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Diario portoghese 7 – Gialloporto

Riassunto delle puntate precedenti:
A parte che se volete sapere cos’è successo ve lo leggete, che basta scorrere col mouse verso il basso, non è difficile neanche per dei ritardati come voi, ma ho deciso di mettere un riassunto perché avevo lasciato la storia a metà di un punto in cui era facile perdersi per chiunque, figurarsi per dei decerebrati come i miei lettori. Non vi ci abituate, la prossima volta invece del riassunto capace che ci metto un quiz a domanda multipla, giusto per vedere se siete stati attenti. Siete delle bestie.Dicevo il riassunto: Preso il porto di Porto andiamo in stazione a vedere due orari, che c’è da partire, e già che ci siamo cerchiamo una bottiglia di roba bevibile, che quella che abbiamo nel sacchetto è una sbobbazza da turisti.L’imponente edificio si trova dietro Praça da Libertade, in una zona bombardata dalla crisi e da quella misteriosa voglia di scappare che ha contagiato la città: tutti i negozi chiusi, tutti i palazzi vuoti. Di fronte all’ingresso un leone di pietra sbadiglia di noia a dover sorvegliare una facciata piena di finestre sfondate. Un po’ più in là un palazzo suggerisce di recarsi da lui per comprare bene e a poco prezzo, ma sbirciando le vetrine al pianterreno ti accorgi che dentro non c’è nient’altro che polvere e ragnatele.Il piazzale della stazione è delimitato da un corrimano in pietra, su cui un distinto signore si appoggia per osservare il viavai dei tram. Ha lo sguardo severo, forse giudica frettoloso quest’abbandono del quartiere, ogni tanto si infila in bocca uno spicchio d’arancia per meglio sopportare la solitudine.
Quando gli passo vicino rigurgita una pallina di bolo arancione giù dal muretto e si mette a sputazzare semi e sugo con un rumore liquido. Entro velocemente in stazione.L’atrio è sontuoso, tutto ricoperto di azulejos, decorazioni liberty, un bell’orologio in ferro battuto, i barboni se lo devono proprio godere un posto così.
Troviamo l’ufficio informazioni e ne chiediamo alcune per il nostro viaggio dell’indomani a Viana Do Castelo, dove si tiene una delle feste più importanti del Paese.
L’impiegato deve aver passato la giornata ripetendo sempre quello, perché appena gli siamo davanti ci mette in mano un foglio con tutti gli orari utili e inutili, prima ancora che apriamo bocca.
Bene! Lodi sperticate all’efficienza portoghese, che non paga sugli autobus ma ci fa prendere il treno! Andiamo a cercare una bottiglieria!

Dalla stazione giriamo di là, poi andiamo in su verso una strada che non conoscevamo, poi di nuovo in là, e di colpo ci troviamo in un viale pedonale pieno di gente, baretti, negozi di marca, ristoranti, cinema.. La via dello struscio! Ecco perché Porto è sempre deserta, vengono tutti qui!

Ormai è ora di chiusura e metà dei negozi hanno le serrande abbassate, ma c’è ancora molto viavai, la strada è lunghissima, ci vuole un po’ perché si svuoti. Maledizione, abbiamo scoperto l’isola del tesoro a libro ormai concluso, questa volta Jim Hawkins dovrà tornare a mani vuote dalla sua povera mamma. Domani andremo via senza aver fatto neanche un giro in questa parte di città così spendereccia. La lista delle cose da fare nella prossima visita in Portogallo si sta allungando.

Prendiamo una via laterale e arriviamo di fronte al Mercado do Bolhão, e proprio lì accanto notiamo una vetrina piena di leccornie, formaggi di capra, prosciutti affumicati e bottiglie di porto.
Il gestore è un signore molto disponibile che ci fa assaggiare un mucchio di roba mentre la commessa impacchetta la bottiglia di Ramos Pinto che cercavamo. Ecco un altro negozio da tornare a visitare in futuro.

