Archivi tag: Paddington

and through foggy London town the sun was shining everywhere (1)

Per evitare i tediosissimi resoconti di viaggio cui ho abituato i miei lettori (due o tre, gli altri seimila che erano soliti passare di qui sono scappati via urlando quando hanno capito di che si trattava) ho deciso questa volta di limitarmi a piccoli paragrafi slegati fra loro, come farebbe una guida turistica per persone che non hanno voglia di leggere.  Auguri.


Low cost
Viaggiare con i low cost è generalmente una merda: non puoi portare bagaglio da stiva se non paghi, non puoi sceglierti il posto se non paghi, parti e arrivi dalla periferia dell’aeroporto e per giungere a destinazione, una volta atterrato, devi prendere un altro aereo. RyanAir o EasyJet fa poca differenza, la prima ti lascia a Stansted, la seconda a Gatwick, per arrivare in centro ci metti quasi quanto il volo fin lì. Va bene, Londra dista solo un’ora e mezza, non è un gran sacrificio e il prezzo è decisamente inferiore a quello proposto dalle compagnie di linea, però una volta che ti abitui a viaggiare comodo è difficile tornare indietro. Inoltre quella del bagaglio a mano è una gran rottura di balle, devi infilare il trolley nella vaschetta per misurarne il volume: se ci passa puoi caricarlo, sennò va nella stiva.
Se però al check-in ti trovi in fondo alla coda può essere che il tuo bagaglio a mano finisca nella stiva comunque, perché le cappelliere sono tutte occupate. Com’è possibile, se il volume a disposizione è uguale per ogni passeggero? Non lo so, forse qualcuno si porta dietro le valigie disidratate, che una volta riposte nel loro vano si gonfiano come le spugne e rubano il posto a quelle degli altri.

La menata più grossa è che se vuoi comprarti qualcosa nel luogo di destinazione devi sempre considerare lo spazio che occuperà al ritorno, oppure pagare il supplemento bagaglio, che sono comunque quei trenta euri.


Ostello
Se per viaggiare mi piace la comodità è un bel paradosso che sull’alloggio mi faccia così pochi problemi: lo Smart Hyde Park View ci offre una stanza minuscola all’ultimo piano con l’ascensore rotto. Non c’è il tavolino, ma se è per quello non c’è neanche l’armadio, e lo spazio intorno al letto è così esiguo che per alzarti devi scavalcare il bagaglio. Il bagno però è in camera ed è pulito, e se per arrivare al lavandino devi stare in piedi nella doccia è solo perché il piatto è molto largo.

Il personale è disponibile, la camera viene rimessa in ordine tutti i giorni, ma per farti cambiare le lenzuola probabilmente devi chiedere. La colazione è essenziale, tè, latte, cereali, marmellata, pan carrè, prosciutto e formaggio. Pagando ottieni anche qualcosa di più.
La posizione è interessante, Leinster Terrace si trova a Paddington, fra le stazioni di Queensway e Lancaster Gate, una zona molto tranquilla incuneata fra i ristoranti cinesi e le botteghe indiane e i palazzoni eleganti appena dietro. C’è una fermata dell’autobus proprio in fondo alla via, e il ristorante greco che incontri appena la imbocchi manda un profumo di carne alla brace che ti fa venir voglia di cenare anche alle tre del pomeriggio.

Clima
A Londra fa freddo e piove sempre, bisogna vestirsi pesante, giaccone e scarponcini, poncho impermeabile e cappellino, e speriamo che non nevichi.
Poi arrivi e ci sono sedici gradi, non cadono mai più di due gocce e c’è gente che gira in sandali. Il due gennaio. Coi sandali. Vabbè, ma quelli sono malati, la maggior parte delle persone si copre, che quando si alza il vento e cala il sole la stagione si sente eccome. Però gli scarponcini erano di troppo, guarda. E anche il poncho, che a parte quei dieci minuti di pioggia vera quando siamo andati alla National Gallery non ce n’è mai stato bisogno.

