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agosto blog mio non ti conosco

cellulinoTempo di acquisti avventati, mi sono comprato un cellulare nuovo quando il vecchio ho deciso che non se ne poteva più di vederlo ignorare le conversazioni e chiudermele in faccia. Già che c'ero l'ho scelto fico, schermo tattile, applicazioni da scaricarci dentro, navigatore se mi venisse voglia di diventare marinaio, radio, che nel vecchio mi è mancata un casino, specie ai matrimoni di amici combacianti con le partite del Genoa. Non è l'aifon, non ce li spendo tutti quei soldi per un telefono, e non è il suo rivale di google, che peraltro mi sarebbe molto più simpatico, è un cugino povero che assolve comunque molto bene le sue funzioni, e pazienza se per scrivere un messaggio devo riempire lo schermo di ditate.

san lorenzo

Ho parlato di acquisti al plurale, giusto? E infatti non è stato solo il mio lato nerd ad aver ricevuto soddisfazione, ieri sera ho recuperato dai cinesi di Sottoripa un comodo cavalletto per la macchina fotografica, che mi tornerà utilissimo nelle imminenti ferie vista Atlantico.

Il terzo acquisto soddisfa invece il Pablo più istintivo, quello legato a doppio filo con le passioni sanguigne e plebee, e me lo userò stasera per entrare a Marassi. Forza vecchio Grifo!

nord
 

Parlando d'altro, il mio fan club su facebook ha raggiunto quota 51 fra amici, simpatizzanti e molestatori, a cui devo aggiungere la ventina che mi segue su tumblr. Non siamo ai livelli degli iscritti ad ARTErnativa, ma per qualcosa che aggiorno di rado non c'è male, fa venir voglia di rimettersi a lavorare con costanza. A proposito, il mio romanzo è di nuovo fermo, ma stavolta non è per mancanza di ispirazione, sono le vacanze estive a tenerlo inchiodato.


che palle

E’ un po’ che mi astengo dal commentare il corso degli eventi, ma è a causa di un’irrefrenabile spinta a non fare una minchia che mi ha incollato al mouse a giocare a qualunque videogioco possibile. Si vede che ultimamente avevo bisogno di uscire un momento dalla realtà per andare a comprare le sigarette e magari sparire e rifarmi una vita in un altro universo, dove certe cose non succedono, la politica è seria, le persone ragionano e le partite di calcio sono solo un corollario divertente di una domenica pomeriggio in cui non c’è proprio altro da fare.

Domenica pomeriggio non avevo proprio altro da fare e mi sono visto la mia prima partita del mondiale sudafricano, Italia – Nuova Zelanda. Il Paese del calcio contro quello del rugby, doveva essere come vedere Superman battersi col Grande Puffo, una formalità, e invece è finita unoauno, ma solo perché da noi abbiamo una maggiore esperienza nel tuffarci in area, se quello su De Rossi davanti alla porta era un fallo da rigore io sono Gargamella.

Le considerazioni sulla partita sono poche, abbiamo una Nazionale rinnovata parecchio, ma i soliti senatori resistono e il più delle volte sanno di stantìo, Camoranesi e Cannavaro sono inguardabili da un po’, ma non si può dare la colpa ai soliti se il gioco non c’è; per esempio quello che sembra uno spartano senza scudo, come si chiama, Zambrotta, ha fatto un partitone. Il problema è che manca il gioco di squadra, se lo stanno a menare a centrocampo e nessuno che provi a buttarla dentro. Quelli a cui l’Italia getterà addosso la croce della mancata qualificazione quest’anno sono Gilardino e Iaquinta, due figure leggendarie nel senso che tutti hanno letto i loro nomi nella formazione, ma nessuno li ha ancora visti in campo. Il Mondiale scorso era stato Toni a beccarsi la coppa di peggior attaccante, e oggi se l’è comprato il Genoa. Se di fronte alla manifesta incapacità di quest’ultimo ci metteremo di nuovo sul mercato per una punta “ancora in grado di stupire” so già a chi ci rivolgeremo.

E vabbè, la prossima sarà di giovedì pomeriggio, se qualcuno viene a chiedermi di fare continuato per uscire alle quattro gli faccio un levone.


tributo ai vecchi tempi (un reblog)

Considerate la vostra scemenza

Davvero lascereste casa e lavoro per correre dietro alle sottane di quella scopa di Olivia? E per lei fareste a botte con Bracciodiferro, accettereste di avere per mamma la Stregadelmare, vi fareste crescere barba e pancia? Ma dai, fatti non foste a viver come Bruto!

E poi lo diceva anche Giulio Cesare, “Tu quoque Bruto!”, e voi pure, Quiquoqua! Ma nopn vi siete ancora accorti che Paperinik, il vostro idolo mascherato, non è altri che vostro zio? Hanno addirittura lo stesso nome! E si che ve la tirate anche da Giovani Marmotte.

