Archivi tag: Tom Waits

una commedia slapstick in una notte di mezza estate

Quello che segue è un post che ho tenuto in cantina per un anno intero. Avrei voluto farne una puntata di centotre-e-tre, ma lo scrivo talmente di rado che chissà se sarei mai riuscito a collegare Renato Rascel e Laura Nyro, e nel frattempo passa un anno, e di quella bella serata milanese neanche una riga, nonostante ci abbia incontrato una delle persone più belle e preziose che mi sia mai capitato di conoscere. Su quel che è venuto dopo solo un paio di accenni qua e là, perché volevo prima raccontare l’inizio e poi il seguito, solo che il seguito è finito prima di raccontare l’inizio, e allora non aveva più molto senso.

La metto qui, come un saluto da lontano.

Sono a una festa di compleanno in mezzo a persone mai viste prima, e questa sconosciuta mi inciampa addosso, rovesciandomi un cocktail sulle scarpe. Le dico che non fa niente, non mi ha neanche preso, la maggior parte è finita sul tappeto, ma lei si prodiga ancora in scuse, la faccia tutta rossa che s’intona col vestito a fiori, e cercando un tovagliolo per pulire almeno il tavolino, scivola su un cubetto di ghiaccio e finisce in braccio alla festeggiata.

“Guarda, è meglio che ti siedi e ti riprendi”, le suggerisce l’amica e me la deposita accanto.

È molto carina, i suoi occhi chiarissimi mi osservano senza più il minimo imbarazzo:

“Mi chiamo Lisa”, mi dice. E ci stringiamo la mano. Solo che nel porgermi la sua scontra il mio bicchiere e me ne fa cadere mezzo sui pantaloni.

“Oh no!”, esclama, e si butta in avanti per recuperare il tovagliolo di prima, versando il resto del suo cocktail sul divano. Ormai è come stare in piscina, mi sfilo le all star e indosso un paio di comode infradito.

“Forse è meglio se cambiamo posto”, suggerisco.

“Forse è meglio se cambiate bar”, replica il cameriere intervenuto a pulire.

Per rabbonirlo ordiniamo due bibite alla frutta e andiamo a sederci in un posto asciutto, camminando con attenzione e guardando bene dove mettiamo i piedi, soprattutto i suoi.

È piacevole parlare con lei, mi fa sentire subito a mio agio posando il bicchiere lontano dai miei vestiti, e poi mi fa un sacco di domande, e quando rispondo con le mie idiozie non butta neanche occhiate nervose alle amiche sperando che qualcuna venga a salvarla.

Parliamo delle cose che ci piacciono, come fanno di solito le persone che si sono appena incontrate, e mentre si avvolge ciocche di capelli intorno alle dita mi racconta della sua passione per la musica. È preparata, ascolta un mucchio di roba che non conosco, e parte con due gol di vantaggio e l’uomo in più semplicemente dicendo che le piace Tom Waits.

Poi mi racconta di questa cantante, Laura Nyro. Si sente che è la sua cantante preferita, le si sono accesi gli occhi come fari, le dita si sono fatte più veloci, adesso accompagnano le parole volando di qua e di là in gesti ampi, che però vengono frenati dalle ciocche di capelli ancora intrecciate alle dita, e gli strattoni che dà le provocano strilli di dolore.

Riprende il bicchiere con indifferenza, ma si trafigge con lo stecchino. Allora si infila in bocca una fetta d’ananas, che ovviamente le va di traverso, e attacca a tossire. I pezzetti di frutta che espelle dal naso non le tolgono una briciola di fascino, e quando mi rovescia adosso il bicchiere cercando di mettersi una mano davanti alla bocca non cerco neanche più di spostarmi. Mi ha conquistato, lo ammetto. Sarà che da bambino ero innamorato del tenente Crandall, la bella infermiera pasticciona di Operazione Sottoveste, ma non vorrei più alzarmi da quel divano. E neanche credo che potrei, ormai l’alcool e lo zucchero mi hanno avvolto in un bozzolo talmente appiccicoso che per tirarmi via di lì servirà un lanciafiamme.

La serata prosegue senza grossi incidenti, portano la torta che finisce, ovviamente, sul pavimento, il cameriere rimedia un paio di ferite lacero-contuse e per l’abbinamento candeline/vodka sulle pareti manca poco che arrivino i pompieri, ma devo essere onesto, non è stata colpa della mia nuova amica, quando il cameriere ha portato la torta era in bagno.

