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Porto 2012 (Duedidue, come il titolo di un romanzo di De Carlo, ma qui alla fine non muore nessuno)

“Cioè? Una vacanza di un giorno e mezzo e ci dovevi scrivere sopra due post?”

“C’ero anch’io in vacanza e non mi hai neanche nominato!”

“Lascia scrivere di viaggi a chi ne è preposto!”

“Ma si chiama Porto o Oporto?”

“Ganancioso você mesmo!”

“Non sono Paul McCartney!”

Le reazioni alla prima parte di questo viaggio sono state innumerevoli, chi mi ha ringraziato di avere raccontato ancora di quel paese meraviglioso che è il Portogallo, chi si è lamentato perché deve ancora finire di leggere il racconto del viaggio precedente, mai concluso, e vuol sapere se alla fine Lucilla è Paul McCartney oppure no, chi è capitato per sbaglio su queste pagine cercando pornazzi di Holly Michaels e ha subito cliccato altrove.

Quella che segue è la seconda e ultima parte del mio recente viaggio portoghese, dove racconterò delle cantine, della funicolare e della coscia di maiale.

29/9

La prima colazione la faccio in solitaria in un baretto di Rua das Flores, attratto più dal vecchietto al tavolino che dalle delizie servite, che peraltro non ci sono, ma non fa niente, peggio della sbobbazza servita in ostello credo sia impossibile. Mi siedo al banco e ordino un caffè e un pastel de nata: il barista con lo scazzo mi serve un buon primo e una roba tutta spiegazzata e fredda che dovrebbe essere il secondo. E per radio ci sono i Take That. Vabbè, ci ho provato, la prossima volta scelgo un bar senza vecchietti davanti.

L’alternativa non era un bar senza vecchietti, comunque, ma uno bloccato da una folla di ragazzetti con birra e ghettoblasta, evidentemente ancora in giro dalla sera precedente, che io la colazione a birra l’ho vista fare solo a gente con grossi problemi di alcolismo, e allora lo vedi anche tu che quello col vecchietto è ancora la scelta migliore.

La seconda colazione la prendo col gruppo, che nel frattempo si è alzato e riunito nella sontuosa hall dell’ostello.
Ci infiliamo in una pasteleria in fondo a Rua Das Flores, che sfoggia una ragnatela di crepe dove fino al giorno prima stava una vetrina, e probabilmente è per questo che le commesse hanno una faccia che pensi che sia il caso di ordinare alla svelta, mangiare e andare prima che ti menino.

Un altro caffè, un altro pastel, una roba panosa dolce ricoperta del solito tuorlo d’uovo. Alessandro ci casca di nuovo e prende la pesantezza: quando l’inghiotte si apre la porta del locale ed entra l’avvocato del suo stomaco con una citazione per danni.

Al momento di pagare dobbiamo aspettare due ragazzine che si sono comprate un frigo di Super Bock, e non sono neanche le dieci, e stavo appunto dicendo dei problemi di alcolismo.

Foto di gruppo con gatto

Bisogna digerire, che i dolci portoghesi non sono una passeggiata per nessuno, e il modo migliore dicono sia fare due passi, quindi approfittiamo della giornata bellissima e andiamo a piedi fino al ponte di Arrabida, e da lì in traghetto ad Afurada. Il marciapiede è bello largo e pieno di pescatori che tirano su balene, e di ciclisti che tirano su i pedoni perché la pista ciclabile non c’è e se non cammini rasente al muretto ti arrotano, ma il fiume è bello da guardare, e questa parte di città fuori dal centro storico non sarà granché medievale, ma non è del tutto orrenda. Vabbè, tranne quel palazzo lì che proprio non si può vedere.

Passiamo di là donando un euro a un vecchio, bianco per antico pelo, che ci grida di rimando qualcosa in portoghese che non so tradurre, ma che suona così: “O céu nunca vereis, desesperados! Por mim à treva eterna, na outra riva, sereis ao fogo, ao gelo transportados!”.

Ce n’è di gente strana, lascia perdere..

Non è ancora ora di pranzo, ma il mercato del pesce emana profumi che rendono il digiuno una scelta complicata. In un mercatino nel posteggio di fronte c’è un banchetto che vende formaggi e salumi, e ci facciamo tagliare del prosciutto da infilare nel panino. Il banchettaro taglia sei fette spesse un dito e le pesa con cotenna e tutto perché è un astuto venditore, poi ci presenta il conto ed è il momento ilare della giornata: sei etti di crudo affumicato e tre ciabatte a neanche sette euri.

Lucilla e il brontosauro

Dopo il panino col brontosauro sarei anche a posto, ma vuoi rinunciare alla Taberna do São Pedro? È la ragione principale del nostro viaggio a Porto!

Mi faccio, nell’ordine, un’insalata, quattro sardone alla griglia, una patata bollita e due birre, ma sono finiti i tempi in cui con 3.50 ti facevi un piatto di pesce, ora ce ne vogliono addirittura sei, e alla fine il mio conto personale ammonta a nove e spicci. Che scandalo.

Vabbè, bisogna tornare indietro, ma se riattraversiamo poi ci tocca arrivare alla Ribeira e fare il ponte per raggiungere le cantine, che sono la nostra meta successiva, nonché la ragione principale del nostro viaggio a Porto. Si, ma da questo lato non ci sono gli autobus, come si fa?

Provo a chiedere a una vecchietta, che però quando le dico “desculpe, a che oras passau l’autobus por Gaia?” mi guarda come se fossi cretino e se ne va.