Estate in gennaio a Hyde Park

Portobello Road
“Quante stupende sorprese ci son, troverai cose oltre l’immaginazion alle bancarelle di Portobello Road”. Ve la ricordate? La cantava lo Spazzacamino in Pomi D’Ottone E Manici Di Scopa. Boh, forse non era lo Spazzacamino.. Forse non era neanche quel film lì e mi confondo con Mary Poppins. Vabbè, tanto la canzone è scaduta, a Portobello Road ci sono gli stessi negozi di ciarpame fabbricato in Thailandia che puoi trovare a Camden Town, a Barcellona, a Genova e ovunque ci sia un po’ di movimento. Gli stessi prodotti si ripetono vetrina dopo vetrina, cambia solo la fantasia del negoziante nell’esporli, e forse un po’ il prezzo; perfino i turisti sono fatti con lo stampino: coppie sulla cinquantina e ragazze molto truccate dall’accento romano.
L’unica eccezione è un negozio di prodotti scozzesi dove mi sono fatto tentare da una coppoletta, ma non c’era la mia taglia.

Londra o Roma o Parigi o Barcellona o

Saldi
A Londra il due gennaio di quest’anno sono cominciati i saldi. Ogni negozio, dal buco merdoso al grande magazzino, espone il suo bel cartello col numero a due cifre e il simbolo di percentuale. French Connection in Oxford Street ha tirato su una scritta cubitale tipo insegna di cinema che recita “I am the sale.”, quello di fronte ne ha messa una in risposta che dice “No, the sale it’s me, go fuck yourself!”.

Fra parentesi, French Connection in Gran Bretagna abbrevia il proprio nome in FCUK, che sta ovviamente per French Connection United Kingdom, ma avrei preferito leggere French United Connection Kingdom, fa più ridere.

Sui marciapiedi dello struscio non cammini, e io vado in giro con un’ossessa che sbava davanti a ogni vetrina e guaisce per ogni cappotto colorato a metà prezzo.

Per me invece è un dramma, vado da HMV e sono assalito da orde di cofanetti di dvd a meno di dieci sterline (il cofanetto definitivo di Father Ted te lo mollano a dodici, tipo), e non li posso comprare perché a casa non ho posto dove metterli. Da quando ci siamo sbarazzati della televisione, poi, diventa superfluo anche l’acquisto di videogiochi, perciò non ci passo neanche davanti allo scaffale che mi dice SuperMegaOffer, e corro fuori asciugandomi gli occhi.

Oxford Street
La via dello struscio economico, dei grandi magazzini, dei vestiti a badilate, dei pachistani che regalano borse e telefonini, dei negozi di cianfrusaglie per turisti; la via dei turisti, dei ragazzetti di periferia, delle orde di londinesi con una mano bianca dipinta in faccia e i canini che sporgono dalla mandibola, di gente che entra ed esce e si incrocia con quella che va avanti e indietro, e se ti trovi in mezzo alla corrente non c’è neanche il bagnino a salvarti; la via dei bigmac, dei bigwhoopers, dei kingroyal, dei cibi di polistirolo e della puzza di fritto e detersivo. Non ci ho mai trovato niente di interessante in questa strada, mai niente di appena originale, le uniche cose che ti fanno capire di essere a Londra e non a Parigi, tipo, sono le bandiere inglesi esposte nelle vetrine di souvenirs.

Vorrei che ti aprissi, Oxford Street, e ti portassi via tutta questa marmaglia. Io la odio questa strada.

Eat.
Londra è piena di ristoranti legati a qualche catena, e trovare da mangiare quando hai delle esigenze particolari non è per niente difficile. Capita così che ci si infili in un locale che si chiama Eat., nel senso di Eat-punto, e ci si abbuffi di cibi appartenenti a quella categoria salutista che va un casino negli ultimi tempi. I prezzi sono contenuti, sulle confezioni sono ben visibili gli ingredienti e l’avviso se sono compatibili con la dieta vegana, o celiaca o di quelli che hanno solo i cazzi loro ma ci tengono a ribadirli ovunque.

Uno zuppone low fat con dentro pollo, germogli di soia, spaghetti e del peperoncino incredibilmente piccante garantisce un’ottima parentesi nella città del fish&chips, e permette al tuo fegato di rimandare un pochino la disintegrazione.