Per la precisione ne stava uscendo, e come faceva a sapere che dietro la porta c’era un tizio con una torta in mano?

Credo che sia stata una serata piacevole anche per lei, perché quando ci hanno cacciato dal locale ha accettato volentieri di continuare altrove.

Peccato che l’abbia investita un taxi mentre attraversava la strada.

Adesso è in ospedale, non è gravissima, e se la legano bene al letto dovrebbe guarire senza altri incidenti.

Nel frattempo ho cominciato ad ascoltare Laura Nyro, di cui vado a raccontare qualcosa, per chi non ha trascorso la serata con la sua fan numero uno in un locale che ha chiuso per restauri e non riaprirà prima del 2017.

New York negli anni ’60 è un calderone di generi musicali, tutti gli artisti che contano sono lì, Joni Mitchell, Diana Ross, Miles Davis. Se ne vanno in giro alle feste, quando si incontrano suonano insieme, salutano tutti.

Laura Nyro invece sta a casa, chiusa in cameretta a guardare dalla finestra le gang del Bronx che imperversano sul marciapiede. Nessuno la invita alle feste, le ragazze del Bronx hanno la fama di dure, e così lei s’incupisce e scrive canzoni tristissime che si canta da sola con quella voce incredibile da cantante gospel, che non ha mai potuto far sentire in chiesa, perché nel suo quartiere la chiesa l’hanno bruciata quelli della gang di Coney Island, li stanno ancora cercando, mi sa che non ci tornano nel loro quartiere.

Quando Laura canta anche le strade del Bronx si addolciscono, gli spacciatori si trovano un lavoro onesto, i mafiosi si costituiscono, le gang si iscrivono alle scuole serali, e i marciapiedi ripuliti si popolano di coniglietti, uccellini e caprioli.

Poi la magia finisce, perché le canzoni che Laura scrive sono davvero tristissime, e i coniglietti si buttano in massa sotto il tram, i caprioli si tagliano le vene e gli uccellini si annegano nell’Hudson.

Davanti a quella carneficina il padre di Laura, Louis, che suona la tromba nei locali, decide che è ora di dare una direzione a tutto quel talento, prima di beccarsi una denuncia da qualche associazione ambientalista, e la mette in contatto con Artie Mogull e Paul Berry, due produttori che conosce lui.

Grazie a loro Laura Nyro vende una canzone a un trio folk che sta andando molto forte: Peter, Paul & Mary, che noi conosciamo grazie a “Datemi Un Martello”, di Rita Pavone, e vabbè, ognuno ha i folk singers che si merita.

È dello stesso periodo la sua prima esibizione da professionista, in un nightclub di San Francisco, l’Hungry I (angri ai, non angri uno, e non chiedetemi perché), dove ha cominciato la sua carriera, fra gli altri, Woody Allen.

La sua seconda esibizione da professionista non è alla pizzeria Moromare, ma al Monterey Pop Festival. Quel giorno sul palco passa gente del calibro di Otis Redding, i Byrds, Janis Joplin con i suoi Big Brother & The Holding Company, e i Mar-Keys, che tutti vi chiederete chi cacchio sono, sono il gruppo in cui militò Donald “Duck” Dunn, il bassista dei Blues Brothers.

La sua esibizione è un successo, ma Laura si è convinta di avere fatto schifo, ha sentito dei fischi, c’è rimasta malissimo e vuole tornare a chiudersi in cameretta.

Per fortuna l’ha sentita anche David Geffen, uno che sta cominciando a muovere i primi passi di una carriera che lo porterà abbastanza in alto, tipo sulla luna, con un bambino seduto a cavalcioni che pesca in un laghetto: avete presente la Dreamworks, quella che ha prodotto l’ultimo film che avete visto al cinema, e anche quello prima? L’ha fondata quel David Geffen lì.

Fra il ’68 e il ’71 Laura Nyro pubblica i suoi cinque album migliori, poi si sposa e decide che non ha più voglia di fare la cantante di successo, che quella vita lì non le piace mica.

Cinque anni più tardi è il suo matrimonio a finire, e pubblica un disco nuovo. Si vede che non si era spiegata bene.

Da lì in avanti pubblica altri dischi, ha un figlio, una vita piuttosto intensa e non priva di dolori che termina molto presto, quando ha appena 49 anni.

Ma che genere fa Laura Nyro?

