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i consigli di Ernest Hemingway sulla scrittura

Giuro che l’intenzione era di prepararmi una cena sofisticata, qualcosa che facesse dire a Carlo Cracco “Ehi, ma questo è meglio di quelle patatine di merda!”. Mi ero fermato dal besagnino per la verdura fresca, e dal macellaio per quel taglio particolare che richiede la ricetta, e al supermercato per gli ingredienti che l’avrebbero resa così gustosa, e dal ferramenta per.. no, dal ferramenta ci dovevo andare per altre questioni; solo che poi sono tornato a casa e ci ho trovato Ernest Hemingway, seduto in cucina con una bottiglia di vino sul tavolo. Mi ha allungato un bicchiere di rosato e mi ha chiesto “Ti ricordi cosa ho sempre sostenuto riguardo alla scrittura?”.

“Chi ti ha dato le chiavi di casa mia?”, ho risposto.
“Nessuno, sanno tutti dove le nascondi, sono andato lì e le ho prese. Adesso rispondimi: ti ricordi o no cosa ho sempre sostenuto riguardo alla scrittura?”
“Che bisogna usare la matita”
“Cazzate! Tu non scrivi mica a mano, cosa te ne fai di una matita?”
“Veramente scrivo un sacco a mano, solo che poi non ho voglia di copiare gli appunti sul computer. Devo averci un paio di Fratelli Karamazov sparsi per il salotto..”
“Non era quello a cui mi riferivo”
“Allora non lo so, forse hai sempre sostenuto che non bisogna descrivere le emozioni, ma farle accadere?”
“Beh sì, quello l’ho detto, in effetti..”
“Lo sto facendo, sto vivendo invece di scrivere, come dicevi tu”

Mi ha mollato un pattone sull’orecchio. “Coglione! Quello non l’ho detto io, l’ha detto Pirandello!!”
“Ahia! E mi pareva, infatti!”, ho pronunciato, palpandomi il padiglione purpureo.
“Io ho detto di scrivere da ubriaco e correggere da sobrio!”
“Ma non ho scritto niente da mesi, che mi correggo?”

CIAC! Un’altra sleppa sull’orecchio, stavolta quello a sventola, che fa più male perché maggiormente esposto.

“E allora bevi! E poi scrivi! Cristo di un dio, ma chi me l’ha fatto fare di prenderti come allievo? C’era la Tomiolo disponibile, che è pure una bella topa!”
“Frequenta i corsi di scrittura creativa, tu li detesti quelli che fanno i corsi, dici che scrivono tutti le stesse cose”
“Già. Branco di pecore. Ma tu, ragazzo mio, devi venirmi incontro, ti è stato dato il fuoco, accendilo ogni tanto, perdio! Scrivi qualcosa!”
“Ma io scrivo, signore, tutti i giorni!”
“Quel cazzo di diario scrivi! Sai che sforzo di immaginazione! Me li immagino i tuoi lettori, come si divertiranno a sapere che ieri hai trovato un altro pezzo dei REM che più o meno ti riesce di suonare! Uh, ma che bravo!”
“Certe volte ci scrivo anche che ho..”
“Ragazzo, sono stato colpito alle gambe da una mitragliatrice che non avevo ancora compiuto vent’anni. A trenta mi sono ferito durante una battuta di caccia, e pochi mesi dopo ho avuto un incidente in macchina. E non voglio raccontarti quel che mi è successo dopo, ma credimi, le giornate noiose erano quelle in cui avrei potuto scrivere sul mio diario che tutti i miei organi interni erano rimasti al proprio posto. Tu lo hai mai letto il mio diario?”
“No, non ho avuto il piacere..”
“Perché non l’ho scritto, cazzo!! Quando scrivi lo fai per raccontare storie che il lettore possa ricordare, non i progressi a suonare un cazzo di fa diesis! Tutti i giorni dovresti scrivere i tuoi racconti, anche quando non ti sembra che siano granché saranno sempre meglio di una pagina di pippe. Tu non hai idea di quanto mi faccia incazzare leggere le tue righe, vorrei venire lì e pigliarti a sberle!”§
“Lo ha appena fatto”
“E ho fatto poco! Bevi adesso, sangue di Giuda!”

Non avevo voglia di bere, ma se aveste provato le manone di Hemingway sulle orecchie avreste bevuto anche voi, credetemi. Un bicchiere per farlo contento, due per continuare la conversazione, tre perché ci hai preso gusto, il quarto te lo versi da solo e da lì in poi è un attimo a finire la bottiglia, e a quel punto è facile pensare che aveva ragione lui, che la scrittura è qualcosa che ti è stato regalato e non dovresti sprecarla così, e ti viene voglia di prendere tutti i fratelli Karamazov seduti sui loro foglietti in giro per il salotto e trascriverli una volta per tutte, dare loro una forma e vedere che succede, ma c’è una cosa che non gli ho detto a Ernest, che ha un’età e mi spiace contraddirlo, e poi l’ho già detto che le manone sulle orecchie non sono piacevoli: per me scrivere è come suonare la chitarra, lo faccio quando ne ho voglia e se non ho niente di meglio da fare, quando vedo il foglio bianco e provo un impulso fortissimo a sedermici davanti, quando mi è successo qualcosa di così grosso che non ci sta tutto nella testa, e si muove, e devo dargli una forma anche solo per domarlo, quando sono felice, quando sono innamorato, quando vorrei morire e i segni su un foglio sono tutto quello che metto fra me e il paese da cui nessun viaggiatore ritorna. Il resto del tempo non scrivo, non mi serve, non ha senso sforzarmi di mettere giù qualcosa che non mi appartiene, sarebbe come rubare a quell’altro me stesso, quello che delle parole vive e si distrugge per trovarle, e ognuna gli costa un pezzo di anima. E quando mi dicono che butto via il mio talento, che mi siedo e mi lascio vivere, che se fossero al posto mio, vorrei farli sedere e mettere loro in mano la mia testa aperta, e adesso guardate bene cosa c’è dentro, entrateci, venite a vedere com’è da questa parte, vediamo cosa sapete farci voi. Quello che avete fatto della vostra vita mediocre, probabilmente. Un cazzo di niente.