Notting Hill
Mi ricordo che c’era questa strada in salita piena di negozietti e bancarelle di frutta e verdura, che sembrava di essere sul set del film con Hugh Grant, che fra parentesi è stato girato quasi tutto negli studios compresa buona parte degli esterni, però non l’ho trovata. In compenso ho trovato un negozio di ciarpame thailandese Notting Hill con l’insegna che riprendeva la locandina del film, e una ragazza molto truccata dall’accento romano che la fotografava.

Però nei pressi di Notting Hill Gate c’è un bel negozietto di libri e fumetti usati, dove si ascolta del buon swing e la proprietaria sembra competente: ha uno scomparto apposta per Alan Moore e uno per Garth Ennis, e nel reparto “decidi tu se vale la pena o è una cazzata” c’è una vecchia ristampa di Tex.

Per poche sterle mi porto via Hitman di Ennis, che mollo a metà, il primo volumone di una serie in bianco e nero che alcuni anni fa ha vinto un Eisner Award e si chiama Queen & Country (questo lo divoro proprio) e un libretto per un amico che potrebbe trovarci qualche spunto interessante.

Kensington Gardens
Ve lo dico subito, Peter Pan lo trovate sulla sponda del Serpentine, il lago che divide i Giardini di Kensington dal più selvatico Hyde Park; sta poco più giù dell’Italian Fountain, e francamente potrebbe tornarsene all’Isolachenonc’è, è molto più bella la statua di Alice a Central Park.

Un’altra delusione di questo posto è rappresentata dal cartello riguardante la fauna del laghetto, che ti elenca fra le specie presenti la bellissima anatra mandarina, e invece puoi passarci la giornata a cercarla, e quella stronza non si fa vedere. Secondo me l’ultima è finita nella pentola di uno dei tanti ristoranti cinesi della zona.

L’ultima grande delusione è rappresentata dal Princess Diana Memorial Playground, un grande parco giochi pieno di meraviglie, fra cui voglio ricordare il tepee degli indiani e il galeone dei pirati, accessibile ad un prezzo ragionevole, ma ahimè, solo ai bambini e agli adulti che li accompagnano. Il fastidio di non avere mai un figlio quando serve!

Per il resto il parco è più curato del suo vicino di fronte, il laghetto rotondo è sempre al sole (oddio, per quanto si possa essere sempre al sole in Inghilterra) ed è un piacere sedersi a guardare gli uccelli, e laggiù in fondo c’è il Kensington Palace, che è più bello dei bagni pubblici di Hyde Park.

Peter Pan e Wendy ricordano i vecchi tempi ai Giardini di Kensington

(continua)

Foto del Subcomandante Marzia.

Tutti i diritti riservati.
Guarda che non scherzo.
Sono tutti cazzi tuoi.
No, davvero.
Tu non hai idea.


e al dio degli inglesi non credere mai..

Leaving home ain’t easy
Se fosse stato per me prenotavo l’albergo la sera prima e mi facevo la borsa la mattina, ma ho una fidanzata che non si fida della mia memoria, e non vuole rischiare di perdere questa ghiotta occasione di tenermi fuori dai piedi per due giorni di fila, perciò mi trovo la mattina di sabato 8 settembre 2007 a non avere niente da fare, solo aspettare l’ora di uscire di casa per recarmi a Londra, Inghilterra, ad assistere al concerto dei Police, proprio quei Police là, quelli di Donstensoclostumì, e Solonli, e Messegginebàttol.

Mi sembra che trenta canzoni siano poche per un viaggio così importante, e decido di buttarne nel tuttofonino altrettante.

Alla fine devo correre come un disperato per arrivare ad Arquata in tempo per il treno, ma ce la faccio, e alle dieciemmezza, Beatles nelle orecchie, scendo le scale di Milano Centrale, diretto con piglio deciso alla Borsa Del Fumetto, dove intendo trascorrere un’oretta buona a scroccare fumetti.

È più forte di me, se so che c’è una fumetteria nei paraggi ci devo entrare, anche per non comprare niente, non so, forse sono attratto dall’odore della carta.