La prima cantante a cui mi viene da accostarla è Joni Mitchell, ma senza quella vena folk che attraversa tutta la sua produzione. Qui siamo più dalle parti di Nick Drake, ma anche Jeff Buckley, tutto messo a macerare in un pentolone di rhythm’n’blues. Sono canzoni intense, di quelle che se stai ad ascoltare finisci per sederti e non fare altro, si prendono tutta la tua attenzione, ma sono anche piuttosto malinconiche: il dolore e la solitudine sono temi ricorrenti nei suoi testi, e l’atmosfera notturna che dà il pianoforte fa il resto. Diciamo che se siete appena stati scaricati dalla fidanzata e tornando a casa vi hanno rapinato e nella cassetta della posta c’è quel referto medico che stavate aspettando e che comincia con “prima di andare avanti a leggere forse è meglio che si sieda”, ecco, magari è meglio se mettete su Jovanotti, tipo.


Sandro

Sandro non lo conosco, ma a guardarlo nella sua maglietta dei Sepultura non deve avere molti anni più di me. Chili invece si, tanti, che sotto la maglietta ha una panza che i Sepultura potrebbe benissimo esserseli mangiati.
Sta tenendo una lezione sui mostui sacui del uochenuoll, unico allievo un suo amico che ha avuto la sfiga di incontrarlo e soffre come una partoriente, e me, seduto sotto una palma ad aspettare una persona con cui finire questo bel sabato di sole, a cena, magari col mare davanti.
Sandro si mette ad elencare le date di nascita di tutte le uockstau più celebri, da Eddie Vedde a Kuut Cobain, mostrando con logica ferrea e spietata come i compleanni dimostrino più di quel che sembra, e tira fuori la storia del Club 27, aggiungendo per buon peso che dev’esseuci sicuamente una cospiuazione.
L’idea era di alzarmi e andarmene, che non mi va di fare incrociare melomani deprimenti e giovani sconosciute, ma decido di restare ad aspettare le scie chimiche, sono sicuro che arriveranno, quando si tira fuori la teoria del complotto sono sempre le prime insieme al signoraggio. E poi avrò un aneddoto ridicolo da raccontare alla mia ospite.

Lei si chiama Marta, l’ho incontrata un paio di settimane fa in libreria, mi sono detto che non posso essere sempre terrorizzato dalle donne, non c’è niente di male ad attaccare bottone per strada, e poi una libreria è un bel posto per conoscere una ragazza, così le sono andato incontro deciso e a un passo da lei mi sono voltato a prendere un libro che cercavo da anni e non vedevo l’ora di leggere ma guarda che fortuna, l’ho agguantato e mi sono fiondato alla cassa.

Solo fuori, davanti al ciaoamico che cerca di darti un cinque e venderti l’ultimo libro di suo cugino, mi sono preso a schiaffi in due direzioni, una per essermela conigliata con la ragazza, l’altra per aver buttato via dei soldi nella raccolta di barzellette di Totti, e quelli sono schiaffi fortissimi, che devo fare tanta penitenza, e se mi vede qualcuno altri schiaffi, per vendicare la dignità. Però non c’è nessuno, solo il ciaoamico che mi sta davanti con la mano aperta e non capisco se vuole ancora un cinque o cerca di mollarmi due pattoni anche lui, che ha bisogno di sfogarsi, tutto il giorno sul marciapiede a farsi ignorare da mezza Genova renderebbe violento anche Gandhi.

Gli metto in mano il libro di Totti e rientro, che chiedere il numero di telefono alla ragazza di prima è diventata la missione del giorno, solo che la ragazza di prima non è dove l’avevo lasciata. Provo a salire ai piani superiori, ma non la vedo. Supero i dvd, i fumetti, e un po’ mi piange il cuore, che trovarcela davanti l’avrei letto come un segno divino e l’avrei dichiarata la donna della mia vita e le avrei chiesto di darmi dei figli, non importa di chi.

Insomma, la ragazza che poi scoprirò essere Marta non c’è, né in veste di Marta né in quella di giovane carina coi riccioli neri e camicetta bianca e borsa di stoffa, come l’ho temporaneamente identificata.
Torno giù, mi è rimasto da visitare solo il reparto strumenti musicali e non ce la vedo a suonare la chitarra elettrica. Ho ancora un forte senso di colpa per aver fatto guadagnare qualche centesimo in diritti d’autore a Francesco Totti, e per mondarmi la coscienza vado a cercare un libro vero, possibilmente impegnativo, che mi permetta di fustigarmi ancora durante la sudata lettura.

