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Ho letto un bel pezzo sul blog del mio amico Seaweeds.
Almeno, credo che sia ancora un mio amico, di questi tempi mi capita sempre più spesso di non sentire una persona per un po’ e scoprire poi che ce l’ha con me per qualcosa e non mi parla più. Lui non lo vedo da qualche tempo, magari adesso è arrabbiato con me e se lo chiamo mi manda affanculo, ma sinceramente spero di no, è una di quelle persone che a frequentarle ti arricchiscono, e non solo perché ha tanti dvd che puoi permetterti di fregargliene uno ogni tanto e neanche se ne accorge.
Perlomeno se decide di considerarmi persona non gradita, almeno che rispetti la procedura comune e doni la sua vita a un’entità superiore, che sia Cristo o le droghe sintetiche. 

Quello che ha scritto Siuìz affronta più che altro l’indecenza dei giornalisti nello scarnificare un episodio per fargli grondare fino all’ultima goccia di sangue, a beneficio dell’attenzione morbosa di quei vampiri che il giornale lo leggono  per emozionarsi prima ancora che per conoscere, e va a completare un’idea che mi sono fatto osservando la reazione della gente alle notizie dei giornali, attraverso i commenti che lasciano sui siti, sui social network, o semplicemente al bar:
oggi non ti puoi permettere di affrontare una discussione in modo garbato, confrontare la tua opinione con quella di un’altra persona e tirar fuori un ragionamento che vada via dritto, come dovrebbe essere nella natura del dialogo; ultimamente ogni titolo del telegiornale si affronta tirando la moneta, testa ti indigni, croce te ne batti il cazzo.

Qualunque notizia vada a toccare l’emotività delle persone, le loro paure, il loro pudore, viene ingigantita, e subito si scatena il tifo da curva.
C’è una donna in coma per cui si chiede l’eutanasia? "Immorale!", gridano di qua, "Giusto!", incalzano di là, e a nessuno viene in mente che magari sono solo cazzi suoi e che sarebbe meglio lasciarla in pace. A Genova si costruirà una moschea? "Fuori dai coglioni!", abbaiano i sostenitori dell’Uomo Suino, "Razzisti di merda!", si indignano quelli che Borghezio e Castelli li vorrebbero vedere spellati.
E intanto la marea marrone e puzzolente dilaga dalle pagine di facebook, dove si vorrebbero mettere al rogo i gruppi promafia, quelli che si firmano Adolf Hitler, quelli che ascoltano Gino Paoli perché "sostiene i pedofili" o quell’altro "perché odia i gay"; vai sul sito del Secolo XIX e c’è uno che non vuole il gay pride in città perché è un pericolo sociale, l’altro che è contrario alla pubblicità degli atei sugli àutobi perché viola la libertà dei cristiani, e ci si scandalizza a destra e a sinistra, in un grande moto di indignazione collettiva.

Poi per scoprire che le nostre emissioni procapite di Co2 sono 5 volte quelle di un africano devi andare a cercare le finestrelle a fondo pagina, e quando l’hai letto, se l’hai letto, non sai cosa fartene della notizia, e comunque tendi a sbattertene il cazzo.
Poi leggi che la zingara di Ponticelli che rapiva i bambini non ha mai rapito nessuno, ma oramai non fa più notizia, e intanto chi ci ha marciato con l’Emergenza Rom ora è già impegnato a scaldare i culi con la paura degli stupratori, e degli zingari possiamo anche sbattercene il cazzo.
La legge per cacciare in galera tutti i clandestini è passata? Non è passata? Servirà a qualcosa o più probabilmente serviva solo a far cagare un po’ addosso le persone? Non lo so, mi sono indignato prima, ora vedo di sbattermene il cazzo.

Però Mentana si è dimesso dal TG5, scandalizzato anche lui dalle decisioni della rete di non interrompere il Grande Fratello per l’ennesimo speciale sulla morente morta, e tutti a congratularsi o a mandarlo affanculo.
Nessuno che parla più, che ragiona più, si fa l’applauso o ci si scandalizza. Perché qualcuno ha detto che Bonolis guadagnerà troppo al Festival, ma chi sa quanto prende di solito di stipendio un conduttore come lui? Boh, però se me lo raccontano vuol dire che sotto sotto una vergogna c’è, e allora lasciami strillare.