Io lo sapevo che non avrei dovuto dargli retta a Hemingway, adesso sono le otto passate, mi sono rimpinzato di wasa e parmigiano e la mia cena non ha più senso prepararla, e non ho neanche voglia di aspettare che mi passi la ciucca, devo prepararmi per uscire, Fiesta sarà anche un bel libro, ma non fa di te un buon compagno per i venerdì sera, caro Ernest. Te ne sei andato e mi hai lasciato con una bella seccatura fra le mani, io stasera volevo farmi una serata tranquilla, magari vedere gli amici, tornare prima dell’alba e bere poco. E invece adesso sono pieno di sensi di colpa, ho un racconto aperto davanti e non ho idea di quel che rileggerò domani. Grazie tante, poi uno si domanda perché preferisco leggere Saramago.

Almeno quando torno a casa e me lo trovo in cucina mi parla in portoghese, capisco metà delle cose che mi dice e dopo un po’ mi scazzo e lo mando a stendere.

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di quando comincio con che poi

Che poi uno apre la finestra per scrivere delle cose a caso, preso da quella voglia perversa di sporcare una pagina, sono sicuro di non essere l’unico a sentirsi tirare da dentro quando vede un foglio bianco e una penna, siamo in tanti e ci riconosciamo dallo stesso modo di guardarci i piedi, e senza volere schiaccia, quell’uno di cui parlavo all’inizio, un bottone sullo schermo, e gli si apre una finestra che si chiama caratteri speciali, che già il nome è interessante, a me le persone con un carattere speciale piacciono molto più di quelle noiose col carattere codificato, che sai sempre cosa stanno per dire, e dentro la finestra, quell’uno di cui sopra, ci trova un sacco di simboli utilissimi, tipo la ã e la õ, che avere in casa un gatto portoghese ti obbliga a usare lettere non convenzionali ogni volta che scrivi di lui, e poco male se il mio è portoghese di Nervi, lui il fado ce l’ha dentro, suona il suo strumento e io mi commuovo, sarà che il suo strumento sono le unghie e me le suona addosso, ho un braccio che sembra google maps, oppure avevano ragione i Queen quando dicevano che pain is so close to pleasure, e qui bisognerebbe aprire tutto un capitolo sulle canzoni che affrontano il dualismo piangere dal ridere, e poi si passerebbe alla letteratura, che le canzoni altro non sono che riassunti di libri troppo lunghi per farli stare su un disco, si è trovata questa soluzione, funzionava, potevi farla anche dal vivo, e si è andati avanti così, e col tempo i libri e le canzoni hanno preso strade diverse, ma all’inizio era un po’ lo stesso, si andava per tentativi e i risultati erano epici, quando hanno fatto dal vivo Guerra e Pace ce lo ricordiamo ancora tutti quanti, altro che Genesis.

Che poi io i Genesis li adoro, quelli visionari di Peter Gabriel, non il gruppetto di scampati a una svendita di personaggi da telefilm, e sì che We Can’t Dance è un disco a cui ho legato un sacco di ricordi, me l’ero comprato originale in cassetta, le maledette cassette, a Padova, in un negozio che si chiamava Il Ventitré, dove dilapidavo la mia paghetta di militare, e il video di loro tre che ballano come i robottini di Ommioddìoh un robottinooh era uno di quelli che guardavo più volentieri quando Rebecca De Ruvo lo passava nella sua trasmissione su Mtv, quando ancora la M significava Music e non Macheccazzoèstaroba, o perlomeno così mi dicono, in questa casa ho ridotto l’arredo all’essenziale, come la casa di Rust in True Detective, solo che lui la tele mi pare che ce l’abbia, ha anche il crocifisso appeso alla parete, e quando il suo collega con le noci in bocca gli chiede se è credente lui risponde che gli serve per meditare sull’episodio dei Getsemani, quando Cristo viene a patti con la consapevolezza dell’inevitabilità della propria morte, o qualcosa del genere, non me lo ricordo tutto a memoria, io comunque il crocifisso in casa non ce l’ho, e fa ridere che l’immaginetta sacra della madonna di staminchia, che campeggiava sopra la porta della cucina, sia stata la prima cosa che ho rotto e buttato via appena entrato nella nuova casa, perché adesso attaccato al frigo ho un calendario magnetico di papa Francesco, il Simpapapa, in dodici pose piacione che ti fanno capire quanto la Chiesa stia investendo nello svecchiamento della propria immagine, il prossimo papa si farà chiamare The Cool One e sfoggerà un tribale sul bicipite palestrato, sostituirà l’amen col just do it e il segno della croce col cinque alto.

Che poi il calendario di papacecco me l’ha regalato una persona importante, ed è l’unica ragione per cui lo lascio lì, per amicizia e affetto e un sacco di gratitudine, che ogni palata di terra che riesco a buttare nel buco me la sta passando lei, e quando avrò finito ci spazzoleremo i pantaloni e usciremo da quel posto di cose morte e andremo a farci una birra al baretto coi tavolini in discesa e le sedie che se non ti tieni ci finisci sotto, e fossero solo le sedie.

