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rico

“Vabbè, è il solito fricchettone”, gli ho detto.
“Aspetta a giudicarlo”, mi ha risposto. “E poi cosa ci stai a fare a casa a roderti? Vieni con noi e ti passi una serata”.

Qualche giorno fa ho litigato con una persona. Niente di terribile, per fortuna non ho ragioni vitali per scontrarmi con nessuno, salvo naturalmente i miei datori di lavoro, cui dovrei chiedere i danni per le continue torture mentali che mi infliggono.
Abbiamo cominciato con un bisticcio innocuo, quasi uno scherzo, e in un attimo siamo passati a rinfacciarci cose sepolte da mesi, soprattutto grazie alla mia presunzione che non dimentica mai niente, e appena le porgi il fianco ti spara una gragnola di accuse da spezzarti la spina dorsale. Sono un bastardo, immaturo egoista e vittima di me stesso, quando lo faccio notare ne pago le conseguenze.

Finirà lì e sarà come se non fosse mai successo niente, so di poter contare sull’intelligenza di questa persona, e un po’ me ne approfitto (agli aggettivi di cui sopra aggiungi pure vigliacco), ma nel frattempo mi tengo l’umore nìvuro e faccio i musi.

È così che mi hanno trovato i soliti Lorenzo e Pino un paio di sere fa, mi hanno ascoltato mentre rigiravo la frittata a mio vantaggio (loro non conoscono la persona con cui ho litigato e non possono ascoltare il suo punto di vista), e alla fine, invece di consolarmi (del tutto inutile), o cercare di farmi ragionare (altrettanto tempo perso), mi hanno proposto di accompagnarli da un loro amico, tale Rico.

“Un quarantino secco, capelli lunghi, una marcata avversione per telefonini, computer e tutto il superfluo che la società ha prodotto negli ultimi vent’anni”, mi ha detto Pino, quando gli ho chiesto di descrivermelo.
“Vabbè, un cellulare e un computer non li definirei superflui”, ho ribattuto aggressivo.
“Guarda che questo qui va in giro con una fiat 127 cartazucchero, cazzo vuoi che gliene freghi di avere il cellulare?”.
In effetti la mia risposta è stata fuori luogo, fino a qualche anno fa aborrivo i cellulari e mi vantavo di avere ancora un commodore 64 perfettamente funzionante. Sono cambiato così tanto? Abbandonato in cupe considerazioni sulla mia regressione a schiavo della società dei consumi, ho accettato l’invito dei miei amici e li ho seguiti a casa di Rico.

Per strada mi hanno messo in guardia, Rico fuma solo erba, ma non si offende se la rifiuti, perciò non farti problemi, e no, non è solo un fricchettone, ha una bella testa dietro i luoghi comuni che ci mette davanti.
Me ne sono stato zitto per evitare di dare altro spazio al mio lato velenoso, quella sera più scatenato che mai.

Rico abita in una palazzina di Serravalle Scrivia, cosa che mi ha lasciato un po’ deluso, da come me l’avevano descritto mi aspettavo di trovarlo in una casa occupata, o in una comune hare krishna; qui la cosa più originale è la 127 cartazucchero posteggiata davanti.
Casa sua è semplice, altra delusione, nessun manifesto appeso alle pareti, nessun aggeggio penzolante dal soffitto, lava lamps sui mobili, piantine di maria in terrazza, acchiappasogni sui muri, bertucce per i corridoi, niente di niente, sembra l’appartamento di mia zia, solo più piccolo e senza mio cugino dentro.

Lui ci ha accolto con un tizzone in mano, una camicia colorata e i capelli legati in una coda. Dal salotto uscivano le note dei Beach Boys. Pet Sounds, a occhio e croce. Nientemeno.
Presentazioni, lui è Pablo, ciao sono Marco, non mi chiede come mai Pablo, io non gli chiedo come mai Rico, ci sediamo su un divano consunto in un salotto affollato di dischi giornali tabacco cartine riviste libri un tavolino basso qualche cuscino buttato in giro una sediadondolo di vimini dove si accomoda lui, e pesca da un borsello colorato messicano un sacchetto di erba e altre cartine, e comincia a rollare con mestiere una sigaretta. Mi chiede se gradisco, rifiuto con un cenno, la passa a Pino. Neanche Lorenzo fuma, chissà perché ne ero certo.

