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João I è stato il decimo re del Portogallo

Regnò dal 1385 al 1433, pur essendo il frutto illegittimo di un re e della figlia di un mercante, ma a quel tempo la situazione del trono era piuttosto complicata, ovunque ti girassi saltavano fuori fratellastri e brutte storie di corna, e insomma, quando mancano i cavalli corrono gli asini, come si dice.
Fu un sovrano istruito e amante delle arti, e i suoi figli non gli furono inferiori: Enrico Il Navigatore fu il promotore delle esplorazioni marittime che portarono alla colonizzazione delle Azzorre, sua figlia Eleonora scoprì il bosone di Higgs prima ancora che Higgs nascesse, e fu solo perché non aveva altri nomi da dargli che accantonò la scoperta e si fece monaca di clausura. E che dire di Beatrice D’Aviz, nata da una relazione extraconiugale con la figlia di un calzolaio? A diciannove anni si sposò e a ventinove restò vedova, ma si risposò a trenta, e poi di nuovo a 47 e, prima di morire di peste nera come tutta la sua fortunata famiglia, riuscì a scrivere una serie di fortunati romanzi rosa che vennero poi trasposti in un telefilm di incredibile successo dal titolo O Sexo E A Cidade.

João I è il nome della strada ripida che ti porta giù diritto alla Ribeira, proprio in mezzo ai tavolini del Chez Lapin, quando ti si stavano seccando gli occhi e avevi bisogno di posarli subito su un fiume, e sei sceso a passo svelto e in un attimo correvi, per l’eccitazione e per non cadere giù da quella scarpata di porfido, ed eccolo ai tuoi piedi, il Douro, i barconi carichi di botti, il gigante di ferro che ti guarda e sembra soddisfatto di rivederti, era sicuro che saresti tornato, la luce di quella città ti ha reso la sua falena, trovati un tavolino e facciamo due chiacchiere, ma il cameriere te lo chiamo io, lo sai come sono diffidenti verso gli stranieri.

Da un paio di giorni João è anche il nome di un affarino rosso, neanche due etti di pelo, un motorino sempre acceso che mi staziona sul braccio mentre scrivo, sulla tastiera quando cerco di leggere, sul cuscino quando dormo, e lo osservo passare con le sue zampe così grandi e la coda dritta, diretto all’esplorazione di qualche angolo della cucina. È regale nella postura, seduto sulla spalliera del divano o su una pila di libri, e quando si fa le unghie sui fumetti mi accende la stessa urgenza che sento quando penso a quella strada nel centro di Porto, e gli corro incontro in un florilegio di madonne che rappresenta un matrimonio laico con quel paese dove ho parcheggiato il cuore.

João I detto O Preguiçoso

Mi fa sorridere quando siamo tutti e tre sul divano, insieme a One Eyed Jack, tre mammiferi maschi ipertricotici, e nessuno ha voglia di alzarsi a mettere su il caffè, e allora ci guardiamo un film e dopo dieci minuti dormiamo abbracciati e non ci turba nè la pioggia nè l’inverno dietro la porta.

È un equilibrio pericoloso, perché si appoggia su una base larga come il divano, e non si muove neanche se la scrolli forte; è quella comfort zone che gli esperti ti dicono di non frequentare troppo, una bolla di plastica dove entra poca luce, ma anche pochi fastidi, dove è troppo facile chiudersi e non voler più uscire e dimenticarsi che la vita è fuori.

Forse scriverò un libro, forse compirò la definitiva trasformazione nel disadattato in tuta che spegne e riaccende la luce tredici volte di fila sennò finisce il mondo, forse i vicini verranno a vedere cos’è quella puzza che si sente fin dalla strada e l’indomani saremo tutti e tre sul giornale. Comunque andrà a finire, la strada passa da questo scricciolo lungo un palmo, capace di dormire in posizioni che farebbero sbiancare una contorsionista cinese. E da voi stronzi, che il sabato sera avete sempre qualcos’altro da fare.