Ma non preoccupatevi, c’è chi sta peggio di voi, gli abitanti di Metropolis per esempio. Il loro paladino non fa alcuna fatica a celare la propria identità dietro un comunissimo paio di occhiali. Si vede che a Metropolis sono più scemi che a Savignone..

Questa storia del travestimento mi ha sempre lasciato perplesso. Anche i supereroi mascherati, Batman, l’Uomoragno, come fanno a truccare la voce? Il commissario di Gotham City è amico di Bruce Wayne e del suo alter ego da molti anni, eppure non si è mai accorto di avere di fronte la stessa persona, ma com’è possibile? forse Bruce Wayne quando indossa il suo costume fa l’accento abruzzese?

Secondo me la verità è un’altra..

Dal diario del Commissario Gordon

..l’agente Smith si affacciò alla porta del mio ufficio: “Commissario, il Joker ha colpito ancora!”

Ci risiamo. Il Joker. Mai una rapina in banca, un marito geloso che spara alla moglie, gli unici casi di cui ci occupavamo a Gotham riguardavano persone che si vestivano da pagliacci e cercavano di avvelenare tutta la città col gas esilarante, o da pinguini, e allora la minacciavano con un ombrello esplosivo, o da gatti, e perdevano i peli.

Niente di strano quindi che il difensore della città fosse un uomo che si faceva chiamare Pipistrello.

Il suo vero nome era Bruce Wayne, uno schizzato miliardario che viveva col suo maggiordomo nella villa in collina. Quando hai troppi soldi c’è il rischio che perdi il senso della realtà, e lui l’aveva perso veramente bene, si vestiva da pipistrello e andava in giro a picchiare i criminali.

Ci dava una grossa mano eh, i piccoli malfattori lo temevano, e quegli altri matti della sua risma finivano continuamente rinchiusi al manicomio Arkham.

Per questa sua collaborazione, giù alla stazione di polizia si cercava di dargli una mano, e facevamo finta di non sapere chi fosse in realtà, lo chiamavamo Batman, e non Bruce Wayne, e anche quel suo piccolo vizietto dei ragazzini si cercava di tenerlo una cosa nascosta.

Wayne adottava orfanelli, li tirava via dalla strada e se li prendeva in casa. Sbandati, potenziali delinquenti, andavano a vivere da lui e godevano di tutti i benefici della sua posizione.

Un benefattore, secondo le beghine della città, ma loro non conoscevano tutta la storia, non sapevano che sotto la villa si celava una caverna, e che nell’oscurità i bambini venivano abbigliati con una calzamaglia verde e iniziati a chissà quali nuove esperienze.

La polizia ne era al corrente, come lo era il sindaco e tutte le associazioni che contavano in città, ma tutti si voltavano dall’altra parte, nessuno aveva interesse a mettersi contro Wayne. Era un filantropo, aveva costruito ospedali, case di riposo, aveva finanziato la campagna elettorale del primo cittadino e si era schierato al suo fianco nelle battaglie importanti. Il museo d’arte era il più ricco del Paese, ogni mese i suoi saloni si arricchivano di opere inestimabili, venivano allestite mostre che portavano a Gotham i capolavori di ogni parte del mondo.

Ovvio che quando vi fu quel fattaccio di Jason Todd si fece il possibile per insabbiare la responsabilità del miliardario.

Todd era il suo attuale pupillo, un ragazzino che aveva tirato via da una vita di orfanotrofi e riformatori. Lo aveva introdotto nell’alta società e sgrossato dei suoi modi grezzi. Sarebbe morto comunque, diciamolo, Wayne non fece che rimandare l’inevitabile, gli regalò qualche anno in più.

Lo ritrovarono in una discarica, vestito con la solita calzamaglia attillata che tutti conoscevano molto bene. Bruce Wayne non ebbe neanche bisogno di costruirsi un alibi, se ne trovò subito pronti una decina, garantiti dalle massime autorità cittadine, tutti giuravano di avere trascorso con lui la sera incriminata, si inventarono una doppia vita del giovane, un presunto amico tossico che non venne mai ritrovato e la cosa finì lì.

Attivai il Batsegnale, un faro che proiettava in cielo il simbolo del pipistrello.

Ce lo aveva procurato lui, Batman. Per costruirlo si era chiuso una settimana nella Batcaverna, con la registrazione di tutte le puntate di Art Attack.

I preziosi consigli di Giovanni Mucciaccia avevano sortito un buon risultato, ma con tutta quella colla vinilica il Batsegnale puzzava più di una fabbrica di solventi, tanto che avevamo dovuto sistemarlo sul tetto del palazzo.

Il simbolo del pipistrello si dipinse sulle nuvole. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se avessimo voluto contattare Batman in una notte stellata, per fortuna non successe mai.

Si, nel caso avrei avuto il suo numero di cellulare, ma mi spiaceva usarlo, non volevo urtare la sua sensibilità.

Udii un rumore alle mie spalle, e quando mi voltai l’uomo mascherato mi stava di fronte.