Si è fatta l’ora di cena, contattiamo i nostri amici per darci appuntamento in piazza e andiamo prepararci.
Poco dopo siamo di fronte al McDonalds Imperial di Porto a guardare Alessandro con facce interrogative.

“Come sarebbe che sta male? Cosa le è successo?”
“Abbiamo passato la giornata a visitare cantine, ci saremo scolati tre bottiglie di porto in due. La poverina non regge l’alcool.”
“Ha vomitato?”
“Tantissimo. E faceva dei versi orrendi tipo BUAARGH! SBLEEEEUGH!”
“Ma che schifo!”
“E questo è niente! Quando ha cercato di tenere la bocca chiusa per limitare il rumore sono venuti fuori dei sibili gorgoglianti che mi hanno fatto temere di essermi fidanzato con una creatura inventata da Lovecraft, roba tipo HSSGLGLGLSSSRRRGHSSSGLGLRGH! Senza contare che per la pressione ha spruzzato tutto attraverso i denti, imbrattando le pareti del bagno in un modo che solo a pensarci mi viene voglia di andare a dormire da un’altra parte! Persino il barbone che dorme con noi si è lamentato, ed è uno abituato a vivere duramente.”
“Ma se sapeva di non reggere l’alcool perché ha bevuto così tanto?”
“Ma ha bevuto pochissimo, giusto mezzo bicchiere, il resto me lo sono calato io. Eppure è bastato quello per farla uscire di testa, prima si è messa a ridere e a cantare stornelli in romanesco in mezzo alla cantina, non vi dico la figura, poi ha insultato il cameriere perché insieme al vino ci voleva anche i popcorn. Figuratevi questo, nella cantina più esclusiva della città una romana ubriaca gli chiede i popcorn, come pensate che possa aver reagito?”
“Le ha ricordato chi è il suo presidente del consiglio, suppongo.”
“No, ha fatto finta di non vederla. Si è messo a fissare un punto del locale e ci ha ignorati per il resto della degustazione.”
“Tipico dei camerieri portoghesi. E poi?”
“E poi basta, quando sono riuscito a schiodarla da lì l’ho trascinata fuori.”
“Ha dato ancora in ecandescenze?”
“No, poi le è venuta la ciucca triste e si è messa a piangere, ha detto che nessuno la capisce, che non ha più l’età per fare la scema, che vuole adottare un gattino e Lazio merda.”
“Scusa ancora una cosa, Alessandro..”
“Dimmi pure”
“Perché sei tutto sporco di sangue?”

Dopo un paio di giri a vuoto optiamo per un ristorante dietro la piazza, un posto mediocre che sta accanto a uno superlussuoso e a una bettola ignobile. Il cameriere è fin troppo gentile, quasi servile nei suoi modi, probabilmente ci odia, anche perché Alessandro gli sta gocciolando sangue sul pavimento da quando siamo entrati.

20/8

Dacci oggi la nostra agonia quotidiana

È il giorno della gita fuori porta, appuntamento in stazione per andare a Viana Do Castelo, dove si tiene la festa annuale di Nossa Senhora De Agonia. Si tratta di una processione, un pellegrinaggio o romaria, come lo chiamano qui. Ci sono donne col foulard in testa e la vetrina dell’orefice appesa al collo, ci sono dei tizi mascherati da giganti, ci sono le bancarelle che vendono prosciutto affumicato, ma soprattutto ci sono i tamburi. A decine, a centinaia, i tamburi sono ovunque, e li senti da lontano col loro incalzare minaccioso, come un battaglione di Uruk-Hai.

