno Internazionale Degli Informatori di Fox Mulder.

Alcuni negozi sono già chiusi, altri hanno blindato le vetrine con pannelli di legno o sono impegnati nell’opera, e ovunque ci sono tizi col martello che battono, sotto una pioggia sottile che quand’è arrivata, prima non c’era, e guarda quel cane com’è diventato più grosso.

Torniamo a casa incolumi, e ci prepariamo al peggio, come tutti; nell’eventualità che taglino la corrente e l’acqua scendiamo al supermercato a comprare un paio di bottiglie, ma gli scaffali sono vuoti, la fobia dell’isolamento ha già attecchito e i newyorkesi si sono lanciati all’assalto, raccogliendo scorte di viveri come se dovessero restare chiusi in casa fino al Giorno Del Giudizio.

Beh, è anche vero che per la televisione è previsto per l’indomani, ma semmai sarebbe una ragione in più per non caricarsi il cestino di viveri. E che viveri, poi! A quanto pare nessuno ha spiegato agli abitanti di New York come prepararsi a un’emergenza, in coda alle casse vedi gente piena di bottiglie d’acqua, e va anche bene, ma le casse di coca cola e patatine le giustifico solo se intendi aspettare l’apocalisse sparandoti l’intera serie di Sentieri, e le scatolette di conserve non se le prende nessuno? E le patate? Non quelle nei sacchetti, dico proprio le patate intere, ci passano davanti senza guardarle e si avventano sui pacchi da trentasei di merendine. Poi dicono che sono obesi.

Il giorno dopo ci svegliamo sul set di Io Sono Leggenda.

Piove, ma l’uragano che doveva abbattersi sulla città è stato declassato a tempesta tropicale. I telegiornali non parlano d’altro, ovunque ci sono inviati speciali coi piedi a mollo e l’impermeabile sbattuto dal vento (che è bello forte, seppure non ommioddiomoriremotutti), si aggiorna costantemente la conta dei morti e dei dispersi, che è ancora ferma a zero, ma non temete, cambierà in fretta.

Usciamo, che a Ronco siamo abituati a climi peggiori. La città è una meraviglia, la pioggia non disturba granché e le strade sono deserte. Cioè, passa qualche macchina, più che altro taxi, c’è qualche curioso sul marciapiede, ma è la vita che ti aspetti di incrociare in un paesino di provincia la domenica mattina, non certo sulla Quinta Strada.
Ci spingiamo fino a Times Square incontrando pochi curiosi, facciamo un sacco di foto alle vetrine sbarrate, ai sacchi di sabbia davanti ai portoni, alle avenue deserte.
Anche il punto più affollato della città è mezzo vuoto, i turisti intontiti stanno a fissare le insegne dei teatri accese che si riflettono sull’asfalto bagnato e si domandano se era il caso di mettere una città in quarantena. “E adesso come ce li spendiamo i nostri soldi?” sembrano dire.

I miei compagni di avventura si sono rotti le balle di ciabattare nell’acqua e chiamano un taxi, ma io ho ancora foto da fare e a casa mi annoio, ci dividiamo dandoci appuntamento a casa più tardi.

Il telefono mi squilla in continuazione, sono tutti i parenti in Italia che stanno guardando il telegiornale, e la notizia di apertura è che oggi New York verrà distrutta, annegata, spazzata via e i suoi resti bruciati e poi saccheggiati e i pochi superstiti stuprati e uccisi. E questo su la7, figurati al tg1. Rispondo solo ai primi messaggi, poi decido che mi si è scaricato il telefono, o che sono morto annegato bruciato e stuprato, per quel che vale.