Per fortuna che oggi è domenica, c’è il campionato, e allora indignarsi e schierarsi di qua o di là diventa molto più semplice, poi di quello che succederà domani siamo sempre in tempo a sbattercene il cazzo.


Renzport: aneddoti sconosciuti su personaggi ultranoti

renzportEra inevitabile, uno non può leggere a lungo due blog intelligenti come quello di Seaweeds o di Mudcrutch e non restarne influenzato, e difatti anch’io, che sono una scarpa, ho deciso di cimentarmi in un post divulgativo, un tentativo di raccontare qualcosa che non fossero le solite due cazzate su quel che mi hanno combinato i gatti, ma si impegnasse a trattare un argomento poco conosciuto, e far venire voglia a chi mi legge di approfondire per conto proprio. E’ un bel modo per smazzare cultura, senza passare per presuntuoso e annoiare quei pochi che ancora resistono a leggermi.

Ho deciso di occuparmi di un argomento leggero, ma nello stesso tempo ricco di spunti interessanti e poco noti, la musica, e in particolare della produzione di un autore che io stesso conosco poco, obbligandomi a documentarmi e a scoprire inevitabilmente qualche perla di cui ignoravo l’esistenza. Alla fine di questo post, sono certo, avrò qualche canzone in più nella lista delle preferite, e il mio blog sarà stato aggiunto alla medesima lista di qualcun altro.

Ho scelto Bob Dylan. Poeta, musicista impegnato, anima e pilastro della tradizione musicale dylanamericana, uno che quando lo nomini non serve spiegare cos’ha scritto, le sue canzoni le sanno anche i sassi. Uno che non piace a tutti, ma che tutti per forza conoscono.

Quello che magari non tutti sanno è che questa figura chiave nella storia del XX secolo, considerato un’icona del rock impegnato, senza padroni, al di fuori di ogni possibile etichetta, ha avuto dei seri problemi con la censura, e proprio lui, che ha sempre cercato di spiazzare i propri fans saltando da un genere all’altro, ha rischiato una volta di vedere la propria carriera conclusa per un episodio che fece un gran scalpore, e che si riuscì a insabbiare solo mettendo un guinzaglio a questo profeta della libertà.

Era il 1964, alle spalle i successi di The Freeweelin’ e The Times They Are a-Changin’, l’impegno politico, la collaborazione con Joan Baez, un periodo cupo e polemico dal quale sembrava essere uscito cambiato anche nel look: gli abiti sdruciti di un tempo erano stati sostituiti da articoli di boutique londinese, città in cui il Menestrello si faceva vedere sempre più spesso. Intervistato a una radio americana, il cantante si era divertito a dare risposte evasive, che avevano portato i suoi fans a chiedersi dove fosse finito il Dylan che conoscevano.

In maggio di quell’anno, durante un’apparizione allo Show di Johnny Carson, Dylan decise di scoprire le proprie carte, e rivelò al mondo la ragione del suo cambiamento.

Si era innamorato, disse, ma i suoi collaboratori della casa discografica gli impedivano di rendere pubblico il proprio sentimento, per paura della reazione del pubblico.

Il problema era che Bob Dylan si era innamorato, si, ma di un uomo. E non di un uomo qualunque, ma di qualcuno che tutti conoscevano, una celebrità sua pari, un musicista che rappresentava tutto ciò che era all’opposto di Dylan. Se lui era impegnato politicamente quell’altro sembrava infischiarsene di ciò che succedeva al di fuori della sua stanza d’hotel, se Dylan appariva come un bravo ragazzo semplice l’altro incarnava l’essenza stessa del vizio, coi suoi eccessi in fatto di droga e alcool.

la coppiaSi, Bob Dylan si era innamorato di Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones.

Apriti cielo! Gli studi dell’ABC TV furono tempestati di telefonate di spettatori indignati. Ma come! Il paladino dello spirito americano un pederasta? E lo veniva a dire in prima serata? Roba da non credere! Migliaia di fans minacciarono di bruciare i suoi dischi, boicottare le sue esibizioni, la sua carriera sarebbe terminata immediatamente.