La nostra mattina invece comincia col suono più amichevole della macchinetta del caffè del bar in faccia alla stazione. È buono il caffè in Portogallo, non so se l’ho già detto. Il mio preferito è il Delta. Il barista è organizzatissimo, ha coperto il banco di tazzine, ognuna col suo cucchiaino e la sua bustina di zucchero, solo che Marzia vuole due bustine, e ne prende una da un piattino vuoto. A quel punto il barista, che nota l’incongruenza nel programma, si gratta la testa perplesso, quindi sposta una bustina da un altro piatto, ma non risolve il problema. Ne prende una da un terzo piattino e la pone al posto di quella che ha tolto, ma ancora non va. Non si capacita di come possano esserci tanti piattini, tante tazzine, tanti cucchiaini e una bustina di zucchero in meno. Alla fine decide di tirar via tutto dal banco e ricominciare da capo, ma a quel punto noi siamo già andati via.

Arriva della musica dalla stazione, e che sarà? È anche venerdì mattina, non il momento migliore per mettersi ad ascoltare la radio a quel volume che distorce tutto.
Avvicinandoci realizziamo che non viene dalla stazione, ma da un pulmino parcheggiato davanti pieno di bandiere rosse al vento: sono i comunisti portoghesi che distribuiscono volantini. Nella mia vita ho già avuto a che fare coi socialisti di Velletri, ora mi mancano solo i democristiani del Punjab.

Alessandro e Lucilla ci aspettano davanti alla biglietteria, anche loro col volantino rosso in mano. Non c’è niente da fare, per un italiano incontrare un comunista è come trovarsi di fronte un panda nano, lo tratta con ogni riguardo per paura che gli si estingua davanti.

C’è ancora un po’ di tempo prima del treno, giusto quello che occorre per una bella colazione a base di.. “quel tortino lì che mi sembra tanto gustoso”.
Gustoso lo è, niente da dire, ma la carne tritata alle sette e mezza è un ostacolo un po’ difficile da superare.

Il treno portoghese è diverso da quelli italiani, intanto per cominciare funziona, tutto, non una carrozza si e due no, e poi ha le porte che si aprono, i sedili interi, e nonostante questi bonus riesce anche a rispettare gli orari.

Durante il viaggio, che dura un’ora e mezza, si riempie all’inverosimile, tanto che ad un certo punto il controllore deve aprire uno spazio extra in testa al convoglio, dove di solito si tengono le merci ingombranti, tipo le biciclette, o le bare, nel caso di funerale in treno locale, che ultimamente va un casino, ne hanno parlato anche su una di quelle riviste di trend, che è il termine con cui si definisce una moda legata alle ferrovie, trend.

Fra i vari personaggi che vanno alla romaria di Viana notiamo una signora col testone vestita da materasso e la ragazza di Pippo, che è una che conosco io che sta con uno del mio paese, perciò la cosa andrebbe classificata come gossip locale, ma trovandoci su un treno che fa tutte le fermate ci sta.

“Senti un po’..”, mi dice Marzia ad un certo punto, distogliendomi dall’osservazione dei passeggeri,
“Non ti sembra che Lucilla abbia qualcosa di strano?”

La guardo perplesso, poi guardo Lucilla, che è seduta un po’ più in là e dorme col cappuccio della felpa tirato su, poi riguardo Marzia.

“Si, ora che me lo fai notare quel cappuccio la fa sembrare uno degli avvoltoi di guardia al castello del Principe Giovanni, nel Robin Hood della Disney.”
“Ma no, guarda meglio!”

Riguardo meglio, ma continuo a non vedere niente di strano.

“Ha il push-up?”, azzardo.
“Secondo me non è lei.”
“Come non è lei? E chi dovrebbe essere?”
“Ieri sera Alessandro è venuto al ristorante da solo, dicendo che lei stava male, ed era tutto sporco di sangue.”
“Si, ha detto che si è ferito radendosi.”
“Ma non si era fatto la barba! Non ti sembra una cosa strana?”
“No, anch’io di solito mi ferisco radendomi e poi non mi faccio la barba, perdo tanto tempo a ricucirmi le ferite che non me ne resta più per fare altro.”
“Io credo invece che l’abbia uccisa e poi sostituita con un sosia!”
“Quando torniamo a casa ti tolgo la televisione, vedi troppo Chilavisto!”