Ce la rifacciamo a piedi, tanto è ancora una bella giornata e si cammina volentieri.

Marzia e Paola non ci hanno seguito, hanno ripreso il traghetto per andare a visitare i fantomatici giardini liberty di cui avevamo letto nella Santa Lonely Planet, e che dovrebbero trovarsi a metà strada fra lì e il centro storico. Scopriremo in seguito che di liberty non hanno niente, e sono popolati da pavoni carnivori ghiotti di turisti. Buon per noi che abbiamo preferito infilarci da Ramos Pinto per una visita alle cantine.

La nostra guida è una ragazza dall’espressione simpatica, parla un inglese comprensibile più a noi che agli stessi anglofoni, e non dà neanche troppo l’impressione di odiarci tutti come la sua collega hostess della Tap, o la maggior parte dei camerieri del suo paese. A un americano sessantenne del Connecticut, che la subissa di domande cretine, mostra un sorriso credibile e ride perfino, quando questo si sente incoraggiato a fare lo spiritoso, come se gli americani sessantenni del Connecticut avessero una vaga idea di cosa sia l’umorismo, che la volta che un americano sessantenne del Connecticut si è avvicinato di più al concetto di umorismo ha invaso l’Afghanistan. Il resto della cumpa è composto perlopiù da anziani beoni che vogliono arrivare prima possibile all’assaggio finale.

Il giro è comunque interessante, Ramos Pinto era un vecchio volpone che sapeva vendere, e il suo vecchio ufficio è una meraviglia, su tutto campeggia una cassaforte a due ante che vorresti indossare un cappello a tesa larga e farla saltare con la dinamite, per poi scappare a cavallo inseguito dagli agenti della Pinkerton.

La cantina di Ramos Pinto

Sembra arrivato il momento di provare la nuova funicolare, che dalla passeggiata ti porta in cima al ponte Dom Luis I, tanto a Gaia non c’è altro da fare, e per tornare a mangiare da Casa Adao è presto. Il biglietto costa solo 5 euri, e comprende un assaggio gratuito in un’altra cantina, e chi siamo noi per rifiutare un altro assaggio gratis? Ci infiliamo decisi nei vicoli dietro il lungofiume, scoprendo che quella parte della città è in realtà un set cinematografico: davanti è molto appariscente, dietro fa stracagare.

La cantina ha un aspetto recente, dev’essere sul mercato da poco. Immagino che a Porto non ci siano molte alternative per un lavoro indipendente, o apri una cantina oppure organizzi gite in motoscafo sul Douro, ma in quel caso ti auguro di morire male, che se c’è una cosa irritante è vedere questi barconi da corsa sfrecciare avanti e indietro facendo un casino pauroso e rovinando tutta la bellezza di quell’angolo di mondo, che è davvero uno degli angoli più belli del pianeta. Il vino non è niente di che, e insieme non ci danno i promessi lupini. Per quanto mi riguarda possono anche andare a organizzare gite in motoscafo sul Douro.

Saliamo sulla funicolare che siamo un po’ cotti e ci lanciamo in una sessione fotografica delirante, tutti che fotografano tutto, soprattutto sé stessi, e facendo oscillare la cabina in modo preoccupante.

L’appuntamento con le due disperse dovrebbe essere davanti São Bento, ma non ce n’è traccia. Ci si presentano due opzioni, o sono state rapite o si sono infilate da Zara. “Che vogliamo fare?”, ci chiediamo, “Aspettiamo ancora un po’ o cominciamo a mettere via i soldi per un eventuale riscatto?”.

“Io dovrei ritirare”, fa Antonio, la cui consorte è stata inserita nell’elenco dei dispersi.

“Allora potremmo cercare un bancomat, e ce n’è uno proprio vicino al negozio dei souvenirs orrendi”, risponde ghignando Lucilla, che soffre di una strana malattia che la obbliga a comprare ovunque magneti da frigo.

Ci spostiamo quindi dall’altra parte della strada e cominciamo a passare in rassegna una serie di riproduzioni in plastica di attrazioni del Portogallo, tutte prodotte da un’azienda che dopo averle stampate e colorate le sbatte in un forno e le scalda finché non perdono la loro forma originaria.

Resto per un po’ indeciso se buttare via i miei soldi su una miniatura della francesinha, il piatto tipico portoghese a forma di animale spiaccicato sull’asfalto, o su quella della Torre dos Clerigos sciolta dal raggio della morte, poi un messaggio di Marzia mi riporta a più miti consigli: non sono state rapite, erano da Zara, e un po’ mi spiace, che pagare un riscatto costava meno.

Ci riuniamo in ostello, e dopo una breve sosta in camera per mollare chi i sacchetti e chi la cacca, ci consultiamo per la cena. Su tripadvisor vengono proposti diversi ristoranti mai provati, e optiamo per uno che si chiama tipo Alfasud. Si trova vicino alla chiesa di Trindade, sopra Aliados, la grossa piazza del municipio. Quindi per questo viaggio basta Ribeira. Vabbè.

Non era Alfasud, era Antùnes, che sta in una stradina insignificante a metà fra la decadenza del centro storico e lo squallore di una periferia. La specialità del ristorante è il pernil de porco, che traduciamo frettolosamente in stinco di maiale, stupendoci delle sue dimensioni quando ce ne presentano in tavola uno, smezzato fra me e Alessandro.