Quando esco l’ora è passata in fretta, ma non mi sono limitato a scroccare, la borsa si è appesantita parecchio, e ora ho un sacco di cose da leggere in volo. Posso partire davvero.

Prima però il pranzo, si è fatta l’ora, e non intendo restare a stomaco vuoto fino all’arrivo oltremanica. Trovo un kebabbaro indiano pizzaiolo a tempo perso che per una cifra ragionevole mi prepara un kebab fra i più buoni che mi siano capitati. Lo prendo in piatto, così posso starmene seduto fra gli aromi speziati che impregnano le pareti a leggermi l’ultimo Ratman, e poi via, bus navetta per Linate.


Fly me to the Moon
L’ultima volta che ho preso un aereo mi sono trovato a passare ore e ore di noia nella sala d’attesa pubblica di un aeroporto, solo per scoprire, una volta varcato il cancello dell’imbarco, che al di là esiste un’immensa zona franca piena di prodotti detassati che aspettano solo che tu ci metta le mani.

Stavolta non intendo ripetere l’errore, e appena posso mi infilo nella zona franca.

Non c’è un cazzo! Solo file di poltroncine e negozi di profumi, neanche l’ombra di un negozio di elettronica, videogiochi, tuttalpiù sesso mercenario. E io ci devo passare altre due ore! Come farò?

Finisco di leggermi Martha Washington Salva Il Mondo e faccio un giro.

Quello laggiù in fondo che si staglia nella solitudine di una sala d’attesa come un monolite nero fra le rocce cos’è? Ma è una postazione internet! Posso scrivere due cazzate sul mio blog per ingannare l’attesa!

Schiaccio due bottoni e una voce femmiline difficilmente italiana mi chiede di pagare e proseguire. Infilo fiducioso un euro, e non succede niente, solo la stessa voce di prima mi ripete di pagare e proseguire. Smanaccio un po’, cerco di aprire il cassettino delle monete, prendo e riaggancio la cornetta, schiaccio esasperatamente il tasto eject, ma la voce sempre uguale della signorina di prima mi chiede di pagare e proseguire. Pagare ho pagato, e mi hai inculato, brutta bagascia! Allora proseguo, maledicendo le macchinette degli aeroporti e chi ce le ha messe.

Ci chiamano all’aereo, arriva il camioncino che ci farà percorrere venti metri fino alla pista, ma della signorina che dovrebbe aprirci le porte nessuna traccia. Alla fine arriva anche lei, trafelata, e si incazza con una collega che le ha chiesto dove fosse finita. Saliamo sul salsiccione alato, e sono dal finestrino come avevo chiesto, ma sopra l’ala, puttanazza eva!

Meno male che ho mangiato prima di partire, perché il tramezzino stitico che mi offre Alitalia basta appena a grattarmi lo stomaco.


London Calling

Che bello arrivare a Londra, immergersi in quella cultura così diversa dalla nostra, stupirsi come ogni volta di tutta la gente in fila indiana, di quante razze
convivano serenamente ignorandosi, di quanto cazzo costa il biglietto della Tube! 4 paunz! Neanche mi portassero in centro in braccio!

Meglio 4 paunz di tuba che 16 di Heathrow-Express-fiftìn-minuz-tu-de-senter-ov-de-siti!

E poi io scendo a Paddington, non ci metterò mica un’ora.

Ci metto quaranta minuti, e quando esco alla luce del sole,high street kensington o di quel surrogato di astro che cerca di illuminare quella fetta di mondo, riconosco il quartiere in cui abitavo, ed è un’emozione. Ancora più grande la provo ad aprire la porta del piccolo b&b dove lavoravo/abitavo, e appena annuso l’odore di moquette, tappezzeria e legno così familiare mi riaffiorano di colpo tutti i ricordi, e mi chiedo “Ma che cazzo ci sono venuto a fare in questa topaia?”.

Vabbè, oramai è tardi per recriminare, sono dentro. Alla reception mi accoglie Maria, la proprietaria, una signora coreana molto socievole, che mi fa un sacco di feste (per quante feste possa fare una coreana naturalizzata inglese, più o meno quante ne farebbe un gatto siamese incrociato con una faina) e mi chiede come me la passo.