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di passeggiate surreali

Stasera ho cenato presto, mi sono perso a cazzeggiare per un po’ e alle nove e rotti, un’ora prima del previsto, ho portato Jack a fare la sua passeggiata. L’itinerario è sempre lo stesso, scendiamo per la strada vecchia fino al vicolo che costeggia il ruscello, attraversiamo i giardinetti e torniamo per la via più lunga fino sotto casa di mia sorella, dove ci infiliamo nel vialetto buio che ci porta davanti al portone di casa. Non abbiamo incontrato nessuno, come al solito, ho approfittato della solitudine per scorrere la dashboard, come faccio a casa. Ve l’ho detto, ho un problema.

Nel vialetto buio scontro qualcosa col piede, guardo giù e c’è Jack che protegge con le zampe una palla scura e mi osserva preoccupato, come a dire “oh tipo, guarda un po’ dove cammini!”. Lo illumino col telefono, è un riccio. Se ne sta immobile in mezzo al passo aspettando che togliamo il disturbo per poter riprendere le sue faccende. Jack lo annusa, mi osserva, non capisco se vuole che lo metta al riparo o glielo sbucci.

Nel dubbio gli passo un dito sul dorso, leggero leggero, fra gli aculei, provo ad accarezzargli un fianco, ma non apprezza e cerca di proteggersi. Non si sente particolarmente minacciato, riesco ancora a vedergli il muso. Ha un nasone nero e un’espressione buffa, quasi quasi me lo porto a casa e gli offro un po’ di latte, penso, poi no, in un ambiente estraneo non si metterebbe di certo a mangiare, lascia perdere.

Sono lì per andarmene e passa mio cugino con la carriola, ci salutiamo, diciamo due cretinate, sto attento che non lo calpesti..

Poi arrivano tre rasta con lo zaino che proprio non ho idea da dove siano saltati fuori, parlano spagnolo, hanno un cane. Uno mi chiede il sesso del mio, gli dico maschio, sembra soddisfatto, mi dice qualcosa riguardo il cagnone nero che si portano appresso e intuisco che temeva uno scontro; poi vede il riccio, ride, borbotta qualcosa e mi dice “amigo, fuma erba?”. Siamo diventati subito amiconi, solo che io non fumo, lo ringrazio e se ne torna nell’oscurità da dove è venuto.

Torno a casa anch’io, credo sia venuto il momento anche per me e Jack di rientrare, e sono sicuro che anche il riccio ha di meglio da fare che assistere a queste simulazioni casalinghe di erasmus.

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Ciccio il riccio e One Eyed Jack


del perché Ben Affleck non può fare Batman

Ho scritto un commento sul blog del Dottor Manhattan, una roba da nerz che vi invito a leggere solo se seriamente motivati, che con tutti i problemi che ci sono al mondo oggi è da irresponsabili mettersi ad alimentare una polemica sul fatto che Ben Affleck sarà il nuovo Batman, molto più serio aggiungersi al coro di quelli che berlusconeingalerasì o berlusconeingaleranò, tanto la cortecostituzionale è una roba per ridere, dai, volevate mica condannarlo sul serio? Guarda, davvero, lasciami Batman, è meglio per tutti.

Ben Affleck è meglio di Christian De Sica, ma peggio di Christian Bale, insomma meh.

Poi però è saltata la luce, perché in casa mia l’impianto elettrico l’ha fatto il nonno di Garibaldi usando uno schema che gli aveva disegnato Alessandro Volta su un tovagliolo del bar, e se provi ad accendere insieme la lavatrice e il forno fai saltare la corrente a tutto il palazzo, che adesso te ne freghi perché la vicina non c’è, ma domani torna e se le impedisci di guardarsi i telefilm di Renegade su Retequattro quella è capace che smette di farti il caffè. E comunque l’ultima volta che è successo ho fermato un intercity qui di fronte e meno male che non sono andati a cercare la causa, sennò per sdebitarmi con Trenitalia dovevo viaggiare in locale tutta la vita da Ronco a Santa Maria Capua Vetere.