“Ragazzi, questo non può essere un maiale, quale mostro ha uno stinco grosso come un casco da motociclista?”

Plesiosauro al forno

Non è maiale, è il segreto dell’economia portuense, come scopro qualche tempo dopo, consultando un libro. In pratica funziona così, i pescatori prendono il mare, catturano un plesiosauro e, dopo averlo macellato, lo dividono fra i ristoranti della città. Alcune parti della coda vengono servite con le patate e si chiamano pernil de porco, con le pinne carnose si fanno i prosciutti, che poi ritrovi al banchetto dei salumi del mercato di Afurada, e dalla carne del collo più tenera si ricava il bacalhau.

A questo punto devo aprire una parentesi e raccontare un episodio risalente a due anni fa, durante la nostra visita precedente.

A quei tempi Lucilla aveva sviluppato una sorta di psicosi nei confronti delle patate fritte tagliate a rondelle. Sosteneva che erano più buone, si cucinavano meglio e non so più quali cazzi, e ogni volta che si andava al ristorante, cioè sempre, le chiedeva al cameriere, spiegandogli a gesti che non voleva quelle a bastoncino, ma quelle rotonde. Potete immaginare la faccia di un tizio che vede una donna straniera agitarglisi davanti, parlargli in una lingua incomprensibile ed esibirsi in una serie di gesti palesemente scurrili. Alla fine la malcapitata riceveva comunque le patatine a bastoncino, e andava su tutte le furie. L’ultimo giorno di vacanza, in un ristorante di Lisbona, si risolse ad acchiappare per il bavero il cameriere e a trascinarlo fino al tavolo accanto, per mostrargli il piatto di patate fritte a rondelle che era stato servito a un signore coi baffi.

“Voglio quelle, capito? Quelle! Occhei? Occhei? Quelle!”

Naturalmente ci trattarono malissimo per tutta la cena, e non oso immaginare quali fluidi organici finirono nelle nostre ordinazioni prima di essere servite.

Insomma, presentarsi con Lucilla in un ristorante portoghese era una cosa che ci riempiva di apprensione, nonostante il suo fidanzato ci avesse garantito che nei due anni trascorsi da quell’episodio si era messa in terapia, ed era migliorata parecchio:

“Il medico che l’ha seguita è riuscito ad eliminare il suo comportamento maniacale quasi del tutto”, ci aveva raccontato all’aeroporto di Milano. “Ora presenta un’ossessione maniacale per i magneti da frigo, ma almeno non rischio la denuncia ogni volta che si va a cena fuori.”

In effetti Lucilla appare mansueta, nonostante ai tavoli vicini vengano servite porzioni mastodontiche di patate fritte a rondelle non sembra farci caso, ordina un’orata al forno con le foglioline di insalata e sorride compiaciuta al cameriere.

Tutto sembra procedere senza intoppi, finché ad Antonio arriva il bacalhau, che quasi non si vede, completamente immerso nelle patate fritte.

Sul tavolo cala il silenzio, tutti guardano Lucilla, Lucilla fissa il piatto di Antonio, Alessandro sbianca, Marzia cerca di allontanare i camerieri dalla sala.

“Ne.. ne vuoi una?”, chiede Antonio con un filo di voce.

“No, grazie Antonio”, replica Lucilla in un tono assolutamente normale, come se gli avesse detto “le tre e un quarto”, e tutti riprendiamo a respirare.

Poi si alza.

“Lucilla, dove vai? Tutto bene?”, le chiediamo allarmati.

“Vado a prendere una boccata d’aria”, replica, ed esce. La ritroveremo in ostello molto più tardi, seduta sul letto, con la bocca piena di magneti da frigo.

Nel frattempo la cena va avanti, il cameriere somiglia a Diego Milito quand’è arrivato al Genoa, coi capelli leccati dalla mucca e la faccia da ragazzino sfigato. Ci vengono serviti i dolci, che sono una cosa agghiacciante come ormai ci aspettiamo tutti: Alessandro prende una vecchia conoscenza coi biscotti e la crema, io e Antonio ordiniamo la goiabada, che è la sostanza più densa dell’universo, anche più dell‘inertron. Avete presente la cotognata? La goiabada è più densa. Avete presente la ghisa? La goiabada è più pesante. Avete presente il Mar Morto? La forchetta nel Mar Morto si immerge più facilmente che nella goiabada. Perlomeno è buona, ma ci vuole un bicchiere di digestivo per mandarla giù, e il padrone del ristorante che mi ha visto terminarla viene a congratularsi di persona e mi offre una brocca di stravecchio che ci vogliamo in sei a finirla.

E poi anche questo viaggio è finito ed è ora di tornare a casa. Ci mettiamo la sveglia prestissimo, poi la rimettiamo presto, che il mio telefono è ancora impostato sull’ora italiana e alle quattro non devi andare da nessuna parte, poi chiediamo alla ragazza alla reception di chiamarci un taxi, ma non è capace a trovare il numero e ci chiede se lo vogliamo davvero.

“No, volevamo fare gli spiritosi!”, ribatte acida Marzia, cui non è andata giù la doppia levataccia.

Alla fine dobbiamo comunque andare in metro, che la ragazza della reception sta cercando il numero ancora adesso.

La biglietteria alla stazione di São Bento non accetta né banconote né lusinghe, vuole gli spicci, ma non ne abbiamo, perciò decidiamo di fare i portoghesi, che quando ti ricapita di poterti sentire veramente uno di loro? Che poi lo so che è un detto che non ha niente a che vedere con questo popolo, ma mi faceva ridere, l’ho detta.

