Archivi tag: Stalin

guerrilla gardening

Ochei, non parlerò più delle disavventure della Juventus, anche perché, dopo che gli scandali hanno raggiunto anche i giocatori coinvolti nel calcioscommesse, resta soltanto la scoperta che dietro la morte di Gaetano Scirea c’era lo zampino di Bettega.

Non ne parlo ma ci godo.

Parlerò invece delle mie disavventure, che oggi si è capovolto un camion in autostrada, e si è creata una codona chilometrica, che mi ha obbligato a passare dai monti per arrivare a Busalla.
Al ritorno a casa ho trovato il Subcomandante sul piede di guerra.

– Merda! – mi ha gridato.
– Non l’ho rotta io, è stato il gatto! – mi sono subito difeso, credendo si riferisse al suo soprammobile preferito, una testa di Stalin di cristallo che fino a stamattina campeggiava sopra il caminetto. Non l’ho rotta io, davvero, è stato il gatto: lo inseguivo cercando di staccargli la molletta da bucato che gli avevo attaccato alla coda, ed è saltato sulla mensola del caminetto, abbattendo ogni cosa fra soffi e grida.

Evidentemente il Subcomandante non aveva ancora guardato nella buca in giardino dove erano nascoste le prove, perché mi ha chiesto “cos’altro hai rotto?”, alzando ancor di più la voce.

Detta così sembra che ogni giorno io rompa qualcosa, oltre le balle a chi mi sta intorno, ma non è così, un paio di volte si trattava di oggetti in bilico sul tavolo che ho urtato passando.
Che poi sul bordo del tavolo ce li avessi messi io per farmi posto quando mi preparavo un panino è un altro discorso.

Ma questo non c’entra col mio racconto, torniamo a oggi, quando sono tornato a casa e il Subcomandante mi ha gridato “Merda!”, e quando ho capito che non mi stava insultando le ho chiesto “A chi?”.

– All’orto! Merda! Tanta merda! Andiamo a prenderla!

Si riferiva all’orto da concimare, da quando ha deciso di rendersi indipendente dalla verdura capitalista dell’Iper è un continuo viavai di zappe, vanghe, trivelle e irrigatori pneumatici. E’ un mese che mi fa vangare quel quadrato di terra che abbiamo sotto casa, sembrava che volesse piantarci un baobab, poi si è presentata con un paio di piantine rachitiche, ma ciò non è bastato a placare le sue manie di grandezza. Oggi è stata la volta del letame.

Ci siamo caricati in macchina una conca che poteva contenere comodamente le deiezioni di tutti gli elefanti di Moira Orfei, e abbiamo raggiunto la stalla di Ugo, l’asino di famiglia.
Non vi racconto la fase di raccolta, ma dirò che è stata molto accurata, ho selezionato personalmente ogni singolo panino, scartando tutti quelli che non raggiungevano il chilo, avevano un colore pallido e un sapore troppo acquoso.

Al ritorno puzzavamo come il depuratore di Calcutta, ma il Subcomandante era soddisfatto del carico: se lo teneva in mano e lo guardava con occhi amorevoli.
Lo abbiamo scaricato nell’orto e l’abbiamo disperso per tutta l’area coltivabile. Il Subcomandante si è nuovamente montato la testa e ha indossato un completo di lino bianco, da latifondista, con tanto di doppietta a tracolla e sigaro. Io per assecondarla camminavo curvo e cantavo spirituals.

E’ stato allora che ha notato la buca.

– Cos’è quella?
– Quella quale? – ho chiesto terrorizzato.
– Quella buca enorme!
– Aahh queellaa!! Beeeh, potrebbe essere… una buca?
– Lo vedo che è una buca! Chi l’ha fatta? Cosa c’è dentro?
– Non saprei.. uno smottamento del terreno.. mi ha detto il vicino che qui sotto passa una faglia..
– Oddio! El Bastardo! C’è El Bastardo qui dentro! Con dei cocci di cristallo a forma di busto di Stalin!