In cinque minuti, terminate le cortesie di rito, svesto i panni dell’ex dipendente per indossare quelli del cliente, e mi liquida. Meglio.

Il mio compagno di viaggio, Israillo, è già arrivato da Gerusalemme, è stravolto, e mi viene incontro in strada, in una perfetta citazione dell’Alba Dei Morti Viventi.

Vabbè, ma non c’è tempo per svenire, Londra ci aspetta!


Saturday Night’s Alright For Fighting
Abbiamo appuntamento con Matteo e Katia a Piccadilly. Sono con degli amici che hanno proposto di andare a vedere la partita Italia-Francia in un pub. Sepoffà, e poi nei pub si mangia anche, mi immagino seduto a un tavolo con una birra e un piatto di quelle porcherie strafritte a cantare poopoppoppoppoppoopooo insieme a connazionali ubriachi.

Guido il mio amico Inglesillo attraverso le linee della Tuba con una sicurezza che non ci si aspetterebbe dopo tanti anni che non frequento più questa città, ma cosa vuoi farci, certe cose ti entrano nel sangue, non te le scordi più, e in men che non si dica ci troviamo sotto uno svincolo a Edgware Road, a trecento metri da dove eravamo partiti, in mezzo alla miglior teppaglia che la città sappia generare. Semplice distrazione, dico, e riprendiamo la strada giusta, arrivando con solo un quarto d’ora di ritardo sotto la statua dell’Eros.

Gli altri ovviamente sono già lì, Katia si è mimetizzata da inglese e col cappottino sembra uscita da un film dei Beatles; Matteo ha scelto anche lui di ispirarsi a una pellicola britannica, ma ha cannato completamente e ricorda Austin Powers.

Il locale lo conoscono gli amici locali, ma quando ci arriviamo scopro di conoscerlo anch’io, quando stavo a Londra era quello che evitavo come la peste, lo Sports Cafè.

È come un pub, ma pieno di schermi sintonizzati sui maggiori avvenimenti sportivi della giornata. In giro per i due piani puoi trovare delle McLaren che allora stavano in vetrina, ma quella sera è impossibile vederle, il pub è stracolmo di italiani, e ovviamente di francesi. Il volume è altissimo, al piano di sopra prendiamo una birrona ciascuno e assistiamo all’inizio della partita.

L’Italia gioca male, la Francia forse peggio, l’incontro è di una noia mortale, l’unica nota interessante è la rivalità fra tifoserie, che si combatte a cori “Allez la France” e “Fratelli D’Italia Poopoppoppoppoppoopooo”. Magari non finisce neanche a coltellate, d’altronde è solo un’amichevole. Io comunque ci metto il mio impegno a rompere le palle al gruppo in mezzo al quale mi trovo, ma evidentemente nessuno capisce una parola di quel che dico, o sono troppo superiori per ribattere.

La fame ha il sopravvento, andiamo a mangiare all’Aberdeen Angus Steakhouse, dove prendo un’enorme T-Bone Bistecc, che di veramente enorme ha il prezzo, ma vaffanculo, una volta tanto me la godo. E poi la bisteccona non è male, sono le patatine fritte che hanno visto tempi migliori.

Dopo la cena il gruppo si ricompatta e andiamo in una vineria. Anche qui mi rendo conto di come i prezzi in città siano del tutto fuori scala rispetto alle altre capitali europee.

Poi Narcolessillo non mi ce la fa più, e anch’io sono piuttosto provato, e ci congediamo. L’indomani ci aspetta una giornatona intensa.


Market Square Hero
La maledetta T-Bone del ristorante mi galoppa nello stomaco tutta la notte, riempiendomi i sogni di bisonti imbizzarriti, tanto che alle otto e mezza, pur avendo dormito poco e camminato tanto, sono già sveglio. Il mio collega Influenzillo sta peggio di me, per una rinite che lo affligge da quando cercò di attraversare a nuoto lo Stretto di Bering per sfuggire a un matrimonio con una kamchatkese, e dopo dieci minuti siamo già alla caffetteria dell’hotel per un’abbondante colazione a base di niente col pane. Da quando sono andato via io le colazioni le prepara il signor Chris, un greco simpaticissimo che appena mi vede mi parla del “Signor Prodi”. Quando lavoravo lì mi chiedeva del “Signor Papa”, come se fossimo stati parenti. Ah, le risate che mi facevo con Chris quando lavoravo in quell’albergo!

