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cineblabbers

cineblabbersPoi uno dice che non scrivo mai, che scrivo poco, che dovrei scrivere di più, e quando cerco di spiegargli che non è vero, che due righe le tiro giù tutti i giorni, solo che le perdo in giro, non ci crede.

E allora guarda qua se non ci credi, che adesso oltre al Pablog, a Nube Che Corre, a faccialibro e alle altre minchiate, sono stato invitato in un posto tutto nuovo dove lasciare tracce.

Si chiama Cineblabbers, parla di cinema, è divertente. Leggilo.


senza capo nè coda

Queste righe avrei potuto scriverle tranquillamente stamattina alle quattro, visto che quel maledetto scavabuche sporcabraghe quadrupede tourettico con cui ho la (s)fortuna di convivere, vedendomi in salotto, ha pensato che fosse già ora di pranzo, o di uscire, o entrambe. Non gli è neanche passato per il piccolo cervello che si ritrova, che quando una persona è sdraiata al buio sul divano, sotto una coperta, e non si muove, probabilmente ha solo deciso di dormire lì e non nel suo letto, ma sta certamente dormendo, e non ne ha neanche per le balle di alzarsi per giocare con un cane di origini incerte come lui.
Le scrivo ora perché alla fine ho preso la salomonica decisione di lasciare il cane a guardia del salotto buio e sono andato a finire di dormire nel mio letto, ochei che scrivere sul blog è divertente, ma alle quattro di mattina c’è altro da fare, soprattutto se di lì a poco ti alzerai per andare a lavorare.

E poi stamattina alle quattro non so se avrei potuto scrivere di questa cosa che mi è capitata, perché me ne sono accorto ora. Mi ha scritto un tizio, col quale ho avuto un breve scambio di commenti su nube e sul suo blog, di natura squisitamente derbystica.
Mentre Bjork fa il suo sporco lavoro di batteria elettronica dentro le casse, io apro la finestra di splinder e trovo un messaggio privato. “Ohibò!”, faccio subito, e vado a vedere chi è il mittente. Sarà l’amica di Matteo che mi ringrazia per il libro? O l’amica dell’amica, visto che alla fine il libro non era per lei ma per un’altra? O l’amica che mi dice che l’amica? Vabbè, no, così la smetto. Era questo ragazzo, tifoso di una squadra ligure che non è il Genoa, sebbene giochi nello stesso campo. Ne ho anche sentito parlare della sua squadra, ma ho sempre creduto che si trattasse di un’associazione sportiva non agonistica.
Mi scrive in privato quasi per scusarsi del tono aggressivo usato in un suo commento, specificando che non ha niente di personale contro di me, e ci mancherebbe, mi viene da dire, manco mi conosci.. ma certi accostamenti fra sostantivi puzzolenti e la sua squadra gli hanno fatto salire lo stesso sostantivo al cervello, e non ci ha più visto.

Scrivo qui perché ci ho anche provato a rispondergli che non c’è nessun problema, che figurati se mi offendo per un commento, e soprattutto per un commento di natura calcistica, e soprattutto se alla base del commento c’è la rivalità storica fra la squadra di Genova e quell’altra che credevo fosse dilettantesca, e sennò non mi spiego quei colori sgargianti alla paliodisiena.
Gli ho scritto una bella letterina, breve, che non è il caso di dilungarsi, ironizzando sul difensore che ci hanno fregato e che si spaccherà secco prima che se lo possano godere, e ne ho approfittato per seppellire l’ascia prima ancora che venga estratta, invitandolo alle Cappe a bersi una birra.

Gliel’ho scritto, ma quando ho cliccato “invia” mi è comparso un messaggio che diceva che non ci sono cazzi, a quell’utente lì i messaggi privati non glieli posso mandare. Con le balle che mi giravano per aver buttato via dieci minuti a scrivere qualcosa andato irrimediabilmente perso, sono andato sul suo blog per lasciargli almeno un sunto della mia lettera nei commenti.
Niente, ha bloccato sia i commenti pubblici che quelli privati, privandomi del piacere della replica.