“Phantom, che cazzo ci fai tu a Gotham City? Dovresti essere nella giungla coi pigmei!”

“Hai parlato dell’Uomo Mascherato, no? Ed eccomi qui!”

“No, io ho parlato dell’uomo mascherato, minuscolo. Mi riferivo a Batman!”

“Aah scuusa! Cosa vuoi, con tutti questi nomignoli è un attimo confondersi.. Senti, ti ho già mostrato il mio anello col teschio?”

“Si, e anche la foto dei gemellini. Adesso per favore vattene, che il tuo lupo mi sta pisciando sul batsegnale.”

Nel frattempo era arrivato anche l’uomo pipistrello, la sua batmobile andava davvero forte, dalla collina alla centrale di polizia ci metteva meno di cinque minuti. Vero che non rispettava neanche un semaforo, ma tanto sapeva che poi le multe gliele toglievamo sempre.

“Batman, il Joker è di nuovo in circolazione!”

“Che ha fatto stavolta?”

“Ha rubato al museo la Monnalisa di Leonardo. Dice che se non gli paghiamo il riscatto le dipingerà un sorriso a trentasette denti e le farà tutti i capelli verdi. L’ambasciatore francese mi ha minacciato di morte se non la recuperiamo, e il sindaco minaccia di farmi sostituire!”

“Maledetto criminale!”

“Chi, il sindaco?”

“No, Joker! Ho capito il suo piano, vuole trasformare Monnalisa nella Jokonda! Ma glielo impedirò!”

“Come farai a trovarlo?”

“Facile, stasera gioca il Genoa, sarà sicuramente allo stadio in tribuna d’onore”

“Ma non quel Joker, deficiente! Sto parlando del supercriminale!”

“Ah ecco, mi pareva.. vabbe, non lo troverò certo stanotte, ormai siamo all’ultima pagina. Dovremo aspettare il prossimo numero.”

“Ach! Dannati fumetti mensili!”


la sconfitta del Pablog

E’ inutile, ormai devo ammetterlo anche con me stesso, e non solo coi giornalisti che affollano il mio vialetto: il Pablog non ha più senso di esistere, tanto vale chiuderlo.

Perché il blog è un mezzo di comunicazione ormai superato, ci sono i tumblr, c’è feisbucc, c’è twitter, strumenti con cui puoi dire quel che ti pare in una riga, senza doverti sbattere a comporre frasi, mettere la punteggiatura, addirittura andare a capo!

E poi non c’è questo cazzo di impaginatore automatico di splinder che ti fa saltare una riga ogni volta che schiacci invio, poi no, poi si di nuovo, in base a come si svegliano la mattina i gestori del sito.

E basta, via, non c’è più speranza per i blog, oramai viviamo in un mondo frenetico in cui nessuno ha più voglia di andare a capo, si usano le k al posto delle ch, per essere amico di qualcuno ti basta sapere cosa sta facendo in quel momento in tre parole, e dei blog non frega più niente a nessuno.
E’ naturale che anche il Pablog subisca la crisi in corso, e accetti il suo declino come un inevitabile segno dei tempi.

Peccato, perché mi sarebbe piaciuto continuare a scrivere le mie cazzate e magari diventare uno scrittore famoso, magari essere interpellato un giorno sul treno da una fanciulla fascinosa che passa, mi vede, si ferma e mi fa:

– Ma tu sei Alessandro Baricco!
– Veramente no – faccio io, un po’ scazzato. Che non mi va di spacciarmi per un altro e rifulgere dell’altrui gloria. E poi proprio Baricco, dai, con tutti gli scrittori simpatici che ci sono!

Solo che lei insiste – Ma si che sei Baricco! Hai i riccioli! – come se gli scrittori si dividessero in due categorie, quelli pelati e Alessandro Baricco. In un mondo così gli scrittori dai capelli a caschetto non sarebbero considerati tali, e ci sarebbero frotte di malintenzionati parrucchieri appostati davanti a casa di Federico Moccia, armati di pettine e phon.

– E stai anche scrivendo su un quadernino!

Non mi va di spiegarle che sto andando allo stadio, e sul quadernino appunto magari la probabile formazione, o faccio il sudoku, e lei si siede. E cosa può fare un povero scrittore sconosciuto seduto su un treno con una bella ragazza che non chiede altro che di conoscerlo e poi magari giacere con lui, anche se probabilmente non lì, che i sedili sono tutti sporchi e chissà che malattie si possono prendere due che ci giacessero insieme sopra?

– Vabbè dai, sono Alessandro Baricco.
– Lo sapevo! – esulta lei, battendo le mani tutta eccitata – Vai a Genova per lavoro?

Evidentemente una sciarpa rossoblù, un berretto con un grosso grifone sopra e un maglione con scritto a caratteri cubitali Gradinata Nord non le fanno venire in mente altro che uno che sta andando a lavorare. Non sarebbe neanche sbagliato, se fosse la società calcistica a pagare me e non il contrario.