Sono a picco su un tavolo, indeciso fra una biografia di Tamerlano e un giallo scandinavo, e il mio campo visivo è attraversato da una mano di donna che plana sulla distesa di libri davanti a me e si fa strada decisa verso il mio pisello, rintanato nei pantaloni, appoggiato placidamente su una pila di volumi di Stefano Benni. Sollevo un’espressione fra il violato e il lubrico, e mi trovo di fronte la ragazza di prima, chiaramente imbarazzata, che mi indica lo scrittore bolognese su cui ho fatto il nido.

Si scusa, mi scuso, le passo il libro. Seguono momenti di imbarazzo, che interrompo dicendole che è un libro bellissimo, perché Saltatempo lo è davvero, e mi risponde che ha letto una recensione del libro su un sito di recensioni di libri, e sono un po’ stupito di questo fatto, perché a Genova se parli con una ragazza in libreria questa di solito si limita al sorrisetto convenzionale e si trasferisce in Asia.
Questa non solo non va in Asia, ma mi indica il giallo scandinavo ignorando bellamente il condottiero mongolo e dice “Quello l’ho letto, non è male. Però preferisco Simenon.”
Mi sento autorizzato a offrirle il caffè, e ci spostiamo al bar del negozio dove si compiono le formalità di rito, presentazioni e scambi di contatti. E arriviamo a sabato, a Sandro e alla sua maglietta dei Sepultura.

Sta raccontando al suo amico che Jimi Henduix che non è mouto davveuo pe un’oveudose di tuanquillanti, c’è di mezzo la CIA, e sto per intervenire ricordandogli che Hendrix è morto a Londra, di fronte a dove abitavo io, ma in quel momento arriva Marta, e le vado incontro.

Anche Sandro.

Ma che cazzo.

“Mauta!”
“Sandro! Cosa ci fai qui?”
“Mi puendo un po’ di sole e paulo con questo mio amico che.. oh, se n’è andato.”

Insomma che sono amici da tanti anni, suonano insieme in un gruppo, e quel giorno in libreria avrei dovuto salire fino in cima e l’avrei trovata a provare un basso, ma sono stato affrettato e adesso mi tocca Sandro. Perché si invita a cena, ovviamente.

“Pensavo di andare in una trattoria qui dietro, il gestore è molto simpatico e ti tratta bene”
“E peuché non ci mangiamo un bel sushi?”
“Uh si! Che bella idea!”, risponde Marta.

Non so come funzioni nel resto del mondo, ma a Genova un ristorante di sushi è un posto gestito da cinesi dove mangi variazioni sul tema della cucina cinese, in porzioni minori e con prezzi da usura. Non so se si capisce con che faccia accolgo la scelta.
Però mi adeguo, via, Marta sembra interessante anche se ha amici discutibili.

Sandro ci conduce al piccolo trotto su per via San Lorenzo, che il ristorante che conosce è in centro, e in una decina di minuti ci troviamo davanti a un negozio di abbigliamento.

“Eccoci auuivati! Entuiamo!”
“Ma qui?”, chiedo.
“Ceuto! È un uistouante molto quotato!”
“Ma i vestiti?”
“Vendono anche vestiti, che c’è di stuano?”, sibila il fan dei Sepultura, poi scocca un’occhiata perplessa a Marta, che accusa imbarazzata.

Il cameriere che ci accoglie è italiano, così la barista e tutti gli altri personaggi che vedo passare mentre ci accomodiamo al tavolo. È il ristorante orientale meno orientale che abbia mai visto, in compenso ci sono vetrine piene di abiti firmati e bacheche piene di accessori costosissimi. Ho un terribile presentimento.

“È curioso, siamo gli unici clienti”, dico.
“Meglio, così pauliamo senza esseue distuubati! Peuesempio, tu che musica ascolti?”
“Ehm.. Tom Waits?”, rispondo, nella speranza che la sua maniacalità sia limitata al rock duro e puro.

“Ehi, che figo! L’hai visto dal vivo quand’è venuto a Milano?”
“No, costava troppo”
“Eeh peuò è stato un conceuto impeudibile! Valeva il puezzo!”
“L’hai visto?”
“No, ma c’è stata una mia amica. Io ho visto i Sepultuua puima che si sciogliesseuo”
“Ah si sono sciolti?”
“Dopo che è mouto il figlio della louo manageu in un incidente, ma paue che la stouia sia molto più complicata”

Ahia. Ci siamo. A quanto pare non basta evitare gli argomenti pericolosi, è lui che ti ci trascina dentro, ti inchioda in un angolo e ti sfinisce di cazzate. Dopo i Sepultura passa a raccontarmi di Amy Winehouse uccisa da una multinazionale, Jim Morrison che è ancora vivo e abita a Seattle e naturalmente l’immancabile pippone sul sosia di Paul McCartney.