I discografici erano disperati, lo implorarono di smentire quella dichiarazione, dire che era sotto l’effetto di stupefacenti, che era stressato per il troppo lavoro, che avevano capito male, ma Bob era irremovibile, voleva che il suo amore per Keith Richards fosse reso pubblico, oltretutto era convinto che nonostante la reazione di quest’ultimo fosse stata prima di sbigottimento e poi di deciso disgusto, sarebbe bastato corteggiarlo un po’ perché anche lui capisse che al cuore non si comanda, e cadesse fra le sue grinfie amorevoli.

Era deciso ad andare fino in fondo, e dichiarò che aveva intenzione di incidere un 45 giri, in cui diceva chiaro, senza tanti giri di parole, che gli piaceva quel musicista, e che senza di lui si sentiva perso.

Si sarebbe intitolato I Like A Rolling Stone, e sarebbe stato esplicito fin dalla copertina, che avrebbe mostrato una foto di Keith Richards.

45 giri“Come ti senti, ti senti per conto tuo, privo di direzioni, ti senti uno sconosciuto, quando ti piace uno dei Rolling Stones”

Era roba troppo forte anche per l’uomo che aveva rappresentato il movimento per i diritti civili americano.

La canzone non ottenne il permesso di pubblicazione, e a Dylan fu imposto di modificarne il testo e il titolo prima di poterla incidere. Lo fece, e gli andò bene, perché ancora oggi Like A Rolling Stone è considerata una delle più belle canzoni mai scritte, ma quella faccenda non gli andò affatto giù. Nessuno poteva permettersi di dire a Bob Dylan cosa fare.

Nel marzo del 1965 fece uscire il suo nuovo album, Bringin It All Back Home, dove abbandonò la chitarra acustica in favore di un suono più arrabbiato, fatto di strumenti elettrici. Nel video di Subterranean Homesick Blues, primo singolo, Dylan rifiuta di suonare e addirittura di muovere la bocca, affidando l’interpretazione del brano a dei cartelli, che lascia cadere al suolo uno dopo l’altro. Anche il testo lascia pochi spazi ai dubbi, “Attento ragazzo, è qualcosa che hai fatto, Dio sa quando, ma lo farai ancora“.

Bob Dylan è incazzato, e non ci sta a farsi imbavagliare.

Si sa com’è il pubblico, te lo devi conquistare, e quando ci sei riuscito gli devi rispetto come a un vecchio padrino. Non puoi permetterti di uscire dai binari che tu stesso hai tracciato, le conseguenze sono terribili.

Il 25 luglio 1965, al Festival di Newport, dopo avere ricevuto una reazione tiepida per le prime canzoni suonate, la band di Dylan intona Like A Rolling Stone. E’ la goccia che fa traboccare il vaso: la folla, sentendosi irrisa da quella canzone divenuta il simbolo di tutti gli errori dell’artista, lo fischia pesantemente, tanto da spingerlo, una volta terminato il brano, ad abbandonare la scena. Vi ritornerà, implorato dagli organizzatori e da altri artisti presenti, per suonare un altro paio di canzoni accompagnato solo dalla propria chitarra, ma il Newport Festival farà a meno della sua presenza per tutte le edizioni a venire, fino al 2002.


sunday bloody sunday

Il titolo banale l’ho messo solo per far piacere a Seaweeds, anche perché spero che questa domenica si raddrizzi alla svelta da come è cominciata.
Prestissimo è cominciata, alle sette, col cane che si è svegliato e ha cominciato a fare le pulizie domenicali, e prima si è messo a leccarsi tutte le parti di sè che riusciva a raggiungere, con gran cigolare di brandina, quindi ha deciso che è inutile lavarsi se poi il letto dove dormi è sporco, e allora si è messo a leccare tutta la brandina.
Il cane non ha la lingua ruvida come i gatti, ma sfregata ripetutamente nel silenzio della stanza produce comunque un suono di grattugia, che alle sette potrebbe infastidire chiunque, figurarsi me, che quando mi sveglio non riesco più ad addormentarmi, che comincia a colarmi il naso, e devo andare in bagno, e vi vien da starnutire, e allora tanto vale che mi alzo, così almeno chi divide il letto con me può continuare a dormire.

E tanto dovevo fare ARTErnativa, e tempo che mi lavo, cazzeggio un po’, mangio qualcosa, mi metto a scrivere e suonano alla porta.