– Più o meno. Sai, vado a girare un po’, in cerca di ispirazione.. Qua e là..
– Per il tuo nuovo romanzo! Di cosa parla? E’ ambientato a Genova? Quando esce? Che personaggi assurdi ci sono? Un conte che ha perduto la memoria delle scarpe? Una donna incinta di un quadro? Un bambino che gioca col suo babau? E come si intitola? E sarà più fantastico di Oceanomare? Più sognante di Seta? Più arrabbiato di Castelli Di Rabbia? Più noioso di City?

Si, ma io mi aspettavo una bella ragazza compiacente e più che altro silenziosa, che si limitasse ai fondamentali: “Sei Alessandro Baricco! Scopami!”, non uno spruzzatore fonetico! Per farla smettere di parlare dovrei spararle, e ho soltanto una penna. Forse potrei piantargliela in un occhio..

E’ un fiume ininterrotto di sillabe quello che mi sta riversando addosso, cerco di infilare un piede, piano piano, per passare di là, ma la corrente è impetuosa e finirebbe per trascinarmi via.

– Il.. il titolo.. il..

Niente da fare, non si ferma mai, e dove vai a Genova, e conosci qualcuno, e io ho lavorato in una libreria, e hai mai letto questo, e hai mai visto quest’altro, e checcazzo! Le mollo un calcione su uno stinco, e prima che possa riprendere attacco a parlare io.

– Il titolo non ce l’ho ancora, di solito lo decido alla fine. E anche la trama, per adesso è più che altro un’idea. Per questo sto andando a Genova, per..
– Assorbire l’atmosfera! E’ così! E poi la trasformerai, la plasmerai in quel modo così unico che hai tu di raccontare le cose, fatto di sensazioni così solide da poterle toccare, e quei personaggi così incredibili, che non li troveresti mai in nessun altro libro, perché solo nei tuoi trovano una loro ragione di essere, con quelle atmosfere rarefatte che solo tu sai descrivere così bene, con quei colori tenui come un quadro ad acquerello..

Ma chi ho incontrato, una bella ragazza incredibilmente logorroica o la versione letteraria della Cancellieri? Riattacca a parlare e ancora una volta quello che dall’esterno potrebbe sembrare una conversazione amichevole si trasforma in un monologo ossessivo. Sta cominciando a rompermi il cazzo questa qui, bella o no, preferivo come stavo prima, con la sola compagnia del mio quaderno con l’elastico e la penna che scrive male.

– La conosci bene Genova?
– Si, certo – rispondo meccanicamente, prima ancora di rendermi conto che ha smesso di parlare.
– E perché la conosci bene, se sei di Torino? Ci hai abitato?
– Ci ho abitato? Ah si, certo, ci ho abitato. Da studente, sai..
– Ah, e dove abitavi?

Non è che voglia proprio inventarmi una balla gigantesca; certo, la propensione innata a raccontare fesserie mi spinge sempre a portare ogni dialogo sulla supercazzola, ma stavolta ci sono trascinato di peso. Un disegno sempre più preciso si delinea in me, per ogni parola che aggiungo. Non devo fare altro che raccogliere i pezzi che la mia mente mi offre, e legarli insieme.

– Stavo con una persona che abitava alla Foce.
– Ah si? – fa lei – Con una persona?
– Si, è stato il mio amore più grande, sai, una di quelle passioni travolgenti che ti avvolgono come una slavina su una pista da sci, e ti fanno sentire freddo, bagnato e senz’aria, ma che sono così belle che non puoi farne a meno.

Mi guarda con la bocca spalancata, già partita per vivere il nuovo romanzo di Baricco confezionato solo per lei. A quanto pare le storie d’amore tormentate esercitano sempre una forte attrazione sulle menti deboli. Come un novello Obi Wan Kenobi piloto i suoi pensieri verso una direzione che io ho stabilito..

– Sai, era una persona veramente speciale, così piena di passione, di stimoli, forse è a lei che devo il mio mestiere di scrittore. Forse ho cominciato a riportare i miei pensieri perché ne producevo così tanti da non riuscire più a contenerli.
– E come si chiamava questa persona? – mi chiede con voce sognante.
– Luigi.

Il ritorno alla realtà è così violento che le fa sbattere la schiena contro il sedile. Mi guarda come se l’avessi schiaffeggiata, il suo scrittore preferito, colui che cucina i cuori delle donne nella fricassea dell’amore ha avuto un’esperienza omosessuale!
Continuo a parlare, bene attento a non cambiare tono di voce, cerco di trasmetterle quella carica di sentimento che anela di ricevere, e pian piano la vedo che si lascia andare, si abbandona ancora una volta alla fantasia.

– La cosa incredibile era che la differenza di età fra di noi sembrava sparire. Era così intelligente, e dolce, e premuroso, e aveva delle mani talmente leggere, mioddìo..