Mi spingo a piedi fino a Wall street incontrando cinque persone in tutto, il toro dorato sulla Broadway è tutto per me, ben disposto a farsi fotografare, Zuccotti Park è ancora senza accampati, gli edifici del potere sono deserti. Finisco a South Street Seaport, una zona molto carina e molto turistica sotto il ponte di Brooklyn, e anche lì sono da solo. Risalgo lentamente passando fra l’East River e ancora Broadway, trovo un negozio di dvd gestito da una banda di muddafacca nigganigganigga che per dieci dollari ti lascia uscire con mezzo negozio e non ti punta la pistola in faccia tenendola di sbieco come i gangsta.
A Midtown ci sono due ragazzi che si passano una palla da rugby in mezzo a un incrocio, sotto gli occhi divertiti di un portiere d’albergo, che dopo un po’ si aggrega. Siamo dietro Union Square, tanto per rendere l’idea.

Resterei in giro ancora un po’, ma il messaggio successivo è di Marzia, sono a casa e mi stanno aspettando. Hanno comprato Munchkin Zombies.
Cinque minuti e sono là.

E questo è praticamente tutto, anche se restiamo in città altri due giorni le cose degne di nota sono poche, torna il sole, andiamo ancora un po’ in giro, facciamo altre foto e ci compriamo dei vestiti.
Dall’ufficio del nostro ospite si gode di un’ottima vista su Manhattan, ma per accorgertene devi salire sulla scrivania, e il Chrysler Building non si può visitare oltre l’atrio, ma ne vale comunque la pena. Da Lush vendono un prodotto che si chiama Caca Marron, chissà se si trova anche in Italia.

Prima di andare via, l’ultimo giorno, siamo seduti su una panchina di Washington Square a goderci il sole. Irene se n’è andata senza lasciare traccia, a parte le stazioni della metro, che adesso sono belle pulite. C’è un quartetto jazz che suona, sono molto bravi, la gente si ferma ad ascoltare. Seduto poco più in là c’è anche Miles Davis, sembra divertirsi.


Diario americano – Flatiron district

Qui bisogna che ci diamo una botta se vogliamo vedere tutto quello che ci siamo prefissi, il 2012 è vicino e poi non si può più, che ai maya io non ci credo, ma gli americani sicuramente e ho paura che l’anno prossimo chiudano tutta l’America in un’astronave e abbandonino il pianeta in cerca di fortuna, compresi gli speculatori di Wall Street che li hanno messi in ginocchio, al limite se lo dovessero rifare li sparano nello spazio. È questa la ragione che mi spinge a saltare giù dal letto alle sei e mezza come se dovessi andare a spaccare il mondo, vai, porcodue!

Usciamo comunque alle nove, che siamo due pigri di merda, ma nel frattempo posso sedermi sul divano a guardare l’East River.

Il Flatiron Building, pochi lo sanno, è la sede dei Boys, la più recente creazione di Garth Ennis, un fumetto molto violento e molto ironico che racconta quel che non sappiamo dei supereroi. La New York che fa da sfondo alle storie è molto simile a quella reale, salvo che l’undici settembre ha risparmiato le Torri Gemelle a danno del ponte di Brooklyn, e questo fa si che un lettore possa girare la città in cerca di luoghi descritti, lo stesso tipo di turismo cinematografico su cui ho già impostato la vacanza fin dalla sua preparazione.  Della sensazione che si prova a vedere una vignetta dal vivo ha già parlato Scott Ronson nelle sue ottime cronache americane, quindi vado avanti.

Se scendete dalla metro a Chelsea e vi avvicinate lungo la 23rd potete sbattere nel Chelsea Hotel,residenza storica di celebrità e teatro di un altrettanto celebre delitto: fu proprio qui che Nancy Spungen, fidanzata del bassista dei Sex Pistols Sid Vicious, venne trovata pugnalata il 12 ottobre 1978. Si parlò molto della cosa, se ne fece un film, ma la verità venne fuori solo molti anni dopo, ad uccidere Nancy fu il Professor Plum nella sala da biliardo con la chiave inglese. Quel che se ne fece del cadavere non ci riguarda.