Pazienza, nel frattempo Bjork ha finito di strillare, il Subcomandante è rientrato dalla missione in Bolivia, o dove è andata stavolta non so, quella lì è sempre in giro.  Stavolta ha riportato doni di popoli lontani, un tappeto, delle tende, un colapasta, delle forbici, qualcosa mi dice che il Paese lontano era la Svezia, quartiere di Campi.

Mi accoglie con un sorrisone, meno male, temevo che mi facesse una testa così perché stanotte ho dormito sul divano e non ho rimesso a posto nè la coperta nè il cuscino. Si vede che ai punti lavare bene la bistecchiera vale più che tenere in ordine un divano.
Alla fine è come negli scacchi, un alfiere e un cavallo si equivalgono, ma per una torre si possono anche perdere. Negato al nobile gioco, credo che convenga imparare, chissà che non mi risparmi qualche cicchetto.

Ma torniamo a questo racconto senza capo nè coda, che avviene mentre lo scrivo, neanche fossi il Vecchio della Montagna Vagante. Il Subcomandante Marzia mi presenta un elenco spaventoso di lavori da fare in casa, traslochi, riparazioni, roba che si fa prima a buttare giù tutto e rifare. Lo credo che sorrideva quando sono arrivato, mi stava indorando la pillola.”Non c’è problema”, le rispondo, se non so giocare a scacchi sono bravo a bluffare a poker,  “Appena abbiamo un giorno libero da spese, inviti a pranzo cene matrimoni battesimi funerali divorzi, ci mettiamo lì e facciamo tutto, tanto cosa vuoi che ci voglia, un pomeriggio!”.
Marzia mi abbraccia, contenta che l’uomo di casa si dimostri così solerte nelle fatiche.
L’uomo di casa non lo so, io sto solo prendendo tempo, e mentre scrivo approfitto della sua assenza nella stanza per buttare un occhio alle offerte di appartamenti sfitti: tempo una settimana e i lavori durissimi da fare qui saranno solo un tenue ricordo.


il matrimonio

Qui dovrei raccontare della giornata di domenica, il matrimonio, non accennare alla partita perché mi sono imposto di parlare di Genoa solo in apposita sede.. A proposito, da qualche giorno campeggia nella colonna di sinistra il banner del nuovo multiblog che abbiamo aperto con gli altri cazzari, dedicato alle sfighe della nostra squadra del cuore, l’abbiamo chiamato Nube Che Corre, nome che a più di un tifoso farà rizzare i peli.

Dovrei, dicevo, raccontare di domenica a Moneglia, cittadina che non conoscevo se non per i racconti di uno che ci andava con la sua ragazza che però non stavano insieme e infatti non si vedevano mai però si vedevano sempre, e che alla fine l’ha piantata però continuava a starci insieme. A me Moneglia ha sempre fatto venire in mente persone complicate, sarà per quello che arrivando mi ha preso l’ansia, oppure perché ci si arriva attraverso una serie di tunnel lunghi lunghi e stretti stretti e dietro di me c’era una che ascoltava a tutto volume Filcollins.

Poi non è che ho visto granché di Moneglia neanche dopo, giusto i Bagni Letizia dove ho preso il caffè scecherato prima della cerimonia e la sede della Croce Azzurra dove ho seguito la partita durante. Finite partita e matrimonio ci siamo rimessi in coda per raggiungere il ristorante, e di quello non ho da raccontare niente, quindi farò quel che ho fatto domenica, ascolterò la radio.

Ci sono i Gansenrosis che cantano Doncrai, che mi riporta di botto agli ultimi anni di scuola, è l’unaetrentacinquecirca come in una canzone di Capossela che però allora non ascoltavo, sono fuori dal portone del Firpo in Via San Vincenzo, quello con le palme davanti, a cui manca un pomo, lo so perché me lo sono fregato io il giorno che ho dato l’orale alla maturità. Sto aspettando qualcuno, escono tre ragazze di seconda, ricordo quella di mezzo perché era una delle più carine dell’istituto, e quel giorno cantava a squarciagola Donciucraaaiaaai tunaaaait, che era appena uscito il singolo e in giro non si sentiva altro, magari però cantato meglio, ma va detto che lei l’avrei baciata più volentieri che Acselros.