Il Portogallo che mi sono portato a casa.

 

L’ultimo pastel de nata all’aeroporto spero che non fosse davvero l’ultimo perché l’ho scaldato nel microonde ed è venuto fuori una merda.

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Diario portoghese 7 – Gialloporto

Riassunto delle puntate precedenti:
A parte che se volete sapere cos’è successo ve lo leggete, che basta scorrere col mouse verso il basso, non è difficile neanche per dei ritardati come voi, ma ho deciso di mettere un riassunto perché avevo lasciato la storia a metà di un punto in cui era facile perdersi per chiunque, figurarsi per dei decerebrati come i miei lettori. Non vi ci abituate, la prossima volta invece del riassunto capace che ci metto un quiz a domanda multipla, giusto per vedere se siete stati attenti. Siete delle bestie.

Dicevo il riassunto: Preso il porto di Porto andiamo in stazione a vedere due orari, che c’è da partire, e già che ci siamo cerchiamo una bottiglia di roba bevibile, che quella che abbiamo nel sacchetto è una sbobbazza da turisti.

L’imponente edificio si trova dietro Praça da Libertade, in una zona bombardata dalla crisi e da quella misteriosa voglia di scappare che ha contagiato la città: tutti i negozi chiusi, tutti i palazzi vuoti. Di fronte all’ingresso un leone di pietra sbadiglia di noia a dover sorvegliare una facciata piena di finestre sfondate. Un po’ più in là un palazzo suggerisce di recarsi da lui per comprare bene e a poco prezzo, ma sbirciando le vetrine al pianterreno ti accorgi che dentro non c’è nient’altro che polvere e ragnatele.

Il piazzale della stazione è delimitato da un corrimano in pietra, su cui un distinto signore si appoggia per osservare il viavai dei tram. Ha lo sguardo severo, forse giudica frettoloso quest’abbandono del quartiere, ogni tanto si infila in bocca uno spicchio d’arancia per meglio sopportare la solitudine.
Quando gli passo vicino rigurgita una pallina di bolo arancione giù dal muretto e si mette a sputazzare semi e sugo con un rumore liquido. Entro velocemente in stazione.

L’atrio è sontuoso, tutto ricoperto di azulejos, decorazioni liberty, un bell’orologio in ferro battuto, i barboni se lo devono proprio godere un posto così.
Troviamo l’ufficio informazioni e ne chiediamo alcune per il nostro viaggio dell’indomani a Viana Do Castelo, dove si tiene una delle feste più importanti del Paese.
L’impiegato deve aver passato la giornata ripetendo sempre quello, perché appena gli siamo davanti ci mette in mano un foglio con tutti gli orari utili e inutili, prima ancora che apriamo bocca.
Bene! Lodi sperticate all’efficienza portoghese, che non paga sugli autobus ma ci fa prendere il treno! Andiamo a cercare una bottiglieria!

Dalla stazione giriamo di là, poi andiamo in su verso una strada che non conoscevamo, poi di nuovo in là, e di colpo ci troviamo in un viale pedonale pieno di gente, baretti, negozi di marca, ristoranti, cinema.. La via dello struscio! Ecco perché Porto è sempre deserta, vengono tutti qui!

Ormai è ora di chiusura e metà dei negozi hanno le serrande abbassate, ma c’è ancora molto viavai, la strada è lunghissima, ci vuole un po’ perché si svuoti. Maledizione, abbiamo scoperto l’isola del tesoro a libro ormai concluso, questa volta Jim Hawkins dovrà tornare a mani vuote dalla sua povera mamma. Domani andremo via senza aver fatto neanche un giro in questa parte di città così spendereccia. La lista delle cose da fare nella prossima visita in Portogallo si sta allungando.

Prendiamo una via laterale e arriviamo di fronte al Mercado do Bolhão, e proprio lì accanto notiamo una vetrina piena di leccornie, formaggi di capra, prosciutti affumicati e bottiglie di porto.
Il gestore è un signore molto disponibile che ci fa assaggiare un mucchio di roba mentre la commessa impacchetta la bottiglia di Ramos Pinto che cercavamo. Ecco un altro negozio da tornare a visitare in futuro.

Si è fatta l’ora di cena, contattiamo i nostri amici per darci appuntamento in piazza e andiamo prepararci.
Poco dopo siamo di fronte al McDonalds Imperial di Porto a guardare Alessandro con facce interrogative.