Al momento di scendere passiamo per il compartimento extra di cui sopra, che alla fine del viaggio ospitava fra le settanta e le ottocentoventi persone, ha raggiunto una temperatura e un tasso di umidità che neanche in India e quando si aprono le porte ed entra l’aria più fredda dell’esterno comincia a piovere.


Diario portoghese 8 – Viana Do Castelo

Alla stazione di Viana c’è un bel sole, e la fiumana di gente che attraversa i binari fa pensare a qualche apocalisse in corso, però allegra, che durante le apocalissi di solito piove. Tutti sciamano giù per il viale, salutando le due statue dei ballerini che se ne stanno piantate in mezzo all’ingresso e fan sempre lo stesso passo, uno di qua e l’altra di là, che ballo sia poi io non l’ho mica capito. Tutti sciamano e vanno a sistemarsi lungo la strada decorata a luminarie, che sta per cominciare la processione, e così facciamo anche noi.

Appena voltato l’angolo ci finiamo dritti in mezzo, un casino di uomini coi tamburi, donne con lo scialle colorato, personaggi dalla sessualità incerta mascherati da giganti col testone di cartapesta, tutti lì a girare intorno come prima di una gara; gli orchestrali si aggiustano i cerotti sulle dita, che martellare per ore sul tamburo ti fa venire delle vesciche grosse che sembrano pomodori, le donne si dividono per colore, quelle con lo scialle rosso parlano male di quelle con lo scialle verde, quelle gialle criticano le viola, le uniche fuori dal coro sono le nere, che portano appeso al collo più oro di un rapper americano, e se lo rimirano soddisfatte. A chiudere la processione c’è una banda musicale vera, di quelle con gli strumenti da banda, gli ottoni e i legni, ma la grancassa non c’è, colta da complesso di inferiorità si è data malata.

Poi comincia. Di colpo, siamo lì che facciamo le foto al trombettista col dito in bocca e questi cominciano a muoversi tutti insieme, se ne vanno e intanto serrano le fila, si dividono, le rosse con le rosse, le gialle con le gialle, le viola in fondo che stanno sul cazzo a tutti, solo le nere restano ferme, i gioielli che portano addosso le rallentano troppo e finiscono inghiottite dal susafono.

Marzia non fa che strattonarmi e indicarmi Lucilla: “Guarda!”, mi dice, “Fuma il sigaro! Non l’ha mai fumato il sigaro prima!”, e io “E lasciala in pace, è in vacanza, è normale che si conceda qualche libertà!”.

Lei non si arrende, e cinque minuti più tardi è di nuovo lì a tirarmi per la maglietta:

In bagno è entrata dalla parte degli uomini, l’ho vista!”
Si vede che quelli delle donne erano occupati”
Tu non mi credi!”
Ma si che ti credo”, rispondo con la testa in un pastel de nata.

Per convincermi che non sta fantasticando chiede a Lucilla quale sia il piatto più tipico della sua città, e lei risponde “poenta e osei”.

Visto?”, mi fa.
Non lo so, non sono pratico delle specialità gastronomiche delle città italiane”, replico.
Ma come non lo sai? Lucilla è romana! Questa parla veneto! E fuma il sigaro, e usa il bagno degli uomini, cosa devo fare per convincerti?”
Aspetta, siamo arrivati in piazza!”