Insomma, è saltata la luce e il mio commento ben scritto e ragionato si è perso come farebbe questo post se saltasse la corrente adesso, che io di scrivere in brutta e poi casomai copincollare no, molto meglio buttare giù di getto come viene e manco rileggere, che palle rileggere, tanto chi vuoi che se ne accorga se è scritto coi piedi, mi leggono in quattro. Poi però mi lamento che il mio blog lo leggono in quattro e per mantenermi devo inscatolare viti, e anche così non arrivo alla fine del mese, cosa che sto cercando di risolvere tenendo sotto controllo Jack, che secondo me da quando gli ho dato il codice del bancomat va a fare dei prelievi di nascosto, perché non è mica possibile fare la vita dell’eremita come faccio io e farsi offrire il pranzo venti volte al mese e ciononostante avere un conto che neanche il re dell’Uganda, adesso faccio come lui e mi metto a scrivere email agli sconosciuti proponendo loro affari vantaggiosissimi come avete fatto a non pensarci prima meno male che ci sono qua io.

Che poi io questa cosa del re dell’Uganda che scrive le email.. le avete mai ricevute? A volte è lui, a volte il suo segretario, ti propone di metterti in società per fare delle robe che guarda, c’è da lucrarci di brutto, solo che usa un linguaggio più complicato, ci gira intorno, perché in Uganda non parlano bene l’inglese e non sanno tradurre lucrarci di brutto. Ora, secondo me non è davvero lui, è una specie di truffa. Non sono sicuro, non vorrei mettervi in testa delle idee sbagliate, ma secondo me se gli mandate i soldi che chiede poi non lo vedete più. L’ultima volta gli ho risposto che l’avrei aiutato volentieri, ma ho investito i miei risparmi per comprare una stufa a Elena che vive in Russia. Semmai col prossimo stipendio, dai.

Ma dicevo del mio commento, che mi sono dovuto mettere lì e riscriverlo, solo che nel frattempo ho preso l’aperitivo a base di Tennent’s e Fonzi, che è un abbinamento che a stomaco vuoto ha degli effetti sui miei neuroni che se potessero osservarli con qualche strumento sofisticatissimo tipo una lente d’ingrandimento PERÒ NUCLEARE vedrebbero delle robe con tante zampette che si danno delle pacche sulle spalle e ridono come dei cretini, poi indossano dei sombreri e suonano l’ukulele. Li invidio un po’ i miei neuroni, io l’ukulele non lo so suonare.

Così il mio commento è venuto fuori più sbarazzino, ho faticato ad arrivare al punto, mi sono perso, ho rischiato anche di andare fuori tema, che è una cosa che la mia maestra delle elementari odiava, ogni volta mi faceva dei segnacci sul quaderno e scriveva a lettere maiuscole NON ANDARE FUORI TEMA!!UNO! e la cosa mi ha lasciato tanto sconvolto negli anni a venire che adesso quando mi sembra di divagare mi appare la sua faccia incazzata e per non avere gl’incubi la notte devo buttare via tutte le penne rosse che ho in casa. Operazione, peraltro, costosissima, perché in casa non ho penne rosse, così devo scendere dal tabacchino a comprarne una scatola.

Per un certo periodo ho provato a frequentare la nipote della mia maestra, che è molto carina, e speravo che sostituendo la sua faccia con quella che mi perseguita di notte i miei incubi sarebbero finiti, ma non ne ha voluto sapere di venire di notte a casa mia, ho provato a spiegarglielo che non era perché bramavo di strapparle le mutande, cioè, non solo, ma vabbè, no. Per fortuna che il tabacchino ha accettato di farmi credito, sennò mi toccava andare in analisi.

Ecco perché secondo me Ben Affleck non va bene come Batman.


un rapido aggiornamento della mattina lavorativa

È ora di prepararsi un caffè e andare a lavorare, come stanno già facendo le persone che vedi dalla finestra, che sono tutte lì che si trascinano per il marciapiede del binario della stazione del treno delle ferrovie dello stato, e hanno una faccia che guarda, non lo diresti proprio che è venerdì, perché il venerdì in realtà non è più bello perché poi la sera e il giorno dopo e quello dopo ancora, è venerdì e basta, è un giorno di lavoro, sarebbe come dire che bello oggi muoio ma poi domani vado in paradiso, ma stigrandissimicazzi, scusa eh! Che oltretutto il paradiso non è più quel posto piacevole che ti faceva venire in mente Vanesse francesi sedute nude sul bordo di una piscina vuota in un tripudio di foglie secche mentre cantano una canzone accattivante che gliel’ha scritta Lenny Kravitz, ormai il paradiso è così affollato di celebrità in disuso che sembra la discoteca di Umberto Smaila. L’unica che potrebbe rendermi di nuovo il paradiso un posto interessante è la mia amica omonima, ma non scrive più niente, è proprio vero che quando raggiungi la pace degli studi poi tiri solo a campà. E ci credo che allora uno sceglie l’inferno, anche solo nella speranza di incontrare Hellboy, no?