Nel frattempo siamo arrivati al ristorante a Molinetti, un buffet abbondante e variegato è distribuito per tutta la terrazza, c’è un simpatico cameriere che ti offre “la sua fetta di piadina al formaggio che mi aveva chiesto, signore”, che ti chiedi se abbia bevuto e la accetti per cortesia, ed è rovente e ti ustioni e lui intanto se la ride e ne offre a qualcun altro, e allora non hai bevuto sei un bastardo di cameriere di merda spero che ti venga il cagotto e ci siano tutti i bagni occupati e ti tocchi farla in un cespuglio e senza volere la faccia sul cane di un cliente che si metta a guaire e corra fuori tutto sporco di merda e tutti gli invitati ti scoprano con le braghe calate e ti ridano dietro come hai fatto tu con loro tranne la padrona del cane che da ridere avrà ben poco.

Alcuni bambini si preparano a una gara di tuffi nella vasca dei pesci rossi, i genitori tentano di distoglierli dall’insano proposito, e una tizia mi si avvicina: “Scommetto che non ti ricordi di me”.
“Certo che mi ricordo di te”, rispondo. Anche perché me lo chiede tutte le volte che mi incontra, e ogni volta non riesco a camuffare quell’intonazione particolare nella voce che sta a significare “Francamente speravo di non incontrarti ancora”. Come Highlander la mia mente fa un altro balzo all’indietro..
La compagnia più noiosa del mondo era composta da un paio di truzzi tutti macchina e discoteca, due ragazze iscritte a giurisprudenza che parlavano solo delle proprie scarpe, uno che aveva visto gli ottoottotre a Milano, qualche tinèger del quartiere e due tre più grandi di sesso indubbiamente femminile che rappresentavano la ragione principale per cui bazzicavo il loro bar. L’altra è che il gioco di Babbolbabbol andava con le monete da cinquanta invece che da duecento.
Qualche volta si aggiungeva il compagno di banco di quello bravo a cirulla, e la sua ragazza, che era quella che mi sta davanti. I due componevano una coppia straordinaria, lei era la versione femminile del Gabibbo sia per la forma che per il vocabolario, lui era pallido come un proteo, di cui esprimeva lo stesso sguardo acuto.

Non posso dire che sia stato a causa loro che finii per disertare il bar, ma certo rappresentavano un ottimo assaggio della vitalità che quel luogo trasmetteva: averceli di fronte era come guardare una pianta, nell’arco di un anno avresti potuto notare qualche piccolo cambiamento, ma sulla breve distanza era impossibile vederli muovere.

Torno alla realtà solo perché il ricordo è troppo noioso da sostenere, e trovo la Gabibba che mi sta raccontando proprio del suo ex fidanzato, da cui si è separata un lustro fa, con una rabbia come se fosse stata scaricata ieri. Non credevo che un uomo così scialbo potesse ispirare tanto rancore.
Decido che ne ho abbastanza, glisso e sparisso.

Del resto della serata ho solo vaghi ricordi, io con un negroni in mano che parlo con qualcuno, io con un altro negroni che parlo con qualcun altro, io da solo che parlo col terzo negroni. Dai racconti degli amici ho potuto ricostruire abbastanza da non voler ricordare il resto, e su questo ennesimo aneddoto autocelebrativo chiudo e vado a giocare a Pang.


smogghezzinnioràis

Esco, ciao. Dove vai? Non vedi che c’è Il Nostro Presidente che parla in televisione? Orcaloca! Allora esco dopo! Chiamo Marzia, pronto, c’è Il Presidente su Telegenova. Io non prendo Telegenova. Allora vengo più tardi ciao.

Il direttore di QS ribadisce a gran voce che il Genoa ha subito gravissime ingiustizie, niente che non sappia già, ma voglio sentire se è vero che Preziosi si è detto disposto a spendere mille euro di multa la settimana per veder insultare Carraro.
Resto ancora un po’ a cincischiare, ed è per questo, Vostro Onore, che mi trovavo ancora per strada al momento dell’esplosione..