Come sarebbe che sta male? Cosa le è successo?”
Abbiamo passato la giornata a visitare cantine, ci saremo scolati tre bottiglie di porto in due. La poverina non regge l’alcool.”
Ha vomitato?”
Tantissimo. E faceva dei versi orrendi tipo BUAARGH! SBLEEEEUGH!”
Ma che schifo!”
E questo è niente! Quando ha cercato di tenere la bocca chiusa per limitare il rumore sono venuti fuori dei sibili gorgoglianti che mi hanno fatto temere di essermi fidanzato con una creatura inventata da Lovecraft, roba tipo HSSGLGLGLSSSRRRGHSSSGLGLRGH! Senza contare che per la pressione ha spruzzato tutto attraverso i denti, imbrattando le pareti del bagno in un modo che solo a pensarci mi viene voglia di andare a dormire da un’altra parte! Persino il barbone che dorme con noi si è lamentato, ed è uno abituato a vivere duramente.”
Ma se sapeva di non reggere l’alcool perché ha bevuto così tanto?”
Ma ha bevuto pochissimo, giusto mezzo bicchiere, il resto me lo sono calato io. Eppure è bastato quello per farla uscire di testa, prima si è messa a ridere e a cantare stornelli in romanesco in mezzo alla cantina, non vi dico la figura, poi ha insultato il cameriere perché insieme al vino ci voleva anche i popcorn. Figuratevi questo, nella cantina più esclusiva della città una romana ubriaca gli chiede i popcorn, come pensate che possa aver reagito?”
Le ha ricordato chi è il suo presidente del consiglio, suppongo.”
No, ha fatto finta di non vederla. Si è messo a fissare un punto del locale e ci ha ignorati per il resto della degustazione.”
Tipico dei camerieri portoghesi. E poi?”
E poi basta, quando sono riuscito a schiodarla da lì l’ho trascinata fuori.”
Ha dato ancora in ecandescenze?”
No, poi le è venuta la ciucca triste e si è messa a piangere, ha detto che nessuno la capisce, che non ha più l’età per fare la scema, che vuole adottare un gattino e Lazio merda.”
Scusa ancora una cosa, Alessandro..”
Dimmi pure”
Perché sei tutto sporco di sangue?”

Dopo un paio di giri a vuoto optiamo per un ristorante dietro la piazza, un posto mediocre che sta accanto a uno superlussuoso e a una bettola ignobile. Il cameriere è fin troppo gentile, quasi servile nei suoi modi, probabilmente ci odia, anche perché Alessandro gli sta gocciolando sangue sul pavimento da quando siamo entrati.

20/8

Dacci oggi la nostra agonia quotidiana

È il giorno della gita fuori porta, appuntamento in stazione per andare a Viana Do Castelo, dove si tiene la festa annuale di Nossa Senhora De Agonia. Si tratta di una processione, un pellegrinaggio o romaria, come lo chiamano qui. Ci sono donne col foulard in testa e la vetrina dell’orefice appesa al collo, ci sono dei tizi mascherati da giganti, ci sono le bancarelle che vendono prosciutto affumicato, ma soprattutto ci sono i tamburi. A decine, a centinaia, i tamburi sono ovunque, e li senti da lontano col loro incalzare minaccioso, come un battaglione di Uruk-Hai.

La nostra mattina invece comincia col suono più amichevole della macchinetta del caffè del bar in faccia alla stazione. È buono il caffè in Portogallo, non so se l’ho già detto. Il mio preferito è il Delta. Il barista è organizzatissimo, ha coperto il banco di tazzine, ognuna col suo cucchiaino e la sua bustina di zucchero, solo che Marzia vuole due bustine, e ne prende una da un piattino vuoto. A quel punto il barista, che nota l’incongruenza nel programma, si gratta la testa perplesso, quindi sposta una bustina da un altro piatto, ma non risolve il problema. Ne prende una da un terzo piattino e la pone al posto di quella che ha tolto, ma ancora non va. Non si capacita di come possano esserci tanti piattini, tante tazzine, tanti cucchiaini e una bustina di zucchero in meno. Alla fine decide di tirar via tutto dal banco e ricominciare da capo, ma a quel punto noi siamo già andati via.

Arriva della musica dalla stazione, e che sarà? È anche venerdì mattina, non il momento migliore per mettersi ad ascoltare la radio a quel volume che distorce tutto.
Avvicinandoci realizziamo che non viene dalla stazione, ma da un pulmino parcheggiato davanti pieno di bandiere rosse al vento: sono i comunisti portoghesi che distribuiscono volantini. Nella mia vita ho già avuto a che fare coi socialisti di Velletri, ora mi mancano solo i democristiani del Punjab.

Alessandro e Lucilla ci aspettano davanti alla biglietteria, anche loro col volantino rosso in mano. Non c’è niente da fare, per un italiano incontrare un comunista è come trovarsi di fronte un panda nano, lo tratta con ogni riguardo per paura che gli si estingua davanti.

C’è ancora un po’ di tempo prima del treno, giusto quello che occorre per una bella colazione a base di.. “quel tortino lì che mi sembra tanto gustoso”.
Gustoso lo è, niente da dire, ma la carne tritata alle sette e mezza è un ostacolo un po’ difficile da superare.

Il treno portoghese è diverso da quelli italiani, intanto per cominciare funziona, tutto, non una carrozza si e due no, e poi ha le porte che si aprono, i sedili interi, e nonostante questi bonus riesce anche a rispettare gli orari.

Durante il viaggio, che dura un’ora e mezza, si riempie all’inverosimile, tanto che ad un certo punto il controllore deve aprire uno spazio extra in testa al convoglio, dove di solito si tengono le merci ingombranti, tipo le biciclette, o le bare, nel caso di funerale in treno locale, che ultimamente va un casino, ne hanno parlato anche su una di quelle riviste di trend, che è il termine con cui si definisce una moda legata alle ferrovie, trend.

Fra i vari personaggi che vanno alla romaria di Viana notiamo una signora col testone vestita da materasso e la ragazza di Pippo, che è una che conosco io che sta con uno del mio paese, perciò la cosa andrebbe classificata come gossip locale, ma trovandoci su un treno che fa tutte le fermate ci sta.

“Senti un po’..”, mi dice Marzia ad un certo punto, distogliendomi dall’osservazione dei passeggeri,
“Non ti sembra che Lucilla abbia qualcosa di strano?”