Comunque lo vedete, il blog vivacchia, il suo padrone credo anche, non sono io il suo padrone, è il signor wordpress, che mi dicono se la cavi abbastanza bene, va al tennis tutte le mattine in scooter e pascola il sanbernardo, beato lui. Io devo dire sto piuttosto bene, cerco di non sciogliermi corpo e conto corrente, che devo comprarmi dei mobili e poi essere integro per poterli sfruttare (si, sto progettando di diventare uno sfruttatore di arredi, il mio sogno è mettere una libreria billy a cucire palloni da calcio), e poi ho cominciato una cosa che mi sta mettendo di quell’umore che non sai se cantare vecchie canzoni ritmenblù con un sacco di uaaah uaaah o scrivere pagine e pagine di idiozie svagate senza una vera ragione. Indovinate io quale ho scelto.

Poi fra poco comincio le ferie, non vado da nessuna parte perché sono diventato la Grecia, dico, nella sfiga manco la fortuna di diventare il Portogallo, no, la Grecia, che a me il mare manco piace, ma forse riusciamo a ritagliarci un fine settimana di svago in una città del centroeuropa fondata intorno al 1200, che mi fa venire voglia di rileggermi Q, e poi il resto dell’estate non lo so mica come lo passerò, che qui vanno via tutti, resteremo solo io e One-Eyed Jack a presidiare il fortino.

Vabbè, ho sempre un casino di fumetti da leggere, fra cui l’ultimo Hawkeye che è bello ma bello, e la saga cosmica scassatutto marvel che oramai lo sai come vanno certe cose, ma son più di duecento numeri, c’è da arrivarci al prossimo inverno e credo che avrei bisogno di un tablet, non uno superfigo, giusto un modello che mi permetta di leggerci sopra i fumetti. Devo cercarlo su ibei.

E basta, vado a chiudere la settimana, che se non lo faccio io qui si lavora ad oltranza fino a ottobre senza neanche dormire più, cosa che fra l’altro ormai faccio abitualmente, che fra concerti e telefonate e birrozzi con persone di dubbia moralità le ore di sonno si sono trasformate in minuti.


Un passo per volta

Andare a vivere da solo non è una cosa facile di suo, quando la casa in cui ti trasferisci non ha niente ogni piccolo passo diventa una sfida. Quando dico niente significa proprio quello, niente: la porta d’ingresso, le finestre, il bagno, il lavandino in cucina. E la muffa. Tanta, tantissima, io non ho mai visto una quantità simile di muffa neanche nel laboratorio di un micologo.

Per non parlare dell’impianto elettrico, risalente a quando Galvani ci faceva muovere le zampette delle rane morte, e piuttosto inadeguato per gli elettrodomestici odierni.

Comunque niente che un po’ di lavori di muratura.. ochei, tanti lavori di muratura.. e qualche filo più spesso non possano risolvere, e finalmente ti trovi una sera che hai spostato in solaio tutto quello che apparteneva alla tua vecchia vita, e ti trovi a preparare il lettino in una stanza piena di scarpe e fogli sul pavimento e borse e un armadio nuovo già pieno e in disordine dopo neanche mezz’ora che hai cominciato a riempirlo. Chissà se il Guinness dei primati registra il record di messa in disordine di un guardaroba.

Insomma che vado a dormire nel vecchio letto nella casa nuova, e la prima prova è spiegare a Jack che la nuova collocazione del letto non ha un lato appoggiato al muro, perciò se si butta da un lato come è abituato a fare si ritrova sul pavimento.

Lo capisce da solo quasi immediatamente, migliorando di parecchio la mia postura orizzontale.

Ci si dorme bene nella casa nuova, i vicini è come se non ci fossero, e in effetti non ci sono proprio, sono l’unico inquilino dell’edificio, e gli appartamenti adiacenti sono occupati rispettivamente da una coppia di mummie e da un ingegnere informatico, categorie silenziose da sempre.