Per evitare di ridere troppo salutiamo alla svelta e decidiamo di fare colazione altrove, ma Matteo fa sentire il suo richiamo, e ci ricorda che in tarda mattinata andranno a visitare la Tate Gallery.

D’altra parte Scialacquillo mi aveva proposto di passare la domenica pre-concerto a Camden, per comprare qualche cazzata da portare a casa.

La scelta è fra una giornata spesa ad ammirare capolavori e una in un merdoso pulciaio colorato a scansare orde di punkabbestia. Qualche anno fa avremmo avuto dei dubbi, ma crescendo impari a scegliere con saggezza, e non ti fai più guidare dall’istinto.

Allora, a Camden mi sono comprato un cappellino in sostituzione di quello vecchio che ho perso chissà dove, un cartello da appendere alle nuove Cappe e un vecchio lp per il Subcomandante, ho pranzato in un pub sulla strada principale evitando le offerte dei vari cinesi da bancarella, non mi sono comprato nessuna delle magliette da alien(at)o in vendita da Cyberdog, né quelle fluorescenti, né (ahimè) quelle col led lampeggiante e le scritte appiccicati davanti.

Non solo, sono riuscito a infilarmi in una fumetteria aperta e a non comprarmi niente, ho evitato al mio amico Disgustillo di comprarsi dei sottobicchieri in resina veramente atroci, ho resistito di fronte alla maglietta della squadra di football del West Ham, e di fronte a quella fighissima dell’omino seduto sul cesso con le cuffiette nelle orecchie e la scritta I Pooed.

C’è però mancato poco che mi comprassi la t-shirt “Nobody knows I’m a lesbian”.


Sound Of Silence
Verso le due il mio amico Ansietillo comincia a sentirsi il macaco da concerto arrampicarglisi addosso, e preme perché si torni indietro. Molliamo lì tutte le belle cose che c’eravamo ripromessi di prendere al secondo giro e torniamo in albergo a posare la paccottiglia/prendere i biglietti.

Un Tubista (cioè colui che lavora nella Tube) ci consiglia di andare a prendere il treno per Twickenham alla stazione di Waterloo, e così facciamo. Non sono mai stato su un treno inglese, l’unica cosa che ricordo di essi è che tendevano a schiantarsi prima della stazione di Paddington, causando un fracco di morti, minimizzati poi dalla stampa e dal governo.

Partiamo puntuali, ma come aspettarsi qualcosa di diverso da un treno inglese? battersea power stationQuando transitiamo dietro il London Eye, che vediamo sbucare dai tetti laggiù in fondo, faccio un rapido calcolo e mi metto a esclamare “Battersea! Battersea!”. Il mio amico Sorpresillo non capisce di che parlo, ma appena riconosce le quattro ciminiere dell’enorme struttura industriale adagiata sulla riva del Tamigi comincia a gridare anche lui “Enimols! Enimols!”. Eh già, è l’edificio che compare nella copertina di Animals, Pink Floyd. Un ottimo aperitivo prima del concerto di un altro gruppone storico.

La via più breve fra due punti, si sa, è una linea retta, tranne sulla linea ferroviaria che unisce Londra a Twickenham, dove per arrivare a destinazione facciamo un largo giro e finiamo per prenderla da dietro. Si vede che il macchinista non aveva avvisato il capostazione del suo arrivo, e vuole fargli una sorpresa. Nel frattempo dal finestrino passano scorci di cultura british, casette basse, campi da rugby, partite di cricket. Non vediamo nessun bidè, anche questo tipico di chi arriva in Inghilterra.