La guardo perplesso, poi guardo Lucilla, che è seduta un po’ più in là e dorme col cappuccio della felpa tirato su, poi riguardo Marzia.

“Si, ora che me lo fai notare quel cappuccio la fa sembrare uno degli avvoltoi di guardia al castello del Principe Giovanni, nel Robin Hood della Disney.”
“Ma no, guarda meglio!”

Riguardo meglio, ma continuo a non vedere niente di strano.

“Ha il push-up?”, azzardo.
“Secondo me non è lei.”
“Come non è lei? E chi dovrebbe essere?”
“Ieri sera Alessandro è venuto al ristorante da solo, dicendo che lei stava male, ed era tutto sporco di sangue.”
“Si, ha detto che si è ferito radendosi.”
“Ma non si era fatto la barba! Non ti sembra una cosa strana?”
“No, anch’io di solito mi ferisco radendomi e poi non mi faccio la barba, perdo tanto tempo a ricucirmi le ferite che non me ne resta più per fare altro.”
“Io credo invece che l’abbia uccisa e poi sostituita con un sosia!”
“Quando torniamo a casa ti tolgo la televisione, vedi troppo Chilavisto!”

Al momento di scendere passiamo per il compartimento extra di cui sopra, che alla fine del viaggio ospitava fra le settanta e le ottocentoventi persone, ha raggiunto una temperatura e un tasso di umidità che neanche in India e quando si aprono le porte ed entra l’aria più fredda dell’esterno comincia a piovere.


Diario portoghese 4 – Svaghi del pomeriggio

La cantina
Dal prato di Gaia il profilo di Porto è una delle cose più belle che vorresti avere davanti, tranne forse trentasette centimetri di simpatia. Un labirinto colorato che si arrampica per il pendio, edifici appoggiati uno sull’altro come i gradini di un anfiteatro e tu, sul palco, a sentirti protagonista e spettatore insieme. Ricorda un po’ il centro storico di Genova, ma da noi per godere di una prospettiva simile devi imbarcarti su un traghetto.
La facciata di un palazzo è coperta da secoli dal pannello giallo della Sandeman, la più famosa marca di vino della città, ma non disturba affatto. L’uomo intabarrato col bicchiere in mano è una figura onnipresente, ti ammicca dalle vetrine, dai barconi sul Douro, dal tetto degli edifici, dai tram, è come Belen Rodriguez, ma recita meglio.
Altro discorso vale per la gigantesca insegna rossa della Seat che copre la facciata di un palazzo proprio davanti alla sé. Quella è veramente un pugno nell’occhio, non puoi non vederla, rovina le foto, è brutta.
Non che la cosa mi impedisca di portarmi via altre duecento immagini con la scusa che la luce è migliore.

La luce è un’altra cosa di cui bisogna parlare se si racconta del Portogallo, perché è un altro dei suoi elementi essenziali. Se potessi scattare una foto che riassuma questo Paese sarebbe l’insegna di una pasteleria a metà di una salita ripidissima, con una chiesa tutta arabescata in cima, un tram che viene giù, una casa decorata ad azulejos e una Madonna che piange. E sarebbe una foto sovraesposta. Perché la luce in Portogallo, come racconta Alessandro nel suo diario parallelo, “è del 46% più luce della luce che c’è da altre parti”. Roba da farti suicidare l’esposimetro.

La digestione del pesce ci prende un paio d’ore, ma quando ci alziamo siamo di nuovo tonici e pronti all’ennesima sfida, specialmente gastronomica. L’unico impegno che abbiamo è vederci con Lucilla e Alessandro, che sono arrivati in città da qualche ora, si sono accampati da qualche parte e stanno facendo i turisti chissà dove, ma abbiamo in programma di cenare insieme, quindi per un po’ siamo ancora liberi.

Vila Nova De Gaia è la zona delle cantine, allineate una accanto all’altra alle nostre spalle vivono del commercio di bottiglie, ma hanno trovato un lucroso mercato organizzando visite guidate per i turisti. Per quest’attività così redditizia si servono di individui senza scrupoli, i bagarini. Sono inarrestabili, riconoscono il turista al volo e ci si avventano contro con quella finta cortesia che è quasi insolenza, gli si piantano davanti e gli decantano la magnificenza della cantina, l’accuratezza della spiegazione multilingua di cui potrà godere e soprattutto la quantità di assaggi gratuiti compresa nel prezzo d’ingresso. Nel mio caso è facile, ho la macchina fotografica perennemente appesa al collo e l’espressione estatica del bambino in gita, mi basta transitare dall’altra parte del marciapiede e i bagarini mi sciamano addosso come testimoni di geova su un campanello. Per fortuna ho Marzia a tenerli lontani, non ama essere importunata dai passanti e li scaccia roteando i suoi sguardi minacciosi.

Però il porto di Cristiano Ronaldo non era granché, vuoi rinunciare a un assaggio di qualcosa di meglio? Andiamo da Ramos Pinto, di cui non sappiamo nulla, ma che non si serve di buttadentro e la cosa ci fa già simpatia.

Il primo impatto è ottimo, appesi alle pareti ci sono manifesti pubblicitari liberty firmati Rossotti, Capiello e Metlicovitz, tre autori che mi scatenano un’emozione fortissima quando mi rendo conto di non averne mai sentito nominare neanche uno. Ma è perché sono un ignorante, si tratta di tre importantissimi illustratori italiani dei primi del Novecento, autori di quei manifesti che oggi pullulano le bancarelle vintage che fanno tanto elegante a metterli in salotto e che strapaghi per realizzare poi che sono tutte riproduzioni sgranate che se le vedessero Rossotti, Capiello e Metlicovitz ti sputerebbero in faccia.