La mattina prendo il pentolino nuovo e mi scaldo la colazione, intanto vado a lavarmi in bagno, dove scopro di avere commesso il primo errore: non ho portato gli asciugamani. Neanche uno.

Vabbè, una volta conoscevo una ragazza che diceva di non asciugarsi mai la faccia, mi risulta essere ancora viva, correrò il rischio.

Il secondo errore lo scopro dopo aver tirato la catena e aver notato come l’acqua da sola non riesca a liberare del tutto l’area di lavoro. Occacchio. E adesso?

Sono piccole cose alle quali ti abitui a non pensare, voglio dire, quando mai ci è capitato di non trovare lo scopino del gabinetto accanto alla tazza? Quando avremmo dovuto ricordarcene noi, per esempio.

Passo la mattina a comprare le cose di prima necessità, tipo lo scopino, e di seconda necessità, tipo il sale e la frutta. Attrezzarmi a vivere per conto mio mi ha abituato a certi accostamenti bizzarri negli acquisti: due spine e una bottiglia d’olio, una sedia un ferro da stiro e un pacco di biscotti, tre metri di prolunga e un fon, che il ferramenta mi ha chiesto se avevo intenzione di asciugarmi i capelli in strada.

La connessione internet è arrivata stasera, cosa che mi ha spinto ad accantonare i progetti di pulizia in favore di uno sfrenato e salutare cazzeggio.

Dalla sua sedia, la chitarra mi osserva tristemente (ho solo due sedie, la mia e quella della chitarra), ha capito che i giorni di studio subiranno un drastico ridimensionamento.

Ma no, le dico, è solo stasera che ho la botta di recuperare tutto quello che ho lasciato indietro, fumetti, telefilm, musica e cazzate, e poi ho da promuovere il nuovo libro.

Perché magari c’è ancora qualcuno fra i lettori del pablog che non lo sa, ma il 2 maggio esce il libro di ARTErnativa, e per l’occasione abbiamo pure aperto un bel sito, e una bella pagina facebook, e un tumblr, e un account twitter, e pure hahaha, una pagina su huhuhu, mi vien da ridere, google+.

Il libro di ARTErnativa, siore e siori

Il libro di ARTErnativa, siore e siori

Saremo simpatici? E quando dico saremo intendo ovviamente noi staff di ARTErnativa, cioè Alberto Ghè, Andrea Lombardo e io. Scrivo i nomi così se ci cercate su guggo succede delle cose che non ho capito perché quando me le spiegavano giocavo con lo smarfo.

E poi? Che altro è successo in questi mesi in cui sono scomparso dalla rete? Boh, un sacco di cose, certe interessanti, altre curiose, certe pazzesche, altre tristi e certe incomprensibili. E ci sono stati dei momenti che sono arrivate tutte insieme e ho dovuto sedermi un attimo, che a una folla di emozioni così non sono più abituato. E poi ci sono stati altri momenti in cui il silenzio mi è pesato, e allora ho acceso la radio e mi sono messo ad ascoltare e trasmettevano un’opera di Verdi, e mi sono immaginato queste persone ben vestite, su un palco, a cantare cose di cui nessuno capisce mai il testo, come in una lingua perduta, e ho pensato che in fondo io sono uguale, mi esprimo in un linguaggio che capisco soltanto io, e da sotto il palco la gente applaude, ma alla fine esce e si chiede “ma che cazzo ha detto?”, e io sto lì sul palco e cerco una sedia, e mi siedo accanto al clown triste, che tutti i clowns sono tristi, col loro cerone in faccia e il sorriso sformato che li rende ancora più tristi, e gli dico “Ma senti un po’, clown triste, ma chi ce lo fa fare di venire fin quassù a cantare canzoni che non capisce nessuno? Non potremmo arrenderci e fargli un pezzo di Celentano, tipo?”, e lui mi risponde che no, il tuo linguaggio è quello che sei, e quello che sei non si regala, e se non ti capiscono sono problemi loro, mica tuoi. Poi però scoppia a piangere e mi appoggia la testa sulla spalla, e allora io mi alzo di scatto e gli urlo “E no, cazzo! La camicia nuova!” che il cerone non viene più via, e vorrei stare ancora un po’ lì a commiserarmi, ma ormai mi sono alzato, tanto vale che faccia qualcosa di utile, così mi metto a far da mangiare, e pulisco casa, e piano piano la tristezza se ne va, e alla fine era solo un po’ di niente che si era depositato nello stomaco, basta riempirlo e se ne va da solo.