Resto ai margini della conversazione, assaporo l’aria speziata, noto per la prima volta quanto fossero acidi i Beach Boys, e io che li avevo sempre bollati come un gruppetto surf. Good Vibrations se la gioca tranquillamente con certi Pink Floyd, anche se l’hammond me li fa accostare più facilmente ai Doors. Comunque mi rendo conto di aver parecchio sottovalutato la famiglia Wilson, dovrò recuperare.
Intanto recupero un libro da una pila di riviste. È una monografia di Edward Hopper, il pittore americano che mi piace tanto.
“..ono i quadri”.
“Eh? Scusa, ero distratto, cos’hai detto?”
“Mi hanno detto che ti piacciono i quadri, che ci fai una cosa che non ho capito bene”, mi ripete.
Gli spiego in parole povere cos’è ARTErnativa, ma se non faccio un esempio non rende come dovrebbe.
“Questo quadro qui”, comincio mostrandogli Nighthawks, “si chiama L’Appuntamento Dell’Uomo Invisibile. C’è l’Uomo Invisibile che aspetta la sua fidanzata fuori dal bar, ma lei non si vede”.
Non ride. Non ride mai nessuno quando commento quel quadro. Forse dovrei eliminarlo dalle serate live. Ma chi se ne frega, non sono venuto fin qui per far ridere qualcuno, non riesco neanche a far ridere me, la verità è che sono ancora incazzato e non me ne frega niente che non siano i cazzacci miei, ecco!
Si vede che lo faccio trapelare, forse è il fatto di avere una faccia lunga come quella di un bracco a far capire quale sia il mio umore, Rico dice “Mia nonna ha sempre sostenuto che nella vita ci sono due cose che non servono proprio a niente, avere fretta e incazzarsi. Non ha mai avuto un orologio e non ha mai tenuto i musi a nessuno.”
“E tu ci riesci?”, gli ha chiesto Lorenzo.
“Io mi faccio venti canne al giorno, non riuscirei a muovermi veloce neanche con un topo nelle mutande, ho il cervello rivestito di plastica, sai quella con le bolle? Non riesco a emozionarmi granché davanti a un tramonto, ma se non altro non mi incazzo più”.

Mi ha colpito sta cosa, non tanto la frase della nonna di Rico, che era una stronzata che lascia il tempo che trova, e neanche lui, che non è altro che un povero fricchettone cotto dalle droghe. Mi ha impressionato quando ha detto che non riesce più ad emozionarsi. Dev’essere tremendo non provare più niente, né rabbia né amore né eccitazione, finisci per passare attraverso la vita come un prosciutto. Va bene, mi sono incazzato, sono uno stupido perché non ne valeva la pena, ma ho provato qualcosa, mi sono sentito vivo, non potrei immaginare di esistere senza emozionarmi più per un bacio, una canzone, un quadro.

Tornato a casa ho fatto una doccia, avevo bisogno di lavarmi via ogni residuo di quell’incontro, il mio primo e spero unico contatto con una creatura sintetica, qualcosa che non dovrebbe esistere in natura, un essere ripugnante.

Per la cronaca, non ho ancora fatto pace con quella persona là, e intendo sentirmi vivo e incazzato ancora per un po’.

Quando sarò capace d’amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre
né di far l’amore con mia madre in sogno.

Quando sarò capace d’amare
con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità
di un uomo bambino.

Quando sarò capace d’amare
vorrò una donna che ci sia davvero
che non affolli la mia esistenza
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

Vorrò una donna che se io accarezzo
una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa.

