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Diario portoghese 5 – Questi posti davanti al mare

19/08/2010

Instant Carmo
È una nuova mattina nella città di Porto, il sole tarda a mostrarsi, ma non ci preoccupiamo, l’ha fatto anche ieri, lo fa tutti i giorni in questa città vista oceano, poi pensi che pioverà, esci pesante e dopo un quarto d’ora ci sono trentasei gradi e tutte le piastrelle che ci sono appiccicate ai muri ti riflettono il sole negli occhi, e passi il resto della giornata cieco e sudato. Poi verso le tre, tremmezza muori disidratato.

In questa cupa mattina io e il Subcomandante Marzia abbiamoancora da vedere delle robe, così usciamo prestissimo dalla stanza, tipo le novemmezza, e andiamo a fare colazione, poi rompiamo ogni indugio e usciamo. Per fare la seconda colazione.
E si perché con tutte le pastelerie che ci sono in giro non puoi prenderti almeno un krapfen gigante, una roba con la panna, qualcosa..

Alla fine del pranzo, che le calorie assunte con un dolcetto basterebbero a tener su una squadra di calcio, scarpiniamo fino all’Igreja do Carmo, che non è lontana da dove ci troviamo.

La Santa Guida è rimasta affascinata dalle pareti esterne decorate ad azulejos, merita la visita!”, mi dice la fidanzata, stranamente disponibile verso il clero. Non discuto, si vede che la cena della sera precedente le ha abbattuto le difese immunitarie.

Le dura il tempo di arrivarci davanti e scoprire che la chiesa ha una sorella siamese da cui è separata solo per un vicoletto strettissimo: la Igreja dos Carmelitas.

Eccheccazzo, una non gli bastava?”, protesta, ma entriamo lo stesso. La vista degli azulejos ha un effetto rilassante su di lei, devo ricordarmelo quando torneremo a casa, magari ci arredo la cucina, così la smette di strillare se rovino la cena.

La chiesa all’interno è spoglia, tranne l’altare superaccessoriato, pesante come il trucco di una soubrette, e per entrare devi superare la prova tossico.
C’è infatti in strada un tizio chiaramente segnato dagli stupefacenti che fa la guardia ai passanti, ostentando noncuranza come può farlo uno che vive la sua vita in grassetto maiuscolo: sta appoggiato a un palo cercando di fischiettare e butta la testa velocemente di qua e di là per vedere se qualcuno si avvicina alla chiesa. Appena ne becca uno parte come un razzo e si fionda ad aprirgli la porta, mostrandogli contemporaneamente il bicchierino per l’elemosina. L’ingresso della chiesa ha due porte, e per evitare che il potenziale cliente imbocchi quella senza portinaio il nostro amico marcione lo invita bruscamente a passare dalla sua parte.
Se passi di là lo stesso non succede niente, ti aspetta all’uscita e ripete la scena.

Eletrica salsa (ba-ba ba-ba)
Ci allontaniamo ignorandolo e puntiamo verso il fiume, tanto per cambiare, ma stavolta da una via diversa, che dovrebbe portarci più a valle. Abbiamo deciso infatti di andare a visitare il borgo di S
ão Pedro da Afurada, luogo di pescatori che immagino pieno di graziose casette di legno e strade di pietra, con gatti e reti stesi al sole, uomini cui il mare e il sale hanno disegnato la faccia come la mappa di un tesoro, bar tenebrosi da cui senti venir fuori le più truci canzonacce, donne di malaffare, coccodrilli con una sveglia nella pancia, botteghe di protesi a forma di uncino.
Sono tutto eccitato, ho già in programma di comprarmi una pinta di rum e dividerla con quattordici individui in un’impresa di pompe funebri, ma se non dovessero esserci bottiglierie ad Afurada non importa, sono sicuro che almeno un jolly roger riuscirò a portarmelo via, anche a costo di tirarlo giù dal pennone.