La ragazza torna a dondolarsi nel cuore del racconto, una fantastica storia d’amore più forte di ogni pregiudizio; si abbandona un’altra volta, socchiude gli occhi, e capisco che è arrivato il momento della spallata finale:

– Non avrei mai creduto che un ragazzino di dodici anni possedesse tanto amore. Credo che la mia passione per i minorenni sia nata allora.

Si alza di scatto, prende la borsa e la giacca e fa – Devo scendere alla prossima, arrivederla! – e io posso tornare a scrivere le mie cazzate in santa pace.

In fondo mi spiacerebbe non diventare uno scrittore famoso, quasi quasi il blog lo tengo aperto ancora un po’.


da Godfadder

Mi chiama mia sorella, immagino voglia sapere com’è andata la mia prima pizza, e non le rispondo. E’ andata male, come vuoi che sia andata? Mai impastato niente in tutta la vita, mi mancano i rudimenti basilari per cucinare anche una pastasciutta, sarebbe come prendere uno studente di terza media e chiedergli “Hai mai riparato il tuo motorino? No? Allora vieni, che ti faccio montare lo shuttle”.

Mi richiama. Stavolta rispondo, non posso nascondermi per sempre alla sua ironia, ma a sorpresa non vuole chiedermi come mi è venuta la pizza, mi dice che il 28 settembre sono invitato al battesimo di suo figlio Alessandro. “Alle tre. Devi esserci, sei il padrino”.

Le mie rimostranze hanno ben poco a vedere col fatto che a quell’ora ci sarà Fiorentina-Genoa, io non l’ho mai fatto il padrino, non so neanche da che parte si cominci..

“Beh, documentati”, mi dice mia sorella prima di riagganciare.

Per prima cosa mi scarico tutta la discografia di Nino Rota, tanto per entrare in tema, quindi mi sparo la trilogia in un giorno, dalla mattina al tardo pomeriggio. Non contento inizio a giocare al videogioco ispirato al film, giusto per completezza.

La notte ovviamente ho gli incubi a tema:

sogno di essere in chiesa, vestito di gessato scuro. Accanto a me Marzia sfoggia una coppola calata sugli occhi e un paio di baffetti laccati, porta una lupara a tracolla e tiene uno stecchino fra i denti.

Il parroco mi chiede se sono cresimato, e subito Marzia gli mostra la lupara, commentando che certe domande sugnu dilicate, e che farebbe meglio a farsi liccazzisua.

Il parroco non si dà per vinto, e piantandomi il suo dito nodoso nella pancia mi spiega che essere un padrino è una grossa responsabilità, che dovrò essere la guida spirituale di questo bambino, e lo ripete, guida spirituale, guida spirituale, guida spirituale..

“..Guida spirituale! Guida spirituale!”nipoterie

Mi sveglio in un bagno di sudore, sono le undici e mezza, Marzia è andata a lavorare, non l’ho neanche sentita alzarsi. Sento un dolore sordo dove il parroco ha piantato il suo dito, e mi sollevo la maglietta temendo di trovarci un livido.

Non ci sono segni, ma la pancia è gonfia e mi fa male; non avrei dovuto mangiarla quella pizza, non era abbastanza lievitata.

Le parole del prete risuonano ancora nelle orecchie, e mi fanno male alla coscienza: mi rendo conto di non essere la persona più indicata a fare da guida spirituale a un bimbo, io che alla cresima sono stato preso a scopaccioni dal parroco perché giocavo coi giochini dell’orologio digitale, io che l’ultima volta che sono stato a messa è stato per il funerale di mia nonna, io che il prete non viene neanche a benedirmi la casa.. vabbè, quello è colpa di Marzia.. comunque no, non sono adatto a questa responsabilità, è meglio che chiedano a qualcun altro!

Chiamo mia sorella, ma il telefono è occupato. Decido di andare a dirglielo di persona, mi metto le scarpe, la coppola, infilo la testa di cavallo in un sacco ed esco. Per la strada riscuoto il pizzo da un paio di negozianti, mi sento un po’ meglio, ma giunto sul sagrato della chiesa vengo assalito nuovamente dai sensi di colpa, maledetta educazione cattolica!

Non so cosa mi prenda, forse il panico, forse i peperoni, varco il portone in ferro battuto e mi presento al parroco:

“Buongiorno padre”, gli sussurro.

“Buongiorno figliolo, non c’è bisogno che parli a voce così bassa”, mi risponde.

“Noo, lei non capisce, è il personaggio che lo impone”, e lui chissà cosa capisce, perché mi risponde “Nostro Signore ci sente benissimo!”

“Vede Padre”, gli dico per cambiare discorso, “sono venuto qui perché ho dei problemi”

“Tutti quelli che entrano qui hanno dei problemi, e cercano di risolverli scaricandoli su qualcuno che non si lamenta mai, e se ne sta lì in croce in silenzio”

“No, ma i miei sono causati proprio da lui, vede, sono stato scelto per fare il padrino a un bimbo, ma la mia fede.. insomma..”