Di domenica. Mattina. Alle nove.

Chiunque sia non merita una risposta gentile, di domenica mattina alle nove nessuno ha il diritto di andare a suonare alla porta di nessuno, nella mente mi si profilano due possibilità, il solito marocchino o i testimonidigeova.

Spero vivamente che siano i testimonidigeova, avrei la possibilità di scaricare su di loro l’aggressività che non ho riversato sul cane. Potrebbero essere, non sanno che ho cambiato casa, questa non l’hanno ancora registrata come pericolosa, ma dentro di me lo so che è il solito marocchino, e per questo non mi meraviglio di trovarmi davanti Mohamed.

– Ciao amico!
– Ciao Mohamed – gli rispondo sedendomi con lui in giardino, in ciabatte e mutande.
– Dove moglia?
– Moglia dorma – biascico.
– A quest’ora? Domenica mattina! No dormire!

Potrei spiegargli perché non bisogna suonare in casa della gente la domenica mattina, ma lui lo fa per necessità, non per il piacere perverso di rompere il cazzo a fini religiosi, non mi permetto di infierire.
Apre il borsone e comincia a tirar fuori roba, lo so già cosa mi mostrerà, la volta scorsa gli ho chiesto di portarmi dei pantaloni per lavorare, ma prima che ci arrivi la trafila è lunga, ci sono i calzini (grazie, ma ne ho), le magliette (no, davvero, non mi servono), i pantaloncini corti (questi non vanno bene, li voglio lunghi), camicie di colori imbarazzanti (ma chi te le ha vendute?), e finalmente i pantaloni. Leggeri, con l’elastico in vita, i tasconi, un paio di braghe che al mercato potrei trovare tranquillamente a dieci euro me li porto a casa per una cifra superiore al doppio.

– Aiutimi! Andiamo Marocco!

Si, va bene, ci mancherebbe che non ti aiuto, però potresti portarti via anche il cane?


entro, divago, esco

Entro
“Quest’anno missitalia ne hanno eletta una trentina”, mi dice.
“Perché, una non bastava più?”, rispondo.
“Una sola, del Trentino”, mi spiega, e mi lascia lì a chiedermi se conosco qualche ragazza del Trentino che magari me la posso tirare che conosco tipo la cugina di missitalia.

Divago
Una volta in agosto sono stato in Trentino con Alberto e ne ho conosciute tre di fila, in un pub che ora non mi ricordo come si chiamava ma mi ricordo benissimo che fuori nel posteggio si sentiva puzza di merda.
Neanche loro mi ricordo come si chiamavano, anche perché da subito le avevamo soprannominate Naso, Miralanza e Massimo. Naso e Massimo erano orrende, la prima aveva una proboscide in mezzo alla faccia, l’altra sospettavamo la nascondesse in mezzo alle gambe. Miralanza era carina, piccola bionda e coi boccoli, non somigliava affatto all’Olandesina simbolo della nota fabbrica di detersivi, ma essendo nati negli anni settanta ci veniva più facile associarla a un personaggio della pubblicità che a Scirlitempol.

Fu proprio il suo fascino televisivo a farci vincere la tipica ritrosia ligure, e a tentare l’approccio con le nostre vicine di tavolo, subito dopo un breve consulto su quale fosse la frase migliore per attaccare bottone:

  • Scusate, non siamo del posto, sapete dove possiamo trovare un negozio di fumetti aperto a quest’ora di notte? Perché siamo dei collezionisti e abbiamo perso l’ultimo numero di Dick Drago, e se non scopriamo come farà il protagonista a liberarsi di quelle spore che emanano un “fetore puzzolente” non riusciamo ad addormentarci ci sembrò da subito troppo pretenziosa;
  • Senti, ma non sarà mica un naso quella roba che hai in faccia, vero? poteva richiedere una confidenza che se ce l’avessimo avuta non avremmo avuto più bisogno di studiare una strategia di approccio, quindi la scartammo. “Al limite possiamo tenerla come seconda domanda”, suggerì Alberto;
  • Sei la ragazza più carina del locale, e te lo dico perché ho bevuto due cuba avrebbe potuto usarla solo un decerebrato, e nessuno dei due aveva preso alcunché di più forte di una birra.