Che poi io quando comincio un post con che poi lo so benissimo dove andrò a parare, anche se non come ci arriverò, che il chepoi è il segnale di liberitutti, quando scrivo perché ho bisogno di buttar fuori roba, ma c’è qualcosa che mi impedisce di farlo, sarà pudore, disciplina, le buone intenzioni che prima o poi nella vita bisogna cominciare a seguire, si può mica vivere sempre così come capita, ma c’è che una volta mi sarei messo lì con Jeff Buckley a farmi da bisturi e mi sarei aperto il cuore in due, e adesso invece lo lascio passare e non mi tolgo neanche la maglietta, che c’è uno spiffero va a finire che mi piglio qualcosa, e questo camminare a passi contenuti me lo spaccio come un indizio di saggezza, come se derivasse dal greco camminareapassiconteneus, e mi dico che diventare grandi ha i suoi vantaggi, tipo che puoi entrare nei cinemi porno senza dover mostrare un documento, ma questo è un vantaggio che ha terminato di essere tale, che con l’avvento dell’internet la maggior parte di cinemi porno è stata trasformata in un negozio di cineserie, e per comprare un bellissimo giubbotto grigio in similpelle con disegnata una tigre nella fodera non ti serve la carta d’identità, ma al limite google traduttore, che due su tre non capiscono cosa gli vuoi comprare e cercano di propinarti il ventilatore tascabile che quando gira compone la frase ♥ Ti Amo ♥ illuminata di rosso, che io una cosa così brutta non ci credevo esistesse finché non me l’ha mostrata un punjabi nei vicoli, mi ha detto che la fidanzata avrebbe apprezzato, e io gli ho risposto che non ce l’ho la fidanzata, e che se l’avessi avuta avrei cercato di conservarla, ma lui non ha colto il sarcasmo, che il sarcasmo finisce nel Punjab indiano mentre lui è di Lahore, ha messo via il ventilatore e ha cercato di vendermi un barattolo quattro stagioni e una scure, ed è stato lì che ho capito che se vai in giro con sette cappelli colorati infilati in testa uno dentro l’altro non puoi essere privo di un certo senso dell’umorismo.

La prossima volta magari vi racconto di quando io e Pitbull ci siamo mangiati tutto l’ordine degli ungulati compreso l’oritteropo.


