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divano, ma solo perché in giardino c'è troppo sole e non leggo un cazzo

Ho passato la mattina a scrivere due pagine, fra un cazzeggio e l’altro, di un racconto che vorrei finire tanto per dimostrare a me stesso che se voglio mi metto lì e scrivo un racconto così, da niente, che mi sono scocciato di sentirmi ripetere che devo finire il romanzo, che una volta ero più bravo, no, non ero più bravo, avevo solo più tempo, so scrivere di pancia anche adesso se mi va e te lo faccio vedere, brutta testa di cazzo.

Mi piace quello che ho scritto, sono solo due pagine e terminano all’inizio, nel senso che da dove si trova adesso il protagonista può fare qualunque cosa, e difatti non so cosa fargli fare, così mi è venuta un’idea, pianto lì di scrivere quel racconto, ma per evitare che me stesso cominci a ripetere la tiritera di me che non so più scrivere (e gli ricordo che ho il pici pieno di racconti cominciati e mai conclusi, cosa sarà mai uno di più) ne comincio un altro, fingendo di dimenticare che dovrei anche preparare il pranzo e magari andare a raccogliere legna, che se non lo faccio di sabato non lo faccio più, ma tutti questi impegni pesano e non ho voglia di farmeli pesare addosso, e decido di ignorarli, vada come vada, sono un irresponsabile da quando avevo sei anni, ormai ho maturato una certa esperienza.

Ne comincio un altro, completamente diverso, e poi cerco di legarli insieme, oppure riprendo la storia da un altro punto di vista, oppure lo abbandono, oppure magari mi metto a lavorare al romanzo. Però prima mi faccio da mangiare.


trì tù uàn..

Essonoinferiee!

Ora che ho a disposizione tredicotre settimane di vacanza in cui fare tutti i miei porcissimi comodi, posso mettere in atto il mio “piano diabbolico di trascorrimento delle ferie”, elaborato in un intero anno di fatiche di qui e di là.

Detto piano consiste in:

  • dormire fino a ore invereconde tipo le novemmezza unquartoalledieci;
  • scrivere il mio nuovo romanzo che parla di uno che non fa un cazzo tutto il giorno tranne starsene seduto a guardare il muro e contare da uno a fin quando ce la fa. E’ una specie di sfida con sè stesso, no? Deve sedersi lì e contare a voce alta uno, due, tre, quattro, e andare avanti finché non crolla, o impazzisce, o si fa la pipì addosso. Il mio nuovo romanzo racconterà delle privazioni che questo tizio è costretto a subire per poter portare a termine la sua grande impresa. Non me la sono inventata, è tratta da una storia vera, la mia, che quando avevo cinque anni mi sono fatto la pipì addosso perché non avevo voglia di alzarmi per andare in bagno;
  • svaccarmi in giardino a prendere il sole sulla sdraio;
  • andare a scroccare il pranzo a mio papà;
  • preparare cene elaborate per la gioia della mia fidanzata, che quando tornerà da lavorare stanca e disperata per le continue vessazioni subite e mi troverà in giro per casa in mutande, a grattarmi le balle con aria annoiata, avrà sicuramente voglia di pestarmi per sfogare quindici ore di aggressività repressa (forse non lo sapete, ma la mia fidanzata di lavoro cuce palloni in una fabbrica gestita da due ex SS e un deputato leghista), ma si addolcirà immediatamente quando vedrà quali prelibatezze le ho preparato;
  • portare Jack a fare lunghe passeggiate nei boschi, dove non si ode suono che non sia quello degli alberi che stormiscono, delle alci che garriscono, degli scoiattoli che finiscono sul fondo degli zaini (e qui ho fatto la citazione a un amico che l’avrete certo capita tutti quanti, visto che dei miei milioni di lettori ne siete rimasti solo i soliti cinquesei), dei leprotti avventurieri che esplorano i dintorni con timidi avvicinamenti saltellanti, delle ruspe che in punta di cingoli spianano il monte per costruirci un centro commerciale;
  • giocare con la pleistesciondue a svariati giochi fra cui Quellodellamacchinachedeviprenderelepatenti 4, Quellodellosnobòrdchedeviconquistarelamontagna 3, Quellodelcalcettodistradachedevicomprartironaldigno, Quellodellostudentechedevimenareicompagnidiscuola;
  • navigare su internient per leggere la pagina delle notizie sportive e non sportive ma che comunque gira che ti rigira parlano sempre del Genoa;
  • andare a vedere le amichevoli a Marassi ma solo quelle dove gioca la squadra che ha la maglia di due colori soltanto;
  • andare al mare;
  • preparare lo spettacolo di settembre in cui dovrò fare qualcosa a Villa Imperiale e non ho idea di cosa, tranne mi sa una figura di merda;
  • leggere dei bei libri anche se non so proprio quali, visto che quelli che stavo leggendo li ho finiti e mi è rimasto solo l’ultimo di Baricco che non ne ho proprio voglia ma niente eh, che per leggere Baricco devi avere la mente abbariccata, e ora come ora non ce l’ho affatto;
  • guardarmi tutte le puntate di Gundam che mi sono rimaste lì da vedere.

