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panni sporchi

10/01/2010 Ancora per poco, e francamente dovrei andare a dormire prima che diventi l’undicizerouno, che domani si lavora, ma ho aperto un vecchio file e mi sono perso a leggerlo, da solo in cucina, davanti alla stufa accesa, in balìa dei ricordi.

È una raccolta di lettere che scrivevo a un amico anni fa, quando avevo venduto l’anima a una tizia, per raccontargli come andavano le cose. Lo tenevo aggiornato, che scrivere mi faceva bene, perciò è raccontato quasi in tempo reale. Quando la faccenda è arrivata a una conclusione ho ripreso tutto e l’ho trasformato in una specie di racconto/diario che a rileggerlo è molto divertente. È anche molto patetico, perché ad un certo punto, quando sembra che ne sia uscito, faccio come i tossici e ho una ricaduta pesante e mi do via come a un’asta di fallimento. Ed è anche istruttivo, perché riletto a distanza di sicurezza vedo tutto con occhi diversi e mi rendo conto di quante inutili seghe mentali mi sono fatto e di come ribaltavo le cose che mi diceva per trovarci un filo di speranza a cui attaccarmi. Alla fine aveva quasi ragione lei. Quasi eh, che certe cose successe dopo non sono giustificabili neanche ora che riconosco i miei errori, e neanche certe cose successe prima, o durante, o certe altre che ora posso dirlo sapevo benissimo e fingevo di ignorare, attaccato a quel filo bavoso di cui sopra.

È un racconto, questo che ho passato la serata a leggere, che finisce di colpo e pure male, non perché il finale sia triste, quanto perché la storia è andata avanti ancora a lungo, in un crescendo di paranoie, chiacchiere e cadute di stile. C’è ancora rancore e vergogna nel seguito della storia, riportato fedelmente sulle pagine del vecchio blog, e ironia, per fortuna, che sennò avrei già indossato la cravatta che va all’insù, e il finale vero, quello definitivo, è solo accennato, non dà soddisfazione, come tutte le storie vere arriva e basta, senza esplosioni e voci fuori campo e dolby surround. Il finale è una telefonata breve in un giorno freddo, per dire scusa ma basta. Non attira pubblico al botteghino, ma stasera, seduto davanti alla stufa accesa, quando anche Jack si è arreso e se n’è andato a dormire, è il ricordo più appagante che ho.

“Dovrei pubblicarlo”, mi dico ogni volta che lo leggo, solo che ora che sarebbe solo un racconto divertente patetico istruttivo e incompleto è soprattutto irrilevante, e quindi anche stavolta rimarrà lì.