between grief and nothing

Ultimamente quando scrivo lo faccio perché mi è successo qualcosa che mi ha scrollato abbastanza da farmi scivolare di dosso la coperta, oppure per una ragione qualsiasi, tipo che mi annoio, che ho voglia di scrivere o che mi è venuta in mente una cosa che vale la pena raccontare. In questo caso è uno di quei casi lì. Già. Ed è anche, ve lo dico subito così vi preparate, uno di quei pezzi con pochissimi punti e tante frasi annodate insieme e che vanno ad incastrarsi l’una nell’altra come le bamboline russe col foulard in testa che una volta ci sembravano una figata incredibile e ce le avevamo tutti in casa, poi è arrivato il cartone animato di Gordian e abbiamo capito che le bamboline russe non è che fossero poi così pazzesche, insomma, non sparavano neanche i razzi dalle ginocchia, e ti voglio vedere il giorno che i mostri spaziali cercano di invadere la Terra se provi a respingerli con un robottone di sessanta metri o con una cazzo di bambolina russa a forma di Barbapapà. Ecco, per capirci, è uno di quei post lì, perciò se siete di quelli che la lingua italiana va rispettata e la punteggiatura e l’ortografia e le coordinate e le subordinate e poi non sei mica Joyce ma manco Paolonori potete anche saltare al post successivo, che però finora non l’ho neanche scritto, che ultimamente quando scrivo lo faccio perché mi è successo qualcosa che mi ha scrollato abbastanza da farmi scivolare di dosso la coperta, oppure per una ragione qualsiasi, tipo che mi annoio, che ho voglia di scrivere o che mi è venuta in mente una cosa che vale la pena raccontare, ma questo l’ho già scritto all’inizio e non posso permettermi un post circolare, sennò diventa come l’ultimo film dei fratelli Coen e dovrei suonarvi un pezzo folk e io la chitarra non la studio da un pacco di tempo, che per me la chitarra è una cosa che prendo in mano quando devo tirarmi fuori da una delusione sentimentale, di solito funziona così, e la studio e mi applico finché sono triste, poi smetto di essere triste e smetto anche di studiare la chitarra, che io per le cose in cui bisogna applicarsi tutti i giorni sono proprio negato. Quindi adesso non lo so se è il caso di tirare fuori la chitarra o no, non l’ho ancora capito, e per il momento scrivo e basta, poi magari mi metterò su un film, ma non uno di quelli tristi, che va bene non provare delusioni sentimentali, ma andare a rimestare la merda col bacchetto non mi sembra il caso. Andare a rimestare la merda col bacchetto è una frase che diceva sempre Marzia, e mi piaceva un sacco, che a me le cose un po’ triviali certe volte fanno ridere. C’erano diverse cose di lei che mi piacevano e che mi mancano anche un po’, a distanza di un anno e passa, e dopo sette anni credo sia anche normale, e credo che sia un vero peccato che una relazione così lunga non sia diventata una buona amicizia, si sia semplicemente affievolita fino a sparire, perché alla fine mi sento come se avessi buttato via un sacco di tempo senza mettere via niente, anche se il tempo trascorso insieme mi ha cambiato e arricchito e adesso per esempio so fare il gallo pinto e adoro Chavela Vargas e chissà quante piccole cose mi porto dietro del tempo che abbiamo trascorso insieme, e non parlo della raccolta dei Litfiba che mi è rimasta nei cidi, che quella non so come ci sia finita e mi fa pure cagare, e oltretutto io non trovo più Achtung Baby degli U2, e mi pare che semmai nel cambio ci ho perso. Comunque alla fine non siamo rimasti amici, siamo tornati i due estranei che eravamo prima di incontrarci, e non mi sto lamentando, che se volessi investire altro tempo su quella persona magari proverei a chiamarla, e invece sticazzi, si vede che mi sta bene così. Non c’è rancore in questo ragionamento eh? Che poi uno lo legge e pensa che, è solo che stavo riflettendo su come i rapporti prendono delle curve inaspettate ed escono di strada e non sai se il loro destino sarà sfrantarsi contro un pioppo o scoprire una strada nuova e più interessante, e stavo pensando alle amicizie che certe volte nascono fra due estranei e crescono e altre che sono il risultato di un sentimento più forte che si è esaurito, come due ascensori che si incontrano a metà di un edificio e uno sale e l’altro scende, ma a parte quello sono due ascensori, che razza di associazione di idee mi fai fare, meglio se continuavo a parlare della chitarra. È che poi uno lo legge e pensa che forse volevo dire qualcosa e non trovo le parole, che è anche vero, che l’altra sera ho fatto degli esercizi sull’empatia che mi hanno fatto tornare a casa che non avevo neanche più un pensiero al suo posto, e da allora sto rimuginando sul senso di un bel po’ di cose e sui rapporti umani e sulle persone, su alcune più che su altre, e credo di essere una persona molto fortunata e molto sfortunata e sono contento e non lo sono e adesso prendo la chitarra ma non mi metto a studiarla, resto lì e la guardo e poi la metto via e continuo a guardarla, che magari imparo a suonarla per osmosi, come fai a sapere che non funziona, ci hai mai provato, ci ha mai provato qualcuno, hai letto delle pubblicazioni, tipo? No? E allora? Magari basta mettersi lì e farlo per tanto tempo e alla fine la chitarra si stressa di averti sempre lì davanti che la fissi e si arrende e si fa imparare senza esercizi, basta che ti levi dalle balle. Con le persone a volte funziona, ci diventi amico perché non ne puoi più, e passa il tempo e non ti senti amico di quella persona più di quanto ti ci sentivi all’inizio, ma hai capito che è una brava persona e ti fidi e quando questa persona ti dice che è bello averti come amico e ti confida tutti i suoi cazzi e ti chiede aiuto dentro di te pensi si vabbè ma sticazzi, però alla fine ti comporti come faresti col tuo migliore amico, perché sono cose che hai e darle agli altri non ti fa mica male. Però i miei amici quelli veri non li vedo da un po’ e la cosa mi pesa, soprattutto stasera che mi sono messo a scrivere perché mi è successo qualcosa che mi ha scrollato abbastanza da farmi scivolare di dosso la coperta, oppure per una ragione qualsiasi, tipo che mi annoiavo, che avevo voglia di scrivere o che mi è venuta in mente una cosa che valeva la pena raccontare.
Poi penso ai miei lettori recenti, quelli che hanno cominciato a gironzolare qui sopra da poco e hanno capito più o meno come funziona e da qualche giorno girano e annusano e sentono che sta arrivando il post introspettivo serio mascherato da post minchione, e guardano l’ora e dicono vedrai che adesso arriva, e finalmente se lo trovano davanti e lo leggono e ghignano perché lo sapevano che finiva così, e io lo sapevo che loro lo sapevano, e qua posso darvi l’idea di stare parlando a qualcuno in particolare, ma giuro che (non) è così, è che quando ho delle cose dentro che non trovano posto devo mettermi lì e scriverle come sono, senza una forma, che poi le rileggo e forse riesco a trovargliene una, oppure no, le tengo così, confuse e spettinate, ma non importa, ci sono cose che non ci crederesti che sono importanti, che a vederle da fuori non gli avresti dato due lire, ma alla fine sono quelle che ti segnano e ti cambiano perché nella loro banalità e confusione e spettinatezza sono quelle cose che magari cercavi da tutta la vita, perché in mezzo a tanti aggeggi che ti sono passati per le mani e hai adattato per farli funzionare può capitarti di trovarlo per terra quel robo che ti fa funzionare tutto il casino là dentro, quello che non ci devi toccare niente, va bene così, e scusate, vado un attimo a prendere la chitarra.


sansteva

Santostefano è quel giorno che non sa di niente fra la colossale mangiata di natale e la monumentale ciucca di capodanno. Tutti i negozi sono chiusi, tutti gli amici sono chiusi (nei negozi?), non si esce perché non si sa dove andare, in casa non si sa cosa fare e più di uno il giorno di santostefano ha cominciato a drogarsi per vedere cosa succedeva e poi non è stato più capace di smettere. Sono sicuro che quelli che si ammazzano prima di natale lo fanno perché consapevoli di non poter reggere l’infinito nulla di un santostefano. Io per fortuna ho un gatto che attira l’attenzione su di sé mostrandomi che le pisciate sul letto non sono la cosa peggiore che riesce a combinarmi. In effetti il Punitore di Garth Ennis con le pagine zuppe è una tragedia a cui non ero preparato. Grazie, João, per questa nuova consapevolezza, se un giorno sarò un uomo migliore sarà merito tuo. Peccato che non potrai godertelo, perché per allora sarai diventato un paio di guanti.
Non è giusto soffrire soli, mal comune mezzo gaudio dicono, perciò adesso vado a prendere il sassofono e mi esercito un paio d’ore sulle note lunghe, così anche i vicini potranno condividere con me questo giorno infelice.

