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vento d’estate

Quando comincia la bella stagione mi capita di trovarmi in macchina in viaggio verso Genova, e finire improvvisamente imbottigliato in una di quelle code che sai quando ci entri e non sai quando ci esci, e non è mai una bella sensazione. All’inizio magari si, abbassi i finestrini, ascolti l’allegro cinguettio dei gas di scarico del camion alla tua destra, e speri di cavartela con dieci minuti di ritardo, ma ci sono delle volte in cui scopri che ce ne devi aggiungere qualcuno di più prima di arrivare a destinazione.
Io per esempio l’altra sera ce ne ho aggiunti centodieci. Due ore per andare da Ronco a Nervi, e va bene che si chiama Nervi, ma non significa che deve per forza farmici arrivare nevrastenico. Aggiungete poi una buona mezz’ora per arrivare a San Desiderio, che quando comincia a farsi l’ora di cena e sei a stomaco vuoto e sei inscatolato in macchina da ore, è più di un santodesiderio, somiglia a una specie di allucinazione mistica.

Io lo so chi è che provoca le code, ne ho anche già parlato da qualche parte qui sopra, probabilmente in una stagione simile a questa, sono i Milanesi Che Vanno Al Mare. Sono la categoria peggiore che esista, anche più dei famigerati Tedeschi In Gita Sul Lago. Se dovessi stilare una classifica dei mezzi di trasporto più lenti che si possano incontrare per strada questa vedrebbe i Tedeschi In Gita Sul Lago soltanto secondi, e il Carro Dei Monatti addirittura terzo. I primi sono sempre loro, i maledetti Milanesi Che Vanno Al Mare, sfreccianti giù per la A7 nei rettilinei fino a Serravalle, ora ribattezzata Serravalleautlet, cauti nelle prime curve fino a Busalla, paralizzati nel tortuoso tratto appenninico. Non importa che siedano su macchine dotate di ogni sicurezza, dall’abs alle ruote cingolate, ogni volta che incontrano una curva, sebbene di lieve entità, frenano in corsia di sorpasso, scalano quinta seconda, avanzano ai quindici all’ora nonsisamai metti che dietro la curva si apre un baratro pieno di coccodrilli un camion ribaltato in fiamme un chiosco abusivo di gelati o piadine, che quelli delle piadine sono inarrestabili, li aprono ovunque, in continua concorrenza con l’arabo dei kebab. E tu dietro non puoi far altro che assecondarli, maledicendo l’ingegnere della motorizzazione che li ha patentati, e aspettare che si degnino di liberare la corsia e andare a parcheggiare nelle apposite piazzole.
Ma no, loro possiedono auto di cilindrata a sedici zeri e prezzo a ventiquattro, non si abbasserebbero mai a occupare la corsia di destra, non è sufficientemente nobile per i loro lussuosi e potenti veicoli, così mostrano tutta la propria incapacità nella corsia più esterna, impedendo il sorpasso a chi si trova dietro.
Quando dietro ci sono solo io pazienza, mi tolgo la soddisfazione di restituire loro gli abbaglianti con cui mi hanno allietato nel breve rettilineo qualche chilometro prima, e appena possibile mi gonfio come un tacchino facendomi strada con la mia modesta lanciaipsilon; ma quando dietro c’è tutta la Valle Scrivia, il Basso Piemonte e buona parte di Lombardia con qualche accenno di Svizzera, Francia e Germania, allora sono cazzi. Allora basta uno di questi figli di una tangenziale per paralizzare tutto il paralizzabile.

Questa considerazione la posto alla vigilia di un esodo che si prospetta lungo e difficoltoso, fino a Moneglia, in una domenica assolata e trafficata, ma soprattutto di ritorno da Moneglia, quando il uicchend lungo sarà agli sgoccioli, e tutti i Milanesi Che Vanno Al Mare si trasformeranno nei non meno pericolosi Milanesi Che Tornano Dal Mare, e si immetteranno in autostrada tutti insieme con le loro grosse macchine che non sanno stare a destra, e tutti vorranno sorpassare chi gli sta davanti, e si creerà un lunghissimo ingorgo nel quale, ci scommetto, verrà a trovarsi una piccola indifesa lanciaipsilon, che non aveva altra colpa che di essere stata invitata a un matrimonio in Riviera.