Dalla stazione al concerto viviamo sulla nostra pelle l’organizzazione rigorosa di questo straordinario popolo di beoni: ci saranno duemila persone che procedono ordinate sul marciapiede verso lo stadio, e all’arrivo neanche una transenna, solo tre individui tre che a gesti invitano a disporsi sulla sinistra, cosa che tutti fanno senza fiatare. In un attimo siamo dentro, nessun controllo, neanche una piccola perquisizione. Le norme antiterrorismo vigono solo per chi arriva all’aeroporto, una volta in territorio britannico sei libero di fare un po’ il cazzo che vuoi.

Fanclebbillo si butta secco sul banchetto del merchandise, e prima che io possa dire Taumatawhakatangihangakoauauotamateapokaiwhenuakitanatahu si è già comprato la maglietta, il cappellino, il body per la bimba, la canottiera per la moglie, le pantofole di lana per la nonna, il catetere per il nonno, il guinzaglio estensibile per il cane, la ruota per il criceto, il magnete per il frigo, lo spinterogeno per la macchina, l’allungapene a manovella per un non meglio identificato “collega”, ma dagli sguardi imbarazzati qualche dubbio mi e venuto.

Io mi limito alla maglietta, che da sola costa quanto ho pagato il biglietto per Capossela l’anno scorso, ma tanto Capossela chissà quando ci torna a Genova..

dentroMatteo e Katia ci raggiungono davanti allo stand degli hotdog chilometrici. Me ne compro uno, sa di castagne, ma sempre meglio di quelli che vendono all’Ikea, che hanno il sapore di cera e per infilarli nel panino ce li devi avvitare.

Sotto le gradinate c’è tanto spazio come in un posteggio, centinaia di donne in fila indiana ne coprono del tutto la superficie, facendo un trenino lunghissimo che non serve a ballare la samba, ma a fare la coda per andare in bagno. Ringrazio ancora una volta di non essere nato donna, e mi servo dei cessi per uomini, dove la coda non esiste.

Ancora una volta la disciplina inglese mi lascia senza parole. I bagni sono puliti, i rotoli di carta per asciugarsi le mani sono pieni e al loro posto, e sui lavandini ci sono addirittura le saponette!!


The Greatest Band You’ve Never Heard Of
Il concerto comincia alle 20.15, come da programma, e tutti assistono seduti come se fosse un’opera lirica. Gli unici in piedi sono quelli che alla seconda canzone sciamano per andare a prendersi una birra, e gli irriducibili che si alzano stando al proprio posto. Anche sul prato hanno disposto delle sedie, e neanche su tutta la superficie, ci sono ampi spazi vuoti ai lati, non so se per ragioni di sicurezza o perché coi prezzi così alti non contavano di riempire lo stadio. Quelli che ci sono sono tutti comunque pieni, e se provi a cambiare posto scoppia la rivoluzione. Durante una canzone io e il mio amico Ballerillo andiamo verso il palco saltellando, e veniamo respinti con decisione da un anziano guardiano.

Non dura tanto, nonostante eseguano una ventina di canzoni, sarà che tranne Roxanne che la tirano all’esasperazione le altre sono tutte molto brevi. Sono bravissimi, sono maturati parecchio e si sente. Andy Summers da solo suona per tutti gli altri due.

I momenti topici sono stati quando Copeland ha fatto il pazzesco in Can’t Stand Losing You, quando hanno fatto Hole In My Life e Voices Inside My Head, che sono due pezzi che adoro.live

Invisible Sun molto asciutta con l’assolo di chitarra riverberata in mezzo rende parecchio, Walking In Your Footsteps non me l’aspettavo, ma potevo tranquillamente continuare ad aspettare, tanto che durante il pezzo andiamo a prenderci la birra.

Truth Hits Everybody e Next To You sono due splendide occasioni mancate, le interpretano più lente, e senza quel ritmo punk dell’originale non valgono granché.

All’inizio dei bis un mucchio di gente se ne va. Ma come? Hai aspettato venticinque anni per vederli dal vivo e adesso non aspetti neanche la fine del concerto?

Alle undici il concerto è finito, ce ne veniamo via intruppati lungo un viale fino ai pullman navetta, che sono gratuiti e ci portano alla metro, che è gratuita anche lei e ci porta all’hotel, dove ci aspettano addirittura quattro ore di sonno prima della partenza verso casa.