la desolazione di santostefano

Una volta non era così. Mi ricordo di un anno in cui mi svegliai la mattina dopo i bagordi del 25 con un barattolo aperto di funghetti sott’olio in grembo, una grossa macchia di unto che si allargava sul maglione nuovo e i passi minacciosi di mia moglie nella stanza accanto. Naturalmente il maglione me l’aveva regalato lei, e altrettanto naturalmente la macchia non sarebbe andata via mai più. Saltai giù dal divano facendo volare il gatto che mi dormiva ignaro sulle ginocchia, e mandandolo a rovinare su un presepe in cristallo veramente brutto, ma anche veramente caro, che ci aveva regalato sua madre l’anno prima, e avevamo dovuto esporre per pagare il fio della sua visita di lì a pochissimo. Sapete quel luogo comune per cui raddoppiare le colpe dimezza la punizione? È falso. Federica, mia moglie, sapeva riconoscere il suono di una madonnina di cristallo che si sfascia su una piastrella in gres porcellanato, anche attraverso una porta e diversi metri di corridoio, e i suoi passi acceleravano improvvisamente nella direzione del salotto, la sua voce rauca da tabagista incallita mi presentava un trailer del film che stava per andare in onda:
“Checcazzo hai rotto adesso?”

una roba così, per capirci

Adesso. Lascia intendere che non era la prima cosa che rompevo, e che la sua pazienza era già stata messa alla prova, come sottolineato da quell’esclamazione così scurrile. Se fossimo in una serie televisiva sarebbe il momento del flashback, e se la serie televisiva fosse prodotta dal canale HBO il flashback comincerebbe con una scena di sesso molto esplicita. Purtroppo il mio blog non è finanziato da reti via cavo americane specializzate in softporno, quindi niente scena di sesso, ma in fondo è una fortuna, perché il flashback serve ad introdurre il personaggio di mia suocera.

Alla signora Violetta Francioso non ero mai stato simpatico, neanche prima che mi beccasse a letto con sua figlia. Questione di pelle, non si può essere simpatici a tutti, e quella volta che ci eravamo insultati per un parcheggio sotto casa sua non aveva aiutato, ma che fosse la madre della mia ragazza lo avevo scoperto solo un minuto più tardi quando avevamo fatto la stessa strada fino allo stesso portone, perciò per me non conta. Per lei evidentemente si, perché è una donna rancorosa, e questo suo astio nei miei confronti non mi aveva reso le cose più facili quando il mio rapporto con Federica era peggiorato. Ultimamente il nostro matrimonio sembrava finito in un vicolo cieco, ci si parlava poco, e spesso per rinfacciarsi stupidaggini, e si passava un mucchio di tempo separati: se io ero in cucina a leggere lei stava in salotto davanti alla televisione, appena spuntavo di là lei si ricordava di avere l’armadio da riordinare in camera da letto. Le distanze sono un concetto relativo anche in un appartamento condominiale lontano dal centro, quando non vai d’accordo col tuo coinquilino.
Non lo so perché ci eravamo allontanati fino a quel punto, forse non c’erano più argomenti di cui parlare, forse non c’erano mai stati e avevamo sempre fatto finta di non saperlo perché stare da soli ci sembrava un destino peggiore. Non lo so, e neanche m’interessa, le storie finiscono e cambiare è giusto e necessario, e anche in quei giorni aspettavo che il nostro malato terminale tirasse finalmente le cuoia per raccogliere i miei stracci e andarmene verso una nuova vita più soddisfacente. “Non potevi prendere tu la decisione?”, mi chiederà qualcuno. No, sono un vigliacco, e poi farsi lasciare ti mette in una posizione di vantaggio nella spartizione dei beni comuni, e quell’appartamento era davvero confortevole.

La signora Violetta Francioso per come la ricordo.

Insomma, l’unica persona convinta che le cose fra me e Federica potessero continuare era proprio l’ultima che avrei visto a difendere la santità della nostra unione: la signora Violetta, mia suocera. Si era invitata a pranzo da noi quel giorno per cercare di salvare un matrimonio in crisi, o impedire a quella cretina della figlia di rompere per prima, rinunciando così ai vantaggi di cui sopra.
E fu così che mi ritrovai in piedi in mezzo al salotto con una macchia indelebile sul cuore, le schegge pericolose di una donna che mi detestava e la tempesta perfetta appena dietro la porta. C’è gente che si è sparata in faccia per molto meno.

La prima cosa che mia moglie vide fu il gatto: le si fiondò in mezzo alle gambe soffiando come un cobra e mandandola a sbattere contro lo stipite della porta. Lasciava una scia di zampette rosse sul pavimento, doveva essersi tagliato con una scheggia; per come la vedevo io se il gatto era ferito la colpa era di quella cicciona malvestita e dei suoi soprammobili letali. Uno a zero per me.

La vista del sangue fece dimenticare a Federica la ragione per cui mi aveva raggiunto in salotto, si precipitò dietro alle impronte rosse come Pollicino, lasciandomi il tempo di pensare a una via di fuga.