Stavolta però mi faccio furbo, mi porto dei fumetti e un panino.


rico

“Vabbè, è il solito fricchettone”, gli ho detto.
“Aspetta a giudicarlo”, mi ha risposto. “E poi cosa ci stai a fare a casa a roderti? Vieni con noi e ti passi una serata”.

Qualche giorno fa ho litigato con una persona. Niente di terribile, per fortuna non ho ragioni vitali per scontrarmi con nessuno, salvo naturalmente i miei datori di lavoro, cui dovrei chiedere i danni per le continue torture mentali che mi infliggono.
Abbiamo cominciato con un bisticcio innocuo, quasi uno scherzo, e in un attimo siamo passati a rinfacciarci cose sepolte da mesi, soprattutto grazie alla mia presunzione che non dimentica mai niente, e appena le porgi il fianco ti spara una gragnola di accuse da spezzarti la spina dorsale. Sono un bastardo, immaturo egoista e vittima di me stesso, quando lo faccio notare ne pago le conseguenze.

Finirà lì e sarà come se non fosse mai successo niente, so di poter contare sull’intelligenza di questa persona, e un po’ me ne approfitto (agli aggettivi di cui sopra aggiungi pure vigliacco), ma nel frattempo mi tengo l’umore nìvuro e faccio i musi.

È così che mi hanno trovato i soliti Lorenzo e Pino un paio di sere fa, mi hanno ascoltato mentre rigiravo la frittata a mio vantaggio (loro non conoscono la persona con cui ho litigato e non possono ascoltare il suo punto di vista), e alla fine, invece di consolarmi (del tutto inutile), o cercare di farmi ragionare (altrettanto tempo perso), mi hanno proposto di accompagnarli da un loro amico, tale Rico.

“Un quarantino secco, capelli lunghi, una marcata avversione per telefonini, computer e tutto il superfluo che la società ha prodotto negli ultimi vent’anni”, mi ha detto Pino, quando gli ho chiesto di descrivermelo.
“Vabbè, un cellulare e un computer non li definirei superflui”, ho ribattuto aggressivo.
“Guarda che questo qui va in giro con una fiat 127 cartazucchero, cazzo vuoi che gliene freghi di avere il cellulare?”.
In effetti la mia risposta è stata fuori luogo, fino a qualche anno fa aborrivo i cellulari e mi vantavo di avere ancora un commodore 64 perfettamente funzionante. Sono cambiato così tanto? Abbandonato in cupe considerazioni sulla mia regressione a schiavo della società dei consumi, ho accettato l’invito dei miei amici e li ho seguiti a casa di Rico.

Per strada mi hanno messo in guardia, Rico fuma solo erba, ma non si offende se la rifiuti, perciò non farti problemi, e no, non è solo un fricchettone, ha una bella testa dietro i luoghi comuni che ci mette davanti.
Me ne sono stato zitto per evitare di dare altro spazio al mio lato velenoso, quella sera più scatenato che mai.

Rico abita in una palazzina di Serravalle Scrivia, cosa che mi ha lasciato un po’ deluso, da come me l’avevano descritto mi aspettavo di trovarlo in una casa occupata, o in una comune hare krishna; qui la cosa più originale è la 127 cartazucchero posteggiata davanti.
Casa sua è semplice, altra delusione, nessun manifesto appeso alle pareti, nessun aggeggio penzolante dal soffitto, lava lamps sui mobili, piantine di maria in terrazza, acchiappasogni sui muri, bertucce per i corridoi, niente di niente, sembra l’appartamento di mia zia, solo più piccolo e senza mio cugino dentro.

Lui ci ha accolto con un tizzone in mano, una camicia colorata e i capelli legati in una coda. Dal salotto uscivano le note dei Beach Boys. Pet Sounds, a occhio e croce. Nientemeno.
Presentazioni, lui è Pablo, ciao sono Marco, non mi chiede come mai Pablo, io non gli chiedo come mai Rico, ci sediamo su un divano consunto in un salotto affollato di dischi giornali tabacco cartine riviste libri un tavolino basso qualche cuscino buttato in giro una sediadondolo di vimini dove si accomoda lui, e pesca da un borsello colorato messicano un sacchetto di erba e altre cartine, e comincia a rollare con mestiere una sigaretta. Mi chiede se gradisco, rifiuto con un cenno, la passa a Pino. Neanche Lorenzo fuma, chissà perché ne ero certo.