Quando sarò capace d’amare
vorrò una donna che non cambi mai
ma dalle grandi alle piccole cose
tutto avrà un senso perché esiste lei.

Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro.

Quando sarò capace d’amare
farò l’amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.

E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l’animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.

Quando sarò capace d’amare
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere

un amore senza sensi di colpa
senza alcun rimorso
egoista e naturale come un fiume
che fa il suo corso.

Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.

Così vorrei amare.

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U2

– Quantoo? Ma tu sei fuori! – mi dirà Pino quando leggerà il pablog e scoprirà che ho comprato il biglietto per il concerto di domani sera degli U2. Avrà ragione, 63 euri è più del doppio di quanto avevo pagato nel ’97 per vederli a Reggio Emilia, e sono ancora uno dei fortunati che lo paga senza i sovraccarichi dei bagarini. Non è il biglietto più caro che ho comprato, comunque, per Fossati ho fatto di peggio.
– Che cosa dovevo fare? – gli risponderò. Mi hanno offerto il biglietto e non potevo mica dire di no, tanto più che da quando l’ho rifiutato mesi fa mi si è arrampicato un gibbone su per la schiena, e adesso ce l’ho sulla spalla che mi canta insistentemente Bullet The Blue Sky.

Questo mese ho speso più per i concerti che per la benzina, mi sembra di essere tornato alle superiori, quando mi facevo centinaia di chilometri per andare a vedere un gruppo nell’unica data italiana, dormivo sui treni, mangiavo panini sotto la pioggia seduto davanti ai cancelli, mi vendevo un rene per procacciarmi i soldi della maglietta rigorosamente ufficiale.

Poi il tempo passa, non hai più voglia di ammazzarti per un gruppo che neanche ti piace più tanto, non compri più cidi perché costano, vai a vedere solo concerti vicini e selezionati, la maglietta non la prendi o al limite ti fai bastare quella da dieci euri del napoletano ciccione, pensi che sei diventato grande, che stai attento alle spese, come un bravo ragazzo responsabile che ha dei progetti di adulto, e ti convinci che i concerti più belli sono nei teatri.

– Ho un biglietto in più per gli U2 a Milano, partiamo presto, ci sediamo davanti ai cancelli e ci picchiamo per accaparrarci le prime file. Vieni?
– Certo!

In culo ai progetti, per diventare grande c’è tutto il tempo.


sagra della bombamano e del tricchettracche

Son lì a bermi il mio mojito presso lo stand del mio amico cubano però di Brescia quand’ecco chi ti incontro? Ma t’incontro la Lessandra bellabbronzata come una che ha passato la domenica alla spiaggialiberadicamogli, con la sua borsetta tracolla cosa ci terranno mai le ragazze dentro le borsette tracolle chiavidicasa borsellino telefono e ti ci vuole una borsa così grossa? Oppure girano con quelle borse striminzite che i soldi ce li devi mettere per forza di carta perché uno spicciolo in più le sfonda. Le ragazze non conoscono vie di mezzo. 