E’ dalla prontezza di reazione che si riconosce il genio: mi sono gettato sul gatto, l’ho scrollato e gli ho urlato sul muso “Bruttofigliodiungatto! Cos’hai fatto del busto di Stalin? Eh? L’hai rotto e volevi nascondere le prove, vero? Siamo arrivati appena in tempo per coglierti sul fatto!”
Gli scossoni l’hanno risvegliato, ha risposto un “meow” confuso, ma non ha impietosito il Subcomandante, che cieco di rabbia gli è saltato addosso e l’ha infilato nuovamente nella buca.

– Stasera dormirai qui, traditore!
– Da te non ce lo saremmo mai aspettato – ho aggiunto, con un pelo sullo stomaco lungo così.

Domani El Bastardo sarà obbligato a scontare la pena lavorando nell’orto coi ceppi alle zampe, mentre io potrò starmene tutto il giorno in panciolle, a godermi il sole sorseggiando mojito.
E dire che all’inizio ero contrario ai gatti in casa!

Annunci

di quando il diavolo ha posseduto la mia doccia

La mia doccia fa paura. Ma non perché sia sporca, benché dopo che ne sono uscito resti uno strato di moquette piuttosto stomachevole a chi non è abituato. No, la mia doccia fa paura per il suo misterioso funzionamento. La manopola dell’acqua calda fa uscire un getto di liquido a 99° C, suppergiù, e se ti ci trovi sotto ti lascia delle strisce rosse dalla faccia alla coscia che per farle sparire ci vuole il miele per rigenerare i tessuti. Uno dice, chi se ne frega, apro l’acqua fredda e miscelo, come si fa in tutte le docce normali. Il problema si presenta lì, quando devi aprire la manopola dell’acqua fredda quel tanto da ottenere una temperatura soddisfacente. È praticamente impossibile, lo scarto fra il gelo e la lava è compresso in uno spazio che non si può misurare neanche con l’apparecchiatura più sofisticata.

La settimana scorsa abbiamo chiamato un prestigioso centro di ricerche giapponese, perché venissero a regolarci la temperatura della doccia. Sono arrivati tre ghostbusters con gli occhi a mandorla e un aggeggio al laser in grado di calcolare l’infinitesimale.
Ci sono stati attaccati due giorni, con computer e calcolatrici e foglietti e collegamenti con non so quale satellite che elaborasse tutti i dati che gli inviavano, e dopo due giorni sono usciti, tutti sudati. Avevano delle pippe che sembravano a un funerale, uno piangeva sulla spalla di un altro, mi hanno rivelato che non ci sono riusciti. La distanza fra il punto di fusione e quello di congelamento è così piccola che non è più matematica, ma filosofia.

Allora ho chiamato un filosofo. Mi ha spiegato che per i greci esisteva questo problema, di misurare l’infinitesimale, mi ha parlato di Euclide, di Eudosso di Cnido, mi ha spiegato una teoria secondo la quale il punto non ha spazio, perciò una linea che contiene infiniti punti non dovrebbe avere spazio eppure ce l’ha, ma due segmenti di lunghezze diverse contengono lo stesso numero di punti. Non ci ho capito una sega, io volevo solo farmi una doccia, per queste cose difficili di solito mando un’email a qualche amico ingegnere.
Me l’ha spiegato come lo spiegherebbe al suo cane.

“Facciamo finta che il punto in cui la tua doccia butta fuori acqua bollente si chiami A, e che quello in cui viene fuori gelida si chiami B. Attraverso il segmento AB passano infiniti punti, siccome il punto non ha dimensioni. Quindi potremmo dire che un segmento, essendo costituito da infiniti punti privi di dimensione, è privo di dimensione esso stesso. Perciò il punto che serve a te, quello che si trova fra A e B, che chiameremo X, si trova in uno spazio che non esiste in natura, essendo situato in un luogo privo di dimensione. Ne deriva che il punto X è Dio. D’altronde, ti avranno insegnato a catechismo, Dio è ovunque, qui, sotto il divano, in camera da letto, e allora perché non nel punto della manopola compreso fra A e B?”
“Allora è per quello che quando non riesco a far venire giù l’acqua tiepida bestemmio?”
“Non l’ho mai considerata sotto quest’aspetto. Essendo il punto X Dio l’unico modo per poter trovare la temperatura ideale è farsi regolare la manopola da un uomo di chiesa”