I vent’anni di Achtung Baby

Non so se vi è mai capitato di voler scrivere un post per il ventennale del vostro disco preferito e di non riuscirci perché vi succedono un mucchio di cose impreviste. A me è successo oggi.

Me lo stavo preparando da più di un mese, il ventesimo compleanno di Achtung Baby, il mio disco preferito da quando ho rotto la cassetta di “Le più belle sigle dei cartoni in tivù” che conteneva Orzowei e Supergulp. Volevo celebrare degnamente quello che oltre ad essere il miglior disco del gruppo di Dublino è anche lo scotch con cui ho sigillato interi scatoloni di ricordi di gioventù, che il 1991 per me è stato un anno parecchio fico.
E insomma, me lo volevo proprio gustare questo ventesimo, volevo mettermi lì e scrivere il post perfetto, impiegarci una settimana, un mese se era il caso, non buttare giù una roba di getto e non farmi trovare impreparato.

Solo che poi mi sono dimenticato.

Stasera torno a casa dalla spesa e mi viene in mente mentre sono in autostrada, immerso nella nebbia fra il casello di Arquata Scrivia e quello di Budapest Zona Industriale (nella nebbia è sempre difficile orientarsi), che oggi è il 20 novembre, e il compleanno del mio disco preferito era l’altroieri. Vabbè, torno a casa e mi metto a scrivere qualcosa di decente, in fondo ho tutta la sera per non produrre la solita schifezza.

E invece non ce l’ho avuta tutta la sera, perché le cose non vanno mai come te le programmi, neanche quando non te le programmi apposta per non fartele rovinare dall’imprevisto, alla fine l’imprevisto si rende prevedibile e ti frega lo stesso.

Succede, per esempio, che da dieci giorni debba somministrare un antiemorroidale a Jack Oneyed, perché ha avuto la brillante idea di partecipare a un gioco erotico con la cagna dei vicini e si è fatto infilare una strapping ball nel sedere, irritandosi le ghiandole paranali. A parte che vorrei sapere dove si è procurato l’oggetto, che i miei sollazzi sono diversi, e comunque non di quel colore, ma poi almeno usa del lubrificante, checcazzo!
Così tutte le mattine e tutte le sere devo infilarmi un guanto in lattice e dirgli di voltarsi per potergli dare la pomata. Non fa resistenza, ma è una cosa lunga, una mezz’ora ce la perdiamo sempre. Senza contare i preliminari, i baci con la lingua e tutto il resto.

Terminata la sgradevole funzione mi preparo finalmente per andare a dormire, ma non è ancora finita, perché mi scrive un amico per andare allo stadio giovedì a vedere il Genoa in Coppa Italia. Gli rispondo di si anche se non vedo una partita da mesi, o forse proprio per quello, sebbene oggi mi abbiano detto che col Novara è stato più noioso che vedere due focomelici che si sfidano a braccio di ferro. Sbrigata anche quella pratica non mi resta che prendere il portatile e andarmene a letto, ma mi chiama Vivienne Westwood per mostrarmi le foto della sua ultima sfilata di moda. Lo fa spesso, va a fare questi servizi fotografici e poi me li mostra per chiedermi un parere, sa che mi fa piacere aiutarla. Solo che è già tardi e vorrei mettermi a scrivere il mio pezzo prima di dormire, e domani devo andare a lavorare, non mi va di stare sveglio fino all’una.

Provo a smarcarmi con gentilezza, ma quella insiste, mi mostra sedici foto della sua modella che non ride mai, mi chiede quale preferisco; gliene indico tre a caso, la due, la otto e la undici, senza sapere veramente che foto siano, giusto per farla contenta, tanto alla fine se le sceglierà lei come al solito; la saluto e me ne vado, ma mi arriva un altro messaggio dal mio amico dello stadio, vuole sapere se i biglietti li prendo io o deve occuparsene lui.