Cammina cammina arriviamo sulla strada che costeggia il fiume. Siamo un po’ oltre la Ribeira, ma non così vicini a dove vogliamo andare. Davanti a noi si erge massiccio il vecchio deposito dei tram, ora adibito a museo. Qualcuno ci ha detto che è bello, la Santa Guida ne parla bene, ma vuoi mettere un tram con un giro di chiglia? Non esiste, voglio i miei pirati!
C’è una fermata dell’autobus con due controllori che ci spiegano la strada per il borgo di pescatori: dobbiamo prendere il tram fino al ponte da Arràbida e poi cercare un passaggio per attraversare il fiume. S
ão Pedro da Afurada è subito di là.

Un passaggio? Non mi ci vedo proprio a fare il navistop”, protesto.
Ma no, vedrai che ci sarà un traghetto”, mi rassicura Marzia, ma ormai mi sono fatto il mio film sulla pirateria, e sono convinto che qualunque battello diriga su Afurada sia carico di gaglioffi pronti a rapinarci.
Piantala! Non ci sono pirati ad Afurada!”
Essì, stai a vedere che hanno tutti windows originale!”
Nessuno di quelli con la benda sull’occhio, almeno!”
Staremo a vedere..”

Ci sono diversi autobus che portano in quella direzione, ma la cosa che vediamo sferragliarci incontro non appartiene alla categoria dei mezzi su gomma. È giallo, piccolo e panciuto, diresti che la fermata precedente l’abbia fatta dentro un cartone animato, e ogni volta che fa una curva hai l’impressione che debba ribaltarsi sulla schiena come una tartaruga.
È il vecchio tram che abbiamo incontrato sotto la Igreja dos Clerigos, e che adesso ci porterà alla nostra destinazione. Per i portoghesi il tram si chiama o elétrico, come fai a non volergli bene a un popolo che parla così?

Sul tram non c’è molta gente, possiamo sederci vicino al finestrino e scattare qualche foto del paesaggio, ma la vera attrazione sarebbe l’interno, perfettamente conservato, ancora con gli spaghi appesi al soffitto per suonare il campanello della fermata.
Non che fuori ci sia molto da vedere, dall’Atlantico sta venendo su un nebbione da paura, il Douro è immerso in una coltre bianca che ci impedisce di vedere perfino il ponte.
Capiamo di essere arrivati alla nostra fermata quando il tram supera il suo pilone di cemento, e a quel punto scendiamo.
E non c’è niente.
Ochei, c’è un bar su una palafitta che ha l’aria di essere piuttosto fico, oltre che chiuso, e alle nostre spalle dei brutti palazzi aspettano di essere completati, ma a parte l’aspetto di periferia dismessa non c’è altro, solo una banchina con una signora seduta a pulire un pescione e un altro tizio seduto per terra che dondola i piedi sull’acqua.
Nessuno dei due ha la benda sull’occhio.
Nessuno dei due ha la gamba di legno.
Nessuno dei due ha pappagalli sulle spalle.
Maledizione.

Questi posti davanti al mare
Nel nostro portoghese stentato chiediamo notizie del traghetto, e la signora, senza voltarsi, sempre col coltello in mano, ci indica la nebbia.

Vuol dire che il traghetto è stato inghiottito dalla nebbia con tutto l’equipaggio e che presto faremo la stessa fine anche noi. Scappiamo!”
Ma no, idiota, vuol dire che sta arrivando, non lo vedi? Eccolo!”