“Mi stai dicendo che non credi?”

“Beh ecco..”

“Non hai fede?”

“Eh dipende cosa intende..”

“La fede, fratello mio, è quella cosa che ti dà speranza quando non ce n’è, quando le difficoltà ti soverchiano, e tutto ti dice che non è il caso di andare avanti, ma tu credi che migliorerà, perché qualcuno più in alto di te ha posto la sua mano su di te..”

Il suo discorso mi ha fatto venire Genoa-Juve, come credevamo che il gol di Nedved avrebbe aperto le danze, e invece all’ultimo momento Juric è entrato in area e ha scavalcato il portiere con un siluro insidioso sotto la traversa. Sorrido.

“Vedi? Lo capisci anche tu cosa vuol dire avere fede, speranza. Io non credo che la fede ti abbia abbandonato del tutto, si è solo ritirata in un angolo, e aspetta che tu la riporti alla luce.”

In effetti quando si parla di guida spirituale non si specifica di quale religione, e io mio nipote ho tutta l’intenzione di portarlo sulla via della stessa perdizione che ha rapito la mia anima: il calcio e la musica.

“Vai a messa, figliolo?”

“Si, padre, tutte le domeniche”, gli rispondo, e non mento neanche, che per quelli come me la partita è un momento di comunione spirituale.

“E allora qual è il problema? Sii pure il padrino di tuo nipote, sei perfetto per quel ruolo!”

“lo credo anch’io padre, grazie mille!”

Me ne vado più sereno, e poi dicono che la risposta ai tuoi problemi non la troverai mai in chiesa!


il matrimonio

Qui dovrei raccontare della giornata di domenica, il matrimonio, non accennare alla partita perché mi sono imposto di parlare di Genoa solo in apposita sede.. A proposito, da qualche giorno campeggia nella colonna di sinistra il banner del nuovo multiblog che abbiamo aperto con gli altri cazzari, dedicato alle sfighe della nostra squadra del cuore, l’abbiamo chiamato Nube Che Corre, nome che a più di un tifoso farà rizzare i peli.

Dovrei, dicevo, raccontare di domenica a Moneglia, cittadina che non conoscevo se non per i racconti di uno che ci andava con la sua ragazza che però non stavano insieme e infatti non si vedevano mai però si vedevano sempre, e che alla fine l’ha piantata però continuava a starci insieme. A me Moneglia ha sempre fatto venire in mente persone complicate, sarà per quello che arrivando mi ha preso l’ansia, oppure perché ci si arriva attraverso una serie di tunnel lunghi lunghi e stretti stretti e dietro di me c’era una che ascoltava a tutto volume Filcollins.

Poi non è che ho visto granché di Moneglia neanche dopo, giusto i Bagni Letizia dove ho preso il caffè scecherato prima della cerimonia e la sede della Croce Azzurra dove ho seguito la partita durante. Finite partita e matrimonio ci siamo rimessi in coda per raggiungere il ristorante, e di quello non ho da raccontare niente, quindi farò quel che ho fatto domenica, ascolterò la radio.

Ci sono i Gansenrosis che cantano Doncrai, che mi riporta di botto agli ultimi anni di scuola, è l’unaetrentacinquecirca come in una canzone di Capossela che però allora non ascoltavo, sono fuori dal portone del Firpo in Via San Vincenzo, quello con le palme davanti, a cui manca un pomo, lo so perché me lo sono fregato io il giorno che ho dato l’orale alla maturità. Sto aspettando qualcuno, escono tre ragazze di seconda, ricordo quella di mezzo perché era una delle più carine dell’istituto, e quel giorno cantava a squarciagola Donciucraaaiaaai tunaaaait, che era appena uscito il singolo e in giro non si sentiva altro, magari però cantato meglio, ma va detto che lei l’avrei baciata più volentieri che Acselros.

Nel frattempo siamo arrivati al ristorante a Molinetti, un buffet abbondante e variegato è distribuito per tutta la terrazza, c’è un simpatico cameriere che ti offre “la sua fetta di piadina al formaggio che mi aveva chiesto, signore”, che ti chiedi se abbia bevuto e la accetti per cortesia, ed è rovente e ti ustioni e lui intanto se la ride e ne offre a qualcun altro, e allora non hai bevuto sei un bastardo di cameriere di merda spero che ti venga il cagotto e ci siano tutti i bagni occupati e ti tocchi farla in un cespuglio e senza volere la faccia sul cane di un cliente che si metta a guaire e corra fuori tutto sporco di merda e tutti gli invitati ti scoprano con le braghe calate e ti ridano dietro come hai fatto tu con loro tranne la padrona del cane che da ridere avrà ben poco.