Eh si, nel frattempo siamo arrivati in piazza, ampia, con una fontana al centro e una torre merlata a ricordare che in Portogallo il medioevo è sempre presente, come la sofferenza.
gigantones ci hanno preceduto e se ne stanno seduti a un tavolino del bar ciondolando il capoccione e bevendo caffè in tazza grande, e al centro si stanno radunando anche i gruppi coi tamburi.
Ci sediamo in prima fila, proprio davanti a una banda di bombos, stupiti da tanta fortuna, ma appena comincia realizziamo il tragico errore: nessuno si siede in prima fila, lì il fragore dei tamburi è insopportabile, peggio di una rubrica di libri recensiti da Fabrizio Corona. Quando tutti i gruppi attaccano a suonare e ci sfilano davanti mi salta un’otturazione, ad Alessandro si frantumano gli occhiali, Lucilla perde il parrucchino, Marzia mi sgomita furiosamente.
Resistiamo mezz’ora al nostro posto, finché non ci rendiamo conto che ci si stanno sbriciolando anche le viscere, quindi cediamo il posto a chi stava dietro. Non dimenticherò mai l’espressione di terrore che la signora alle mie spalle aveva in faccia quando mi sono alzato.

Andiamo a mangiare?”
Dai! Cosa suggerisce la guida?”
Al diavolo la guida, andiamo a farci un polpettone di aspirine!”

È la prima volta in vita mia che utilizzo l’espressione “al diavolo”, capisco perché i miei compagni di viaggio mi guardino allibiti. Forse l’esposizione prolungata a quell’orgia di tamburi deve avere danneggiato qualcosa nel mio cervello.

Che diamine, anche a voi sarà capitato di proferire esclamazioni vetuste, no?”

Ommioddio!

Forse è il caso di rivolgersi ad un cerusico..”

OMMIODDIO!!

Questa volta è Marzia a salvare la situazione, suggerendo di posticipare la visita medica a dopo pranzo, metti che sia solo fame.
Suggerisco di allontanarci dal centro, in lontananza si vedono le gru dell’area portuale, là troveremo ristoranti economici poco frequentati.

Certo, e per essere ancora più sicuri di non trovare ressa potremmo andare a mangiare in una zona malfamata, o in mezzo all’autostrada! Sono sicuro che al casello non ci va nessuno a cercare un ristorante!”, mi rimbrotta Alessandro, per nulla impietosito dal dramma interiore che sto vivendo.
Naturalmente quando parlo di dramma interiore mi riferisco al fatto di non avere ancora pranzato.

E allora conduci tu, se il mio pensiero ti appare così peregrino!”

Ci fermiamo a un ristorante dall’aspetto molto turistico, coi tavolini sul marciapiede, non perché suggerito dalla guida, ma semplicemente perché le donne della comitiva non sanno resistere alla presenza di un gatto che gira fra i commensali. Facciamo un cenno al cameriere e ci sediamo a un tavolo ancora da sparecchiare. Aspettiamo.
Mezz’ora dopo stiamo ancora aspettando, ma il pane lasciato dai clienti di prima è terminato, e anche la mezza bottiglia di vino comincia a mostrare il fondo. Rifacciamo un cenno al cameriere, che reagisce con l’antico metodo di difesa dei camerieri portoghesi, sceglie un punto all’orizzonte e lo fissa con insistenza finché non ci arrendiamo.
A quel punto ci alziamo e andiamo a cercare un altro ristorante.

O Margâo è molto meglio, la salada de mariscos è gustosa e il melão che ordina Lucilla è così grosso che negli Stati Uniti gli fanno fare il Superbowl. C’è da dire che anche lì mi aspetto un servizio eterno, e anzi, quasi ci spero, che andartene dopo aver ripulito il tavolo è un’attività vantaggiosa, una volta superato lo scoglio morale.
Sulla via verso il centro Alessandro si fa tentare da un dolce dall’aspetto succulento che si rivela una bomba a base di rosso d’uovo e zucchero. Terminerà di digerirlo suo figlio, un martedì sera di fine novembre, venticinque anni più tardi.

L’immancabile saccente guida ci ricorda che prima di andarcene dobbiamo assistere alla celebre processione sul fiume, con tutti i pescherecci addobbati a festa che risalgono dalla foce per accompagnare la statua del patrono, fra gli applausi del pubblico festante.