Dicevo, son lì a bermi il mio mojito presso lo stand del mio amico cubano però di Brescia e parlando del più e del meno con Lorenzo l’entomologo e Pino l’incantatore di mignotte, quandecco tarriva lalessandra che saluta tutti con la nonscialanza di chi può ostentare un’abbronzatura da spiaggialiberadicamogli. Pino dice ciao, Lorenzo dice ciao, io dice ciao. Lalessandra dice ciao a Pino e Lorenzo, e anche se in matematica non sono mai stato un fenomeno mi accorgo che coi suoi ciai non riusciamo a fare uno a testa, ne manca uno, allora ripeto che si capisca bene, scandendo le parole come maicbuongiorno al telequiz quando fa la domanda da un fracco di soldi, c-i-a-l-e-s-s-a-n-d-r-a.
Stavolta mi risponde anche a me, ma il suo ciao è diverso dal ciaopino ciaolorenzo, è un ciao passato attraverso la grattugia del parmigiano, e anche schiacciando bello forte, che ti vengono giù le briciole grasse.
Mi pare di capire che la Lessandra non ha piacere a salutarmi, e non capisco perché, che io a lei non le ho mica mai fatto niente, per esempio non le ho risposto alla sua frase “vorrei trovare un uomo al mio livello culturale” con “prova ad aprire a caso l’elenco telefonico e a puntare il dito a caso”, come feci anni orsono con l’Aserena, non le ho regalato un distributore di numeri da supermercato il giorno del suo compleanno scrivendo nel biglietto “spero che ti aiuterà a fare ordine nella tua vita sentimentale”, come avevo fatto con la Ntonella.
Fino a stasera io e la Lessandra ci eravamo solo incrociati per le vie del borgo fra il ribollir dei tini e l’aspro odor dei vini, ci eravamo educatamente salutati e poi ce n’eravamo andati ognuno per la sua strada come si fa talvolta con le persone che si stimano ma non hanno argomenti di conversazione e finirebbero per restarsene lì a dire ehm ehm aspettando che arrivi qualcuno a toglierli dall’imbarazzo e allora preferiscono educatamente salutarsi e via dalle balle.

Mi guardo anche la camicia sportiva elegantemanonpretenziosa che non abbia delle patacche davanti tipo di sugo ma non ce n’è, da quando ho ripreso a mangiare col bavaglione vado sul sicuro.
Non ho neanche l’occhio vitreo da alcolista decorato, è il primo mojito che bevo e non sono ancora a metà. E allora che cosa cacchio cià sta deficiente che non mi saluta?

Glielo chiedo deciso, scusa Lessandra, c’è qualcosa che non va? E lei come se cadesse dalle nuvole tipo cherubino abbattuto a fucilate, nooooo! percheeeeeee!
Le vocali prolungate per accentuare il senso di caduta.
Perché mi pare di percepire nel tono della tua voce un accento sarcastico che solitamente non hai, e che mi fa pensare a una qualche antipatia nei miei confronti, di cui francamente non so spiegarmi l’origine, le rispondo.

Senti vaffanculo tu e il tuo senso dell’umorismo del cazzo

E se ne va. Lorenzo ci resta così, Pino non ne parliamo, ha la mandibola già in terra e c’è uno che ci sta camminando sopra senza accorgersi. Io sono stupito del mio più il loro, tanto stupito che devo farmi prestare un po’ dello spazio dove di solito ci si mette lo stupore perché il mio l’ho riempito.

Ma che risposta è? Senza una virgola, senza un punto alla fine, e poi messa così, in mezzo alla riga. Già che c’era poteva rispondere in grassetto, così se ne accorgevano anche quelli sul palco che stavano accordando gli strumenti.

Dovrò indagare, la cosa mi inquieta.


di quando è già martedì

È già martedì? Sorbole come passa il tempo quando ci si diverte! E io questi giorni me la sono proprio spassata, altroché! Feste sulla spiaggia, rassegne d’arte contemporanea, cinemi e orgasmi collettivi, non mi sono fatto mancare niente. Lo dice il vecchio Mario Tirsotto, “vivi come se ogni giorno fosse l’ultimo”, ma nessuno lo capisce, dopo la quarta birra biascica che sembra lappone, se anche dicesse “me li presti venti euro?” non se ne accorgerebbe nessuno.
E venerdì sera il buon Mario era al meglio di sé, ciondolava per la spiaggia di Cala Delle Cappe col suo animaletto domestico appollaiato alla spalla, e per ognuno aveva una parola buona, un consiglio, un rutto in faccia.
Anche Isa, la cameriera esotica, è rimasta affascinata da quel lupo di mare, gli ha donato uno dei suoi bellissimi ritratti, “appenditelo in camera e pensa a me”, gli ha detto. Lui l’ha guardata, ha bofonchiato qualcosa che poteva somigliare a un grazie, ed è caduto faccia in avanti sulla sabbia, sfondando la tela che teneva in mano. Lo hanno portato via in tre, mentre PG il filosofo, steso sulla sdraio, osservava la scena col distacco che solo una profonda saggezza può donare.