Il Flatiron Building è tanto bello fuori quanto anonimo dentro, perlomeno il lato che ti lasciano visitare. I palazzi americani hanno tutti il portiere, un tizio ben vestito che ti osserva quando entri nella hall e non ti stacca gli occhi di dosso finché non te ne vai. A seconda di quant’è abituato ai turisti ti può lasciar pascolare o chiederti subito cosa vuoi, ma se provi ad avventurarti per le scale immagino che sia lì apposta per abbatterti davanti agli ascensori. Almeno questo è lo scopo dei portieri del palazzo in cui stiamo, e mi è sufficiente per non tentare di salire ai piani in nessun edificio in cui mi intrufolo, Flatiron compreso. Peccato, perché sono sicuro che salendo migliora parecchio.

Il vecchio Ferro da Stiro è in pratica anche l’unica tappa della giornata, visto che ci ronziamo intorno per un’ora, ma è un vecchio signore elegante, difficile tirarsene via prima che ti abbia raccontato di quand’era giovane e le macchine avevano le ruote di legno e tutto intorno erano casette basse e nei locali si suonava il charleston e la vuoi una mela cotta e ti ho già raccontato di quand’ero giovane e le macchine avevano le ruote di legno?

Una volta venuti via di lì ci facciamo un goodburger, che sarebbe l’hamburger che ti danno in una delle tante catene, molto buono davvero. Di fronte al ristorante i dipendenti Verisign, una specie di telecom locale, sono in sciopero contro i tagli aziendali, ed espongono cartelli che invitano gli automobilisti a suonare il clacson per manifestare la loro solidarietà. Questo rende il nostro pranzo un po’ rumoroso.

A Union Square, poco lontano da lì, delle anziane signore invitano i passanti a votare per una migliore ripartizione del denaro pubblico secondo un sistema intelligente: in pratica ti danno una bustina con delle monete e ti chiedono di infilarle in contenitori cilindrici su cui sono applicate etichette che dicono “spese militari”, “istruzione”, “cultura” e via dicendo. Una di loro si incarica di registrare le percentuali di voto su un quaderno che poi immagino spediranno a chi di dovere, o conserveranno da sfogliare nelle fredde serate invernali insieme ai nipotini.
Quando scoprono che siamo italiani indovinate di chi ci parlano, scuotendo la testa? Vi aiuto, non è l’ultimo fidanzato della Pellegrini.

Finiamo la giornata in un grande magazzino di Union Square a fare qualche foto dalla vetrata al quarto piano. Come ci sia voluto tutto il giorno è un mistero che non so spiegare, ma la sera c’è da andare a teatro!

Appuntamento a Chelsea, al McKittrick Hotel, un edificio trasformato fino a ottobre in un set dove si tessono le cupe trame di Sleep No More, decisamente lo spettacolo più accattivante cui abbia mai partecipato: arrivi e ti mettono una maschera bianca col becco, da signore veneziano, ti dicono di non parlare con nessuno e ti infilano in un ascensore dopo averti separato dagli amici; quando si aprono le porte non c’è l’orgia di Eyes Wide Shut, ma un edificio su quattro piani in cui sono stati ricavati giardini, stanze, uffici, un manicomio, un salone da ballo e un mucchio di altri ambienti tetri in cui sei libero di girare e mettere le mani. Letteralmente. Puoi aprire cassetti, armadi (in uno c’è anche un passaggio segreto), leggere le lettere e raccogliere indizi per legare insieme le scene cui assisti in giro per l’edificio. Devo dire che, per mio limite, le scene fra attori sono state l’aspetto negativo di tutto lo spettacolo: lentissime, prive di dialogo e quasi sempre risolte in una specie di balletto con i protagonisti che saltano sui mobili; inoltre la libertà di muoversi all’interno della scena diventa un ostacolo per gli altri spettatori, che spesso si trovano a dover sgomitare per capire cosa stia succedendo. Dovessi rivederlo, e lo rivedrei volentieri, eviterei di ciondolare per il palazzo finendo per caso in qualche situazione, ma seguirei un personaggio dall’inizio e guarderei la storia attraverso i suoi occhi. Magari la fattucchiera, che mi ha già baciato una volta, metti che ci esca qualcosa di interessante.

La notte sogno omicidi al rallentatore, ma perlomeno Godzilla non c’è.