A quel punto Naso si voltò verso il nostro tavolo e ci chiese se conoscevamo una discoteca che in quel momento non si ricordava come si chiama, e io subito pronto “Nel posteggio si sente puzza di merda?”. Per fortuna Alberto conosceva bene quei posti e rispose “Si, è nella valle qui dietro, bisogna percorrere il Verdecammino fino alla Breccia di Rohan, poi si costeggia l’Entalluvio fino alle Cascate di Rauros, si gira a destra al semaforo e si prosegue finché non si incontra un enorme cartellone pubblicitario di Forza Italia. La discoteca è proprio lì dietro”.
“E com’è? Ce ne va gente?”.
“Poca, in genere si fermano tutti fuori a pisciare contro il cartellone”.

Le ragazze erano affascinate dalla conoscenza da fantascienza di Alberto, e lo invitarono al loro tavolo per conoscerlo meglio. Io mi accodai senza ritegno alcuno.
“Ma quante cose sai”, gli mormorò Miralanza con voce vellutata e occhioni da cerbiatta tipo Bambi ma non quando gli hanno appena sparato la madre, più verso la fine. “Sei un professore?”.
“No, siamo due collezionisti di Dick Drago, non ci ricordiamo più qual era la sua frase abituale e abbiamo scommesso a chi la indovina per primo. La penitenza è bere una bottiglia di grappa con la vipera fino a vomitare”.

Le tre ragazze mi guardarono schifate, ma era solo perché non avevano mai assaggiato la grappa con la vipera. Io a casa me ne bevo dei litri, di nascosto da Marzia, che non vuole che porto animali in casa, e pretende che la vipera la metta dentro la bottiglia. Ci ho provato a spiegarle che non si può, sennò si beve tutta la grappa, ma non vuole sentire ragioni. La vipera naturalmente ha dato ragione a lei, così adesso la grappa me la bevo da solo, alla facciazza dei rettili voltagabbana e di chi ne dice bene.

Alberto non si interessava delle mie storie di vipere, voleva solo concupire una delle tre, possibilmente non quella che somigliava a Massimo, e ci mise una pezza: “Siamo due autori della tele, scriviamo un programma comico che andrà in onda da ottobre, e cerchiamo di tenerci in allenamento”.
“Che bello! Chi ci recita?”
“Aleandro Baldi”, buttai lì io, senza sapere assolutamente di chi stessi parlando.
“Il cantante? Quello cieco?”, mi squadrarono le tre.
“E’ un irresistibile mattacchione nella vita privata”, sudava Alberto in piena scalata di specchi.
“In realtà gli facciamo credere di essere a Sanremo”, continuavo a svaccare io.

Le ragazze non sapevano bene se considerarci dei poveri idioti o due geni eccentrici, dato che eravamo in due riuscivano comodamente ad attribuirci entrambe le etichette. Fatto sta che ci chiesero di accompagnarle alla discoteca, e uscimmo tutti e cinque dal locale.
Non potei far notare la caratteristica principale di quel luogo perché Alberto mi mollò a tradimento un cartone in bocca.

Le accompagnammo alla loro auto, restammo d’accordo che ci saremmo dati appuntamento davanti alla discoteca e le guardammo partire, ancora increduli su ciò che ci era capitato.
“Perché, cosa ci è capitato?”, chiesi massaggiandomi la bocca.
“Tre esemplari dell’altro sesso potenzialmente interessate all’accoppiamento!”, replicò Alberto colpendomi allo stomaco, forse un suo modo bizzarro di mostrare entusiasmo.

Saltammo in auto e via, verso la discoteca dall’altra parte della regione, dove ci mettemmo ad attendere le nostre future concubine, davanti alla porta, ostentando indifferenza verso il buttafuori che ci guardava sospettoso.
Naturalmente non rivedemmo mai più le tre bastarde, avevano certamente optato per una serata altrove, e avevano voluto prendersi gioco di noi senza alcun riguardo. Oppure si erano cappottate e adesso giacevano in un lago di sangue in fondo a qualche scarpata buia, lontano da ogni possibile soccorso. Ben gli stava, così imparavano a pigliarci per il culo, bagasce.