Mi sa che per fare tutto non mi basteranno tre settimane. Io non so come fanno quelli che dicono che se diventassero miliardari e non dovessero più andare a lavorare non saprebbero come passare le giornate e cadrebbero in depressione.


fa niente dai

Il tema di Starsky e Hutch risuona nella stanza, penso a un amico che mi aveva proposto di scrivere degli sketch coi due personaggi che si esprimono come negli anni 70 dalle nostre parti, mie e sue, che non collidono ma quasi, con quei termini che usavamo allora, quando guardavamo il mondo dall’alto dei nostri sedici anni in due, bastinchio, stazzo, si giocava a ce l’hai e andava per la maggiore la barzelletta dell’italiano francese e tedesco alle prese con scommesse impossibili o fantasmi caseari. Mi ero anche scaricato del materiale da fotoritocchi, immagini dei due poliziotti, della macchina, loghi, scritte, poi non se n’è fatto più niente, è saltata fuori una coppia di comici che non fanno mai ridere ma qualcuno li definisce comici, che ci hanno mezzo rubato l’idea, quel poco che c’era da rubare, a parte il gergo da ragazzini anni 70 non c’era altro. Parlare di comici mi fa venire in mente che un altro amico mi ha proposto di scrivere un pezzo a quattro mani per il cabaret, ma io di cabaret so solo che è piatto, metallico e ci si mettono sopra le tazzine di caffè, e non ci trovo niente da ridere. Dovrei almeno rispondergli per dirgli che i suoi pezzi mi sono piaciuti, ma che non so cosa farci, io scrivere così non son capace, sono verboso, per quel genere di scrittura bisogna essere incisivi, sintetici. Poi la scrittura a quattro mani non la so fare, e non ho mai capito come hanno fatto quelli che ci sono riusciti, io ogni volta che attacco a scrivere un pezzo per uno con qualcuno finisce che ci si scogliona quando va bene, una volta ho anche litigato, va bene, non era per quello che si stava scrivendo, ma intanto abbiamo piantato lì di scrivere, ed era l’unico pezzo che mi stava venendo discretamente bene, vorrei vedere, c’ero dentro io con un altro nome, raccontavo di quand’ero frustrato pesante, che in quei giorni lì ero veramente messo male, altro che adesso, mi fanno sorridere quelli che mi scrivono che sono vittima di me stesso e che mi faccio i film, adesso ho una testa che è una e non cinque o sei, e quell’unica funziona poco ma sempre, abbastanza per infastidirsi di questa marea di demenza che sale sale fino a bagnarmi l’asciugamano e rubarmi le ciabatte, quando sei in spiaggia e l’onda ti bagna i piedi cosa fai, te ne vai, ti sposti, e allora io perché dovrei stare lì a prendermela, me ne vado più in là dove l’onda non arriva e aspetto che cali, inutile incazzarsi, chiunque farebbe lo stesso. Ho bisogno di stare dove le onde anomale delle teste alluvionate non mi possano travolgere, dove una persona non cambia identità a seconda di come si alza dal letto la mattina, dove se hai un’idea una sensazione una volontà te la porti così com’è almeno per qualche giorno, e se la cambi è perché hai capito che era sbagliata, non perché è girato il vento, eccheccazzo, non sono mica un contenitore per la raccolta differenziata delle stronzate. Poi a stare sempre sul chi vive si commettono degli errori, ne fanno le spese persone che non c’entrano, però è vero che c’è tempo per questo mare infinito di gente, fa niente dai.