Infatti il traghetto arriva, col suo borbottio placido attracca e fa scendere i passeggeri. Da qualche parte ne spuntano altri che attendono di salire, un paio sono gli stessi che ho appena visto scendere, si vede che a casa non hanno la televisione e si divertono così, facendo avanti e indietro. Il biglietto costa un euro e c’è solo un canale, alla lunga gli conviene abbonarsi a sky.
Sale anche la signora, che si piazza sul ponte e ricomincia a far andare il coltellaccio. Ma non ce l’ha una cucina dove fare questi lavori? Si vede che qui il traghetto è un po’ come la piazza del paese, ci si ritrovano quelli senza cucina, quelli senza televisione, e a giudicare dai giornali che adocchio in cabina deve svolgere anche le funzioni di edicola.
Sono quotidiani sportivi, cosa che mi fa pizzicare il senso di ragno. Ci trovo un paio di notizie che mi fanno sentire odore di casa, ma niente di più; torno a sedermi sul ponte e scatto qualche foto al nulla.
La traversata dura qualche minuto, ed è il tempo sufficiente perché la nebbia sparisca. Quando arriviamo di là è una bella giornata di sole, i pescherecci stanno rientrando in porto e non c’è nessuna faccia da bandito per strada, nessuno che canti canzonacce, niente di niente.

Afurada è un paesino di case basse dall’aspetto moderno, parecchio anonimo, disposte in lunghe file ordinate. C’è qualche negozietto, c’è un piccolo mercato, un paio di ristoranti, ma niente di più.
I pescherecci si, quelli sono interessanti, circondati dai curiosi e da uno stormo di gabbiani in preda a un’agitazione frenetica. Stanno scaricando secchi di pesce, prevalentemente sardine, e i pennuti saltellano qua e là in attesa di potersi buttare sugli scarti. Una volta terminato lo scarico i pescatori se ne vanno e i gabbiani assaltano il battello: in mezzo alle reti ammucchiate sul ponte sono rimasti piccoli pesci, qualche granchio, che vengono subito contesi a beccate. Gridano e si pestano e fanno un gran casino: alla fine li ho trovati i miei pirati, non hanno la benda sull’occhio ma in quanto a uncini sono ben accessoriati.
Però che delusione queste strade tutte pulite e piastrellate, dove ritrovare un po’ dell’antico spirito?

Guarda che è un borgo di pescatori, non di pirati. Sei tu che ti fai dei film!”, mi rimprovera la fidanzata.
Perché, forse che i pirati non andavano a pesca?”, replico, seccato.
I pirati abbordavano le navi, che pesca!”
E cosa mangiavano, oro? Pescavano, te lo dico io! In ogni covo di pirati c’erano dei pescatori, quindi per il principio zero della termodinamica in un villaggio di pescatori devono trovarsi anche dei pirati, è lapalissiano!”
Il principio di che?”
Non lo so, vaneggio.”
Ma vaneggi male! Se fosse come dici tu allora i pirati avevano anche bisogno di vestiti, quindi in ogni città in cui ci sia un negozio di abbigliamento dovrebbero esserci dei pirati! Sarebbero ovunque, scusa!”
Mai affermato il contrario.”
E allora perché non consideri anche Genova una città di pirati?”
Certo che lo è, e lo dimostrano i prezzi nelle vetrine. O i ristoranti, vai un po’ a vedere quanto ti mettono una pizza e poi dimmi se Genova non è una città di pirati.”
Però a Genova non cerchi persone con la benda sull’occhio e il pappagallo sulla spalla.”
Perché in un centro così grande lo stereotipo del pirata si è disperso nella folla, è come il succo di arancia concentrato che ti danno all’ostello di Lisbona: se ci aggiungi un po’ d’acqua è buono, se ce ne metti troppa come fanno loro ottieni un liquido torbido dal sapore disgustoso che mai più ti farebbe pensare all’arancia, sebbene sia l’ingrediente principale.”
Hmm..”

Parlando e camminando arriviamo senza accorgerci a un edificio sul limitare dell’abitato, con una selva di bastoni a reggere delle corde: è il lavatoio pubblico, lo dimostrano le tante vasche all’interno, i panni stesi ovunque a sbattere al vento e soprattutto la signora incazzata che sfrega una maglietta sulla pietra e smadonna in portoghese. È un bel quadro da incorniciare questa donna che lavora coi mutandoni appesi dietro di sé e l’oceano sullo sfondo. Peccato per l’audio.

