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in prigione come nel monopoli

È più di un mese che non scrivo niente. Ma non qui sopra, in generale. È più di un mese che non metto in fila tre parole se non per spedire un messaggio a qualche amico. Di solito il pablog è quella cosa che utilizzo per raccontare cosa mi si sta muovendo nella pancia e cercare di dargli un nome e un significato, ma non sempre ci riesco. Adesso per esempio non c’è verso, ho un nodo nello stomaco. Non è necessariamente brutto, o legato a qualcosa di negativo, è più un insieme di sensazioni appiccicose che ha creato un robo duro e colloso, e non mi avvicino neanche a sbrogliarlo. È tanto stretto che non passano le parole, e anche l’attività consueta di raccontare diventa una tortura.

Quando passerà questa fase e il nodo si allenterà potrò afferrarne un capo e tirarlo lentamente, sciogliere la matassa e descrivere quello che ci troverò attaccato, ma per il momento è come dare pugni a un sasso. Ci ho provato per un po’, ma se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che le parole vengono da sole, e se le trascino sul foglio finiscono per dire qualcos’altro, e a me dire qualcos’altro non serve.

A presto, spero.


e ma allora

Io davvero non vi capisco a voialtri. Mi sbatto a crearvi un blog dall’indirizzo immediato, una grafica minimale accessibile da qualunque telefonino compreso il nokia coi tre tastoni biancorossoverde che ne hanno venduti tre esemplari in tutto e uno me lo sono comprato io, ci carico sopra tutti i post compresi quelli vecchivecchi rarissimi tipo di quando mi sono buttato in politica e sono diventato re della Nigeria ma avevo finito i soldi e sono stato costretto a scrivere email a chiunque per chiedergli due spicci in cambio di astute manovre commerciali che non mi potete dire di no, e voi state sempre a bazzicare qua sopra. Per dissuadervi ho anche postato una pagina del diario di Phil Collins, speravo fosse un gesto sufficientemente estremo per scacciare anche i più temerari, quelli temprati alle prove più impegnative, tipo andare da Cannes a Nizza seduti su un cancello a pedali nel giorno in cui la tua squadra del cuore perde tre a zero il derby, ma niente, tutti i giorni vengo a vedere le statistiche del blog e ci sono più visite del giorno prima. Di un paio posso intuirne l’identità, e mi prendo la briga di salutarli come si fa con gli amici: ciao papaperi! Di altri due posso intuirne l’identità e mi prendo la briga di salutarli come si fa con i personaggi famosi che cercano di non farsi riconoscere ma tu li hai sgamati lo stesso perché da bambino andavi sempre al circo: ciao amici col cerone! Di altri due posso intuirne l’identità ma non li saluto perché vengono qui tutti i giorni a cercare le gemelle Kessler nude e Sveva Sagramola altrettanto abbigliata, e sono dei pervertiti mascalzoni.

Poi a me piace immaginare che da qualche parte in mezzo a quelle statistiche grigie di googleanalytics compaia all’improvviso un puntino azzurro che mi riveli la visita di cortesia di qualcuno che una volta all’anno si fa un giro a respirare cose familiari, sai, uno vuelve siempre a los viejos sitios donde amo la vida, un po’ come quando sono a Londra e inevitabilmente finisco di fronte a quel Renoir, un po’ come la visita alla nonna, dove la nonna è quello stato d’animo in cui ogni tanto ti immergi quando non ti vede nessuno, giusto per ricordarti l’effetto che fa. Lo so che non è così, ma i racconti li scrivo saccheggiando questi pensieri qui, mica le pagine gialle.

Comunque la faccio breve, che ieri sera mi son successe delle robe strane e se me le tengo al caldo ancora un po’, invece di scriverle qui sopra, magari diventano un raccontino, o un capitolo di quella roba che tengo nel cassetto, e a proposito di cassetti vorrei regalarvi un vecchio racconto che avevo dimenticato in mezzo alle cianfrusaglie. Lo potete scaricare qui in formato epub.