Alcuni bambini si preparano a una gara di tuffi nella vasca dei pesci rossi, i genitori tentano di distoglierli dall’insano proposito, e una tizia mi si avvicina: “Scommetto che non ti ricordi di me”.
“Certo che mi ricordo di te”, rispondo. Anche perché me lo chiede tutte le volte che mi incontra, e ogni volta non riesco a camuffare quell’intonazione particolare nella voce che sta a significare “Francamente speravo di non incontrarti ancora”. Come Highlander la mia mente fa un altro balzo all’indietro..
La compagnia più noiosa del mondo era composta da un paio di truzzi tutti macchina e discoteca, due ragazze iscritte a giurisprudenza che parlavano solo delle proprie scarpe, uno che aveva visto gli ottoottotre a Milano, qualche tinèger del quartiere e due tre più grandi di sesso indubbiamente femminile che rappresentavano la ragione principale per cui bazzicavo il loro bar. L’altra è che il gioco di Babbolbabbol andava con le monete da cinquanta invece che da duecento.
Qualche volta si aggiungeva il compagno di banco di quello bravo a cirulla, e la sua ragazza, che era quella che mi sta davanti. I due componevano una coppia straordinaria, lei era la versione femminile del Gabibbo sia per la forma che per il vocabolario, lui era pallido come un proteo, di cui esprimeva lo stesso sguardo acuto.

Non posso dire che sia stato a causa loro che finii per disertare il bar, ma certo rappresentavano un ottimo assaggio della vitalità che quel luogo trasmetteva: averceli di fronte era come guardare una pianta, nell’arco di un anno avresti potuto notare qualche piccolo cambiamento, ma sulla breve distanza era impossibile vederli muovere.

Torno alla realtà solo perché il ricordo è troppo noioso da sostenere, e trovo la Gabibba che mi sta raccontando proprio del suo ex fidanzato, da cui si è separata un lustro fa, con una rabbia come se fosse stata scaricata ieri. Non credevo che un uomo così scialbo potesse ispirare tanto rancore.
Decido che ne ho abbastanza, glisso e sparisso.

Del resto della serata ho solo vaghi ricordi, io con un negroni in mano che parlo con qualcuno, io con un altro negroni che parlo con qualcun altro, io da solo che parlo col terzo negroni. Dai racconti degli amici ho potuto ricostruire abbastanza da non voler ricordare il resto, e su questo ennesimo aneddoto autocelebrativo chiudo e vado a giocare a Pang.


e il treno io l’ho preso e ho fatto bene

Come sempre la mia vita è un’altalena continua fra la più depressa routine e un’attività tanto frenetica da sfiorare il disturbo psichico. Trascorro settimane senza scrivere una riga, perché non c’è una sola riga da riempire col racconto delle mie giornate, e di colpo ne devo dire tante che non so da dove cominciare.

Parlo di quel calcio che col calcio ha sempre meno a che vedere? Ne avrei da raccontare, dai tre punti che ci hanno finalmente tolto, alla vittoria straordinaria col Monza, all’altrettanto straordinaria sconfitta con la Sambenedettese che ci porta diretti a giocarci la promozione nei play off. Potrei infierire sulla dignità di certi giocatori, che qui non si parla di condizione fisica o di qualità tecniche, ma solo della dignità richiesta per indossare una maglia così importante, e di come sia triste, per non dire meschino, centellinare il proprio impegno in campo a seconda dei casi. Ma non vado oltre, che davvero non ne vale la pena. Spero di vederli tutti indagati, prima o poi.

O racconto delle vacanze di Pasqua, dei pranzi sui monti, delle abbuffate con gli amici, delle foto propagandistiche dell’Ejercito Cadigattista, della mia personale Marcia Su Roma?

Facciamo così, vi racconto una storia che parla di treni. Comincia un venerdì pomeriggio, dalla stazione di Genova Brignole, quando due ragazzi con una borsa trovano il loro posto in uno scompartimento dell’intercity Torino-Salerno. Inutile descrivere i due ragazzi, siamo naturalmente il Subcomandante Marzia ed io, ma posso parlare degli altri personaggi che popolano lo scompartimento: tre di essi sono avvocati, lo deduco dai loro discorsi. Stanno andando all’Isola D’Elba per una vacanza, ma non riescono a sganciarsi del tutto dalla propria occupazione, e fino a Livorno li sentiamo parlare di giurie, procedure, cavilli che alzano polvere solo a parlarne. Poi c’è una signora silenziosa, di cui non si può dire nulla, tanto è stata accurata nel non lasciare ricordi di sé. Sta seduta nel suo angolo, con un giornale anonimo davanti, non guarda nessuno, non parla a nessuno, aspetta la sua fermata con muta rassegnazione.