Con sei euri ci facciamo la degustazione per principianti, cinque bicchieri dal bianco più giovane a un rosso di dieci anni, un breve manuale “assaggiatori di vino for dummies” con l’omino dalla faccia triangolare in copertina che punta il dito, le schedine per annotare le sensazioni provate, una matitina.

Agitiamo il bicchiere come veri sommeliers, notando come l’alcool resti appiccicato al vetro, ma non a quello della finestra, cazzo fai, pulisci che ci vedono; diamo una prima annusata veloce e poi una seconda più lunga e intensa, per riconoscere ogni elemento che impreziosisce il bouquet, financo lo strutto e i chiodi arrugginiti tirati via dalla botte dopo quarant’anni di stagionatura, assaggiamo a piccoli sorsi, passandoci il gustoso nettare su tutta la superficie della lingua, così da permettere alle papille gustative che stanno in fondo di guadagnarsi la paga anche loro, che non fanno mai un cazzo e non le posso neanche lasciare a casa perché sono raccomandate dall’alto.

Annotiamo scrupolosi quello che abbiamo colto dall’esame del primo bicchiere, ci dedichiamo con diligenza a studiare il secondo, proviamo il terzo, tracanniamo il quarto e facciamo ampi gesti di approvazione fischiando rumorosamente e dandoci grosse pacche sulle spalle dopo esserci spazzolati il quinto. È il migliore, non ci sono dubbi! Ha un retrogusto di noce così persistente che ndevi mandarlo via a parolacce, Non lo compriamo solo per non doverci portare dietro la bottiglia, ma prima di abbandonare la città torneremo senz’altro.

In realtà Marzia ha letto sulla Santa Guida Lonely Planet che esiste una piccola cantina indipendente chiamata Càlem, e il suo spirito ribelle la spingerebbe ancora una volta a sostenere le minoranze, anche quando sono proprietarie di un capannone grande come un campo da calcio. Non ci andiamo subito perché se beviamo ancora qualcosa di più forte dell’acqua distillata andiamo in coma etilico, ma le prometto che non mi butterò in nessun incauto acquisto prima di aver visitato i suoi amici “rivoluzionari”.

Tempo libero
L’ennesimo bagarino ci arpiona col suo blocchetto di vouchers: questo propone una gita in battello della durata di 50 minuti per la modica cifra di dieci euri, più una visita guidata alle cantine Offley’s. Accettiamo, forse l’aria del fiume ci rischiarerà le idee, e io già sbavo all’idea di fotografare il ponte da una nuova prospettiva.

La gita è tranquilla, la parte a monte fino al Ponte Maria Pia è piuttosto anonima, quella zona della città è troppo moderna, si vedono le spiagge che abbiamo notato arrivando in treno. L’unica cosa degna di rilievo sono due pescatori seduti coi piedi in acqua a leggersi i libri di Pedro Gambadilenho a turno, a voce alta. Quando ritengono di avere letto abbastanza buttano i libri nel Douro e si baciano voluttuosamente facendo un sacco di spruzzi. Chiedo a Marzia cosa ne pensi di quel bizzarro teatrino, ma dice che non ha visto niente e che mi sono inventato tutto e che dovrei farmi visitare da un medico appena torniamo in Italia. Certe volte quella ragazza mi preoccupa, è talmente apprensiva..

Il viaggio in battello prosegue verso la foce, fino al borgo di Afurada, un villaggio di pescatori che abbiamo in mente di visitare il giorno dopo. C’è una fitta nebbia che ci impedisce di vedere l’oceano, ma è anche meglio, possiamo immaginare che sia proprio lì a due passi, come direbbe Cristo.

Dopo la gita non andiamo a vedere le cantine perché sono già chiuse, ma anche perché non ce la facciamo più neanche a tornare a piedi fino all’ostello. Ci sediamo sul prato e aspettiamo che i nostri amici ci trovino.

“Allora, avete alloggiato nel nostro ostello superfigo?”, chiedo a Lucilla.
“No”, mi risponde, “Non c’era posto, così abbiamo cercato lì vicino.”
“E dove avete trovato?”, domanda Marzia.
“Stiamo nel grosso palazzo abbandonato su Avenida dos Aliados”, rivela Alessandro, mortificato.
“Però costa poco!”, cerca di giustificare Lucilla. “Abbiamo una camera molto spaziosa!”
“Si, la dividiamo con solo quattro barboni!”, interviene Alessandro.
“Ma nel nostro c’è la colazione compresa!”, dico.
“Nel nostro sono compresi gli scarafaggi!”, replica.
“Nel nostro ci sono i film!”, insisto.
“Nel nostro gli ubriaconi che si accoltellano!”, insiste. “E c’è anche la connessione remota!”
“Davvero?”
“Si, nel senso che uno dei barboni che dormono con noi una volta si collegò a internet”.

Lasciamo che i nostri amici vadano a prenotare al ristorante buonissimo segnalato da un’amica di Marzia che va in Portogallo tutti i giorni, un posto dove cucinano il polpo alla brace come lo mangiavamo in Puglia, dove ti servono pezzi di tentacolo lunghi un metro e passa. Noi strisciamo sul primo autobus che ci riporti in centro per una doccia ricostituente.