Per tutto il resto vi ricordo che questo blog si è trasferito sulla pagina dal nome più figo: http://www.pablog.it

Non fatemi innervosire.


pussa via!

Non capisco perché continuiate a venire su questo blog che è chiuso e tutto il suo materiale è stato spostato sul blog nuovo dove c’è già un sacco di materiale inedito tipo racconti con svolte di rara sofferenza che qui se non ci ridiamo sopra signora mia è un attimo a finire in quella fogna dove una volta ci sta perché “è necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno”, ma due vuol dire che sei scemo e non hai dignità e hai voglia a dire alla Donna  Senza Dignità che non ce l’ha se poi tu fai uguale, sebbene, va riconosciuto, rispetto a quelle lande desolate dell’animo umano tu ancora spicchi, ma che merito sarebbe, è come sfidare un tirannosauro a braccio di ferro, e non ho detto tirannosauro a caso, che in quei momenti quando ti prende la domandona esistenziale “ma tutte io le trovo?” il ricordo torna a quando i bestioni zannuti calcavano la prateria e c’era sempre il sole anche quando pioveva, mica come adesso che tanta precisione meteorologica non sa restituire una briciola di azzardo, ti dice che piove e piove davvero, nessuna sorpresa, l’unico coup de théâtre è talmente mediocre che sembra improvvisato e pure male da qualcuno che non ha capito il senso del copione, ma non è colpa loro Vostro Onore, sono questi nuovi cantanti che scrivono canzoni che non si capisce il senso, e uno deve tirare a indovinare, e finisce che alla ragazza che gli piace le dedica una canzone convinto che dica la vita senza di te fa schifo e scopre che quella ha capito sei una povera stronza capricciosa, o viceversa, non so, con questi artisti giovani e scapestrati ho delle difficoltà, mi organizzo per andare al concerto e limonare una e per la fatica di interpretare i loro testi mi trovo ancora a casa mentre la tizia in questione è là che si slinguazza a elica Coso, non ricordo bene, è una questione di qualità e io sono un paracarro, guarda un po’ a volte le curve della vita, stai sulla tua corsia e ti investe un pullman pieno di Hobbit in gita al nord che l’ha presa un po’ larga, ma se vai dietro anche a loro non vivi più, perciò ragazzi, grazie per le continue visite e le iscrizioni a questa pagina, ma il pablog si è trasferito a un altro indirizzo, venite a trovarmi di là che vi racconto due cose.

http://www.pablog.it


apì

Ciao Pi.

Mi sono permesso di cancellare il tuo ultimo post, spero che non ti arrabbierai.

È che non credo fosse necessario.

Stai imparando un sacco di cose su te stesso, in questi ultimi anni. Certe volte ti guardo e davvero mi sembra di guardare un uomo adulto.
Sei intelligente, diverse volte hai dimostrato una sensibilità che non è così scontato trovare in una persona. E in certe situazioni difficili ti ho trovato diverso dal te stesso di prima, migliore. Più solido. Che non vuol dire più duro, anzi, ogni tanto può voler dire proprio il contrario.

Certo, hai ancora parecchio da fare, angoli da smussare, e c’è tutto un capitolo sull’empatia che andrebbe approfondito, ma ritengo che si debba guardare indietro oltre che avanti, e rispetto a dov’eri hai fatto un sacco di chilometri.

Sei anche fortunato, hai amici capaci di consigliarti quando ti fermi e aiutarti a correggere i tuoi errori, hai un’ironia ben oliata che ti evita di cadere nell’autocommiserazione, e credo che se ti lasciassi guidare di più dalla pancia riusciresti ad abbandonare i vecchi schemi rigidi a cui ti ostini a rimanere aggrappato.

È per questo che ho cancellato il tuo post. Era come urlare in faccia a qualcuno che non vuole capire il tuo punto di vista.
Spesso, se uno non capisce, la colpa è nostra, che non siamo stati capaci di spiegarci. Non tutti parlano la nostra stessa lingua, e accanirsi non serve a niente. Devi lasciarli liberi di comunicare a modo loro, e se occorre di farlo coi loro simili.