Ma dobbiamo proprio seguire la guida? Io ancora devo vedere gli uomini di cui parla all’inizio, quelli che si ubriacano fino allo svenimento.”
Mi no go visto gnanca i canal come a Venesia!”
Ma no, quelli sono ad Aveiro. Marzia, piantala di darmi gomitate!”

La riva del fiume è a gradoni di cemento, un’ottima tribuna per assistere alle manifestazioni che da queste parti si tengono una domenica si e una no, tipo gare di motoscafo, caccia alla tinca, lancio del sasso o della zia; ci sistemiamo su quelli più bassi, stranamente lasciati liberi dagli autoctoni.
Altrettanto stranamente non colleghiamo il fatto alla botta di fortuna avuta in piazza, neanche due ore prima, ci buttiamo sui posti liberi esclamando vacheculo e siamo anche belli contenti e ci diamo di gomito e ci mettiamo quasi venti minuti per renderci conto del perché quei posti erano liberi. Manca completamente l’aria sul fiume. Non c’è una bava di vento, neanche quella brezzolina che fa muovere all’ellera i suoi corimbi, increspa gli specchi d’acqua, fa fremere le piume delle starne e dissolve i peti. Il sole è a picco sulle nostre teste, si riflette nell’acqua e ci acceca, ogni goccia di sudore che scaturisce dai pori ci evapora negli occhi e tutto questo vapore ristagna intorno a noi dando all’ambiente l’aspetto di un piatto di ravioli cinesi. Fa caldo sul fiume, lo sento io, lo sentono i miei amici e lo sentono pure le decine di persone assiepate, ma loro lo sentono meno, che sono state furbe e si sono messe più su, dove un po’ d’aria passa e la sopportazione è più lieve. E ce n’è da aspettare, ogni tanto scende qualcuno su una barca verso la foce, ma non risale più, non risale nessuno dalla foce, è tutto immobile all’orizzonte, salvo qualche salva di botti che scuote il cielo e disegna nuvolette nere, forse è il preludio alla processione, ma più probabilmente è un drago nascosto dietro il molo che si mangia le barchine impavide e poi rutta a scoppio.
Facciamo per andarcene, ma una signora con lo scialle ci dice nel suo idioma gutturale che le barche stanno arrivando, e ci risediamo.
Fa sempre più caldo, la nebbia che sale dai nostri corpi è salata e non dona alcun ristoro, dalle barche che scendono qualcuno intona motivetti allegri accompagnandosi con la fisarmonica, ma tutto è distorto in quell’afa opprimente, e alle nostre orecchie anche il canto più festoso giunge trasformato in una nenia lugubre.
Ci rialziamo, decisi ad andar via, ma la vecchina di prima ci indica l’orizzonte, dice “eccoli”. Proviamo a strizzare gli occhi, ma non vediamo una sega.
Scrolliamo le spalle e ci sediamo ancora, e il caldo è di nuovo su di noi, come un’incudine, come un bulletto di scuola media che ci picchia sul coppino, come le tasse, come le canzoni estive che ti ritornellano in testa per mesi e non le puoi scacciare, come le mosche.
Basta, adesso andiamo via davvero, ci alziamo e puntiamo la folla, ma la vecchina, sempre lei, mi prende per un braccio e dice no, restate, adesso arrivano, non sentite i motori festosi della processione che si avvicina?
No”, le rispondo, e la butto in acqua con un calcio. Vaffanculo.