O un mononeurone, sostiene il mio amico Pino, presente alla scena con un negroni in mano. Che venerdì sera si festeggiava la fine dei lavori all’appartamento nuovo, la conquistata indipendenza, se arriva anche un pici nuovo torna a scrivere sul suo blog, giura, ma non ci crede nessuno.
Cambiamo abilmente discorso e torniamo a commentare il film di giovedì, bello, bellissimo, perofiniscemale, noègiustocosì, amenommepiaciuto. L’unico che poteva parlare in quanto esperto di neorealismo italiano, commediola francese, espressionismo tedesco e cazzate internazionali, ha provato a esprimere un giudizio attendibile, ma l’ho bloccato e distratto chidendogli a che ora la partita domani.
È stato il caos, la passione sportiva si è riaccesa al tavolo, forzavecchiocuorerossoblù e via di cori, tanto che si pensava avrebbero cacciato anche noi dalla spiaggia. Allora ci vediamo alle sei e partiamo, prendiamo posto, sventoliamo il bandierone, chi porta lo striscione, io vado nella nord con mio cugino, sei il solito rottonelculo, che ore sono, ci scappa una brioscia alla panetteria di Corso Europa, si ma facciamo un salto in edicola che devo comprare il dvd di Fight Club, bello l’hai mai visto? Si, l’ultima volta all’ostello di Londra, quella prima al bordello dietro il mercato del pesce. Io l’ho visto sei volte, io dodici, io ho letto il libro, io sono il cugino di Eddie Norton.

E sabato la partita del cuore del fiato e del coraggio, l’ansia di novanta minuti in svantaggio, la sfiga solita ci vorrebbe un esorcista ce ne vorrebbe treoquattro, duecento tiri in porta pali traverse fuorigioco fuorigioco un cazzo arbitro di merda, il sinistro di Stellone al novantatreesimo, orgasmo collettivo, boato rilevato dai sismografi di La Paz, c’è un sismografo a La Paz? Si, se n’è comprato uno mio cugino che vive lì, ma tuo cugino non è Eddie Norton? Quell’altro. Quello che andate insieme nella nord? Quell’altro.
Una festa per la strada neanche avessimo vinto il campionato, dove andiamo, andiamo al solito posto che ho fame, dai, due panini due birre, via a casa gonfio come un’anatra che domenica si va a Torino a vedere Guttuso. Guttuso il calciatore? No, il pittore, l’altro non si chiama Guttuso, si chiama Vieri. No, intendo l’altro. Perché, Vieri non è un calciatore? È stato anche con una velina, è un calciatore per forza. No, io intendevo, vabbè è lo stesso.

E la mostra di Guttuso, l’altro che si chiama Lauretta, Lauretti, uno che fa iperrealismi grossi così, con la gente che in testa ha pure il berrettino griffato, le negre colorate sulla spiaggia che ti sembra di entrare nel quadro, le ragazze in processione illuminate dai lumini che è di un suggestivo, guarda, che io a momenti ci resto secco, e si vabbè, ma Guttuso?eh Guttuso c’era il funerale di Togliatti, pieno di bandiere rosse, Lenin che sbuca dappertutto come il tizio delle Cappe col berrettino, poi c’era la crocifissione che la Chiesa l’aveva anche proibito ma lui se n’è sbattuto le balle che tanto era tutta pubblicità, e poi si, ce n’era anche degli altri, e anche belli, ma a me Guttuso piace poco.
E a Torino c’era un caldo che si stava troppo bene in maglietta, peccato che la gyroseria sotto la Mole era chiusa, che un piattino come quello dell’altra volta me lo sarei mangiato volentieri.
Domenica prossima se riesco vado a Bergamo a vedere Renoir, così finalmente la vedo sta casso di città, che son tre anni che ho scoperto dov’è e non ci son mai stato. Chi viene?