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stasera gioca l’italia

Stasera gioca l’Italia, solo che io stasera ho un altro impegno col mio fegato, gli ho promesso di portarlo fuori a bere, che se me lo devo mangiare almeno che sia bello marinato.

Stasera gioca l’Italia, ma io ho un appuntamento con la sarta, che mi deve ricucire quel grosso buco che ho nella pancia, ma prima lo riempirà di sassi, che se devi andare a fondo è bene andarci zavorrato.

Stasera gioca l’Italia, e se perde ha poco da lamentarsi, che c’è gente che in quella condizione ci si trova da un sacco di tempo, e almeno lei ha la scusa di aver giocato di merda.

Stasera gioca l’Italia, e non è la cosa più azzurra a cui sto pensando.

Stasera gioca l’Italia, ma la notte scorsa hanno bruciato San Giovanni in piazza e me lo sono perso, perciò stasera recupero e brucio tutte le lettere che mi hai spedito, solo che me le hai spedite in digitale, mi toccherà bruciare il pici. Dovrò tenere le finestre aperte perché la puzza di plastica fusa è tossica e si impregna alle tende, solo che non ho neanche le tende, dovrò farla impregnare al gatto.

Stasera gioca l’Italia, saranno tutti a casa a guardare la tele, chissà se troverò posteggio.

Stasera gioca l’Italia e non ho una televisione per guardare la partita, ma non l’avrei guardata comunque, non ho visto neanche le precedenti, mi annoiano questi mondiali, o forse sono solo distratto da altre cose, vivere, smettere di.

Stasera gioca l’Italia, il cielo è sereno, la temperatura sopportabile, sarebbe bello essere al mare invece che al lavoro, ma adesso che ci penso col fatto che stasera gioca l’Italia non c’entra granché.

Stasera gioca l’Italia, ed è un peccato non seguirla, mi fornirebbe un’ottima copertura per le madonne che tirerò.

Stasera gioca l’Italia e tornerò a casa godendomi la strada deserta, e canterò una canzone allegra che però poi finisce.

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di quando io e Eddie Vedder ci siamo divisi una bottiglia di cancarone

Va detto che subito non lo voleva mica condividere il cancarone, eh!

Va detto che all’inizio non era proprio tanto disponibile alla condivisione.

Venerdì sono andato a vedere i Pearl Jam a Milano insieme a un’amica che vive lì.
Già arrivare a San Siro in bici mi ha messo di ottimo umore: niente coda, posteggi davanti ai cancelli e in un minuto sei dentro. Sono le settemmezza e riusciamo a metterci in una bella posizione centrale. La mia amica cagacazzi è bassa e non vede una minchia, ma non posso aiutarla, così le pianto una gomitata nei denti che la tramortisce per un paio d’ore: è un gesto di pietà, non ha senso farla soffrire, e oltretutto così sta zitta.

Comincia che è ancora chiaro, il pubblico attacca a gridare e sul palco entrano i musicisti. Non credevo che mi sarei emozionato, ma Eddie Vedder sono vent’anni che vorrei vederlo cantare, certe cose non te le dimentichi. Quando prende il microfono e attacca Release ho la pelle d’oca.

Le tre canzoni che seguono sono i pezzoni lenti che conoscono tutti, che parlano di amori finiti e boh forse ha litigato con la moglie; c’è da chiedersi l’effetto che potrebbero fare su una persona che magari si è appena lasciata ed è in mezzo al pubblico, sono sicuro che almeno uno alla fine di Black sta piangendo.

Poi, in un italiano stentato da traduttore di google, ci dice “Ci siaete tuti? Siaete puoncii? Alloua cominci-iamou”, ed è un treno di un’ora e mezza dei Pearl Jam rocchenrolli, senza soste e con qualche bella svisa. Non le riconosco tutte, Go e Corduroy fanno parte della categoria “Ah quella là che mi piace!”, ma altre faccio la faccia meh, e c’è qualche pezzo in cui me la meno proprio e gioco col cellulare, attirandomi le critiche della mia amica cagacazzi, che nel frattempo ha ripreso conoscenza e ha subito cominciato a lamentarsi. La stendo di nuovo con una mazzata alla nuca e continuo a giocherellare col suo telefono.