Il Rivoli Cinema Hostel è sempre lì, con le sue serrature elettroniche a custodire ogni sorta di meraviglia. Appena varcata la soglia c’è una bacheca di prodotti locali, fra cui due bottiglie di porto, alcuni gadgets di Star Wars che mi fanno venir voglia di inoltrare domanda di assunzione e..

“Aaahhh!!”, strilla Marzia come se avesse visto il più grosso scarafaggio della sua vita.
“Cosa! Dove!”, faccio io.
“Guardaaaa!”, e indica la bacheca, solo che non ci sono scarafaggi, ma delle assurde scarpette di plastica. Ho capito tutto. È incredibile come uno strillo di gioia femminile somigli così tanto a un urlo di terrore, dopo tutto questo tempo non ho ancora imparato a riconoscerli, come l’impercettibile differenza di tono che distingue un “non ho niente (sono assolutamente serena e in pace col mondo)” da un “non ho niente (ti odio con tutte le mie forze e sto seriamente pensando di ucciderti nel sonno)”.

Insomma che ha visto delle scarpe che pare siano l’ultima novità in fatto di abbigliamento alternativo, quelle robe di moda fra chi non vuole essere di moda, che in Italia costano come le ciabatte orrende di Prada e invece qui te le porti via con quindici euri. Evidentemente i portoghesi sono meno stupidi degli italiani.

“Devo scoprire dove le vendono! Devo averle a tutti i costi! Devono essere mieee!”

La trascino via di peso, e per fortuna che alla reception c’è un tizio che non parla né inglese né spagnolo, perché se avessimo avuto una minima speranza di comunicare avrei potuto scordarmi la cena.
Torniamo invece a Gaia e occupiamo il nostro tavolo al ristorante Casa Adão, dove lavora la cuoca assassina.

Ancora È costei una grossa signora con la cuffia e la voce imponente, che lavora segregata nel suo spazio tra i fornelli dalla mattina alle sette fino a notte inoltrata, tanto che capita spesso che debba fermarsi a dormire lì. Per questa ragione si è organizzata tenendo una coperta e un cuscino dentro il forno, che non usa. Tutti i piatti della Casa Adão sono bolliti.
I ritmi di lavoro massacranti hanno segnato profondamente il carattere della signora, che col passare degli anni ha raggiunto un tale livello di misantropia da minacciare col coltellaccio chiunque le rivolga la parola. È evidente che nella cucina di un ristorante sia inevitabile rivolgersi alla cuoca, e questo genera dei conflitti che spesso sfociano in gesti violenti, come quello cui siamo testimoni quella sera, quando la cameriera riporta in cucina un piatto di riso lasciato intatto e la cuoca lo prende come uno sgarbo personale.

Il dialogo esatto fra le due non lo posso riportare per ovvie difficoltà linguistiche, ma cercherò di essere il più fedele possibile al concetto, e mi scuso fin d’ora per le libertà narrative che mi concederò.

CAMERIERA – Il tavolo quindici non ha neanche toccato il riso.
CUOCASSASSINA – E io cosa ci devo fare?
CAMERIERA – E io che ne so? Mangiatelo!
CUOCASSASSINA – Io me lo devo mangiare? Io? Loro se lo devono mangiare! Quei bastardi! Lo sanno quanta cura ci ho messo a prepararlo?
CAMERIERA – Beh, magari non avevano più fame.. Hanno preso parecchi antipasti..
CUOCASSASSINA – Lo sai dove glieli infilo gli antipasti? Fammeli vedere, voglio vederli in faccia quei figli di puttana!
CAMERIERA – Sono.. sono andati via..
CUOCASSASSINA – Sono andati viaa? Li hai mandati viaaah?!?
CAMERIERA – Hanno pagato e se ne sono andati, cosa dovevo fare, sequestrarli?
CUOCASSASSINA – Aargh! Li ammazzo! Giuro che li ammazzo! Bastardi! Mi fanno fare una vita da schiava e poi non mangiano! Figli di puttana! Gliela faccio vedere io gliela faccio!

Ciò che segue non è molto chiaro, gli altri camerieri ad un certo punto si sono frapposti tra il nostro tavolo e la finestrella della cucina, e non abbiamo più potuto vedere com’è andata a finire, ma pare che la cuoca abbia brandito un’ascia e abbia cercato di correre in strada per inseguire i clienti; la cameriera ha cercato di impedirglielo, che c’era da preparare un bacalhao per il tavolo otto che stavano aspettando già da un po’, ma la cuoca pazza di rabbia ha tentato di divincolarsi e si è ferita.

Tutto ciò ha ritardato di parecchio la nostra ordinazione, ma abbiamo ingannato l’attesa bevendo vinho verde e pregando per la nostra incolumità.

Il polpo arriva, effettivamente è tagliato in pezzi così grandi che fra i tentacoli si trovano ancora dei frammenti di chiglia, ma non è gustoso come quello di Mola Di Bari. Non credo dipenda dalla cuoca, ma anche se fosse mi guardo bene dal protestare, e così i miei compagni. Mangiamo tutto in silenzio, non ci lamentiamo nemmeno quando nel piatto troviamo un dito mozzato ancora sanguinante. Ci limitiamo a ripulirlo col tovagliolo e a lasciarlo nel piattino delle mance al momento di alzarci.

Il conto ormai è un’abitudine, quando va male come stasera sono quindici a testa, ma abbiamo mangiato come struzzi e Alessandro ha bevuto tanto vino che quando se ne va canta La Montanara Uè.