“E John Lennon?”, chiedo, abortendo uno sbadiglio.
“Gli ha spauato Mauk Chapman”, risponde come se gli avessi chiesto la cosa più ovvia del mondo.
“Beh dai, non può essere una cosa così semplice. Lennon abitava al Dakota, dove Polanski aveva girato Rosemary’s Baby cinque anni prima, proprio mentre sua moglie veniva ammazzata nella loro villa di Los Angeles.”

Sandro mi guarda come se fossi cretino. “Non ci vedo puopuio nessun collegamento!”
“Ma come no? Sulla scena dell’omicidio trovarono la scritta Helter Skelter, come il titolo di una canzone dei Beatles!”
“Ma che c’entua!”
“C’entra eccome! Ma come fai a non vederlo! Sulle ringhiere del Dakota ci sono i draghi rettiliani! Cazzo, mancano solo i riferimenti alla massoneria!”

Marta e Sandro si guardano spaventati, mi dicono di calmarmi, si riguardano. Calmarmi, certo! Io mi dovrei calmare! È tutta la sera che sopporto gli sproloqui di questo squilibrato, che poi chi cazzo lo avrà invitato, e mi hanno portato a cena in gioielleria, e sono io quello che si deve calmare! E i rettiliani ci sono davvero! Li ho visti!

“Scusi, ci porta il conto?”, chiede Marta al cameriere. Non abbiamo ordinato ancora niente, ma non importa, perché solo per esserci seduti ci chiedono ventiquattro euri ciascuno.

Appena fuori i due amici si congedano, Marta non prova neanche a inventare una scusa, si lascia prendere sottobraccio da Sandro e spariscono giù per la via.

Poi dice come mai non attacco mai bottone con le ragazze che incontro per strada.

 


a furor di popolo

Oh ma allora, sto gioco.. è finito o no? Pare che sia finito, si, qualcuno è arrivato in fondo. E dirlo? Che è una settimana che sto a girare tutti i siti di Tom Waits cercando di capire come arrivare al secondo indizio? Ma a cosa ti serve? Cosa? Girarti i siti di Tom Waits. A risolvere il gioco, no? Ma no, bastava indovinare il titolo della canzone! That feel? Ecco, quello era un pezzo dell’indirizzo del sito in cui trovare il secondo indizio. E io come faccio a capirlo? Cosa sono, un mago? Bastava guardare, c’era una strofa, punto free qualcosa, punto it. Quel qualcosa era il logo di wordpress, come potevi facilmente intuire cliccando col tasto destro sulle proprietà d.. Di stocazzo! Una settimana ci ho messo! Mi sono anche scaricato tutta la discografia, e me la sto sciurbendo tutti i giorni in macchina e a casa! E ti piace? Ma chi? Tom Waits? Mavaa! Sembra un ubriaco con la bocca piena di vetri!

Vabbè, diciamo “A furor di due o tre”, si è conclusa la prima Grande Caccia Al Tesoro Del Blog Di Spassky, ed è ora di proclamare i vincitori.

Primo classificato Hardla, che ha staccato tutti gli avversari con una celerità che ha dell’incredibile. Mentre loro si dibattevano a cercare di risolvere il primo difficilissimo rebus lui aveva già sbagliato strada e stava analizzando tutti i video di you tube girati in Bhutan, e mentre i suoi avversari arrivavano sul sito di Bhutan Times lui gironzolava per Punta Arenas, trovava le foto, cambiava pagina, rispondeva alla domandona finale e vinceva!

Secondo classificato, a sorpresa, Panchin, che con un’incredibile rimonta superava il suo diretto concorrente e mi lasciava la risposta esatta con alcune ore di anticipo.

Terzo classificato colui che per tutta la gara aveva mantenuto un buon piazzamento, Secchin. Evidentemente sulla distanza ha avuto la meglio lo scarso allenamento. Ci godo, così impara a farmi perdere al suo giochino.

Perso per strada Fry Simpson, che quando ha saputo che Hardla era più avanti di lui si è rotto le balle ed è tornato a fare le pulci alla Worldwide School of English.

Dietro Tutti gli altri, che mi hanno mandato allegramente a fare in culo appena hanno letto di cosa si trattava. Un sentito grazie anche a loro, ci vediamo sulla Grande Caccia Al Tesoro Del Blog Di Spassky 2.0!