Senza la nebbia possiamo vedere bene l’orizzonte che credevamo già atlantico, e provare disappunto nello scoprire che non è affatto così. Una diga foranea imbriglia la foce del Douro, impedendo al mare di entrare a fare casino, ma anche a noi di inebriarci di infinito, e a Marzia questa cosa proprio non va giù. Dice che lei ha nuotato nel Pacifico, ma l’Atlantico lo ha sempre solo visto in televisione, e prima di tornare a casa vuole pucciarci i piedi dentro, anche a costo di andare fino al bagnasciuga a piedi.

In che direzione è questo maledetto oceano?”

Le indico una lingua di sabbia che emerge in fondo alla strada. Con tutta probabilità oltre le dune c’è l’Atlantico. O un posteggio.

E allora andiamo! O hai fame?”
No no, è ancora presto, andiamo pure a vedere l’oceano”

In realtà sono le undici e mezza e ho una fame che mangerei una tonnara. Girando per il paese abbiamo comprato un pezzo di pane locale dall’aspetto invitante, ma pesa come se fosse impastato col granito, ogni boccone che mando giù precipita nello stomaco con rumore di ghiaiaio.


Diario portoghese 3 – Nutrimento

18/08/2010 Colazioni
Mi risvegliai di soprassalto con qualcosa che mi stava sbattendo sulla faccia, ma non era l’ascia di un albergatore portoghese pazzo, era un raggio di sole infilatosi di soppiatto fra le tende. Eravamo sopravvissuti, l’ostello non aveva davvero niente di negativo. Accanto a me Marzia dormiva ancora, se c’erano dei criminali assetati di sangue in giro per i corridoi avevano risparmiato anche lei. Forse pensandoci meglio qualcosa di negativo quel posto ce l’aveva..

C’era qualcosa di strano in me quella mattina, ma non mi riusciva di capire cosa fosse. In bagno mi scrutai a lungo nello specchio, senza trovare nulla di diverso, tuttalpiù qualche nuovo capello bianco, un po’ di stanchezza negli occhi forse. Eppure..

La hall della colazione era accogliente come la sera prima, facce assonnate ci salutarono in diverse lingue, tranne le due ancora impegnate a limonare. Ma non avevano ancora smesso? Mi riempii la tazza di latte e fiocchi d’avena, un bicchiere di spremuta d’arancia e misi due fette di pane a tostare, quindi mi rivolsi alla mia compagna:

Non per canzonarti, ma stanotte hai emesso uno squassante e forte peto, mi sono risvegliato di soprassalto!”
A parte che non ti ho svegliato io, ma un raggio di sole infilatosi di soppiatto fra le tende, lo hai scritto tu nella seconda riga, stamattina non ti sei lavato la faccia, vero? Hai una prosa da romanzo. Brutto, peraltro. Fila a lavarti la faccia!”

E così feci.

Poi sono tornato e abbiamo fatto colazione, terminata la quale ci siamo gettati a capofitto nelle meraviglie cittadine.

Appena varcata la soglia dell’ostello, svoltando a sinistra, si finisce in Avenida Dos Aliados, un viale in salita che col suo gemello di fronte che poi è sempre lui ma in discesa, racchiude il centro cittadino, una piazza lunga chiamata Praça Da Liberdade. In cima c’è il municipio con la sua torre a punta in mezzo alla facciata, in fondo una colonna con sopra Dom Pedro IV a cavallo.

Un sacco di begli edifici si affacciano su questa piazza, quasi tutti famosi: così al volo riconosco il Palazzo dei Papi, la Basilica di San Marco, il Partenone e il mausoleo di Lenin. La Tour Eiffel è in stato di abbandono, ed è un vero peccato, però dentro il Deposito di Zio Paperone ci hanno aperto un Mecdonalz. All’improvviso il destino della Tour Eiffel mi sembra meno drammatico.

In fondo alla piazza, ignorato dai passanti, un venditore di giornali fuso nel ferro non conosce orari, maltempo e festività e ogni giorno lo trovi lì appoggiato alla cassetta delle lettere, con la bocca spalancata e il quotidiano davanti. Sbircio il giornale, ma non lo compro, è vecchio di parecchi anni.