L’orologio indica che ho già superato di parecchio il momento in cui normalmente chiudo gli occhi e li riapro la mattina, va a finire che non riuscirò a dormire otto ore come previsto, e la cosa mi turba parecchio, mi ha detto il dottore che se non dormi almeno otto ore per notte ti vengono le rughe e finisci per somigliare a Keith Richards, ma senza saper suonare la chitarra, e ho paura che con le rughe il mio celebrato fascino da quindicenne imberbe subirà danni irreversibili, e ai prossimi MTV Awards chiameranno a presentare la serata Gasparri, che tanto adesso è senza lavoro e ha già dato la disponibilità.

Rispondo al mio amico che i biglietti non servono, per il mio anniversario di non matrimonio (non so come si dica quando due festeggiano il giorno in cui non si sono sposati perché il parroco che doveva celebrare la funzione è rimasto chiuso nel confessionale e hanno dovuto usare la motosega per tirarlo fuori, ma quando ci sono riusciti si sono accorti che nell’operazione gli avevano tagliato un braccio e adesso non poteva più infilarti l’ostia in bocca e quindi la cerimonia non era più valida, e intanto che chiamavano il prete di riserva hanno fatto uscire la safety car guidata dal chierichetto, ma a quel punto gli invitati gli è venuta fame e hanno disertato la funzione in massa per andare al ristorante, e la sposa non si è più voluta sposare, perché un matrimonio in chiesa cosa lo celebri a fare se non c’è nessuno che ti guarda?) un altro mio amico che era appena tornato dall’Afghanistan mi ha portato un prodotto tipico del posto e ce l’ho ancora lì sul caminetto, carico. Vedrai che ci fanno entrare senza chiederci neanche i documenti.

Riprovo ad andare a letto, ma lo so già cosa sta per succedere, e infatti succede: Vivienne Westwood mi mostra altre sessantacinque foto delle sue modelle e mi chiede se stanno meglio ritagliate dalla vita in giù o dalla testa in su. Le rispondo in malo modo, di tagliarle dai piedi in su e fare le foto al gatto ciccione, che è più fotogenico, e naturalmente si adonta. Mi dice che dovrei essere più gentile, che ho avuto tutto il giorno per scrivere, non è che mi devo ridurre proprio a quest’ora, e io le spiego che scrivere non è come lavare i piatti, che se lo fai ora o domani è lo stesso, che tanto i piatti sono sempre lì; scrivere è più come dover fare la cacca, devi aspettare che il momento sia propizio, sennò stai delle ore seduto a leggere e per quanto ti sforzi non tiri fuori niente.

Bella quest’immagine, molto efficace, devo rivendermela.

A quel punto me ne vado finalmente a letto, ma tutto quello che volevo scrivere su Achtung Baby mi è passato di mente, oramai l’ho perso. E si è fatta anche un’ora allucinante, sono sicuro che domani avrò le occhiaie e dovrò darmi la crema per il viso che puzza di colla di pesce e al lavoro tutti mi piglieranno per il culo e mi chiameranno Uomo Tinca. Detesto quando mi chiamano Uomo Tinca, la tinca è un pesce veramente insulso, ha quell’espressione ebete.. Preferirei che mi chiamassero Uomo Salmone, che richiama certi valori come la caparbietà, l’anticonformismo.. ma la tinca, dai. Anche il nome è insulso, fa venire in mente un contenitore di plastica dove mettere la biancheria sporca. “Cos’è quest’odore di morte? Hai di nuovo dimenticato di togliere i calzini sporchi dalla tinca?”. Per favore..

Vabbè, niente, neanche stavolta scriverò il mio pezzo su Achtung Baby e i miei futuri rapporti di lavoro sono compromessi e anche la mia vita sentimentale con Vivienne Westwood sembra arrivata al capolinea, ma cerchiamo di vedere gli aspetti positivi, eh? Per la prima volta sono riuscito a usare “adonta” in un post, che erano anni che volevo farlo e non si era mai presentata l’occasione.
Stanotte dormirò poco, ma almeno dormirò felice.


I’m afraid of americans

Le pratiche per ottenere il visto per gli Stati Uniti sono lunghe e difficili, soprattutto quando devi partire da zero col passaporto. Molto difficili. Così difficili che se ne fa cenno in antichi testi greci, in merito alle dodici fatiche di Ercole quando il semidio, dopo avere sconfitto l’Idra di Lerna, partì alla ricerca di una cabina per fare le foto certificate.