(Muta rassegnazione è un termine un po’ abusato, lo so, ma non sono uno scrittore, mi limito a pigiare sui tasti, e la differenza si vede. La prossima volta scriverò gelido inverno, e potrete insultarmi)

Lo scompartimento è freddo, o così sembra a noi, che siamo seduti davanti alle bocchette dell’aria condizionata, e indossiamo il minimo indispensabile per non essere denunciati per oltraggio al pudore. Come già raccontato la scorsa estate esiste una bizzarra regolamentazione riguardo all’aria condizionata sugli intercity, che ci obbliga a congelare. Potrei chedere delucidazione ai tre legulei, ma non si curano né di noi né della temperatura, sono tutti presi da “La Settimana Giuristica”, il giornale di giochi ed enigmi per laureati in giurisprudenza che uno di essi ha estratto dalla valigia. Stanno discutendo sul 13 orizzontale, “Lo dice chi rifiuta di rispondere all’interrogatorio”. La signora all’angolo non parla, non respira, forse è impagliata, forse già in avanzato stato di ibernazione, chissà.

Quando siamo dalle parti della Zona Tumultuosa, un luogo non meglio identificato fra Livorno e il Burkina Faso, decido che il supplemento intercity non è abbastanza economico per farmi accettare una bronchite senza lottare, e vado a spegnere l’aria condizionata.

Le mie straordinarie doti narrative avranno a questo punto acceso un grosso punto interrogativo nella testa di ognuno di voi cari lettori, e sono certo che vi starete domandando come fa un riconosciuto incapace come me a saper disattivare l’aria condizionata su un intercity, azione che richiede straordinaria abilità scassinatoria per aprire la serratura a brugola del pannello degli interruttori, eccezionale capacità mimetica per non farsi beccare dal controllore, elevata concentrazione per non scambiare il simbolo del refrigeratore con quello dell’autodistruzione. Io non so neanche vincere a bimbumbà perché mi do regolarmente dei pugni in faccia, non riesco a coordinarmi neanche per mettermi le dita nel naso, e cosa ne posso sapere di disattivare l’aria condizionata di un intercity, materia d’esame delle spie GLG-20, quelle impiegate per recuperare le testate nucleari sulla strada per Duschambe.

Ricordate quello che vi avevo raccontato lo scorso agosto, delle mie vacanze in Sicilia? Se siete di quelli che capitano qui cercando Brigata Speloncia, sicuramente no, ma gli altri forse rammentano delle mie disavventure con l’aria condizionata sui treni. Ebbene, nel viaggio di ritorno si presentò lo stesso problema, e già stavamo accendendo un falò nello scompartimento, quando un intraprendente professore palermitano, uno che sembrava più un rapinatore di diligenze che un insegnante di storia dell’arte, mi introdusse ai segreti del chiavistello.

(“Mi introdusse ai segreti del chiavistello” starebbe benissimo in un racconto erotico, se qualcuno volesse scriverne uno sarò lieto di cedergli il copyright)

Mi raccontò della scuola della strada che ebbe a imparare nel suo quartiere malfamato, di quando un giorno si e uno anche gli entravano i ladri in casa, e dopo aver rubato tutto il rubabile presero a sfotterlo cambiandogli la serratura mentre era fuori. Venni a sapere delle difficoltà a farsi allacciare abusivamente acqua, gas, elettricità e tv via cavo, tanto che fu costretto a farlo da sé, e di come tutte queste esperienze l’avessero reso un Arsenio Lupin de noatri.
Ascoltavo il mio mentore e assorbivo tutte quelle nozioni che sapevo un giorno mi sarebbero tornate utili. Lo accompagnai al pannello elettrico e studiai minuziosamente i rapidi movimenti con cui vinse la resistenza della diabolica brugola, imparai la sottile differenza fra il simbolo dell’aria condizionata e quello della dispersione di sostanze tossiche all’interno del vagone, compresi i movimenti ciclici dei controllori di tutta la rete trenitalia, sempre gli stessi, e di come sia possibile rivolgerli a proprio vantaggio per tutta una serie di portogheserie.

Ecco perché venerdì pomeriggio non sono schiattato di freddo, e ho potuto raggiungere la stazione di Roma Termini in tenuta estiva e non vestito come un inuit, acclamato dai miei compagni di viaggio come si conviene a un salvatore, braccato dalle forze dell’ordine su rotaia come il più accanito dei rivoluzionari, osservato con sospetto dall’ambigua categoria dei cuccettisti, che non si sa bene da che parte stiano.

Nel viaggio di ritorno non c’è stato bisogno di ricorrere all’antica arte della manomissione, i nostri posti erano verso il corridoio, non risentivamo del nefasto effetto del condizionatore.
In compenso siamo stati torturati per cinque ore da un altoparlante da concerto rock, che ci ricordava a ogni fermata che stavamo arrivando a destinazione con cinque minuti di ritardo, che la coincidenza con Trondidio arriverà e partirà dal binario 47 anziché 2, che l’intercity per Milano sta messo peggio di noi perché è dietro e non lo facciamo passare così impara haha.
Purtroppo il mio insegnante di illecitudini mi spiegò solo come disattivare l’aria condizionata, per preservarmi i timpani non ho potuto fare altro che infilarmi un giornale arrotolato nelle orecchie.