Non hai più bisogno di scrivere cose del genere, di portarti sulle spalle pesi inutili, di avere ragione a tutti i costi.

Volerla vinta significa non sapere accettare i propri sbagli, a che ti serve trascinarti dietro un vecchio errore? Guardalo, impara a non ripeterlo e lascialo lì.
E lasciaci tutto quello che ti fa male, è altro peso inutile che ti toglie il sorriso.

E a me piaci molto di più quando sorridi che quando mugugni.
Ti voglio bene,

Il tuo ombelico


il buco

Mi considero una persona abbastanza equilibrata. Ho i miei punti di forza e le mie debolezze, come tutti. Diciamo che sono nella media, che non vuol dire niente, è dove sta chiunque tranne Pietro Pacciani e il Dalai Lama.

Però ho un buco. Mi manca un pezzo. Non è una debolezza, qualcosa che si può rinforzare, è proprio che non c’è. Se un medico potesse guardarmi con una macchina che legge lo spettro psicologico, emotivo, il software toh, vedrebbe in un punto non meglio determinato, un punto che chiameremo comodamente “laggiù”, una grossa macchia nera. Se fosse una tac ci sarebbe da cagarsi addosso, ma per fortuna non è una presenza aliena, è piuttosto un’assenza. È un buco. Ci guarderebbe attraverso e vedrebbe il suo assistente di laboratorio fare lo stesso dall’altra parte.

In quella casella vuota ci dovrebbe stare la sicurezza di sé. Dico ci dovrebbe, perché in realtà nel mio caso non ci ho mai messo niente. Più o meno. Da ragazzino mi è venuto il dubbio che tenersi un buco laggiù non fosse una cosa sana, così ci ho lasciato nidificare una colonia di topi. Però squittivano, non mi lasciavano dormire, e dopo un po’ l’ho liberato di nuovo. Credevo che con la maturità sarebbe arrivata anche la sicurezza. Un po’ come i peli, no? Non è successo. Però ho ricevuto doppia razione di peli, e forse avrei dovuto reclamare allora, ma non sapevo a chi rivolgermi, e poi quando sei in piena pubertà hai un sacco di altre cose da scoprire, mi sono distratto, ho lasciato perdere. Ho sperato che non succedesse niente a tenermi il buco.

Devo dire che sono stato un po’ in ansia, certe notti mi svegliavo e mi chiedevo se mi stavo ammalando, mi toccavo la fronte, mi ascoltavo il cuore, muovevo le dita dei piedi. Mi sembrava tutto in ordine, trovavo solo qualche pelo nuovo.
Passa un anno, ne passano venti, e sono sempre vivo. Nessuna malattia psicosomatica, nessun organo marcito. Vabbè, tranne il fegato, ma quello dice il dottore che basterebbe uscire meno il sabato sera.
Mi sono rilassato, ho pensato che un buco laggiù non è una cosa così grave, e dopo un po’ ho anche smesso di pensarci.

Quando si sono manifestati i primi effetti non li ho collegati al buco, a tutti capita di non avere il coraggio di buttarsi da uno scoglio, e non provarci con una che ti piace è un po’ la stessa cosa: è vero che nessuno sbatte sugli scogli, ma se ogni tanto qualcuno muore vuol dire che è solo una questione di probabilità.
Poi è stato il momento di continuare gli studi, e mi sa che non me la sento. Io mica ne ho voglia, magari mi trovo un lavoro, che è più facile. Poi il lavoro che avevo trovato mi sembrava troppo complicato per me, e ne ho cercato uno più alla mia portata, solo che neanche quello mi andava bene, e scendi che ti riscendi sono finito a farne uno dove ci lavorava anche il mio compagno di scuola ritardato. Va detto che lui lo fa meglio di me, comunque.