Mi levai il maglione e lo usai per raccogliere i cocci in un unico mucchietto. Ce n’erano ovunque, sul divano, sul tappeto, pezzi di Sacra Famiglia erano volati fin sotto la finestra, non proprio ciò che il Papa intende quando parla di “diffondere il verbo”, ma ognuno fa quel che può, no?
Usando l’ex-regalo della mia quasi ex-moglie come un guanto raccolsi il mucchio di vetri e mi affacciai in corridoio con circospezione: nessuno. La porta di casa era aperta, forse stava correndo dal veterinario col gatto sanguinante in braccio. Meglio, potevo sbarazzarmi del corpo del reato senza testimoni.
Feci quattro passi verso la cucina, ma ne uscì Federica, e quasi ci sbattemmo contro. Aveva il gatto in braccio, gli aveva fasciato una zampa. Lo sguardo di lei cadde su ciò che io tenevo in grembo, e a vederci da fuori, uno davanti all’altra, io che guardo un involto nelle mani di mia moglie, lei che guarda il mio, tutti e due agitati e scompigliati, dovevamo essere proprio ridicoli. Però la signora Violetta non stava ridendo. Era apparsa come dal nulla nella cornice della porta aperta, e ci fissava come un arbitro di boxe pochi attimi prima di dare il via al match.

Ecco, quello fu un santostefano felice. Cioè, no, nella classifica dei miei momenti più imbarazzanti sta subito sotto quell’altra volta in cui la signora Violetta scelse il momento sbagliato per entrare in una stanza. Ripensandoci è incredibile come quella donna riuscisse sempre ad entrare in scena nel momento peggiore, doveva avere una specie di sesto senso: “Il mio senso di suocera sta pizzicando! Spalanchiamo questa porta e vediamo cosa succede qui dietro!”
Però a distanza di anni non posso dire che quello fu un brutto giorno di santostefano, perché una volta rassicurati i vicini e i carabinieri che avevano chiamato, convinti che ci stessimo ammazzando, finì tutto per il meglio: Federica se ne andò in lacrime, sua madre se ne andò in lacrime, il gatto non so, credo che se sia andato alla chetichella e da allora non ho più visto nemmeno lui.

Adesso ho un altro gatto, vivo in un altro appartamento e sono tornato a trascorrere degli orrendi santistefani piovosi in cui non succede niente, talmente niente che arrivo a rimpiangere quei bei momenti carichi di tensione. Quasi quasi mi risposo.


Our house in the middle of our street

Allora, credo di dover raccontare qualcosa dei miei progressi con la nuova vita da single, ve l’avevo promesso, so che ci tenete. Ogni tanto mi scrive qualcuno che vuol sapere a che punto sono, se ho firmato il contratto, se ho cominciato il trasloco, e io mi sento anche lusingato, che è bello avere dei fans così premurosi. Poi ho scoperto che è mio padre dalla Thailandia, fra una settimana torna e non vuole ritrovarmi ancora in casa sua.

Comunque la novità grossa è che ieri ho finalmente ricevuto il mio mazzo di chiavi e ho potuto prendere le misure dell’appartamento.

Ma facciamo un passo indietro.

Ho trovato questo trilocale più bagno al secondo piano di una palazzina di due piani nel quartiere dove sono cresciuto, sopra di me il solaio, sotto una signora che credo sia morta l’anno scorso e nessuno si è ancora preso la briga di andarla a scrostare dal pavimento, affitto basso e stanze ampie. Niente spese di amministrazione. Il padrone di casa mi conosce e non vuole neanche la caparra.

Bene! Direte voi. E anch’io ho detto così quando l’ho saputo, pensando ingenuamente che avrei potuto traslocarci dentro in un paio di settimane al massimo, sfruttando nel frattempo la casa di mio padre che tanto è in ferie fino a fine febbraio.

Ferie Fino Fine Febbraio Fa Fico.

Non è andata proprio così, dopo un mese e passa dovevo ancora firmare il contratto, e il padrone di casa se ne stava placido al bar sotto casa a leggere la Gazzetta Dello Sport, strabattendosene altamente di me, del contratto, delle chiavi di casa e dei lavori da fare in bagno, che pare sia tipo esplosa la fogna o non so bene, e bisognerebbe chiamare un idraulico prima che subentri il nuovo inquilino, che sarei per l’appunto io.

È l’inconveniente di avere a che fare con un padrone di casa vecchissimo e ricchissimo e pigrissimo, un incrocio fra Zio Paperone e Cicciodinonnapapera, che preferisce pagare le tasse su una casa vuota che attraversare la strada per andare dal commercialista a fargli preparare il contratto di affitto. Aggiungete poi che la firma sul foglio deve mettercela lui, ma anche un paio di suoi consanguinei altrettanto maturi e scattanti, dislocati lungo la Riviera Ligure, e capite bene perché le chiavi dell’appartamento le ho ottenute un mese e passa dopo la conferma.

Adesso però ce l’ho, e ieri sera sono entrato con piglio bellicoso e un metro in mano per stimare le dimensioni dei vani e non presentarmi fra qualche giorno con un armadio che è bello, ma per farcelo stare devi tenerlo inclinato.

L’odore di fogna permeava l’appartamento, segno che l’idraulico aveva fatto il proprio dovere, e le pareti erano nere di muffa, segno che prima dell’idraulico nessuno ha calpestato quei pavimenti per un anno e mezzo, e le finestre non si aprono da sole tranne in Paranormal Activity, credo, mi sembra strano che il fantasma si accanisca solo sulla porta della camera da letto. Nel caso sarebbe facile, vai a dormire in salotto e ciao.

Nel mio caso il salotto non c’è, e neanche la camera da letto. Ci sono due stanze, una più larga dell’altra, con porta e finestra sul lato corto, cosa che mi obbligherà a sbattermi per trovare una sistemazione consona all’armadio, che non ho ancora, ma facciamo finta che.