Andiamo a fare la seconda colazione in una grossa pasteleria sulla salita che conduce alla Igreja de los Clerigos, e qui ci sarebbe da dire un paio di cose su questi panifici portoghesi, che entri per comprarti due rosette e rimani basito di fronte a una quantità di dolci da far ingrassare anche un fantasma. Ci sono i già citati pasteis de nata, ci sono delle bombe di krapfen uguali ai nostri ma grandi almeno il doppio, con un ripieno di crema pasticciera talmente spesso che all’inizio l’ho scambiato per una fetta di pesca sciroppata; ci sono delle fettazze di torta fatte di panna e canditi, come se avessero incrociato una cassata siciliana con un pandoro Bauli; ci sono delle sfogliate monumentali, delle dimensioni di un guantone da baseball, ci sono anche dolci piccoli, spacciati per miniature degli altri, ma sono grandi come un dolce dei nostri, un po’ come se spacciassero l’IPhone per un IPad nano, chi ci crede?

Come fanno i portoghesi a mangiare così tanti dolci e non subire drastiche metamorfosi del proprio corpo? È inspiegabile..

Due donnone con un culo che sembra scolpito in un autobus mi caracollano incontro dall’alto, con un movimento troppo simile a una slavina perché possa star lì a farmi ipnotizzare dal movimento sussultorio delle loro cicce; mi infilo nella pasteleria e la smetto di farmi certe domande, che poi non apprezzo le risposte.

Prendo un tortino che sotto ha la stessa sfoglia del pastel de nata, ma sopra è ricoperto da una misteriosa sostanza filacciosa appiccicaticcia dolciastra. Bava di Alien caramellata? Non lo so, però non è male. Essendoci anche i tavolini e il bar aggiungo un bicchierone di succo d’arancia e un caffè, mentre Marzia si tiene il suo espressino e piange. Per consolarsi ci mette sei bustine di zucchero, ma si vede che il confronto non regge.

Usciamo prima che si suicidi col cucchiaino, che è di quelli di plastica che quando si rompono fanno le schegge, metti che si tagli, e completiamo la scalata della collina fino all’Igreja De Los Clerigos. Ci giriamo tutto intorno, che l’ingresso è sul lato, e prima di entrare faccio un paio di foto al nostro primo tram portoghese.

Vabbè, ma vedrai che a Lisbona ti toglierai la voglia di foto ai tram!”, mi dice la mia saggia fidanzata. Solo che non c’è molto altro da fotografare, giusto la vetrina di una bottiglieria, poi entriamo.

Cibo per lo spirto
Nell’Igreja de los Clerigos si adora il Signor Morto, che non so se sia la gioiosa statua del Cristo cadavere pieno di ferite sanguinanti che sta vicino alle panche o quel simpatico teschio autentico che mi sorride da dentro all’altare. Non c’è il tabernacolo, forse le ostie gliele infilano in bocca.
Da come se la ghigna non so se ritroveranno il vin santo.

C’è questo rapporto che hanno i portoghesi col dolore.. sembra una parte fondamentale della loro esistenza, la sfoggiano come una medaglia. Se dovessi arrampicarmi tutti i giorni in corda doppia per tornare a casa e rischiassi di morire ogni volta che piove e ho finito il sale, probabilmente vivrei il mio rapporto con la sofferenza nella stessa maniera, ma a vederlo dall’esterno è una cosa quasi esagerata. Nella religione, poi, ci vanno giù belli pesanti. Sensi di colpa, cadaveri esposti, ossari ad ogni angolo, la nostra guida trabocca sangue più del Necronomicon. Poi per forza impari a conviverci, io me l’immagino la mamma, dopo la messa, passare davanti all’altare e dire al figlioletto: “Mariolino saluta il Signor Morto, che andiamo!”.