La mia vita sentimentale non è andata meglio, per evitare di sbattere sugli scogli mi sono sempre accontentato di stare fermo in spiaggia ad aspettare che qualche ragazza meno sveglia delle altre mi inciampasse addosso. Non che mi lamenti, eh? Ho avuto una sfilza di fidanzate straordinarie dalle quali ho imparato un sacco di cose utili. Per esempio so cucinare il gallo pinto, che sarebbe un piatto a base di fagioli neri e riso, e adoro Calvin & Hobbes. Però, ecco. Per esempio quella di terza A che mi piaceva tantissimo non sono mai riuscito a parlarle, neanche quando ho scoperto che mi stava dietro. Bloccato, proprio. E allora ho capito che quel buco lì non ci doveva stare, che la sicurezza di sé è importante per spronarti a cercare il meglio per te stesso e non accontentarti di quel che arriva, perché se ti accontenti di quel che arriva non otterrai mai niente di buono. E mi sono detto che avrei cambiato le cose e sarei diventato finalmente padrone della mia vita!

È stato allora che ho scoperto il demone della procrastinazione. Perché io la volevo cambiare la mia vita, cazzo! Solo che prima dovevo scrivere delle cose, perché nel frattempo avevo scoperto di essere bravo a scrivere, o perlomeno che senza alcuno sforzo potevo tirare fuori delle cose decenti. Se ci fosse stato da sforzarmi non l’avrei mai fatto, perché tutti gli sforzi che faccio per portare a termine qualcosa finiscono rigorosamente nel buco, e pianto lì.

Sono arrivato a tre anni fa che mi era rimasto ancora qualcosa da scrivere, ma avevo quasi finito eh, poi mi sarei dedicato a cambiare la mia vita, e la mia fidanzata ha deciso che la vita me la cambiava lei, e mi ha spedito di casa. L’ho presa malissimo, ho fatto scenate, rotto le balle a tutti i miei amici e ai suoi, l’ho insultata, le ho detto che non la volevo vedere mai più, ma la verità è che avevo solo paura del mio buco. Cosa potevo fare se non sapevo fare niente? Chi lo avrebbe voluto uno con un buco laggiù? No, stavolta avrei fatto qualcosa di buono. E qualcosa di buono l’ho fatto, mi sono scelto un passatempo, e piano piano il buco è sembrato rimpicciolire, e col passatempo ho trovato anche una ragazza che il mio buco non l’aveva notato, oppure sì ma non sembrava dargli importanza, perché ne aveva uno grosso anche lei.

Fico! Magari riusciamo a riempirceli insieme! Poi mi sono reso conto che la frase si prestava a un casino di malintesi e sono arrossito. Lei ha riso e io mi sono innamorato del suo sorriso, perché era il sorriso più bello del mondo. Siamo stati innamorati come due adolescenti per esattamente 54 giorni, 17 ore, 51 minuti e 10 secondi, e sono stati il periodo più felice della mia vita, perché per una volta non ero stato fermo a farmi scegliere come nell’ora di ginnastica quando il prof decideva due capisquadra e loro chiamavano a turno quelli bravi, poi quelli decenti, poi gli stazzi, poi quelli che proprio non si potevano guardare, poi la bidella, poi il quadro svedese, e poi finalmente io. No, finalmente avevo voluto una cosa e mi ero sbattuto per ottenerla! Poi vabbè, sbattuto, le avevo detto che mi piaceva e lei aveva risposto anche tu, capirai, è stato più che altro culo, ma non toglie che sia stato un periodo in cui vedevo la mia vita a una svolta e mi sentivo pronto a raddrizzare ogni cosa, avrei cambiato lavoro, avrei cambiato città, animale domestico, marca di automobili, titolo di film, sarebbe stato fighissimo!!
Lei si è limitata a cambiare fidanzato. Ma neanche, si è ripresa quello che aveva prima.