Non è una brutta notizia, ci sono delle camere a ponte con letto e armadio dallo stesso lato, che dovrebbero risolvere il problema, oppure potrei farmi una camera da letto molto larga e un salotto piccolino, ma credo che a parte le spiegazioni psicanalitiche servirebbe a poco.

Poi ci sono le notizie fighe:

il solaio è già attrezzato per metterci una camera degli ospiti, manca giusto di decidere come scaldarla, ma c’è anche una canna fumaria, al limite si mette una stufetta a legna;

la cantina è dotata di scaffalature per bottiglie di vino e attrezzatura da imbottigliamento. È un segno divino: lì deve sorgere una tavernetta;

stamattina mi hanno attaccato la luce e in una decina di giorni mi metteranno pure la linea telefonica, perciò mi vedo già seduto per terra al freddo a scaricare illegalmente ogni genere di vaccata, proprio come ai vecchi tempi.

Restano da postare le foto che ho scattato stasera col telefono, che sono solo quattro e riguardano tre stanze, che la quarta non ha la lampadina e col telefono non si capiva se stavo fotografando una stanza vuota o l’interno della mia testa.

Prossimamente aggiungerò altre foto per documentare l’andamento dei lavori e le stanze ancora assenti, per il momento sentitevi liberi di suggerire colori e soluzioni, il cantiere è aperto!

 

our house in the middle of our street

 


portare la radio in valigia senza farsela sequestrare al check-in

Il mio attuale problema con la musica è quello di non avere un autoradio che legge gli mp3. Recentemente ho cambiato macchina, e quella che ho preso è più vecchia della precedente, e ha un autoradio di serie che non puoi sostituire sennò dice il meccanico che si sbagascia l’equilibrio climatico del pianeta e nel giro di una settimana ci estinguiamo tutti, e poi l’autoradio vecchio che leggeva gli mp3 non entra nello scomparto della macchina nuova, e quando ha cominciato l’elenco di fastidi (suoi) che avrebbe provato montandolo ho preferito rinunciare e mi sono comprato un lettore mp3 portatile, che attacco all’autoradio tramite quelle finte cassette col filo attaccato (ebbene si, la mia macchina ha un mangiacassette, sono vintage da paura).

Non è proprio la soluzione migliore, con quei fili che si intrecciano alla leva del cambio obbligandomi a percorrere lunghissimi tratti in seconda, con tutte le manovre da fare prima di riuscire ad ascoltare una canzone, e con un fastidioso fruscio costantemente in sottofondo, così il più delle volte mi limito ad ascoltare la radio.

Una delle mie trasmissioni preferite comincia all’ora in cui esco dal lavoro, su Radio3, e si chiama Sei Gradi: propone delle scalette ispirate alla teoria dei sei gradi di separazione, che sarebbe quella secondo cui ogni persona al mondo può essere collegata a un’altra in meno di sei passaggi: io conosco uno che lavora per un diplomatico che conosce un ministro che ha conosciuto il presidente degli Stati Uniti, quindi fra me e Obama ci stanno tre persone, massimo quattro, e nessuna di esse è Kevin Bacon.

In questa trasmissione il conduttore lega sei canzoni attraverso un filo conduttore che può comprendere l’anno di incisione, l’artista che le interpreta, il paese o qualunque altro aggancio gli venga in mente che non sia troppo tirato per i capelli.

Il fatto che il meccanico di Miles Davis fosse stato una volta al concerto di Billie Holiday, per dire, non sembra essere un collegamento valido.

Ogni volta, nei venti minuti che separano il mio posto di lavoro da casa, immagino di scrivere una scaletta anch’io, ma generalmente posteggio prima ancora di aver deciso da quale canzone partire.

Poi sono stato al festival di Internazionale, e c’era Vinicio Capossela che proponeva il più scassato e cialtrone dj set che possiate immaginare, con musica da tutto il mondo mixata veramente male, e mi sono divertito tanto che mi è venuta voglia di farlo anch’io, e mi sono detto che forse è possibile mescolare entrambe le idee, e creare una scaletta di canzoni legate fra loro in una qualche maniera, che mi permettano di viaggiare per il mondo e toccare quanti più paesi possibile.

Da qui è nata l’idea di questo post, che poi sarà una serie di post, e che volevo chiamare Portare la radio in valigia senza farsela sequestrare al check-in, se non fosse che il template del blog ha preso questa strana briga di spingere il titolo sopra la data fino a coprirla, e fa disordine.
Che fare? Cambiare template non se ne parla, modificare l’attuale neanche, che non sono capace. Ho dovuto cambiare titolo alla rubrica.

Per riassumere, volevo un titolo che richiamasse alla mente il viaggio, la radio e la musica: qual è la radio che si ascolta in viaggio, che trasmette musica e si sente dappertutto?

Ochei, a parte radiomaria?

Comincia qui la mia nuova rubrica Centotre-e-tre. Benvenuti!

Le regole sono poche:

  • proporre sempre una canzone che abbia un legame con quella precedente;
  • scegliere, quando possibile, autori che si conoscono poco, che il viaggio dev’essere un’occasione per scoprire cose nuove, sennò è come andare in vacanza dall’altra parte del mondo e chiudersi in un villaggio Valtour;
  • raccontare una storia, sennò diventa una lista sterile ed è un tormento per chi la legge.

Naturalmente ho intenzione di farmi accompagnare, mi piace viaggiare da solo, ma con gli amici è meglio, perciò se avete suggerimenti, percorsi alternativi, aneddoti interessanti siete liberi di sedervi, la signora che occupava il posto accanto al mio è andata in bagno un’ora fa e non è più tornata, probabilmente è morta.