Ecco che la faccenda si fa complicata, nella casa in cui vivo è molto difficile farci entrare un prete, e ancor di più convincerlo a restare una volta varcata la soglia. Non è tanto per la candela a forma di Stalin che campeggia sopra il caminetto, né per il manifesto di Lenin appeso alla porta del bagno, il più grosso deterrente per un religioso è dato dalla padrona di casa. Marzia, infatti, quando ne vede uno avvicinarsi al cancello comincia a ringhiare e gli abbaia contro. Se mi trovo nei pressi mi basta prenderla per il collare e chiuderla nella legnaia, ma è capitato che il parroco del paese venisse a benedire la casa una mattina che mi trovavo al lavoro. Non sono mai riuscito a sapere cosa sia successo, ma la settimana successiva è tornato il parroco accompagnato da due carabinieri e da un esorcista. Adesso Marzia ha ricevuto un’ingiunzione dal giudice che le proibisce di avvicinarsi a meno di dieci metri dalla chiesa, ma non se ne fa un cruccio, anche prima le era impossibile transitarvi a meno di venti senza mettersi a ululare.

Ho approfittato del primo sciopero dei treni, quando Marzia deve fermarsi a dormire a Genova. Ce n’è uno ogni tre quattro giorni, basta scegliere quello più comodo. Per convincere il parroco a tornare a casa nostra ho avuto bisogno dell’intercessione di quel mio amico in odore di santità di cui parlavo tempo fa. Gli ho fatto dire che volevo convertirmi, che la promiscuità con una comunista mangiabambini mi ha fatto capire l’importanza della religione. Una pecorella da riportare al gregge è un bocconcino troppo invitante per qualunque prete, il giorno dopo era seduto nel mio salotto e mi parlava con la voce vellutata e gli occhi pieni di dolcezza. Se non fossi stato certo che i preti certe cose non le fanno avrei giurato che ci stava provando.
Nonostante le mie certezze mi sentivo un po’ appiccicoso, non so se per i modi del parroco o perché ormai da giorni non mi lavavo, e portai la conversazione sull’idraulica. Gli ho spiegato il mio problema, ho fatto apparire il suo ruolo come fondamentale nella lotta fra il bene e il male, dove il male è rappresentato dal boiler incandescente, certo riscaldato dal demonio.

“Non temere, figlio. Se Mosè ha separato il Mar Rosso non credo che per me sarà più difficile farlo con l’acqua della doccia”, e si è chiuso in bagno.
Cinque minuti dopo è venuto fuori e mi ha detto “prova”. Ho allungato un dito titubante, ma il parroco mi ha afferrato il braccio e me l’ha buttato sotto il getto. Ho gridato di paura, ma l’acqua non scottava. Era alla temperatura perfetta, quella che non ti fa sentire i brividini e non ti fa ritrarre ustionato. L’ho abbracciato, euforico.
“Provala, figlio”, mi ha invitato, sollevandomi la maglietta.
“Magari dopo”, ho risposto, spingendolo fuori dal bagno.
“Allora chiudiamola, che sprecarla è peccato”.
“NO, PERDIO!”
Il parroco mi fissava, sconcertato.
“Volevo dire.. non importa, domenica vengo a confessarmi. Adesso però è meglio che vada, Marzia potrebbe tornare da un momento all’altro”.
Per convincerlo a venire gli avevo detto che sarei stato solo per tutto il giorno, e quest’ultima affermazione mi contraddiceva, ma il don non si è preso il tempo di riflettere, ha fatto su la borsa di pelle nera, il cappotto, e si è dileguato giù per la via.

Oggi avevo la stufa che buttava fuori fumo nero, e non so come interpretare la cosa: sarà una questione di tiraggio o devo preoccuparmi seriamente?