Dopo la chiesa saliamo in cima alla torre per le foto panoramiche, e quando torno giù mi sono perso la fidanzata. Penso subito al peggio, ma quando torno indietro a controllare non c’è nessuno a litigare col prete seduto alla cassa.

Dopo un po’ la vedo arrivare placida, mi dice che aveva capito “foto segnaletiche”, così si è fermata al piano ammezzato a sputare ai passanti finché non è arrivato un gendarme ad arrestarla. Torna or ora dalla stazione di polizia, mi dice fiera, mostrandomi le foto di profilo.

Dal sagrato della chiesa, svoltando a sinistra rispetto alla strada per cui siamo arrivati, capitiamo davanti al Palazzo delle Esposizioni, in realtà non sono sicuro che si chiami Palazzo delle Esposizioni, forse è un nome che mi sto inventando ora, ma quando ci siamo arrivati davanti c’erano in effetti delle esposizioni di fotografia, quindi direi che come nome va bene. Domani scrivo al Comune di Porto perché provvedano a sostituire l’insegna.

C’è una mostra fotografica che Marzia giudica interessante: Immagini della Resistenza Portoghese dal 1891 al 1974. Io non sono convinto, una mostra sull’evoluzione del materiale elettrico nella Penisola Iberica mi sembra una noia mortale. Le suggerisco di tenercela per un giorno di pioggia, che è come dire aspettiamo il prossimo terremoto, e andiamo via.

Scendendo nuovamente verso il Douro c’è una chiesa che da fuori sembra fighissima, potrebbe essere quella che la guida definisce “un capolavoro dell’arte barocca, una roba da non sapere dove posare lo sguardo a meno che non ci sia una devota con una camicetta scollata inginocchiata su una panca, accaldata dal fervore mistico, il tessuto incollato alle sue forme generose”, ma la guida è nello zaino, lo zaino è sulle spalle, si fa prima ad entrare noi dentro che a tirare lei fuori.

Per entrare si paga, come nella chiesa precedente. Se là ho rischiato di vedere Marzia azzannare il sacrestano qui potrebbe succedere di peggio. Le impongo di rimettere i sampietrini nel selciato.

A parte un paio di azulejos e dei grossi lampadari la chiesa è di uno squallore inverecondo. Quando usciamo ci regalano anche una busta contenente delle bellissime cartoline di santi, c’è la Madonna Del Motorino Che Non Parte, quella al mare e anche il preziosissimo Cristo Della Gamba Di Tavolino Sull’Alluce Quando Ti Alzi Di Notte Che Hai Sete.

Mi porto via un crocefisso di legno, più perché Marzia me lo pianta nella schiena che per reale interesse, e scendiamo in strada per risalire un’altra volta verso la , la cattedrale della città, che è da ieri che la vediamo lassù e non siamo ancora saliti a scoprirne le meraviglie.

Un’altra chiesa? Ma cosa c’hai nella testa? Io lì dentro non ci vengo!”
Ma è la Sé, la cattedrale della città! Che è da ieri che la vediamo lassù e non siamo ancora saliti a scoprirne le meraviglie!”
Per me può anche tenersele le sue meraviglie, io altri soldi al clero non glieli do!”
Vabbè, senti, facciamo che arriviamo su e ci limitiamo a guardarla da fuori, va bene?”
E non entriamo?”
No, la guardiamo un po’ dall’esterno e poi andiamo a pranzo.”
Sicuro? Non è che poi ti viene voglia di vedere il chiostro..”
Solo l’esterno, giuro.”
Ochei, andiamo.”

La cattedrale è in cima a un quartiere che sembra più vecchio degli altri, sebbene altrettanto decadente. Ci sono delle terrazze panoramiche molto gradevoli, da una vediamo un lavatoio pubblico con due donne che chiacchierano, e Marzia si fa prendere dalla nostalgia. Si vede che stare tanto tempo senza fare una lavatrice l’ha scossa. Cercherò di venirle incontro sporcando più vestiti possibile.