Se riesco vorrei pubblicare un paese a settimana, ma so già che in alcuni posti mi vorrò fermare più a lungo, e vorrei concludere sempre anticipando dove si svolgerà la puntata successiva, così da permettere di intervenire a chi avesse qualcosa da raccontare.

La settimana prossima, per dire, cominciamo da Genova.

Una cosa che mi piacerebbe aggiungere alla rubrica sarebbe un logo, ma a disegnare faccio cagare, dovrete accontentarvi del titolo e della categoria qui a destra, a meno che qualcuno non si prenda a cuore la mia condizione di blogger sfigato e cerchi di migliorare l’aspetto di questo luogo angusto.

Beh via, ci vediamo la settimana prossima.


omeopatia

Non so se ve l’ho detto, ma ultimamente non mi riesce più di scrivere niente, né racconti né scritte a cazzo che non vogliono dire un accidente. Non so perché, forse è l’attuale situazione economica internazionale che mi fa provare un profondo senso di insicurezza che mi porta a chiudermi in me stesso e avere solo voglia di spegnermi, oppure è solo che sono un pigrone, ma il risultato è quello, sono mesi e mesi che non aggiorno il blog, quando lo apro puzza di chiuso peggio dei piedi del mio collega, sul quale andrebbero scritte pagine più spaventose del più spaventoso racconto di Lovecraft, ma non ne ho voglia, non so perché. Non escludo che siano gli effluvi da oltretomba che sono costretto a respirare ogni giorno a narcotizzarmi le sinapsi, ma il risultato è sempre quello, pochi cazzi, e non ci vedo vie d’uscita.

Qualche giorno fa mi ha telefonato la Merkel e mi ha detto che il mio ritardo nell’aggiornare il blog sta facendo impazzire i mercati e se la Grecia esce dall’euro sarà tutta colpa mia.

Poi ho scoperto che era Marzia che mi faceva gli scherzi (avrei dovuto capirlo dalla pessima pronuncia, la Merkel in realtà è calabrese e di cognome fa Spadafora), ma oramai si era messo in moto tutto un robo dentro di me, un processo mentale inarrestabile che stava minando l’essenza stessa del mio essere. (Non lo so cosa sto scrivendo, con un occhio guardo il monitor e con l’altro un video di un tizio che dice che per venire bene in foto devi spingere la faccia avanti come Totò quando imita la gallina.)

 Allora mi sono convinto che c’è qualcosa in me che non funziona e sono andato dal dottore, e gli ho detto dottore sto male, e lui mi ha detto quanti giorni di mutua vuoi, e io gli ho detto no, sto male davvero, e lui ha detto urca, e cosa ti senti, e io gli ho detto che non riesco più a scrivere, e lui ha detto che ha capito e mi ha prescritto una cura a base di scrittura diversa dalla scrittura che sono solito assumere; tipo una postura sulla sedia, mi ha detto, se ti siedi sempre nello stesso modo sbagliato ti si deforma la schiena e poi non riesci più a stare seduto composto. Allo stesso modo devi provare a scrivere cose diverse, così piano piano ti riabitui e vedrai che ti torna la voglia di scrivere anche le cose che scrivevi prima. Ma cos’è che scrivevi prima, poi?

Gli ho mostrato le cose che scrivevo prima, i racconti con un inizio e una fine e anche i flussi di pensiero senza punteggiatura, e gli ho detto che adesso non mi riesce più né uno né l’altro.

Li ha letti con attenzione e poi ha decretato che è una fortuna che non mi riesca più di scrivere quelle cose, perché facevano schifo, così me ne sono andato un po’ offeso. Per farsi perdonare il dottore mi ha dato anche cinque giorni di mutua, e mi ha detto di impiegarli a scrivere cose diverse, tipo un articolo di giornale, l’introduzione a un libro, il verbale di un’assemblea, qualunque cosa mi venga in mente che non sia il tipico post che scrivo per interrompere i due mesi di silenzio dal precedente. Tipo questo, per capirci, non avrei dovuto scriverlo, ma da qualche parte bisogna pur cominciare, no? Oltretutto ho anche una cosa da finire che sono quasi in fondo, che non si discosta tanto dal genere spasskiano a cui ho abituato i miei lettori, ma a questo punto non so se pubblicarlo lo stesso o aspettare la guarigione che il dottore mi ha garantito imminente e priva di strascichi o ricadute. Come la rosolia, la fai una volta e poi basta.

 Ho deciso di seguire i suoi consigli, questo sarà l’ultimo post che scrivo senza sapere dove andare a parare, d’ora in avanti seguirò una dieta ferrea fatta di cose inconsuete, ricette di cucina e descrizioni minuziose di paesaggi. Mi spiace se la qualità degli articoli sarà inferiore a quella cui ho abituato i miei lettori, ma lo sapete cosa si dice riguardo le frittate, se vuoi farne una devi rompere delle uova.

Poi prendi il parmigiano grattugiato e ce lo aggiungi, quindi sbatti bene. Versi tutto in una padella in cui avrai precedentemente messo a soffriggere della cipolla e tre zucchine tagliate a rondelle e aspetta che l’uovo sia ben rappreso. Ora viene la parte difficile, devi lanciare per aria il contenuto della padella e farcelo ricadere dentro capovolto per cuocere allo stesso modo anche l’altro lato della frittata. Servi ben caldo oppure freddo, dovrebbe essere buono lo stesso. Io non lo so perché non sono mai riuscito a superare la prova del lancio, e di solito dopo quel punto ho tutta la cena sparsa per il pavimento della cucina e mi ordino una pizza.