Dopo un paio d’ore davanti alla discoteca cominciavamo a essercela intagliata anche noi, e sfoggiavamo la facciadilegno dovecazzoerifinito, tanto che anche il buttafuori si impietosì:
“Ragazzi, vi hanno tirato il pacco, eh?”
“Eh si”
“Che stronze”
“Già”
“Dai, non abbattetevi, ogni tanto succede a tutti”
“Si, però, non ci si comporta così”
“Coraggio, c’è pieno di ragazze al mondo. Qui dentro per esempio ci sono certe fighe che solo a guardarle vi passa la tristezza!”
“Davvero?”
“Giuro! Tutte le sere pieno! E tutte libere eh?”
“Eh in effetti mi pare di averne visto entrare qualcuna..”
“Qualcuna? Ce ne saranno duecento!”
“Certo che per stare qui fuori come due pirla..”
“Oramai le vostre amiche saranno chissà dove, non vorrete mica aspettarle per sempre, no?”
“E poi oramai che siamo qui..”
“Credetemi, io donne come quelle ne conosco, non vale la pena farsi degli scrupoli.”
“Ochei, ci hai convinti, entriamo!”
“Vestiti così? Ma che scherzi? Vai a farti un giro, vai!”

Esco
“Quest’anno missitalia ne hanno eletta una coi capelli corti”, mi dice.
“Ah se ha i capelli corti allora non la conosco”, rispondo.


coccodrillo ARTErnativo

E’ morto questa mattina, alla venerabile età di 85 anni, il designer italiano Vico Magistretti, autore fra i ’60 e i ’70 di indiscussi capolavori nel settore, come la lampada Frate Indovino, omaggio al calendario del monaco saggio, per accenderla bisogna ruotarle il cappuccio fino a permettere alla testa di vedere dove si trova la bottiglia di amaro;

lampada Frate Indovino

la Sedia Scomoda, che tanto successo ebbe nelle sale riunioni delle principali aziende di tutto il mondo, quando ci si accorse che grazie a questo pratico oggetto i discorsi del caporeparto duravano molto meno;

la sedia scomoda

il Tavolo Basso, disponibile nelle versioni con gambe rigide e con gambe cedevoli all’improvviso, ideale per movimentare gli aperitivi noiosi spargendo sul pavimento bicchieri di mojito e ciotole di noccioline.

il tavolo basso

In quanto coautore di una rubrica dissacrante dedicata all’arte (che poi perché dissacrante? a me un quadro fa venire in mente delle cose diverse da quelle che intendeva l’autore, non è mica uno scandalo, con le canzoni succede a tutti) mi è sembrato giusto fare il Seaweeds della situazione e dedicare due righe a una persona che non c’è più.


mi ha detto mio cuggino che siccome che.. Hostel

Mio cuggino, che di cinema se ne intende perché a sei anni gli hanno regalato il Cinevisor Mupi, mi ha raccomandato di andare a vedere Hostel, dicendo che è uno dei film più disturbanti degli ultimi anni, e che durante la proiezione metà del pubblico in sala è uscito perché non riusciva a reggere il disgusto.
Attirato da tali premesse non mi è parso vero di accettare l’invito di Alberto, da sempre appassionato al cinema splatter, e del Subcomandante, che quando non guarda film truculenti va a mettere la faccia nella sabbia del gatto per non perdere l’abitudine allo schifo.

Alla biglietteria regalavano sacchetti per il vomito con scritto Hostel sopra. Alberto, da buon feticista, ne ha presi una trentina. “Così so cosa regalare agli amici per Natale”, mi ha confidato. “Ne prendo anch’io qualcuno da regalare agli amici!”, gli ho risposto, e ne ho raccattato sette otto. Mentre non guardava, sei li ho buttati nel cestino: io non ce li ho tutti quegli amici.

il mio dentista non fa mica così però

Comincia il film. Tre giovani turisti ad Amsterdam a caccia di emozioni si impasticcano e vanno a mignotte. Venti interminabili minuti di vuoto cerebrale. Poi un tipo col nasone suggerisce loro di andare a Bratislava, dove c’è un posto pieno di donne vogliose che li faranno impazzire, e i tre mentecatti si mettono in marcia, seguendo il bastone da rabdomante che tengono fra le cosce.
Da notare che fino ad allora li abbiamo visti fare esattamente le stesse cose lì ad Amsterdam, ma siamo già a un punto della pellicola in cui ci stiamo chiedendo se la sceneggiatura l’abbia scritta qualcuno o sia stata composta tirando su bigliettini da un sacchetto.

