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Diario americano – Downtown

Il venerdì si annuncia carico di aspettativa, che la sera si parte per la capitale e bisogna presentarsi bene, le capitali sono un posto dove la gente è più elegante, prova a girare per Roma o Parigi o Londra e poi confrontale con Busalla o Bidet Sur La Seine o Dangtown, non c’è storia, meglio mantenere un basso profilo e andare a letto presto.

Nel frattempo andiamo a vedere Downtown.
Al capolinea del World Trade Center non ci sono le torri gemelle, ma un grosso cantiere di quello che dovrebbe diventare il palazzo più alto della città, salvo improvvisi affollamenti all’aeroporto.

Il progetto sembra interessante, due piscine a marcare le fondamenta dei palazzi distrutti, un parco tutto intorno, un giro di appalti da sperare in un altro attentato, magari a Queens, che non si riesce proprio a rivalutarlo.
La stazione che collega Manhattan col New Jersey verrà costruita da Calatrava, almeno sulla carta sembra un gran bel progetto, bisogna vedere quando finirà. Per ora il cantiere è parecchio indietro, dell’edificio principale se n’è costruito solo metà, e l’unico modo per completare tutto entro l’undici settembre è con la computer grafica.

Da Ground Zero bisognerebbe andare a Wall Street, giusto per restare in tema, ma in realtà in mezzo c’è il Museo Nazionale Degli Indiani Americani che sta proprio a Battery Park e parla degli indiani. Essendo parte degli Smithsonian è gratuito, ma a dire il vero non contiene molto: per indiani si intendono tutti i popoli che hanno abitato il continente da un polo all’altro e per ognuno c’è giusto una vetrina o due. È tutto su un piano, in un’ora te lo giri tutto.

Dal museo al parco, che sorge nel punto dove i cittadini erano soliti incontrare i mercanti olandesi che venivano a vendere batterie di pentole. Una stele commemorativa all’ingresso del parco ricorda ancora quei momenti felici, interrotti con la nascita delle televendite.

Vicino alla stele c’è una sfera metallica tutta ammaccata, è un monumento che stava sotto le torri gemelle e che è stato recuperato dalle macerie. Intatto. Ne parlarono anche i giornali, lo chiamarono il miracolo di Ground Zero: un oggetto di quelle dimensioni colpito in pieno dal crollo di due grattacieli e neanche un graffio. Purtroppo gli operai che si incaricarono di trasferirlo a Battery Park erano degli inetti, lo caricarono su un’ape senza fissarlo e alla prima buca rotolò per terra. Per percorrere i pochi isolati che separano Ground Zero dal parco ci misero una settimana, e all’arrivo la sfera si presentava con l’aspetto attuale.

A sinistra del parco parte il traghetto di Staten Island, un servizio gratuito che collega Manhattan all’isola che sta davanti e che permette ai residenti della periferia di venire a lavorare in centro e di odiare le orde di turisti che quotidianamente sgomitano per salire a bordo, così tanti che neanche sui barconi dall’Albania. Si perché il traghetto offre una splendida vista di Ellis e Liberty Island, e vale la fatica di imbarcarsi.
L’isola in cui ti scaricano non la visitiamo, quindi non so se valga da sola il viaggio, ci limitiamo a un pranzo veloce da uno dei tanti ispanici davanti al porto, che mi dà tanto riso e fagioli che il viaggio di ritorno dura la metà grazie alla propulsione extra che ci metto io.