Back In USSR
Dormire quattro ore dopo un concerto e una giornata a camminare mi fa un effettaccio, al risveglio mi sento come Lazzaro un minuto prima di essere resuscitato.

Il mio amico Ansiolillo è in paranoia per il terrore di non riuscire a fare il check in in tempo, siccome la metro è chiusa optiamo per il treno. Vado a fare il biglietto alla macchinetta, e perdo subito 10 paunz. Vabbè che non me ne volevo riportare a casa, ma buttarli così mi fa proprio incazzare. Vado all’ufficio reclami aperto tutta la notte e reclamo. La signora dietro il vetro mi fa lasciare l’indirizzo di casa, ma non è che 10 sterle nella cassetta della posta fra una settimana o un mese mi faranno sentire più ricco. Se mi arrivano con tante scuse le appendo alle Cappe, se mi arriva un biglietto omaggio di pari valore per le ferrovie britanniche telefono al ministro dei trasporti e sto al telefono l’equivalente di 10 paunz a insultargli la mamma.

Arriviamo in tempo, ci salutiamo di fronte al suo imbarco e me ne vado in zona franca, sperando di trovarci qualcosa di più che a Linate.

In effetti c’è ogni ben di dio, ignoro il negozio di whisky perché non ho voglia di portarmene una bottiglia in treno fino a casa, ma ci vuole tutta. In compenso al negozio di elettronica trovo una panasonic lumix zoom 10x a un trecento euri, che mi sembra sia parecchio meno del prezzo italiano. Per conferma mi attacco a una postazione internient dove infilo un paund senza che nulla avvenga.

È giusto, un ciclo che si chiude, moneta mangiata di qua, moneta mangiata di là, tutto il mondo è paese, tutte le postazioni internet degli aeroporti fregano i soldi.

Alla fine decido di non comprarmi la macchina fotografica, che ora come ora non me la posso permettere, e giungo a un compromesso acquistando una memory stick più capiente di quella che possedevo.

All’imbarco con me entra un tizio con segretaria che mi ricorda troppo un politico italiano per non provare un moto di repulsione. Cioè, il mio amico Incontrillo all’aeroporto si imbatte in Ivano Fossati e io devo accontentarmi di un maledetto politico? Mai, che ne so, un nobel per la pace..

Cambio subito pensiero, non è bello desiderare di incontrare Gandhi appena prima di imbarcarsi su un aeroplano!

Durante il volo mi offrono lo snack. Data l’esperienza nefasta del tramezzino dell’andata, scelgo la fetta di torta della nonna. Mi va male anche stavolta, non dovrebbero permettere a una vecchietta con l’alzheimer di mettersi a cucinare!

A Linate ho un’altra prova della differenza di cultura fra i due popoli di questo racconto. Per salire sulla navetta che va in stazione bisogna fare a gomitate. Se non sei capace non sali.

Non ho l’indole del lottatore, e dopo che resto giù anche dalla seconda mi arrendo e vado a prendermi un autobus.

Essendo diretto a Genova e l’unico presente oltre al controllore che parla inglese, devo spiegare a due ragazzi estoni come raggiungere la meta del mio viaggio. Li scorto fino in stazione e alla biglietteria, spiego loro quale treno prendere, dove scendere, e me ne vado a mangiare dallo stesso kebabbaro del viaggio di andata.

Una volta a casa tutto è più facile, aspetto il ritorno del Subcomandante e mi addormento, tanto che quando arriva e non trova niente di pronto per cena mi cazzia pesantemente. Però si vede che le sono mancato, infatti mi ricazzia per un’altra cosa che non ricordo, poi ancora perché non ho portato fuori il cane, ma poi mi dà anche una carezzina leggera leggera e se ne va a dormire.

Come sono fortunato ad avere una ragazza così affettuosa, sono proprio contento di non essere scomparso nella metropolitana londinese ed essermi rifatto un’esistenza in un piccolo villaggio del Sussex insieme a una venditrice di cheddar.

Magari la prossima volta..