Ma no, cretino, pensavo ai lavatoi che c’erano quando era ragazza mia nonna!”
Ehi, non puoi ritrattare adesso! Io ormai mi sono macchiato la maglietta!”
Coosa? Qui? Ora? E con cosa l’hai macchiata, se eri in piedi vicino a me e non hai niente in mano!”
Tsk tsk, noi sporcatori professionisti non abbiamo bisogno di agenti esterni per macchiarci gli abiti, quelli li lasciamo ai dilettanti!”
Cazzi tuoi, te la tieni macchiata per il resto della vacanza, io lavatrici non ne faccio!”

In cima alla collina la cattedrale è imponente, ma dentro non c’è granché, giusto una signora che ti chiede soldi per visitare il chiostro e un gruppo di italiani che celebrano messa col parroco che officia nella nostra lingua troppo bene per non essere un connazionale. Si vede che per i parroci funziona un po’ come per il caffè, se non ti fidi di quello locale ti porti appresso il tuo. Marzia mi tira via di peso e torniamo fuori, davanti a una specie di colonna tutta arabescata, che qualcuno dice essere l’antica gogna. Non lo so, io con la Gogna ci andavo a scuola alle medie e non era così piena di roba manuelina.

Torniamo giù per un altro vicolo e finiamo dritti in mezzo a Marciopoli, una piazzetta stracolma di tossici, sugli scalini delle case, sui muretti, in equilibrio precario in mezzo al passaggio, stesi per terra coi cani. Ci sono tutte le categorie che ho imparato a riconoscere, dai fumati con un po’ di scazzo agli isterici in coca, dai pancabbestia col cane borchiato agli eroinomani che si grattano la faccia. È come Pufflandia, solo che i funghi se li sono calati loro quando hanno finito il crack. Stanno aspettando qualcuno che evidentemente non siamo noi, visto che ci lasciano passare senza degnarci di uno sguardo. Probabilmente sarà Gargamella con le dosi, vai a sapere.

Cibo cibo
Torniamo sulla Ribeira, che tanto sempre lì finisci, e andiamo a mangiare da Filha Da Mae Preta, un posto suggerito anche dalla Santa Guida, che nei ristoranti ci acchiappa sempre. Lo troviamo per caso esplorando un vicolo dove non eravamo mai passati, è un buco di quelli che piacciono a noi, con tre tavolini di plastica fuori, perché dentro non ci sta neanche uno sgabello.

Scopriremo poi che il ristorante indicato dalla guida non è quello, ma la sua versione spendacciona sul lungofiume, traboccante di turisti e coi prezzi ritoccati verso l’alto; noi evidentemente siamo finiti nell’hard discount.
Il cameriere è lo stesso per entrambi i locali, e deve farsi un culo non indifferente. Somiglia a Cristiano Ronaldo, solo un po’ meno buliccio.

Mangiamo bacalhau à moda de Braga lei e polvo con molho verde io.
Il primo è un pasticcio di baccalà, pomodori, peperoni, olive, gatti randagi e un copertone di Lada Niva parecchio consunto, tutto adagiato su un letto di patatine fritte tagliate a rondelle. Marzia emette un sospiro come di chi è chiamato a sostenere una prova difficile, io uno simile, ma come di chi ha capito di avere ordinato il piatto sbagliato. Il mio è un po’ meno monumentale, polpo al prezzemolo annegato nell’aceto finché non ha rivelato il nascondiglio del bottino. E a me l’aceto neanche piace. Lo mangio perché è comunque molto buono, ma non sono soddisfatto, e annego i dispiaceri in una bottiglia di vinho verde Boca De Sapo, più buono di quello servito al mercato. Marzia si cala anche una birra, che qui non hanno la Super Bock, ma la sua diretta concorrente, la Sagres, un po’ più dolce.

Per non farci mancare niente ci facciamo anche un giro di porto Offley, e alla fine siamo da dito puntato tutti e due.

Lo puntiamo sugli invitanti prati al di là del fiume, per un’oretta buona ci scordiamo di fare i turisti e collassiamo al venticello fresco di Gaia.