È stato il momento in cui il mio buco che si era ridotto fino a sparire è diventato così grosso che ci sono caduto dentro, e per tirarmene fuori ho dovuto buttare via tutto quello che avevo nelle tasche, e poi tutto quello che avevo nella pancia, e poi tutto quello che avevo in testa, ed era veramente tantissimo. Ci ho buttato cose di me che neanche pensavo di avere, ci ho buttato altre persone, ci ho buttato mio padre, ci ho buttato famiglie di rospi e la colonia di topi che credevo se ne fosse andata e invece era ancora acquattata dietro la bile, ci ho buttato anche la bile, e il fegato, che tanto era da cambiare. C’è voluto un sacco di tempo, ogni volta che mi sembrava di riuscire a tirar fuori la testa scivolavo di nuovo e dovevo ricominciare, ma alla fine mi sono liberato, e mi sono sentito più forte di prima. Sarà che il buco era talmente pieno di roba che ci avevo buttato dentro che credevo si sarebbe limitato a sparire.

Mi sono messo a fare altre cose da capo, pensando che se era servito la prima volta sarebbe servito di nuovo, e infatti ho trovato altri stimoli, conosciuto altre persone, e quando è stato il momento di rimettermi in gioco ho sentito muovere delle cose laggiù, e ci ho trovato il mio amico buco. Si era mangiato tutto quello che ci avevo buttato dentro, e mi sorrideva. “Che c’è per cena?”, chiedeva.

“Eh, ci sarebbe questa ragazza..”
“Un’altra? Devo ricordarti com’è finita l’ultima volta?”
“Ma questa è diversa, dai. Mi sta dando prove certe che.. insomma.. sembra che ci tenga davvero”
“Certo, come quell’altra. Te lo sei fatto lasciare un curriculum?”
“Bah, non mi sembrava il caso..”
“Bravo scemo! E il libretto sanitario? E la fedina penale? E le referenze dei fidanzati precedenti? Che ne sappiamo che non è una scammurriata che scappa col malloppo appena ti giri?”
“Per quel che c’è da rubare, oramai. Ti sei mangiato tutto tu.”
“Metti che è una ladra di buchi!”
“Mi pare che ne abbia uno bello grande anche lei, se devo dirti.”
“Ah! Pure! E allora lo fai apposta! Hai visto cosa succede con quelle lì! Perché non te ne trovi una diversa, per cambiare?”
“Eh, non tutte le ragazze escono col buco.”

A dire il vero non lo sapevo se qualche ragazza si sarebbe detta disposta a uscire con un portatore non troppo sano di buco, mi ero di nuovo messo lì da una parte ad aspettare di vederne inciampare qualcuna, avevo notato questa e mentre ero lì che decidevo se ero pronto a buttarmi mi era crollata addosso, decretando così l’inizio della nostra relazione e anche un’ottima ragione per terminarla.
E sì perché la sicurezza di sé è una roba che quando costruiscono le persone non ce n’è mica abbastanza per tutti. Sarà che qualcuno fa il giro due volte e se la frega, ma secondo me il conto non torna comunque, perché quelli che non ce l’hanno sono troppi, e sembra che li incontro tutti io. Nella gara delle insicurezze certe volte arrivo secondo, ma non vinco un cazzo ugualmente.

C’è questo buco, laggiù, che si mangia qualunque cosa. Si mangia i tentativi che fai di vivere una vita normale, di avere una relazione stabile, un lavoro appagante. Si mangia la dignità di dire basta quando ti rubano dalle tasche, quando ti trattano come un cretino, quando ti usano. Si mangia il futuro perché non ti permette di immaginarne uno, si mangia il passato e te ne lascia una copia falsificata male, dove tutto era migliore di ciò che hai, anche quello che volevi buttare via.
L’unica cosa che non si mangia sono i topi, quelli non se ne vanno mai, e squittiscono e ti mordono le dita, e di notte non ti lasciano dormire più.


je ne sais pas conduire pas même un cerf volant

Siamo arrivati al 2016 con una tecnologia talmente evoluta da poter fotografare un alieno su Plutone e taggarlo su facebook, possiamo ricostruire il passato del nostro pianeta con una precisione tale da riuscire ad affermare che i dinosauri si sono estinti un lunedì mattina di febbraio, abbiamo robot che si costruiscono da soli, software di riconoscimento vocale, tattile, anche facciale, sebbene mi confondano sempre col mio amico Francesco, eppure il nostro mondo interiore è governato da leggi che non sappiamo gestire. Siamo più in grado di orientarci in mezzo a Pechino senza conoscere una parola di cinese che nella nostra sfera affettiva.