Da Battery Park comincia la Broadway, che uno di solito associa ai teatri, i musical, luci e balletti, ma in realtà si tratta di una strada che attraversa Manhattan fino alla sua estremità settentrionale, venti chilometri più avanti, e la zona dei teatri si limita a quella specie di set di Blade Runner che è il quartiere intorno a Times Square. Il resto è piuttosto vario, a seconda della parte di città che attraversa.
La sua sezione più bassa attraversa il Financial District ed è chiamata Canyon Degli Eroi, perché ci fanno sfilare i personaggi che hanno compiuto qualche impresa talmente memorabile da meritarsi una parata dedicata, o per dirla col suo nome, una ticker-tape parade. Le ticker-tape machines erano delle telescriventi utilizzate dagli agenti di borsa per conoscere il flusso dei mercati. C’era questo nastro di carta che usciva ticchettando, appunto, e tu scorrendolo ti informavi sull’andamento delle azioni. Per capirci, è quella che consulta felice Gomez Addams quando scopre che le sue azioni sono precipitate e ha perso un sacco di miliardi. Durante le sfilate gli agenti di borsa si sbarazzavano della cartaccia accumulata lanciandola dalle finestre come stelle filanti. Naturalmente l’attività frenetica della finanza cittadina faceva si che si producessero quintali di striscioline e quindi le ticker-tape parades divennero un’abitudine, si celebrava chiunque, dal generale medagliato della battaglia di Sticazzi all’uomo che per primo percorreva la Broadway a piedi in meno di una settimana senza uccidere la moglie che si fermava davanti a ogni negozio di scarpe.
Ogni persona celebrata nelle parate viene ricordata da una striscia di cemento sul marciapiede della Broadway. Ce ne sono più di duecento, compresi degli italiani, sono sicuro di essere inciampato su De Gasperi e il Subcomandante Marzia ad un certo punto ha commentato con una certa ironia “Guarda un po’, l’eroe!”. Sono andato a vedere, naturalmente era Wojtyla.

 

 

Prima di tornare a casa ci facciamo mezzo ponte di Brooklyn, che è diviso in due corsie, una pedonale e una ciclabile, e se passi di là senza la bicicletta i pedoni ti guardano come se fossi un riccio in mezzo all’autostrada, e non ti ci vuole molto a capire come mai, quando senti il campanello alle spalle è troppo tardi.

 

Alle cinque rientriamo per organizzare la partenza, ma tocca rimandarla, perché insieme al padrone di casa arriva una tempesta con un vento che alla Statua Della Libertà si è spenta la fiaccola, giuro, l’hanno fatto vedere al telegiornale. E non è ancora niente, considerato che una settimana più tardi è venuta a farci visita l’uragano Irene.

Giocare fino a tardi alla playstation in un appartamento di Manhattan è una di quelle cose da provare una volta nella vita: non è in alcun modo differente dal giocarci a Ronco Scrivia, ma chissà perché è più divertente.

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ci risiamo

Uno dice che non c’è due senza tre, e dovrei anche starlo a sentire uno che dice una cosa così, perché deriva dal greco nonceduesenzatreeus che vuol dire saggezza. E uno che dice una cosa così va ascoltato, che chissà quanti saggi consigli mi potrebbe dare, tipo che se cambi piattaforma per il tuo blog è opportuno cercarne una che ti permetta di fare un po’ quel che ti pare senza dover per forza comprarti un dominio, un carattere, un editor, una pizza, un set di pentole, HAAANFF! questa bellissima parùr di smeraldi rubini e pongo comprendente HAAANFF! unanello unacollana unbraccialetto unacavigliera dueorecchini uncollareperilcane unmanubriodibici unamanigliamanonsodichecosa HAAANFF! e ve la do per dite voi quanto! Mille miliardi di euri? NOOH! Quattrocentomilionidieuri? NOOH! Quarantasettecentesimi!! Non esiste!! È l’offerta dell’anno!!

Comunque wordpress dev’essere una piattaforma parecchio figa e sono sicuro che a trovare uno che mi aggiusti il template a capire come funziona mi toglierò delle belle soddisfazioni, ma per ora ci sono solo rimasto malissimo che non ho potuto utilizzare il mio bel tahoma a cui sono abituato fin dal lontano novembre duemilaettrè, quando ho aperto il primo pablog su splindermerd.

A proposito, perché mi sono trasferito? Credo di doverlo spiegare a coloro che non hanno seguito i passaggi precedenti e sono finiti qui solo perché attratti dalla pubblicità in televisione.

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