Resto ai margini della conversazione, assaporo l’aria speziata, noto per la prima volta quanto fossero acidi i Beach Boys, e io che li avevo sempre bollati come un gruppetto surf. Good Vibrations se la gioca tranquillamente con certi Pink Floyd, anche se l’hammond me li fa accostare più facilmente ai Doors. Comunque mi rendo conto di aver parecchio sottovalutato la famiglia Wilson, dovrò recuperare.
Intanto recupero un libro da una pila di riviste. È una monografia di Edward Hopper, il pittore americano che mi piace tanto.
“..ono i quadri”.
“Eh? Scusa, ero distratto, cos’hai detto?”
“Mi hanno detto che ti piacciono i quadri, che ci fai una cosa che non ho capito bene”, mi ripete.
Gli spiego in parole povere cos’è ARTErnativa, ma se non faccio un esempio non rende come dovrebbe.
“Questo quadro qui”, comincio mostrandogli Nighthawks, “si chiama L’Appuntamento Dell’Uomo Invisibile. C’è l’Uomo Invisibile che aspetta la sua fidanzata fuori dal bar, ma lei non si vede”.
Non ride. Non ride mai nessuno quando commento quel quadro. Forse dovrei eliminarlo dalle serate live. Ma chi se ne frega, non sono venuto fin qui per far ridere qualcuno, non riesco neanche a far ridere me, la verità è che sono ancora incazzato e non me ne frega niente che non siano i cazzacci miei, ecco!
Si vede che lo faccio trapelare, forse è il fatto di avere una faccia lunga come quella di un bracco a far capire quale sia il mio umore, Rico dice “Mia nonna ha sempre sostenuto che nella vita ci sono due cose che non servono proprio a niente, avere fretta e incazzarsi. Non ha mai avuto un orologio e non ha mai tenuto i musi a nessuno.”
“E tu ci riesci?”, gli ha chiesto Lorenzo.
“Io mi faccio venti canne al giorno, non riuscirei a muovermi veloce neanche con un topo nelle mutande, ho il cervello rivestito di plastica, sai quella con le bolle? Non riesco a emozionarmi granché davanti a un tramonto, ma se non altro non mi incazzo più”.

Mi ha colpito sta cosa, non tanto la frase della nonna di Rico, che era una stronzata che lascia il tempo che trova, e neanche lui, che non è altro che un povero fricchettone cotto dalle droghe. Mi ha impressionato quando ha detto che non riesce più ad emozionarsi. Dev’essere tremendo non provare più niente, né rabbia né amore né eccitazione, finisci per passare attraverso la vita come un prosciutto. Va bene, mi sono incazzato, sono uno stupido perché non ne valeva la pena, ma ho provato qualcosa, mi sono sentito vivo, non potrei immaginare di esistere senza emozionarmi più per un bacio, una canzone, un quadro.

Tornato a casa ho fatto una doccia, avevo bisogno di lavarmi via ogni residuo di quell’incontro, il mio primo e spero unico contatto con una creatura sintetica, qualcosa che non dovrebbe esistere in natura, un essere ripugnante.

Per la cronaca, non ho ancora fatto pace con quella persona là, e intendo sentirmi vivo e incazzato ancora per un po’.

Quando sarò capace d’amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre
né di far l’amore con mia madre in sogno.

Quando sarò capace d’amare
con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità
di un uomo bambino.

Quando sarò capace d’amare
vorrò una donna che ci sia davvero
che non affolli la mia esistenza
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

Vorrò una donna che se io accarezzo
una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa.

Quando sarò capace d’amare
vorrò una donna che non cambi mai
ma dalle grandi alle piccole cose
tutto avrà un senso perché esiste lei.

Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro.

Quando sarò capace d’amare
farò l’amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.

E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l’animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.

Quando sarò capace d’amare
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere

un amore senza sensi di colpa
senza alcun rimorso
egoista e naturale come un fiume
che fa il suo corso.

Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.

Così vorrei amare.