La scaletta cambia a ogni data, cosa che me li fa amare a prescindere, e spesso ci piantano dentro qualche cover a loro gusto. Durante questa sfilza di energia l’unica passabile per tale è Setting Forth, che è sempre di Vedder, ma fa parte della colonna sonora di Into The Wild, che è un film bellissimo anche senza la colonna sonora, ma la colonna sonora è pure meglio. E vabbè, mi piaceva di più Guaranteed, checcevoifà.
Il bottiglione da cui tracanna spesso il cantante dev’essere roba buona, lo fa sudare come una bestia e verso la fine gli permette un discorsone volemmosebbene che francamente poteva evitare.

Il palco è minimale, c’è una struttura che lo sovrasta, una specie di nuvola metallica da cui scendono delle lanterne a palla, ma non nel senso che vengono giù fortissimo, che cazzo hai capito. Ai due lati i classici megaschermi su cui viene proiettato il fighissimo film del concerto, in un bianco e nero parecchio stiloso, e con una signora regia, che se ad un certo punto ti stufi di allungare il collo oltre lo spilungone con la maglietta rossa te lo puoi guardare e spassartela lo stesso.

Poi ci sono i bis, che Eddie nostro ha già la sua cinquantina e una bottiglia di cancarone non riesce a smaltirsela saltellando qua e là e roccheggiando duro, deve andare a lavarsi via i litri di sudore e magari mangiarci dietro qualcosa che poi deve guidare per tornare in albergo, e si sa come sono i ghisa.
Attaccano acustici, e il film adesso è a colori. Prima di Just Breathe racconta questa cosa di quando ha conosciuto sua moglie in un brutto periodo e poi si sono sposati e cuoricini, e alza il bottiglione come i migliori Guccini e le fa gli auguri di buon anniversario, e mentre le telecamere ci mostrano in migliaia di pollici questa tizia che sorride un po’ contenuta lui le dice “I am Diabolik and you’re my Eva Kant”, che immagino sarà una frase preparata, magari in Francia le dice “I am a shitty quiche lorraine and you’re my awful vinaigrette”. Da qualche parte c’è Jacques Brel che ride, lo stronzo.

Meno male che è il momento di Daughter, che mi riporta di corsa agli anni ’90 e agli amici con cui facevamo la radio, e io ce l’ho sempre con me quella canzone lì, e non ci rimango neanche male quando a metà ci infila una canzone di Frozen, il cartone della Disney che piace tanto al mio amico Lorenzo Ciuffolo. Anche perché non me ne accorgo, l’ho letto poco fa sulla scaletta. Poi c’è Jeremy che piaceva a un mio amico che adesso fa il sofisticato che a lui i Pearl Jam fanno cagare. E poi ascolta Dente.
E Better Man, che magari non si era capito che Vitalogy è un gran disco.

I secondi bis a luci accese, tutti a guardarci le facce emozionate, ma poco, che parte subito Alive, che è un po’ il riscatto dei magoni, no? E poi Rockin’ In The Free World, che è la ragione principale per cui vorrei andare a Barolo a vedere Neil Young il prossimo 21 luglio, ma che essendo lunedì mi sa che mi attacco a stoca.