La mancata processione è l’ultimo scalino di una giornata faticosa. Il viaggio di ritorno ci vede accasciati sui sedili come profughi, e la cena che ci concediamo è più la celebrazione della partenza di Lucilla e Alessandro il giorno a venire che una voglia reale di stare fra la gente.
Scegliamo un posto conosciuto e frugale, quel Filha Da Mãe Preta dove siamo già stati due giorni prima, l’outlet del ristorante figo che sta sulla passeggiata, il retrobottega di cui è cameriere il cugino di Cristiano Ronaldo.
Ci concediamo il brindisi d’addio, anche se ci rivedremo in capo a due giorni a Coimbra, ma non si sa mai, metti che domani vengono investiti da un pullman di turisti americani ubriachi, o nella notte qualche barbone fuori di testa li faccia a pezzi con un’ascia arrugginita e muoiano di tetano. Lascia perdere, c’è sempre un’ottima ragione per concedersi un brindisi d’addio.
Al momento di salutarci, in piazza, osservo la nostra coppia di amici attraversare la strada, ed è lì che ricevo l’illuminazione.

Opporc..”
Cosa?”
Non ho ancora deciso, pensavo a caputtana.”
No, dicevo cosa succede?”
Ma li hai visti mentre attraversavano la strada?”
Boh, si.”
Erano sulle strisce!”
E allora?”
E Lucilla era scalza!”
Si, mi ha detto che le facevano male i piedi e così si è tolta le scarpe.”
Quella non è Lucilla!”
Ma se è tutto il giorno che te lo dico! È veneta, fuma il sigaro, e a guardare bene ha pure i baffi!”
È Paul McCartney!”


panni sporchi

10/01/2010 Ancora per poco, e francamente dovrei andare a dormire prima che diventi l’undicizerouno, che domani si lavora, ma ho aperto un vecchio file e mi sono perso a leggerlo, da solo in cucina, davanti alla stufa accesa, in balìa dei ricordi.

È una raccolta di lettere che scrivevo a un amico anni fa, quando avevo venduto l’anima a una tizia, per raccontargli come andavano le cose. Lo tenevo aggiornato, che scrivere mi faceva bene, perciò è raccontato quasi in tempo reale. Quando la faccenda è arrivata a una conclusione ho ripreso tutto e l’ho trasformato in una specie di racconto/diario che a rileggerlo è molto divertente. È anche molto patetico, perché ad un certo punto, quando sembra che ne sia uscito, faccio come i tossici e ho una ricaduta pesante e mi do via come a un’asta di fallimento. Ed è anche istruttivo, perché riletto a distanza di sicurezza vedo tutto con occhi diversi e mi rendo conto di quante inutili seghe mentali mi sono fatto e di come ribaltavo le cose che mi diceva per trovarci un filo di speranza a cui attaccarmi. Alla fine aveva quasi ragione lei. Quasi eh, che certe cose successe dopo non sono giustificabili neanche ora che riconosco i miei errori, e neanche certe cose successe prima, o durante, o certe altre che ora posso dirlo sapevo benissimo e fingevo di ignorare, attaccato a quel filo bavoso di cui sopra.

È un racconto, questo che ho passato la serata a leggere, che finisce di colpo e pure male, non perché il finale sia triste, quanto perché la storia è andata avanti ancora a lungo, in un crescendo di paranoie, chiacchiere e cadute di stile. C’è ancora rancore e vergogna nel seguito della storia, riportato fedelmente sulle pagine del vecchio blog, e ironia, per fortuna, che sennò avrei già indossato la cravatta che va all’insù, e il finale vero, quello definitivo, è solo accennato, non dà soddisfazione, come tutte le storie vere arriva e basta, senza esplosioni e voci fuori campo e dolby surround. Il finale è una telefonata breve in un giorno freddo, per dire scusa ma basta. Non attira pubblico al botteghino, ma stasera, seduto davanti alla stufa accesa, quando anche Jack si è arreso e se n’è andato a dormire, è il ricordo più appagante che ho.

“Dovrei pubblicarlo”, mi dico ogni volta che lo leggo, solo che ora che sarebbe solo un racconto divertente patetico istruttivo e incompleto è soprattutto irrilevante, e quindi anche stavolta rimarrà lì.