PEMM!! Cazzo, ho bucato una gomma! Ah no, è scoppiata l’Iplom, meno male..
No, aspetta, se fosse scoppiata l’Iplom sarei atomi sparsi per terra, ne è scoppiata solo un pochino, sono salvo..
No, aspetta, salvo una sega, ci sarà una fuoriuscita di gas tossici! Sono in pericolo!! DEVO FUGGIRE!!!

Per fuggire ci vuole:
– una macchina
– biancheria pulita
– documenti
– soldi

La macchina ci son seduto dentro, ha anche il pieno, posso fuggire per parecchio, ho appena fatto la doccia e mi sono cambiato le mutande, i documenti li porto sempre con me metti che mi fermano i carabinieri e mi scambiano per il noto latitante Gennaro Pisapìa Detto O’Stuort’, i soldi..
Merda i soldi! Dovevo ritirare al bancomat! Ormai è tardi, la nube tossica è già uscita dal serbatoio in fiamme e si avvicina minacciosa!
Vorrà dire che fuggirò con Marzia, magari qualche ventina di euri ce li ha.
Mi precipito a casa sua urlando.

– La nube tossica! La nube tossica!
– Chi? Dalla Costa? Noooo!!!
– Ho detto tossica, non checorre. (Di questi tempi non si parla d’altro, capiteci) E’ saltato un serbatoio dell’Iplom, la nube tossica è uscita e sta per invaderci.
– Ah meno male, avevo paura che Preziosi avesse venduto ai veneziani.

Scappiamo alla svelta, ma la nube è già alle nostre spalle. Possiamo sentire la puzza tremenda che sprigiona.
– Madonna, ma cos’hai mangiato? Apri il finestrino! – sbotta Marzia.
– Non sono io, è la nube tossica!
– Sembra dopo che sei stato in bagno.

Mi domando se sia stata una buona idea salvare anche lei..

Al semaforo la nube svolta a sinistra, io giro a destra e la frego. Siamo salvi!
Marzia si lamenta, ha fame. È scappata di corsa e non ha avuto tempo di farsi qualcosa da mangiare.
“Andiamo a mangiare la pizza?”, le propongo. ”Paghi tu?”
“Io voglio la caponata”, risponde.
“E dove la trovo la caponata? Ti vanno bene due melanzane alla parmigiana?”
“Allora il pane ca meusa”. Echeduepalle!
Ci accordiamo per un gelato al pistacchio senza brioche, ma l’unica gelateria aperta è a Busalla, proprio di fronte all’Iplom.
I tavolini in giardino sono tutti vuoti, dall’altra parte della strada un serbatoio fa delle fiamme alte ottanta metri. Andiamo a sederci dentro che c’è l’aria condizionata.

A un certo punto arriva un vigile: “Dovete evacuare!”
“L’ho già fatto stamattina appena alzato”, rispondo.
“No! Intendo che dovete andare via, la nube tossica sta tornando!”

E infatti eccola là, lanciata a tutta birra lungo l’autostrada deserta, in corsia di emergenza per dileggio a chi vorrebbe fermarla. Poi si ferma, scavalca il guardrail e per un attimo sembra voler tornare all’interno della raffineria, a raccontare alle sue amichette nubitossiche di quanto si è divertita a scorrazzare qua e là provocando tante belle leucemie.
No, aspetta, ci ripensa. Con un guizzo si tuffa nello Scrivia e scompare. Un paio di ecologisti stramazzano gridando “disastro ecologico!”, ma è un insperato colpo di fortuna. La nube sperava di fuggire e inquinare i bacini idrici di tutto il Piemonte, ma è andata a finire nell’unico posto più velenoso di lei, il letto dello Scrivia, ed è morta avvelenata.
Basta, fine della storia, non c’è più niente da vedere. Marzia ha sonno e chiede di essere riaccompagnata.

– Domani sera andiamo a vedere un terremoto?
– No, domani è venerdì, vado a squagliarmi il fegato nei vicoli, tuttalpiù riesco a mostrarti un incidente stradale, dopo..