Guardo una foto della mia ex su facebook e non sono in grado di definire l’emozione che mi suscita: è astio o desiderio? Da una parte vorrei strangolarla, ho preso più calci con lei che in una partita a calcetto fra ubriachi, ma dall’altra mi sento ancora disposto a sedermi a un tavolo e capire cosa si può aggiustare. E non è che quando stavamo insieme fosse più facile, il mio pendolo emotivo si spostava senza sosta dalla voglia di costruire qualcosa insieme a quella di correre il più lontano possibile dai pericoli di una relazione. Che poi era la ragione per cui mi pigliava a calci, sostanzialmente.

E se mi guardo intorno non vedo una situazione migliore. Una mia conoscente si è innamorata del bello e dannato dei fumetti giapponesi, quello talmente finto e pieno di sé che perfino l’autore ad un certo punto lo odia e gli fa fare una fine orrenda. Peggio per lei, mi ha rifiutato e per questo si merita le ragnatele nelle mutande, ma il punto è che il disagio è diffuso e nessuno ha idea di come arginarlo.

Quelli bravi pongono il limite molto in alto, e salvo evidenti ragioni per chiudere e andarsene, tipo tendenza al tradimento, scarsa igiene intima, genocidio, investono in ciò che hanno e lo fanno diventare la storia della vita, quella che ti completa e ti fa morire sentendoti una persona fortunata.

Gli altri, quelli come me, come la mia ex, come Ragninellemutande, vogliono tutto e subito, e rifiutano il compromesso, la costruzione. Ma quello non è amore, è egoismo, paura e coda alle poste. Che poi sono una grossa fetta degli ingredienti che la compongono, quella cosa che per convenzione definiamo amore.

Ci siamo imbevuti di racconti fantastici di persone che sbattono contro qualcuno sulla porta di una libreria e la loro vita è cambiata. Non dico che non possa succedere, ma è molto raro che avvenga, e se stai ad aspettare l’incontro magico rischi di trovarti a quarant’anni con tanto trucco sulla faccia da somigliare più a Bozo il clown che a una donna, nel vano tentativo di nascondere le rughe e il terrore di restare da sola. Nel caso di un uomo il passaggio a Bozo è più facile perché non usi cosmetici, devi solo fare il cazzone e sbattere torte in faccia ai conoscenti, haha, sei proprio una sagoma.

Sto parlando di amore perché tutto il mio ragionamento è scaturito da lì, ma la nostra incapacità si manifesta in un sacco di altri campi, ed è sempre letale. Non c’è bisogno di essere una cellula dormiente di Al Qaeda per sapere che la nostra condotta ci rovinerà la vita, basta un lavoro insoddisfacente o vivere in un posto orrendo. Non sto parlando necessariamente di me, sono sicuro che Ronco Scrivia sia un paese meraviglioso e ricco di cose da fare; se non sono un cinghiale il problema è soltanto mio.

E anche qui ci sono persone che si scrollano di dosso l’apatia e lavorano sodo per correggere ciò che non funziona, e altre che il momento più alto della loro giornata è quando litigano col tizio che vuole essere l’unico a portare a spasso il cane senza guinzaglio.

È come essere avvolti da una pellicola trasparente, che ci permette di percepire quel che avviene all’esterno, ma ci blocca i movimenti, e certe volte anche le emozioni, e tutto quello che ricevi e trasmetti è attutito.

Ci è nevicato dentro. All’inizio è figo, fai i pupazzi, ti prendi a palle da solo, e il freddo impedisce alle terminazioni nervose di farti provare dolore, ti scivola tutto addosso, possiamo restare così per sempre? Alla peggio quando mi stufo vado a farmi una cioccolata calda e rimetto a posto, tanto è solo acqua, no? Se alzi la temperatura asciuga da sola..