Solo oggi sono andato a leggere le scalette delle date precedenti, che li odio gli spoiler, sono uno che quando compra un cidi live non guarda che canzoni ci sono per non rovinarsi la sorpresa, e credo di avere assistito al concerto migliore, per com’è stato costruito e per l’effetto che ha avuto su di me e anche un po’ sul tizio di cui parlavo prima. Per andare meglio avrebbero potuto fare come a Seattle e suonare Interstellar Overdrive, o perlomeno farmi salire sul palco e aiutare il cantante a finire la bottiglia.
Sono tornato a casa felice, e in bici. E adesso aspettiamo che esca il bootleg sul sito.


sono successe delle cose in questi giorni

Sono successe delle cose in questi giorni che era da un po’ che non succedevano, e quando non sei abituato all’imprevisto rimani sempre un po’ colpito, ma d’altronde se si chiama imprevisto è proprio perché non succede tutti i sabati, sennò si chiamerebbe abitudine e non ti smuoverebbe di un dito. E sarebbe pure una bella rottura di cazzo, visto che le cose che sono successe comprendono una nevicata massiccia, il mio quarantesimo compleanno e un terremoto.

E con questo non voglio affatto pararmi il culo per aver lasciato la mia recensione di Londra ferma alla prima puntata, e mi dispiace se adesso ci sono dei turisti che dormono nei giardini di Kensington perché sono partiti contando sui miei preziosi consigli e ora non sanno più dove andare. Che vadano a vedere i cazzo di cancelli, per cominciare, che hanno una storia alle spalle che vale la pena di essere raccontata, anche se non adesso, perché adesso è il momento di mugugnare per le cose che succedono quando non te le aspetti e anche quando le aspetti da quarant’anni e la volta che arrivano ti lasciano comunque così, come una nevicata, che è bella da vedere ma sotto sotto rompe il cazzo. Si, mi ha rotto un po’ il cazzo avere compiuto quarant’anni, anche se in fin dei conti il mio trentasettesimo compleanno mi ha trovato identico, e immagino che anche per i prossimi due o tre non si registreranno cambiamenti rilevanti.

Però è un po’ come quando hai diciotto anni e passi l’ultimo dell’anno a casa da solo perché i tuoi amici sono tutti a una festa in discoteca dove se entri hai paura che ti marchino a fuoco come le mucche e piuttosto che andare coi genitori te ne stai in casa a giocare col commodore 64: una di quelle date piene di aspettative imposte, alle quali non vuoi credere ma sotto sotto ci speri. Anche perché lo sai che il giorno dopo i tuoi amici ti diranno che in discoteca hanno conosciuto delle tizie che poi ci hanno pure limonato sui divanetti.

E’ una data che ti lascia lì a dire cose tipo “e adesso?”, anche se lo sai che adesso niente, adesso come prima, e probabilmente è proprio quello, il fatto che adesso niente, tutto uguale, meh.

E intanto che sei lì che ci pensi viene il terremoto e tutti si agitano, e ti chiedono “l’hai sentito? l’hai sentito?” e tu neanche stavolta sei riuscito a sentire niente, ed è di nuovo come per i quarant’anni appena compiuti, una cosa che tutti vivono come l’evento dell’anno e tu invece meh. Perlomeno nessuno dei tuoi amici ti racconterà di nessun divanetto limonario, ma intanto che rifletti su quest’ultima fortuna si mette a nevicare, la tua fidanzata parte per Barcellona e il tuo cane si spezza un’unghia, che a vederlo deve fare un male della madonna, e infatti lo consoli, ma quel pignolo di Oscar Luigi Scalfaro ci tiene a dimostrarti che un’unghia rotta non è niente, e per farti vedere che ci sono cose peggiori nella vita muore.

La morte di una persona famosa è sempre una cosa che ti lascia turbato, tranne quando proprio non te ne frega un cazzo, e infatti mi metto a spalare la neve in giardino, ma è un lavoro che non ha senso, appena ho finito ce n’è di nuovo altrettanta, roba da farti perdere interesse nella vita e affogare i tuoi dispiaceri nell’alcool, ma in casa non ne ho, ci sarebbe del vino, ma è vino da pasto di quello buono, non si può sprecare per affogarci dei dispiaceri a stomaco vuoto, e se mangio mi passa la tristezza e allora cosa bevo a fare?

Meno male che oggi torno a lavorare, così potrò scazzarmi per qualcosa di concreto.