Dai documenti forniti dalla Questura pare che la foto debba avere caratteristiche specifiche, non devi avere il cappello in testa, fare smorfie, sorridere, essere serio, incazzato, guardare dall’altra parte, avere gli occhiali storti, pensare ai cazzi tuoi, esserti alzato tardi e devono essere trascorse almeno tre ore dall’ultimo pasto.

Gli apparecchi abilitati a questo tipo di documenti ti fanno la foto e poi la limano, correggono tutti i difetti e infine stampano una riproduzione di te che somigli a Liz Taylor e quasi quasi per natale ti regali un lifting. Oppure divorzi.
A Genova cabine prodigiose ce ne sono poche, una in stazione Principe, ma ci è andata ad abitare una famiglia di tunisini, non vedono di buon occhio gli sconosciuti che si fanno la foto nel loro soggiorno; qualcuno dice che un altro apparecchio si trovi in centro, ma non si sa bene dove, chi dice in Corso Torino, chi in Piazza Dante, chi sostiene di averlo visto in Via XXV Aprile in una notte di plenilunio.

Per fortuna nei giardinetti di Busalla ce n’è una in buone condizioni, ed è lì che mi trovavo ieri sera dietro insistenza della fidanzata, il Subcomandante Marzia.

“Ma sei sicura che non vada bene una foto qualsiasi?”
“Dobbiamo affidare le pratiche per entrare nel Paese più paranoico del mondo al corpo più inaffidabile d’Italia, sei davvero sicuro di volerti fidare?”
“Beh.. in effetti..”

Fuori dalla cabina staziona un “losco figuro da Lonely Planet” (la guida più venduta nel mondo nutre un vero e proprio terrore verso gli individui che camminano a testa bassa nei quartieri meno frequentati, li addita spesso come malintenzionati e vi consiglia di non uscire con del denaro in tasca. Tuttalpiù, se volete prendervi un caffè, potete sempre ricorrere al borseggio), ma non abbiamo timore, perché abbiamo portato con noi il Feroce Jack, la belva sanguinaria, terrore delle postine, incubo dei gatti, che però adesso tira come un dannato per andare a correre in mezzo alla strada.
Astuto come una faina non l’ho detto, vero? Beh, c’è un motivo.

In ogni caso non mi fido, anche se il tizio col cappuccio della felpa tirato su sembra più un bimbominkia che gioca col cellulare potrebbe essere un subdolo rapinatore che ha applicato alla cabina un dispositivo che spruzza un potente narcotico quando premi il bottone verde, così da poterci addormentare e poi spogliarci dei nostri beni in tutta tranquillità. Mando avanti Marzia, in fondo se siamo qui è colpa sua.

Mette i soldi, schiaccia il bottone, segue le istruzioni, si mette in posa, rischiaccia, aspetta, non perde i sensi, bene! Quando esce e mi mostra il risultato ho la prova che quell’apparecchiatura è prodotta da qualche centro estetico: l’espressione neutra di Marzia è la stessa di un bulldog cui abbiano tirato indietro le guance, ma nella foto che tiene in mano c’è Liz Taylor ai tempi di “La Gatta sul Tetto Che Scotta”, con tanto di occhi viola.

“Incredibile!”, esclamo, “Ti ha raddrizzato gli occhi!”
“Eh si, ha corretto anche quel lieve difetto al naso che..”
“E quell’orrendo porro che hai in mezzo alla fronte non c’è più! E neanche la mascella sporgente! E i pelazzi neri a unire le sopracciglia! E i brufoli! E i capelli unti! E..”
“La pianti?”

Mi siedo sullo sgabello con la fiducia di una casalinga che vota forzaitalia perché gliel’ha detto Ambra in televisione, ma quando esco ho la faccia della stessa casalinga diciassette anni più tardi.
Nelle foto che tengo in mano non ci sono io, la persona che è ripetuta otto volte in diverse misure ad alta definizione non mi somiglia neanche un po’. È Liz Taylor. Come sarebbe oggi se ne riesumassi il cadavere.

“Spero che la polizia me la accetti lo stesso.”
“Spero che la polizia non ti arresti come sospetto terrorista.”