Oymyakon è un villaggio della Siberia, dove la temperatura media durante l’inverno è -45°, e l’inverno dura più o meno tutto l’anno, visto che il ghiaccio sulle strade non si scioglie mai. Tu ci arrivi e pensi di aver trovato il paradiso dello slittino, ma quando scopri che c’è gente che il sole l’ha visto l’ultima volta venticinque anni fa e che per far partire la macchina devi accenderci un fuoco sotto capisci che forse avresti dovuto informarti meglio del perché la casa che hai comprato in pieno centro costava così poco.

Dicevi, della cioccolata calda?

Eppure dovrebbe essere facile. Cosa ci impedisce di attivare le misure necessarie a migliorarci quando sono bene evidenti e si tratterebbe solo di seguire i punti da A a Ndatevenaffanculo? In milioni di anni di evoluzione non siamo stati in grado di sviluppare un rilevatore di cazzate che ci avvisi quando la nostra vita sta andando a puttane, eppure dovrebbe essere più facile che farsi crescere un pollice!

E invece andiamo avanti a caso, sperando che vada bene, e non ci rendiamo conto che magari il nostro comportamento sta facendo male a qualcuno, finché un giorno non riceviamo un messaggio riassumibile in “sei un bastardo, muori”.

Dovesse capitarvi di ricevere un messaggio del genere vi consiglio un esame di coscienza piuttosto dettagliato, partendo dalle seguenti domande:

  • Alla persona in questione ho sterminato la famiglia a colpi d’ascia?
  • L’ho abbandonata in autostrada?
  • Mi sono intrattenuto con altre donne/uomini/cavalli?
  • L’ho offesa, maltrattata, obbligata ad accompagnarmi al cinema a vedere Deadpool?

Se la risposta a tutte le domande è no è probabile che anche voi siate stati vittima del Comportamento Del Cazzo Involontario, una conseguenza diretta di tutti i discorsi qui sopra e di altri fattori non meno importanti, quali paura di assumersi una qualsivoglia responsabilità, esperienze negative pregresse, aridità di spirito, secchezza delle fauci.

Pare determinante anche il fatto che la vostra ragazza sia una testa di cazzo. Perché non è mica facile mettere d’accordo due personalità già formate e inquadrate, gli angoli si smussano meglio finché sono teneri, poi ti tocca tenerli così, e l’unica possibilità per non sbucciarti le caviglie è ricordarti dove sono e tenertici alla larga. Le persone complicate si somigliano tutte, e generalmente non vanno d’accordo fra loro, perché i problemi non si escludono a vicenda. Non è impossibile, è anche divertente e di sicuro non ci si annoia mai, ma ci vuole tempo e parecchio impegno. Se ti aspetti di trovare la strada spianata e una storia da romanzo rosa è meglio che cerchi altrove, le possibilità non mancano.

Già. Ho detto che ci sono due categorie, quelli bravi e quelli come me, ma ne esiste una terza, la più ampia, quella che comprende tutti gli altri, gli ignari, quelli che leggono questo post e commentano “ma quanti problemi inutili ti fai!”. E hanno ragione, perché se appartieni a quella categoria non contempli l’esistenza di nessun’altra, è inutile crearsi dei problemi dove non ci sono.

Sono quelli che per insegnare a un muto a parlare gli dicono che basta aprire la bocca e parlare, e il muto vorrebbe potergli rispondere graziealcazzo, ma la sua condizione di muto non glielo permette, così li ignora. Lo facciamo anche noi, e ci stanno pure sul cazzo, così proiettati verso una vita serena. “Troppo facile avere la lucidità di quelli che non sanno camminare”, diciamo, e torniamo a sbirciare le foto dell’ex, chiedendoci se a loro sarebbe andata diversamente.

“Nah, la mia ex fidanzata è troppo sofisticata per cascare fra le braccia di questi cialtroni”, ti dici. Poi la incontri dopo un mese avvinghiata a uno con la felpa AVIAZIONE o PALESTRADACICCIO o quello che andrà di moda in quel momento, basta che sia scritto gigante, sennò dall’altra parte della città non lo capiscono che sei un fico, e pensi che allora non avevi capito proprio un cazzo, e ricominci a porti le stesse domande da capo.