Non vi racconto cosa succede dopo, per non rovinarvi la sorpresa. Anzi si, ve lo racconto, tanto non c’è nessuna sorpresa, è tutto talmente ovvio che rimpiangerete Dazeroadieci di Ligabue per la sua imprevedibilità.

Succede che sul treno incontrano un signore con gli occhiali che mangia l’insalata con le mani, ammicca alla loro idea di andare a Bratislava, decanta le doti delle ragazze locali e inculca nei tre sbarbatelli l’idea del paradiso in terra. I tre minchioni arrivano all’ostello, sono irretiti da tre sciantose e per altri dieci minuti si riciclano le immagini del primo tempo, tette e culi e pasticche. Poi uno sparisce. Dov’è, dove non è, gli altri due si preoccupano, vanno a cercarlo, trovano la banda di bambini violenti, visitano il museo della tortura dove non succede assolutamente niente, tornano all’ostello, ritrovano le tizie di prima, vanno di nuovo in discoteca, e ne sparisce un altro.
E’ prigioniero del signore del treno, che gli trapana una coscia, ma sarebbe stato molto più splatter se gli avesse piantato l’attrezzo in una rotula, e poi avesse tirato per liberare la punta dall’osso, mentre la giovane vittima urla, in un tripudio di sangue.
Invece la tanto attesa scena stomachevole si conclude con un primo piano del ragazzo che ulula di dolore, e rimpianto per un’occasione mancata.
Nel frattempo il terzo giuovinotto, quello sopravvissuto, torna all’ostello e ripete la trafila di prima, poi incontra le due sciantose e si fa accompagnare a una fabbrica in disuso, dove dovrebbero trovarsi gli altri due. Lo catturano subito e lo legano alla sedia, e arriva un idiota con la mascherina e l’asma che vuole farlo a pezzi con la motosega. Gli taglia due dita senza alcuna emozione, poi scivola sul sangue e si trancia una gamba. Il giuovane eroe, che fra parentesi somiglia a uno che si chiama Tamagno, riesce a liberarsi e scappa. Scopre di trovarsi nel ritrovo di un club per miliardari sadici, dove uno paga e fa a pezzi la giovane vittima innocente. L’ostello è il luogo in cui si intortano i giuovani innocenti e li si trasformano in carne da immolo. Vi ricorda qualcosa tutto ciò? Bravi, Lucignolo e il Paese Dei Balocchi. E pensare che a me Pinocchio è sempre stato sulle palle.
Ma torniamo al nostro ciuchino, che nel frattempo si è liberato e ha salvato una povera giapponese cui il sadico di turno aveva estratto un occhio. Lui non sopporta di vederla così, con l’occhio penzolante, e glielo taglia con un paio di forbici. Lei ringrazia e insieme fuggono.
Giungono in paese dove investono e uccidono le due sciantose e il nasone di Amsterdam (???), scappano dalla polizia, che per far capire che fa parte del complotto ha istituito un posto di blocco e si è messa a bastonare un vecchio. Così, senza ragione, ma cosa c’è di sensato in questo film? Stai zitto e aspetti che finisca.
Arrivano in stazione, si nascondono, ma la giapponese si vede allo specchio e si rende conto di essere sfigurata. Poverina, era convinta che farsi strappare un occhio desse un certo fascino perverso al suo viso, tipo quelli che si fanno mettere un brillante nell’incisivo.
Non resiste alla delusione, e si butta sotto il treno. Il giuovinotto gagliardo invece lo prende, e ci trova il signore di prima, che ripete il siparietto di quando l’avevano conosciuto. Non quello in cui ammicca alle bellezze di Bratislava, l’altro, quello in cui mangia con le mani. Lo so, è una stronzata, ma vi giuro che non me la sono inventata io.
Il giuovinotto lo segue fino alla stazione successiva e lo ammazza nei cessi, poi risale e guarda malinconico fuori dal finestrino. Fine.

Ochei, l’amore e l’amicizia sono due valori sacrosanti, ma la prossima volta che la mia ragazza e un mio amico si mettono d’accordo per andare al cinema io sto a casa, non ci sono cazzi.